venerdì 25 marzo 2011

De Magistris, il furbetto del giustizialismo per salvarsi dal processo si rifugia in Europa

Dura la vita del politico-imputato: barcamenarsi tra un processo e un impegno istituzionale non è sempre facile. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, certo, bersagliato di continuo perché sfugge alla giustizia, ma anche l’eurodeputato Idv e candidato a sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che di procedimenti ne ha diversi e di «legittimo impedimento» non vuole sentir parlare. Anzi non voleva sentir parlare, finché a presentarsi in aula doveva essere il presidente del Consiglio. «Una legge incostituzionale», tuonava De Magistris lo scorso gennaio commentando la sentenza con cui la Consulta ha stabilito che devono essere i giudici di volta in volta a valutare le ragioni che impedirebbero la presenza in aula di premier, ministri e parlamentari.

Ora che serve a lui una giustificazione per non presentarsi davanti ai giudici, però, il legittimo impedimento non è più una legge così «ignobile e inaccettabile». Tanto da invocarla in un’istanza in cui chiede il rinvio dell’udienza fissata lunedì mattina davanti al gip di Roma Barbara Callari. Il processo è quello in cui l’eurodeputato dell’Idv è accusato di abuso d’ufficio assieme al consulente Gioacchino Genchi per aver acquisito, nell’ambito dell’inchiesta Why Not, i tabulati telefonici di alcuni parlamentari senza avere richiesto prima l’autorizzazione. Il giorno dell’udienza, purtroppo, all’Europarlamento è in programma la commissione Bilancio che De Magistris dovrebbe presiedere. Un impegno serio, insomma, non come quelli del premier, deve aver pensato l’ex pm prima di convincersi ad invocare la tanto vituperata legge soltanto due mesi fa apostrofata addirittura come «truffa legislativa».

Ancora ieri sul suo profilo Facebook e sul suo sito internet, dando la notizia di una sua assoluzione a Salerno dall’accusa di omissione d’atti di ufficio, De Magistris ne parlava così: «Sono stato assolto difendendomi nel processo e non dal processo, per altro senza utilizzare, pur potendolo fare, lo schermo dell’immunità parlamentare né scappatoie come quella del legittimo impedimento». A Salerno no, ma a Roma sì, eccome. E non importa se per poter esercitare le proprie prerogative parlamentari serve far ricorso ad una legge che è «ingiusta e vergognosa» solo quando ad invocarla è Berlusconi.
Ma De Magistris si supera nell’interrogatorio reso il 18 novembre scorso davanti al procuratore aggiunto Alberto Caperna quando «scarica» il consulente di fiducia, Gioacchino Genchi, con il quale ha firmato le inchieste flop sul malaffare tra la Calabria e la Lucania. Confessando di averlo «assunto» su proposta dello stesso Genchi e dopo aver raccolto i giudizi positivi di altri magistrati, precisa: «Ho sempre avuto la massima fiducia in Genchi, nel suo lavoro, nella sua metodologia».

Sì, certo. Sempre. Quando però l’interrogatorio si fa incalzante, De Magistris è in difficoltà. Esempio: nell’agenda dell’indagato Saladino, domandano gli inquirenti romani, vengono trovati 2mila nomi, perché Genchi chiede ai gestori telefonici 18 utenze a pagina 37 «denominata Pisanu-Porcelli» riferibili all’ex ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu? «Non so in nessun modo per quale ragione e con quali criteri Genchi abbia individuato quelle 18 utenze». De Magistris non sa spiegare nemmeno perché Genchi si fissò sui telefoni di Pisanu e di cinque suoi familiari.
Si fidava e basta perché il suo consulente gli faceva capire che conoscere gli intestatari di determinate utenze era «indispensabile» per il buon esito degli accertamenti richiesti. «Ma io non ho mai saputo che quelle utenze riguardavano il senatore Pisanu - precisa il politico - la circostanza l’ho appresa leggendo i giornali. Tra l’altro Pisanu non era coinvolto in alcun modo nelle indagini e quindi mai potevo immaginare che a lui si riferissero le utenze di cui Genchi richiedeva l’acquisizione dei tabulati». Finale col botto: «Ci tengo poi a far presente che avendo maturato una lunga esperienza come pm mai avrei consapevolmente disposto l’acquisizione dei tabulati di un parlamentare (...).

Mi fidavo della professionalità di Genchi e mai avrei potuto sospettare che le utenze indicatemi da lui fossero dei parlamentari». Come per Pisanu, De Magistris giura di non aver mai saputo nulla nemmeno di altri politici finiti nel maxi-archivio telematico. Nemmeno dell’ex premier Prodi, il cui nominativo spunta nel pieno del caos di Why Not quando ormai il danno è fatto: per la fretta, infatti, l’allora pm dice d’aver depositato una prima parziale consulenza di Genchi senza leggerla con attenzione. Dentro c’erano più politici, Prodi incluso. «Chiesi a Genchi di porsi il problema dei parlamentari coinvolti per poi avanzare la richiesta al parlamento». Quella relazione, però, non è mai arrivata, e De Magistris ci tiene a sottolinearlo. Poi c’è la storia dell’intercettazione tra il ministro Clemente Mastella e l’indagato Antonio Saladino, che l’ex pm riceve dai carabinieri e consegna a Genchi «senza sapere» - così dice nell’interrogatorio - che in quelle conversazione vi fosse anche la voce di Mastella.

Ma dove ci va davvero pesante con l’ex collaboratore è sul parlamentare Pdl Giancarlo Pittelli: Genchi avrebbe trasferito undici dati telefonici del politico calabrese da un procedimento all’altro all’insaputa dei due pm titolari. Uno è proprio De Magistris. Che mette a verbale: «Ne parlai con la pm Manzini proprio perché ritenevo non corretto il comportamento di Genchi». E la collega? Si mostrò preoccupata «perché erano stati utilizzati inconsapevolmente i tabulati di un parlamentare senza la preventiva autorizzazione».

martedì 1 marzo 2011

D'Alema castigamatti che scorda i suoi peccati

Fare il sopracciò è tipico di Massimo D’Alema.Talvol­ta è molto rude. A Ballarò , col direttore Sallusti che osò te­nergli testa, esplose nella ce­lebre invettiva: «Vada a farsi fottere, bugiardo mascalzo­ne ». I modi da lanzichenecco nell’ex capo della diploma­zia stupirono e si cercarono spiegazioni. Ne bastava una: è maleducato di natura. Pre­valse però l’idea della frustra­zione poiché all’epoca (mag­gio 2010) l’ex premier ed ex ministro degli Esteri era un ex in tutto e politicamente nulla. Oggi Max ha lo strapuntino di presidente del Copasir, si­gla da consorzio agrario che indica però il Comitato parla­mentare per la sicurezza del­la Repubblica. Portato per in­dole a montarsi la testa, il nuovo impiego ha rinfocola­to in Max il connaturato com­plesso di superiorità. Si è au­toproclamato Lord Protetto­re del Paese contro il Berlu­sca e fa la mosca zèzè sulla pelle del tiranno. Dopo il caso Ruby ha prete­so che il Cav comparisse al Copasir per giustificare i festi­ni. Che c’entra la sicurezza nazionale, direte voi? Non c’entra, è solo ipocrisia. Max ha dato a intendere che si pre­occupava per l’incolumità del Berlusca - lui che lo anni­chilirebbe all’istante se gli ga­rantissero l’impunità­ messa a rischio dalla sua dissennata condotta. In realtà voleva so­lo emulare i magistrati dan­do in pasto al pubblico la vita privata del Mostro. Il Cav, che non è scemo, manco gli ha risposto. Allora, D’Alema si è impancato sui fatti di Li­bia e ha accusato il Berlusca di avere fatto lo stuoino di Gheddafi. Al tempo, Max. Questo potremmo dirlo io o i lettori. Ma tu- scusi, presiden­te, la confidenza - che da mi­nistro degli Esteri te ne anda­vi a braccetto per Beirut col capo di Hezbollah, devi stare zitto e mosca. Tanto più che il Cav,lisciando illibico,favori­va l’interesse nazionale men­tre tu col libanese facevi solo il fighetto con gli antisionisti. E poi credi davvero di essere in condizioni di salire in catte­dra? Da anni ti infili in situa­zioni imbarazzanti e poi fingi di cadere dal pero e non sape­re nulla. Ora ti rinfresco la me­moria. In queste ore, sei coinvolto nello scandalo sanità in Pu­glia. Il tuo stretto amico, ex as­sessore regionale alla Sanità, ora senatore pd, Alberto Te­desco, rischia il carcere e tu le stai provando tutte per sot­trarlo, via immunità parla­mentare. È in gioco la tua lea­dership pugliese. Inoltre,l’im­prenditore sanitario, Gianpa­olo Tarantini, che sembrava solo un commensale bunga bunga del Cav, appare sem­pre più uno dei tuoi. Tu smen­tisci, ma lui è un fiume in pie­na. Dice che andavate insie­me per mare, che avete amici­zie comuni e che ha fatto per te cenone elettorale in cui ti sei strafogato. Insomma, pa­re che tu, sulla malfamata sa­nità pugliese, la sappia lun­ga. Garze e bisturi sono una tua antica passione. Ricordi quando nel 1985 prendesti soldi di straforo da Francesco Cavallari, il Tarantini del­l’epoca? Durante una cenet­ta intima ti infilò in tasca ven­ti milioni. Si seppe solo dieci anni dopo per ammissione di Cavallari davanti al pm Alber­to Maritati. Lo confermasti poi anche tu e Maritati - che ormai non ti poteva persegui­re per sopravvenuta amnistia - elogiò le tue «leali dichiara­zioni ». Carino da parte sua che, carineria per carineria, un paio di anni dopo divenne senatore del Pds. Ne hai un’altra sul groppo­ne che sembra analoga: la pa­r­adossale Missione Arcobale­no del 1999. Eri a Palazzo Chi­gi­e dichiarasti guerra alla Ser­bia, la sola alla quale l’Italia abbia partecipato dopo il 1945: anche questo hai sulla coscienza. I bombardamenti in Kosovo, provocarono un mare di profughi. Poi, da tipi­co coccodrillo, hai cercato di risarcirli con un caravanser­raglio di aiuti - l’operazione Arcobaleno, appunto- che in breve si rivelò una fonte di ru­berie, stando almeno al pm barese, Michele Emiliano. Ti indignasti da par tuo: «Scan­dalo inventato. Manovre da bassa cucina». Ma il pm arre­stava a frotte i tuoi amici e so­dali, i compagni della Cgil, ecc. Poi, di colpo, Emiliano la­sciò l’inchiesta per candidar­si sindaco di Bari. Nel 2004, fu eletto alla testa di una coali­zione di sinistra che faceva ca­po a te. Devi davvero avere un grande appeal sui magi­­strati, Max caro. E non solo sui due pm citati. Infatti, so­no trascorsi 12 anni e non c’è stata una sola udienza del processo. Ancora uno sforzet­to e si prescriverà. Pensa la rabbia del Cav che - ignoran­do la tua ricetta - in due mesi e mezzo è stato impacchetta­to e rinviato a giudizio su Ru­by. Poi c’è la fantastica storia della scalata Telecom da par­te dei «padani», Colaninno ­il cui rampollo è con te in Par­lamento - e soci. Eri premier e ti innamorasti subito di que­sti «capitani coraggiosi». Per favorire il loro arrembaggio impedisti all’allora (e oggi di nuovo) ad, Bernabè, di tenta­re contromosse. Ricordi? Fa­cesti mancare il numero lega­le alla riunione da lui voluta ingiungendo a Tesoro e Bankitalia di non partecipa­re. Mario Draghi, che allora era al ministero, rimase incre­dulo e pretese da te un ordine scritto. Lo ebbe. Il noto Gui­do Rossi (uno della tua par­rocchia), per stigmatizzare l’ingerenza,coniò un’immor­tale definizione del tuo pre­mierato: «Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese». Ovvia­mente, si malignò di torna­conti ma, restarono voci, e la cosa finì lì. Telecom non fu mai più quella di prima ed è tuttora sommersa da una montagna di debiti. Suvvia, confessa, Max: hai naso per gli affari, tu. Lustri fa, avevi la casa di un ente e pagavi un’inezia. «Sono a equo canone perché do metà dell’indennità parlamentare al partito», dicevi. Ti restava­no comunque sei milioni e uno lo spendevi per l’affitto: un sesto delle entrate, un'ine­zia rispetto alla media nazio­nale. E tu, faccia di bronzo, osavi anche lamentarti? Hai pianto miseria pure quando ti sei comprato la seconda barca, l’Icaro II, 18 metri. Pri­ma hai detto che era in com­proprietà. Poi che avevi fatto il mutuo. Poi che avevi eredi­tato. Infine che avevi avuto lo sconto. Il gioco delle tre car­te. Vuoi sapere tutto dei tuoi avversari ma, quando le cose riguardano te, cambi metro. Come quando hai urlato al te­lefono con Consorte, «facci sognare, vai» e poi ti sei fatto dare l’immunità dal Parla­mento Ue per evitare l’uso le­gale della registrazione. Rim­proveri al Cav di «difendersi dai processi anziché nel pro­cesso »e poi seiil primo a rifu­giarti nell’impunità? Ti fai ca­scare il baffo se si parla di re­golare le intercettazioni e poi ricorri al trucco per azzerare la tua? Max, fallo per pudore: taci.

venerdì 18 febbraio 2011

Se Luca e Paolo sfottono Saviano

Luca e Paolo si allineano o disallineano? Prendere in giro i nemici di Berlusconi è servile o anticonformista? È da interrogativi come questi che si misura il livello di rincoglionimento raggiunto da un paese.
Nel melodramma con cui l’Italia si autorappresenta da quindici anni e che, come ogni melodramma che si rispetti, non conosce né mezze misure, né sfumature, ma solo sentimenti incendiari, si grida battaglia anche sulla gag sanremese di ieri sera. D’altronde, se si tira con il gessetto una linea invalicabile in cui si mettono di qua i virtuosi e di là i mafiosi, le suore da una parte, le veline dall’altra, si finisce a dividere la libertà di espressione della satira dalla comicità di regime.
Noi abbiamo i non-sense di Guzzanti, voi le bassezze corporali del Bagaglino; punti fermi che, bisogna ammetterlo, danno una certa sicurezza e in cui l’inversione di rotta genera sempre spaesamento. Come ieri. Se nella prima serata i due comici ospiti a Sanremo si erano limitati a fare il loro lavoro, cantando la fine della relazione tra Fini e Berlusconi in “Ti sputtanerò” (riadattamento della mielosa canzone portata anni fa a Sanremo dal duo Morandi-Barbara Cola), la gag su Santoro e Saviano ha lasciato perplessi e persino suscitato indignazione (su Saviano «satira orrenda», tuona Adinolfi sull’Europeo). Di fronte alla parodia dei tic e dei silenzi riflessivi del Saviano televisivo magari qualcuno meno incline all’indignazione è comunque trasalito: «O mio Dio stavo per ridere dalla parte sbagliata», e subito ci si ricompone. Brutti segni, e strani miracoli che si compiono nell’Italia di oggi. Che trasforma due comici a mio avviso modesti e non più che simpatici, che hanno bonariamente ironizzato sulla mancanza di ritmo di uno scrittore prestato alle vesti di presentatore e sul narcisismo di un giornalista famoso, nei paladini della libertà di pensiero per alcuni, o nell’emblema dell’Italia peggiore per altri. Basta scombinare prevedibilmente le carte e emerge il solito, vero problema: e cioè che il concetto di “satira politica” è stato - anche questo ahimé - interamente occupato da un uomo solo. E qual è la parola da usare quando si scherza sugli “altri”? È una satira contro quelli che fanno “satira politica”, dunque una meta-satira, o la profanazione del tempio? È un conflitto di interessi della cultura di sinistra che in Italia, come dicono Paolo e Luca, è quella che rilascia la patente di comici: «Tu in questi anni hai mai sentito qualcuno che fa le battute su Saviano e Santoro? Non si toccano, quelli sono i buoni. E poi ci sono i cattivi. Tu devi capire, noi siamo qua pagati dalla Rai per fare la satira politica. La satira politica si fa solo su uno, perché si fa su quello lì, non è che puoi farla sugli altri… così ci danno la patente da comici». Il rapporto tra satira e censura di cui da anni si blatera, spesso con argomenti degni del miglior cospirazionismo paranoico, rischia di trasformarsi in un ulteriore tassello di quella narrazione “sinistra” dell’Italia, come ricordava Luca Ricolfi sulla Stampa qualche giorno fa, riprendendo l’idea di fondo del suo libro del 2006 dall’inequivocabile titolo “Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori”. Indignarsi per la gag di ieri significa aver paura di abbandonare le certezze del melodramma bipolare italiano, dimenticando peraltro che il nazionalpopolare (Sanremo) è esattamente quel luogo della prevedibile negoziazione tra le due facce di uno stesso paese, come sanno benissimo Paolo e Luca. Ma quando l’intelligenza divorzia dall’ironia è sempre una catastrofe, per tutti. Non conosco Roberto Saviano, ma mi piace pensare che ieri sera abbia riso della sua non impeccabile oratoria televisiva, visto che tra l’altro di mestiere fa lo scrittore. Su Santoro mi astengo.

giovedì 17 febbraio 2011

Silvio a processo in 80 giorni. Il governo D’Alema in 11 anni

Undici anni contro 80 giorni. Ottanta giorni per arrivare al processo contro Silvio Berlusconi, undici anni per non riuscire nemmeno a iniziare il dibattimento sulle presunte malefatte dell’operazione Arcobaleno, targata governo D’Alema. Ottanta giorni per terremotare l’immagine del leader del centrodestra; undici anni per far evaporare, goccia a goccia, un’inchiesta che aveva messo in imbarazzo il centrosinistra nella versione dalemiana.
Da Milano a Bari ecco due storie che raccontano al meglio il peggio della giustizia italiana. E le sue diverse velocità. A Milano il premier viene iscritto nel registro degli indagati pochi giorni prima di Natale e in un amen viene rinviato a giudizio. A Bari, invece, un’inchiesta interminabile si affaccia timidamente al processo dopo undici anni. E a un passo dalla prescrizione incombente. Game over.
È il 2000 quando nel mirino dei pm finisce la missione voluta da D’Alema per aiutare i kosovari in fuga dalla loro terra bombardata dalla Nato. Panorama e poi Striscia la notizia alzano il coperchio sulle malefatte, le ruberie, le attività oblique di quella che oggi si chiamerebbe la cricca. Al vertice della cricca c’è, secondo i pm, Franco Barberi, all’epoca capo della protezione civile e sottosegretario. L’accusa, per lui e per i suoi collaboratori, è quella di aver favorito ditte amiche per l’aggiudicazione di appalti pubblici, in particolare quelli miliardari delle divise della polizia; ancora di aver brigato per portare lo stesso Barberi ai vertici della Protezione civile e addirittura di aver fatto saltare la testa del prefetto Bruno Ferrante, capo di gabinetto del Ministro dell’Interno e nemico della cricca. Il 20 gennaio 2000, più di undici anni fa, vengono arrestati il capo della missione in Albania Massimo Simonelli e il numero uno del campo profughi di Valona Luciano Tenaglia. Con loro vengo ammanettate altre due persone. D’Alema s’inalbera e parla di «scandalo inventato» e «manovre politiche da bassa cucina». Non basta, perché il cerchio degli indagati si allarga: vengono raggiunti da un invito a comparire alcuni funzionari della protezione civile, imprenditori, il deputato Ds Giovanni Lolli e l’ex parlamentare Ds Quarto Trabacchini. Trabacchini e Lolli avrebbero soffiato ad alcuni amici della cricca la notizia che i loro telefoni erano sotto controllo. Provocando un danno gravissimo per gli investigatori.
L’indagine sembra inarrestabile e perfino D’Alema viene sentito come testimone dal pm Michele Emiliano. Che però, qualche tempo dopo è protagonista di una singolare metamorfosi: lascia l’inchiesta, va in aspettativa e corre da sindaco per il centrosinistra che a lungo ha scandagliato. Curioso: nel 2004 il pm che ha messo il naso negli affari, forse sporchi, del governo D’Alema, diventa sindaco di Bari alla testa di una coalizione il cui azionista di riferimento è lo stesso partito di D’Alema. L’indagine invece è diventata talmente grande da non avere più confini e si allunga pure il catalogo dei reati contestati: abuso d’ufficio, concussione, corruzione, peculato, associazione a delinquere, addirittura attentato agli organi costituzionali.
Insomma, il procedimento sbanda di qua e di là. Poi, finalmente, l’indagine, che si è allargata alla sparizione dei viveri nei campi profughi, al business delle divise dei vigili del fuoco, ai rapporti con le cosche albanesi e a chi più ne ha più ne metta, si chiude. Troppi i filoni e troppo il tempo passato. Ma il peggio deve ancora arrivare.
Il processo ai 17 imputati non riesce a decollare. Sono sette le false partenze in due anni. E intanto i pm perdono i primi pezzi. Le accuse contro Lolli e Trabacchini, imputati di favoreggiamento, vanno in prescrizione. È incredibile, ma non si riesce comporre il collegio giudicante. La giustizia, la stessa che a Milano accelera per arrivare alle sentenze sul premier, a Bari frena: è l’incompatibilità il virus che porta lentamente all’eutanasia. Molte toghe erano gip all’epoca dei fatti e non possono più occuparsi della presunta cricca. Il 10 febbraio scorso si tiene finalmente la prima udienza, ma il dibattimento va subito in testacoda e viene rinviato al 4 maggio. Siamo alla farsa. Perché i testi che dovranno essere ascoltati sono 66 e fra di loro ci sono figure carismatiche della sinistra come Walter Veltroni, Franco Bassanini, Sergio Cofferati.
Un esercizio virtuale. La prescrizione scatterà esattamente fra un anno: a febbraio 2012. E a quel punto quel che è sopravvissuto al naufragio generale andrà definitivamente al macero. Due giustizie. Due velocità. Un processo che brucia i tempi e conta le settimane. Un altro che va in letargo, nel silenzio generale, e muore di consunzione dopo aver scavalcato la soglia dei dieci anni. Un’altra pagina di vergogna nazionale.

giovedì 10 febbraio 2011

Ricordiamo le foibe, dimentichiamo l'orrore

Quando si spengono i ricordi nascono le giornate della memoria. Infatti le memorie più vive non hanno bisogno di essere prescritte per legge. Ma il giorno che ricorda le foibe, il 10 febbraio, nac­que dopo decenni di vergognosa omer­tà. Era vietato parlare delle migliaia di istriani, giuliani e dalmati infoibati o pro­fughi dalle loro terre e del Trattato che le cedeva alla Jugoslavia, per tre ragioni: perché era proibito discutere la sparti­zione del mondo decisa a Yalta; perché i comunisti italiani avevano scheletri nel­l’armadio, avendo collaborato con i par­tigiani titini in quella che le circolari del Pci chiamavano «la tattica delle foibe» e nel far strage di partigiani anticomuni­sti, come a Porzus; perché dovevamo te­ner­ci buono Tito che si era sganciato dal­l’impero sovietico. Così le foibe restaro­no un mistero doloroso. Furono il con­centrato feroce di tre guerre in una: la pulizia etnica contro gli italiani, la lotta di classe contro borghesi e possidenti, la guerra ideologica del comunismo con­tro il nazional-fascismo. Per recuperare l’omissione storica e onorare la memo­ria delle vittime, è giusto che le scuole, la tv, i testi ora ne parlino.

E tuttavia lascia­temi dire che è malefico identificare la memoria con l’orrore, come accade in queste giornate dedicate ai genocidi. Pri­mo, perché la memoria non può essere monopolizzata dall’orrore e identificata con gli stermini, ma devono trovar posto anche i ricordi storici di eventi positivi.

Secondo, perché la memoria non va esercitata solo con eventi pubblici e tra­gici ma anche con ricordi teneri e priva­ti, perché la sede dei ricordi è il cuore e non il tribunale. Terzo, perché se ricor­dare è sempre un tornare sugli orrori, se la storia va studiata solo come teatro del Male, la gente alla fine preferisce dimen­ticare per continuare a vivere e pensare al futuro. È umano. A volte, sono salutari anche le giornate dell’oblio.Non quelle che nascono da ce­cità e intolleranza, trascuratezza e igno­ranza, che sono fin troppe. No, dico le giornate del pietoso oblio, un consape­vole tacere per rispetto delle vittime e pe­na dei carnefici. Ovvero di chi perse la vita e di chi perse l’anima.

giovedì 3 febbraio 2011

Raccogliamo le firme per dare anche all'Italia una vera sinistra

Dunque, un governatore di sinistra è stato sepolto sotto tonnellate di monnezza. Un altro governatore di sini­stra è tornato al trans-trans della sua vi­ta privata di inviados speciale. Un altro governatore del centrosinistra ha sbat­tuto loieri la porta e abbandonato il par­tito. Fanno le elezioni in casa loro e rie­scono a perderle anche senza avversari; oppure le vincono con i brogli e si de­nunciano a vicenda. La base del partito è sbranata tra una corrente filoVendola ed una filoDiPietro, più finiani e grillini. Anche al suo interno, il Pd è in minoran­za. Un sindaco di casa loro, il Renzi, vuo­le rottamare i suoi capi, a cominciare dal capataz. L'economista serio di casa, il Rossi, sbatte la porta e se ne va. E con questo scenario da piangere, il loro lea­der Bersani, in arte Gargamella, rifiuta di dialogare con il governo dicendo che non è credibile, il tempo è scaduto, se ne deve andare... Ma se non ci fosse Ruby, di che campe­rebbe questa gente? Se non ci fossero i magistrati, la stampa, un pezzo di poten­­tati, qualche carica istituzionale, gli in­tellettuali da passeggio, più quei poveri manifestanti con il labbro imbronciato da indignazione permanente, dove sa­rebbe finito questo Pd? Cos'è il Pd, co­me definirlo, Partito Defunto, Patata De­composta, iPad senza vocali? Non lo di­co con piacere. Perché è brutto vedere una democrazia senza una credibile al­ternanza e una seria opposizione. E tut­to questo avviene mentre hai l'impres­sione, vedendo la tv, leggendo i giornali, sentendoli parlare, che in Italia esistano solo le opposizioni e Berlusconi sia or­mai sotto assedio, agli sgoccioli, in atte­sa di ritirarsi con Mubarak e sua nipote putativa (con una sola t) chissàdove. Ma ragazzi, li avete visti chi sono questi che tolgono la patente di credibilità ai loro avversari, che rifiutano la dialettica de­mocratica tra maggioranza e opposizio­ne e trattano il capo di governo come un paranoico che si è barricato a Palazzo, ha preso in ostaggio il Paese e una scola­resca di minori? E gli gridano: arrenditi, sei circondato. Ma da chi? Hanno perso il senso della realtà. Raccogliamo le fir­me per ridare una sinistra al paese.

lunedì 3 gennaio 2011

Svegliamoci! Gli integralisti ci stanno rubando la libertà

Pubblichiamo un passo del libro "La rabbia e l’orgoglio" (Bur) scritto da Oriana Fal­laci nel 2001.

Sveglia, gente, sveglia! Intimi­diti come siete dalla paura d’andar contro corrente op­pure d’apparire razzisti, (pa­rola oltretutto impropria per­ché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata all’Inverso. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia e dalla cretineria dei Politically Correct, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione forse, (forse?), co­munque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad, Guerra Santa. Una guerra che forse non mira alla conquista del nostro territorio, (forse?), ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime: alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà, all’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci... Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. Distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri...

Cristo! Non vi rendete conto che gli Osama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché non portate la barba lunga o il chador anzi il burkah, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v’importa neanche di questo, scemi? Io sono atea, graziaddio. Irrimediabilmente atea. E non ho alcuna intenzione d’esser punita per questo da barbari che invece di lavorare e contribuire al miglioramento dell’umanità se ne stanno col sedere all’aria cioè a pregare cinque volte al giorno. Da vent’anni lo dico, da vent’anni. Con una certa mitezza e non con questa collera, con questa passione,vent’anni fa su tutto ciò scrissi un articolo di fondo.

Era l’articolo di una persona abituata a stare con tutte le razze e tutti i credi, d’una cittadina abituata a combattere tutti i fascismi e tutte le intolleranze, d’una laica senza tabù.Ma nel medesimo tempo era l’articolo d’una persona indignata con chi non sentiva il puzzo d’una Guerra Santa a venire, e ai figli di Allah gliene perdonava un po’ troppe. Feci un ragionamento che anche allora suonava pressappoco così: «Che senso ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro cultura o presunta cultura quando essi disprezzano la nostra? Io voglio difendere la nostra, e v’informo che Dante Alighieri e Shakespeare e Molière e Goethe e Walt Whitman mi piacciono più di Omar Khayyam».Apriti cielo. Mi mangiarono viva. Mi esposero alla pubblica gogna, mi crocifissero.

«Razzista, razzista!». Furono le cicale di lusso anzi i cosiddetti progressisti (a quel tempo si chiamavano comunisti) a crocifiggermi.Del resto l’insulto razzista- razzista me lo presi anche quando i sovietici invasero l’Afghanistan. Li ricordi i barbuti con la sottana e il turbante che a ciascun colpo di mortaio gridavano le lodi del Signore cioè il bercio Allah akbar,Dio-è-grande,Allah-akbar? Io li ricordo eccome. E a sentir accoppiare la parola Dio al colpo di mortaio, mi venivano i brividi.Mi pareva d’essere nel Medioevo e dicevo: «I sovietici sono quello che sono. Però bisogna ammettere che a far quella guerra proteggono anche noi. E li ringrazio». Riapriti cielo.«Razzista,razzista!».Nella loro cecàggine non volevan neanche sentirmi parlare delle mostruosità che i figli di Allah commettevano sui militari sovietici fatti prigionieri. Ai militari sovietici segavano le gambe e le braccia, rammenti? Un vizietto cui s’erano già abbandonati in Libano coi prigionieri cristiani ed ebrei. (Né è il caso di meravigliarsi, visto che nell’Ottocento lo facevano sempre ai diplomatici e agli ambasciatori. Soprattutto inglesi. Anzi a loro tagliavano anche la testa, e con questa giocavano a buskachi. Una specie di polo.

Le gambe e le braccia, invece, le esponevano come trofei nelle piazze o al bazaar). Tanto che gliene importava, alle cicale di lusso,d’un povero soldatino ucraino che giaceva in un ospedale con le braccia e le gambe segate? Nel loro cinismo applaudivano addirittura gli americani che, rincretiniti dalla paura dell’Unione Sovietica, riempivan di armi l’eroico-popolo-afgano. Addestravano i barbuti e coi barbuti (Dio li perdoni, io no) un barbutissimo di nome Osama Bin Laden. «Via i russi dall’Afghanistaaan! I russi devono andarsene dall’Afghanistaaan! ». Bè, i russi se ne sono andati.Contenti?E dall’Afghanistan i barbuti del barbutissimo Osama Bin Laden sono arrivati a New York con gli sbarbati siriani, egiziani, iracheni, libanesi, palestinesi, sauditi, tunisini, algerini, insomma coi diciannove che componevano la banda dei kamikaze identificati. Contenti? (...)

Da quando i nostri nemici ci hanno regalato l’Undici Settembre, le cicale non si stancano mai di ripetere che i mussulmani sono una cosa e i fondamentalisti o integralisti mussulmani un’altra.Che il Corano ha molte versioni, che viene letto con molte interpretazioni, ma in ogni sua versione ed interpretazione predica la pace e la fratellanza e la giustizia. (Lo dice anche Bush. Per tenersi buoni i suoi cinque milioni di americani arabo-mussulmani, suppongo. Per indurli a spifferare quel che sanno su eventuali parenti o amici devoti a Osama Bin Laden. Povero Bush). Ma in nome della logica: se il Corano è tanto fraterno e tanto pacifico, come la mettiamo col fatto che il Profeta fosse uno spietato guerriero e quindi un uomo tutt’altro che fraterno e pacifico? Come la mettiamo col fatto che avesse personalmente guidato ventisette battaglie, personalmente sgozzato settecento nemici, personalmente incendiato tre città? Come la mettiamo col fatto che i suoi avversari li liquidasse come un capo mafioso, che i suoi rivali li eliminasse con atrocità da rabbrividire? (...) Come la mettiamo col fatto che il Corano predichi senza sosta la Guerra Santa, che i paesi dove non regna l’Islam li definisca «Dar al-Harb» cioè Terra-da-conquistare?

Come la mettiamo col fatto che i non-mussulmani li chiami cani-infedeli, che li tratti da inferiori anche se si convertono, che lungi dal raccomandare un qualsiasi perdono imponga la legge dell’Occhio-per-Occhio-e-Dente-per-Dente, che tale legge la consideri il Sale della Vita? Come la mettiamo con la faccenda del chador o meglio del burkah che copre le donne dalla testa ai piedi, volto compreso, sicché per vedere quel che c’èal di là di quel sudario una disgraziata de-ve guardare attraverso la fittissima rete posta all’altezza degli occhi? Come la mettiamo con la faccenda della poligamia ossia delle quattro mogli (però su speciale dispensa dell’Arcangelo Gabriele il Profeta ne aveva sedici), o con la faccenda degli harem dove le concubine e le schiave vivono a mo’ di prostitute nei bordelli? Come la mettiamo con la storia delle adultere lapidate o decapitate, e della pena capitale per chi beve alcool? Come la mettiamo con la legge sui ladri a cui il Corano ingiunge di tagliar la mano, al primo furto la sinistra, al secondo furto la destra, al terzo non so cosa però mi pare che al terzo il castigo consista nel bucare le pupille con un ferro rovente? Cito a caso, affidandomi alla memoria. Certo il Sacro Libro offre esempi ancora più gravi. Nondimeno questi bastano, e non mi sembra che esprimano pace e fratellanza e misericordia e giustizia. Non mi sembra nemmeno che esprimano intelligenza.

E a proposito d’intelligenza: è vero che gli odierni santoni della Sinistra o di ciò che chiamano Sinistra non vogliono udire ciò che dico? È vero che a udirlo danno in escandescenze, strillano inaccettabile-inaccettabile? Si son forse convertiti tutti all’Islam e anziché le Case del Popolo ora frequentano le moschee? Oppure strillano così per compiacere il Papa che su certe cose apre bocca solo per chiedere scusa a chi gli rubò il Santo Sepolcro? Boh! Lo zio Bruno aveva ragione a dire che l’Italia non ha avuto la Riforma ma è il paese che ha vissuto più intensamente la Controriforma. (...) Oh,sì,mio caro.La Crociata all’Inverso, la Crociata dei nuovi Mori dura da tempo. È ormai irreversibile e per avanzare non ha bisogno di eserciti che a colpi di bombarda abbattono le mura di Costantinopoli. Cannoneggiate dalla nostra misericordia, dalla nostra debo-lezza, dalla nostra cecità, dal nostro masochismo, le mura delle nostre città sono già cadute: l’Europa sta già diventando una gigantesca Andalusia. Per questo i nuovi Mori con la cravatta trovano sempre più complici, fanno sempre più proseliti.

Per questo diventano sempre di più, pretendono sempre di più, ottengono sempre di più, spadroneggiano sempre di più. E se non stiamo attenti, se restiamo inerti, troveranno sempre più complici. Diventeranno sempre di più, pretenderanno sempre di più, otterranno sempre di più, spadroneggeranno sempre di più. Fino a soggiogarci completamente. Fino a spengere la nostra civiltà. Ergo, trattare con loro è impossibile. Ragionarci, impensabile. Cullarci nell’indulgenza o nella tolleranza o nella speranza, un suicidio. E chi crede il contrario è un illuso.