venerdì 31 dicembre 2010

Ma Battisti libero è un rospo che non si può ingoiare

Non siamo nati ieri e dunque sappiamo benissimo che nelle relazioni internazionali a far aggio è l’interesse economico, il dare e l’avere. Della geopolitica e delle sue esigenze, poi, non ne parliamo. Non ci è ignoto che per la Fiat il Brasile è come l’antro di Ali Babà e che è lì che l’industria automobilistica italiana fa cassa. Non siamo nati ieri e quindi figuriamoci se digiuni di lezioni e retoriche menate sul reducismo, sulla «lettura» gramsciana degli anni di piombo, sui compagni che sbagliano, sugli ideali traditi o mal riposti da tanti bravi giovani che in buonissima fede scelsero la lotta armata disseminando il selciato di morti ammazzati per costruire il «futuro migliore». No, non siamo nati ieri e tutte queste belle cose fanno parte del nostro cosiddetto bagaglio culturale, ciò che ci porta a vedere il mondo con occhio disincantato e il più delle volte rassegnato. Però arriva il momento in cui la fuffa ideologica, il fregnacciume sociologico, i balletti e i salamelecchi della diplomazia non riescono più a far argine all’indignazione o per meglio dire alla (...)
(...) rabbia. Ed è il caso del rifiuto da parte del presidente brasiliano Lula di concedere la più e più volte richiesta estradizione di Cesare Battisti.
Torna difficile se non proprio impossibile comprendere quella faccia da schiaffi, quell’arrogante e presuntuoso delinquente di Battisti nella categoria - che per altro non riconosciamo - degli eversori che sbagliarono sì, ma per un’idea giusta. Battisti è né più né meno che un serial killer. Appena diciottenne è sbattuto in galera per rapina a mano armata. Quando ne esce e decide di abbrancarsi a un gruppo eversivo, sceglie quello di «Proletari Armati per il Comunismo», attratto più da quell’«armati» che dal resto. Tant’è che la sua carriera di terrorista fu tutta dedicata alla rapina armata piuttosto che alla realizzazione del comunismo. Quando dunque Lula definisce «umanitaria» la decisione di tenersi stretto a sé Battisti, insulta non solo le vittime e i parenti delle vittime di quel teppista, ma tutti noi. Giudicandoci belluini selvaggi per voler punire a norma di codice una canaglia capace di ripetutamente uccidere a sangue freddo.
Non gliela possiamo far passar liscia, a Lula. Non possiamo accontentarci di mezze misure. Già il dichiarare che «il Governo italiano si riserva, sulla base della decisione del presidente brasiliano Lula, di considerare tutte le misure necessarie per ottenere il rispetto del trattato bilaterale di estradizione, in conformità con il diritto brasiliano», è il segno della resa. Si riserva? Considerare? In conformità del diritto brasiliano? Il diritto brasiliano è quello interpretato da Lula e dal suo gesto «umanitario». Ovvero la negazione medesima del diritto. E noi dovremmo tenerne conto tra una considerazione e l’altra, tra una riserva e l’altra?
Un tempo, in simili casi, una nazione con gli attributi e che non voleva esser trattata a pesci in faccia mandava le cannoniere. Non si chiede tanto, anche se per tener a bada la «Serpenton do mar» e la «Terror do mundo», orgoglio della marina militare brasiliana, basterebbe una sola motovedetta della nostra Guardia costiera. Non si chiede tanto, ma alzare la voce sì, battere i pugni sul tavolo sì, minacciare sì. Ci andranno di mezzo le relazioni economiche? Quand’anche fosse, pazienza, perché quello servitoci da Lula non è rospo da mandare giù in nome di qualche Panda in più o in meno. E poi voglio vedere il Brasile che strozza in un embargo i suoi più importanti stabilimenti industriali.
Parliamogli dunque a muso duro, al Calamaro, facciamogli capire che per compiacere le Carle Bruni e gli Adriani Sofri, le damine e i cicisbei della più imbecille intellighenzia radical chic, l’ha fatta assai fuori dal vaso umiliando gli italiani. Diciamogli chiaro e tondo che si deve reingoiare quella scellerata scelta «umanitaria», che grida vendetta al cospetto del buon senso comune e della civile convivenza fra i popoli. Cesare Battisti non è una vittima. Le vittime hanno altri nomi. Le vittime si chiamano Antonio Santoro, maresciallo di polizia penitenziaria; Lino Sabbadin, commerciante; Pier Luigi Torreggiani, commerciante; Andrea Campagna, agente di pubblica sicurezza. Cesare Battisti è un assassino e come tale deve essere tradotto in manette in un carcere italiano. Per scontare la pena alla quale la giustizia l’ha condannato, l’ergastolo. E non c’è Lula che tenga.

lunedì 27 dicembre 2010

Uccidono i cristiani ma è l'Europa ad essere morta

Per l’Unione europea il Natale non esi­ste, la Pasqua nemmeno, e se uccidono i cristiani in Nigeria e nelle Filippine, co­me è accaduto nel giorno di Natale, chi se ne frega, la cosa non ci riguarda. I cri­stiani saranno una setta del posto. Noi europei ci occupiamo di misurare le ba­nane, mica di religioni, superstizioni, stragi e amenità varie. Noi siamo civili, lavoriamo in banca, mica pensiamo alle festività religiose. E poi in questi giorni la Commissione europea non lavora, è in vacanza natalizia, anche se non si sa uffi­cialmente la ragione di queste festività, sarà l’anniversario dell’euro o l’onoma­stico di Babbo Natale... Non sto vaneg­giando per overdose di spumanti e pa­nettoni. È stata diffusa in milioni di copie e in migliaia di scuole, in tutta Europa e forse anche nei Paesi islamici,l’agenda ufficia­le dell’Europa, firmata della Commissione europea. Nel diario europeo, che mi è capitato di vedere,c’è traccia delle più estrose festività relative alle più minoritarie religioni,ma non c’è alcun riferimen­to alle festività antiche, canoniche e ufficiali della cristianità europea. Non si sa perché festeggiamo Natale e le altre festività religiose, nulla è ac­cennato sull’agenda che ricordi la Natività, la Resurrezione e tutto il re­sto, nulla che segni in rosso una san­­ta festività. Ma quale Natale, Pasqua, Epifania, diceva Totò, a cui evidente­mente si ispira l’Unione Europea. L’ha fatto notare, protestando, il mi­nistro degli Esteri Frattini, ma in que­sti giorni l’Unione europea è chiusa per inventario merci (non esistendo il Santo Natale) e dunque la protesta affonda nel vuoto vacanziero di que­sta vuota Europa. A ragion veduta possiamo perciò accusare l’Unione europea di nega­zionismo. L’Unione europea è un’as­sociazione vigliacca di smemorati banchieri fondata sul negazioni­smo. Nel giro di poche ore, l’Unione eu­ropea ha infatti negato le festività cri­stiane e dunque la sua tradizione principale ancora viva da cui provie­ne e nel cui nome ha un calendario e un sistema di festività. Ed ha pure ne­gato ai Paesi dolorosamente usciti dal comunismo il diritto di conside­rare i loro milioni di vittime sullo stes­so piano delle vittime del nazismo. Come sapete, la Commissione eu­ropea ha nega­to che si possano equi­parare gli stermini comunisti a quelli nazisti e possa dunque scattare an­che per loro il reato di negazionismo. Pur avendo commesso «atti orren­di », i regimi del gulag, secondo la Commissione europea, «non hanno preso di mira minoranze etniche». E che vuol dire, sterminare i borghesi o i contadini è meglio che sterminare gli appartenenti a una razza? Uccide­re chi non la pensa come te è un cri­mine meno efferato che uccidere chi è di un’altra razza? Tra le fosse di Ka­tyn, le foibe e le camere a gas di Da­chau, qual è la differenza etica, giuri­dica ed umana? Tra chi nega gli ster­mini di popolazioni civili di Paesi in­vasi dal comunismo e chi nega gli stermini etnici, qual è la differenza? È ideologica, signori, puramente ide­ologica. Come ideologica è la nega­zione delle tradizioni cristiane più popolari. Non parliamo infatti del dogma trinitario o di altri quesiti teo­logici, qui parliamo di Natale e Pa­squa, avete presente? Alla base del­l’Europa c’è un negazionismo vi­gliacco e bugiardo, che non è solo quello di negare alcuni colossali orro­ri per riconoscere e perseguirne de­gli altri; ma negare l’Europa stessa,la sua vita, il calendario che scandisce i suoi giorni, la sua realtà e la sua veri­tà, la sua tradizione e la sua storia. Il negazionismo dell’Unione euro­p­ea è ancora più grave del negazioni­smo elevato a reato: perché non ne­ga solo alcuni orrori, ma nega anche in positivo la storia, la provenienza, la vita europea. Del suo passato l’Unione resetta tutto,difende solo la memoria della Shoah, e poi cancella millenni di civiltà cristiana, millenni di natali e pasque, orrori del comuni­smo e di altre tirannidi. Che schifo. Io non ho ancora capito a che serve l’Unione europea fuori dall’ambito economico. Non è un soggetto politi­co che esprime posizioni unitarie, non ha un governo passato dal con­senso del popolo europeo, la sua stes­sa unione non fu voluta o almeno rati­ficata da un referendum costitutivo del popolo sovrano. Non è un sogget­to cul­turale e civile perché non fa nul­la per affermare, difendere o valoriz­zare l’identità europea, anzi fa di tut­to per negarla. Non ha una sua carta costituzionale dove declina le sue ge­neralità storiche, le sue affinità idea­li, i suoi principi, le sue provenienze civili e religiose. Non ha una sua poli­tica es­tera unitaria o una strategia in­ternazionale, e non si occupa di stra­gi dei cristiani, semmai si agita solo se c’è una donna condannata a mor­te per aver ucciso il marito in Iran. Insomma,l’Europa non è mai nata e ha paura pure della sua ombra. Esi­ste solo un sistema monetario unico, un sistema di dazi e di regole, di ban­che e di finanziamenti. È un ente eco­nomico, un istituto per il commer­cio. Per questo l’Unione europea non esiste, abbiamo ancora la Cee, la Comunità economica europea. Anzi non sprechiamo la parola comunità per un consorzio economico, tornia­mo al Mec, Mercato europeo comu­ne. L’Europa è un morto che cammi­na.

mercoledì 8 dicembre 2010

LA «SUPERIORITÀ» FINISCE IN POLVERE

La superiorità etica del Pd finisce in polvere. Ed è bianca. C’è un processo a Potenza su traffici di cocaina, scambi di voti, affari con la criminalità organizzata basilisca, uno stadio nuovo da costruire e tanta politica. Ci sono un vicepresidente del Parlamento regionale e un gruppo di consiglieri che finiscono al centro di questa brutta storia. Il guaio per i moralisti di professione è che sono tutti di centrosinistra. Non ci sono quindi elenchi da fare. I sacerdoti della buoncostume non si strappano le vesti in tv. Le carte e i brogliacci non fanno notizia. Non c’è scandalo. Questa storia serve però a smascherare un falso mito. La favola di un’Italia spaccata in due, da una parte le anime pure, la razza divina degli antiberlusconiani, quelli a cui Dio, Travaglio e Saviano hanno riconosciuto il diritto di governare, dall’altra i peccatori, i bastardi, gli infami e i corrotti. I profeti della morale sono convinti che un incidente del destino, quella cosa chiamata elezioni democratiche, abbia portato al governo i cattivi. Il loro obiettivo è riscrivere la storia, correggere l’errore e per farlo usano tutti i mezzi e vanno in giro a certificare la santità degli sconfitti. Sono, oltretutto, così fanatici e convinti di stare dalla parte giusta che ignorano tutto ciò che sporca le loro tesi. Non si sono così accorti che il Pd e ciò che lo circonda da tempo puzza di marcio.
Non è colpa loro. La storia della superiorità morale è servita a giustificare fallimenti e sconfitte. La sinistra non esiste. È mediocre. È stata sequestrata da una classe dirigente di burocrati e mestieranti della politica. È dal 1989 che non ha un’idea o un progetto politico. Ma non perdono perché incapaci. No, si illudono di perdere perché troppo buoni.
La sinistra si inganna. Si guarda allo specchio e si vede diversa. È uno specchio deformato però. Non ti fa vedere la realtà, ma quello che vorresti essere e purtroppo non sei. Cancella tutte le cose brutte. Non vede che la professoressa Valeria Termini, candidata del Pd per l’authority sull’energia, è stata al centro di una polemica in stile «baronopoli». La docente di Roma Tre, moglie di un barone ex deputato Ds, fu accusata dal Sole24ore di aver vinto la cattedra con un concorso su misura. Il bando prevedeva clausole assurde, come la consegna «a mano» al preside della Facoltà di titoli e domanda di concorso, in modo da eliminare sgraditi pretendenti impossibilitati ad essere lì fisicamente.
La sinistra democratica, libertaria e pluralista perde la testa quando scopre che Matteo Renzi, sindaco di Firenze e leader dei «rottamatori», commette il sacrilegio di incontrare Berlusconi ad Arcore. Bersani infuriato, insulti che rimbalzano da ogni parte e sentenze senza appello mascherate con una battuta di spirito: «Matteo Renzi come Lele Mora». Manca solo la lettera scarlatta. Questi sono quelli che vogliono governare il Paese. Questi sono i paladini della morale incorrotta e incorruttibile. Questi sono i democratici.

mercoledì 1 dicembre 2010

Bersani si tiene i soldi dei precari

L’uomo dei tetti ha detto no. A Roma piove di brutto. Quando Marco Calgaro e Bruno Tabacci presentano un emendamento alla riforma universitaria per finanziare i contratti a tempo indeterminato dei ricercatori sono sicuri che Bersani e i suoi uomini voteranno sì. Il segretario Pd ha scalato il cielo di Valle Giulia. Ha offerto solidarietà ai cervelli precari. Nessuno si aspetta una mossa diversa. Invece Bersani si astiene (che è come bocciare la norma). Trenta dei suoi votano no. Il tesoriere dei Ds, Sposetti, fa fuoco e fiamme, bestemmiando contro il dilettantismo dei deputati rutelliani. Il Pd è di fatto spaccato. Cosa cavolo è successo? Semplice. Tabacci e Calgaro volevano prendere i soldi dell’università dalle casse dei partiti. Tagli al finanziamento pubblico e più soldi ai ricercatori. Ma il partito di Bersani è generoso solo a parole, quando si tratta di scucire denaro la mano si rattrappisce nella tasca. Un conto è salire gratis sul tetto e dire: ragazzi sono con voi. Altro è danneggiare gli interessi di bottega. Accontentatevi del sudore speso per salire sul tetto. Di più non si può fare.

Non si è mai vista un’opposizione più sconclusionata di questa. Il loro problema è che non credono a nulla di quello che fanno. La loro politica è solo uno strumento per far fuori Berlusconi. Tutto è mezzo, scorciatoia, furberia, mai una scelta politica consapevole, qualcosa in cui credere. Napolitano dovrebbe pensarci bene prima di affidare qualsiasi governo tecnico o di transizione a questa masnada di correnti in lotta perenne tra loro, pronti a parlare di senso delle istituzioni ma poi alla prova dei fatti corrotti da meschinità di basso rango.

La maggioranza sono mesi che naviga nella tempesta, ma in qualche modo resiste. Anche perché non c’è un’alternativa. Questo, per tutti gli anti berlusconiani, dovrebbe essere il momento di massima coesione. Invece non sono d’accordo su nulla. Sono divisi in rivoli e partitini. Non si fidano l’uno dell’altro. Vivono nel sospetto. I centristi sono delusi dall’ignavia della sinistra. Di Pietro pensa solo a se stesso. Il Pd pensa di abolire le primarie perché vive con terrore l’effetto Vendola. I finiani ballano sulla fiducia. Forse presenteranno una mozione insieme a Casini. Non si è capito se voteranno sì su quella del Pd. L’ipotesi più probabile è che almeno i moderati (Moffa, Consolo, Paglia e Polidori) si asterranno. Anche qui il partito è diviso. Le colombe sperano nella mediazione salva tutti con Gianni Letta. Dicono che Di Pietro guardi quello che sta accadendo nel Fli con un palese senso di schifo. Li chiama traccheggiatori. L’opposizione sembra un festival del tradimento. Fini ripudia il Cavaliere, Bersani scarica i ricercatori, Casini tiene aperto il doppio forno e Tonino gioca contro tutti. Nessuno immagina come questi qui possano governare senza scannarsi in un ipotetico post Berlusconi. Andare al voto, in caso di crisi conclamata, non è una scelta. Sta diventando l’unica opzione possibile.

Questo accade mentre la protesta anti Gelmini guarda il mondo dai tetti. Forse perfino i ricercatori avranno capito che di Bersani non è saggio fidarsi. Ma come ha detto un cinico parlamentare di sinistra: è una lotta tra precari. In fondo cosa c’è di più precario del Pd?