giovedì 21 ottobre 2010

Di Pietro impreca ma stavolta nessuno si scandalizza

Un signore con i baffi al­le sue spalle, tra il pubblico, stende appena le labbra e ar­rossisce. Un campione di self control. Davanti a lui Anto­nio Di Pietro ha appena per­so la testa. È il cinquantesimo minuto della trasmissione Agorà ( Rai3) condotta da An­drea Vianello su Lodo Alfano e corruzione e il leader del­l’Idv urla: «Ma non ce l’avete messo all’ordine del giorno­oo! Cristo!». Eccolo qua. Altro che bar sport, briscola tra amici. Qui siamo sul terzo canale pubbli­co, le 10 del mattino, orario di casalinghe, disoccupati e bambini malati.Tonino s’im­bizzarrisce. Un’imprecazio­ne nazionale antimeridiana. La trasmissione va avanti e Di Pietro ne spara altre, ma in­tanto l’agenzia Agi rilancia la frase dell’ex pm su tutti i cir­cuiti di comunicazione. Pas­sa qualche minuto, il condut­tore gli legge la notizia fresca di uscita e lui si scusa: «Chie­do scusa se mi è scappata una parola». E che parola, «La» pa­rola. Per una cosa simile su Ber­lusconi si scatenò il ciclone politico della condanna. In quel caso si trattò di bestem­mia, ma il contesto era una barzelletta su Rosy Bindi rac­contata ad alcuni militari e catturata da un videofonino. Un contesto privato. Anche dall’Italia dei Valori partiro­no le reprimende furiose: bar­zelletta «indegna», «grave e imbarazzante silenzio dei cat­tolici del centrodestra sulle bestemmie», dichiarava Leo­luca Orlando. A proposito di reticenze, ieri sullo scivolone di Di Pietro il silenzio è stato assordante. E allora: la con­danna va bene, ma con coe­renza. Se si apre un discorso sul linguaggio dei politici, questo non può prescindere dall’archivio della tv di Stato su Antonio Di Pietro. Dal cinquantesimo minuto Tonino non si controlla pro­prio più: «Lo stesso Granata è incazzato!», grida ancora, parlando dello stesso proget­to di legge anti- corruzione co­firmato con il deputato di Fli che gli aveva fatto convocare in diretta Gesù. Un progetto di legge che po­ne al primo punto «questa re­goletta: la non candidabilità dei condannati». E che non è stato ancora messo a calenda­rio. Il finiano Enzo Raisi lo contesta, gli dice che non è possibile: scena emblemati­ca di come siano improvvisa­m­ente mutati i rapporti tra fu­turisti e Di Pietro dopo l’ap­poggio di Fli allo scudo giudi­ziario per le alte cariche. «Non me l’hanno messa!», sbraita Tonino. Poi: «Si ar­rampicano sugli specchi caz­zo! ». E due, ancora, anzi, e tre.All’ora delle brioche e del­l’aspirapolvere in salotto. Per il resto, il linguaggio si è colorato delle solite tinte estreme: il lodo Alfano? Uno «stupro della democrazia an­che questo!». Gli italiani? «Usati e abusati nel loro vo­to ». Poi tra un c’azzecca e qualche altro urlaccio, l’am­missione, finalmente: «Non parlo bene l’italiano però si capisce». Eccome se si capi­sce.

giovedì 14 ottobre 2010

L’ultima di Fini & Co: la priorità degli italiani è la legge elettorale

Non parlate di Montecarlo. I fighetti della politica, l’oligarchia del giornalismo, le benpensanti che abbaiano ogni giorno contro il maschilismo dei dossier (quali dossier poi) e i soloni disgustati dalla volgarità di questi tempi meschini dicono che non è di moda. La casa di Montecarlo è out. Tormentare i Tulliani è out. Criticare Fini è out. Lo capiscono anche i bambini. Sono tutte cose che non interessano alla gente comune, quella che suda, lavora e soffre. Si annoia. Si arrabbia. Si sente male. Non c’è nulla di più maleducato di quello che scrive il Giornale. Il popolo chiede croissant.
Il bello di questi predicatori altolocati è che conoscono sempre, e alla perfezione, i desideri degli italiani. Loro hanno le antenne. Li interpretano. Li spiegano. Anche quando i diritti interessati non lo sanno. I finiani sono, per esempio, bravissimi nel tradurre la volontà della nazione. Nessuno come loro. Sono mesi che ripetono più o meno in coro che Montecarlo interessa solo ai «segugi» de Il Giornale. Che noia, che barba, che noia. Agli italiani interessa altro. Che cosa? Vallo a capire.
Magari la riforma fiscale. Sai qui ci sono molti portafogli che piangono e tutti sognano una busta paga più pesante. Sì, senza dubbio tagliare le tasse è il pensiero più ricorrente. Magari la riforma della giustizia, visti i tempi biblici. Magari la riforma del welfare, visto che quello attuale garantisce solo i furbi. Magari tutte queste cose insieme. Eppure quelli che sanno, i dotti, i medici e sapienti non la pensano così. Di cosa parlano ogni giorno, costantemente, Fini, Di Pietro, Casini e Bersani? Della legge elettorale. Capite? Non c’è nulla più importante di questo. È il sale della vita. È quello che gli italiani non riescono a togliersi dalla testa. Lo sanno tutti in fondo. Al terzo posto c’è il calcio, al secondo il sesso, al primo la domanda da cui non si può prescindere: con che sistema voto domani? Maggioritario o proporzionale? Liste bloccate o preferenza multipla? Sbarramento al cinque, al sette o al ventitrè? Con lo scorporo o senza? C’è gente che su questi interrogativi ha perso l’appetito. Non dorme più. Si dimentica dove ha parcheggiato la macchina. Non va al lavoro da mesi perché si è messa a studiare il sistema australiano. Per la cronaca è una via di mezzo tra l’uninominale secco e il doppio turno.
È per questo che Fini, Casini, Di Pietro e Bersani, con tutto il coro dei super intelligenti, ripetono che senza la riforma elettorale non si può fare nulla. Il Paese è bloccato. È per questo che ieri mattina Gianfranco, Pierferdy e sua arguzia Massimo D’Alema si sono incontrati per dare in fretta agli italiani questa manna santa e benedetta. Non c’è nulla di più urgente. Gli italiani devono fare la spesa? Vogliono pagare il mutuo? Hanno le tasse sulla scuola dei figli? Nessun problema: le preferenze risolveranno tutto. Per questo la nuova legge elettorale è necessaria. Per questo bisogna far cadere Berlusconi e sostituirlo con un governo tecnico. Lui non vuole la riforma, si oppone alle preferenze.
Sì, l’Italia è pronta a scendere in piazza al grido «più preferenze per tutti». Questo provoca forti crisi di coscienza in chi ha a cuore le sorti del Paese. Ma ancora una volta Fini non ha guardato in faccia a nessuno. Agli italiani ci penso io. Ha sfidato il Palazzo per venire incontro alle loro necessità. Ha scritto a Schifani: dammi la legge elettorale, me ne occupo io. Tutto il Paese non aspettava altro. Ora è più tranquillo. Può finalmente riposare. Non c’è nulla di più importante per gli italiani del destino di Gianfranco Fini e dei suoi nuovi alleati. Non vogliamo mica togliere al sor Tulliani il gusto di votare con regole fatte su misura per lui? Come dicono a Montecarlo: se sta bene Fini stanno bene tutti.