giovedì 30 settembre 2010

Di Pietro a testa bassa: "Democrazia stuprata" Bagarre a Montecitorio

Già quando Fini annuncia il prossimo titolato a parlare, Antonio Di Pietro, l’aria si surriscalda, si temono show da Bagaglino. E il timore è azzeccato: dopo due parole la terza è un insulto. «Lei è uno spregiudicato illusionista, anzi un pregiudicato illusionista». Inizia un testo-contumelia, degno di un’osteria di Campobasso, che Tonino ha messo a punto durante gli interventi che lo hanno preceduto, testa bassa sul foglio per limare il fine ragionamento. Man mano che il climax di improperi procede, l’attenzione dai banchi del Pdl e Lega si sposta da Tonino a Fini. «Fai qualcosa! Fallo smettere!» urlano anche i leghisti. Di Pietro continua, come se fosse al Vaffa-Day di Grillo, non a Montecitorio. Si arriva all’altra trovata di Tonino, «lei è uno stupratore della democrazia», che rappresenta una novità nell’eloquio anti-Cav di Di Pietro. Gli aveva dato del nazista, del fascista, del dittatore sudamericano, del corruttore, del magnaccia, ma quella dello stupratore non gli era ancora venuta in mente («ma lo stupro della democrazia è quello che ha fatto Di Pietro», commenta il vicepresidente della Camera Antonio Leone). Un suggerimento di Franco Barbato, il pasdaran del dipietrismo che siede alla spalle del leader Idv e che è il nuovo ideologo del dipietrismo off limits? Forse. Allo «stupratore della democrazia» insorge l’Aula, ma non l’opposizione che pure è ancora indignata dalle battute di Bossi su SPQR. Solo i leghisti solo volgari, per Pd e dintorni.

Ancora si urla al presidente della Camera di fare qualcosa. «Onorevole Di Pietro la prego di usare un linguaggio consono a quest’aula», dice Fini, al primo avviso. Quell’altro va avanti e vira sulla storia antica: «Fuori c’è un Paese che muore di fame, e lei è venuto qui a suonarci l’arpa della felicità, come faceva il suo predecessore Nerone mentre Roma bruciava. Quella stessa Roma che rideva come ride lei mentre i suoi amici barbari padani vogliono mandare al rogo l’unità nazionale». La storia dell’umanità secondo Tonino produce l’inevitabile: fischi, buuu, muggiti, urla di disgusto. Berlusconi lo guarda e unisce le mani come a dire: ma questo è fuori. Poi, sempre rivolto a Tonino, gli fa segno del matto, battendo il dito indice sulla sua tempia. Intanto il Tonino-Show va avanti. La gag successiva è questa: «Lei, signor Berlusconi, è un vero maestro. Intendo dire un maestro di massoneria deviata, un precursore della corruzione e della collusione di Stato». Altri boati, scampanellii di Fini, poi Di Pietro attacca sull’informazione, che il Cav controllerebbe «in modo criminale». Qui Fini è costretto a dare il secondo cartellino giallo: «La prego di usare termini che siano consoni al luogo in cui si trova, è ammessa ogni espressione non può essere tollerata l’ingiuria». Ma per la maggioranza è fin troppo morbido. Basta aspettare qualche secondo perché tutto crolli ancora in più basso. Di Pietro tocca il capitolo Montecarlo, Tulliani-gate e società off shore. Ovviamente, un’inchiesta promossa dai servizi deviati del Cavaliere, nella vulgata paranoica di Tonino, e che per giunta fa finta di scandalizzarsi di giochini con le società off-shore, di cui invece dovrebbe sapere tutto «l’imputato Berlusconi». È l’apoteosi, il Parlamento come l’Arena di Domenica in, come una puntata del Processo del lunedì, è troppo. Berlusconi si alza e si gira verso Fini. Gli dice qualcosa facendo un gesto con le mani che si può tradurre così: ora basta, digli qualcosa. Intanto l’aula è sommersa dalle urla e grida, tra leghisti e pidiellini molti scattano in piedi e dicono qualcosa all’indirizzo di Di Pietro. Una baraonda. Fini interviene, ma non contro Tonino: «Vi ricordo che siamo in diretta televisiva, vi invito, a partire dall’onorevole Di Pietro, ad usare un linguaggio consono. E prego la parte destra dell’emiciclo di mantenere la calma». Altro che calma, siamo prossimi alle mazzate. Anche perché Di Pietro, invece che calmarsi, si scalda ulteriormente. Parla di parlamentari «disperati» che Berlusconi avrebbe «chiamato a casa sua per offrire prebende e minacciare imbarazzanti rivelazioni», Fini interrompe e lo richiama all’ordine per la seconda volta, mentre per la seconda volta Berlusconi si gira verso di lui protestando. Il Di Pietro-show si chiude, l’osteria riapre domani.

giovedì 2 settembre 2010

Radici di Tonino: il suo ideologo è Abatantuono

Tonino Di Pietro ha un ideologo nascosto che non ha mai voluto svelare: è Diego Abatantuono. Milanesi ter­runcielli tutti e due, Tonino e Diego si sono formati sugli stessi libri, hanno studiato dal­l­a stessa grammatica e sfoggia­no un linguaggio assai simile ed un eloquio di pari finezza. Compirono gli stessi alti studi presso la medesima universi­tà, la Brocconi. E là consegui­rono la laurea con l’ode acca­demica (così è scritto testual­mente sul loro certificato di laurea). Da qui la cattedra per chiara fama al Cepu che il pro­fessor Abatantuono lasciò al­l’illustre collega accademico, il sullodato Tonino. Anche Abatantuono fece fortuna a Milano da settentriunale al ciento pe’ ciento, e non esclu­do che pure lui porti, come Tartaglia, un duomo in tasca come biglietto da visita da sbattere in faccia per esibire la sua milanesità. La folgoran­te intuizione del binomio Aba­tantuono­ Di Pietro avvenne nel corso di un’intervista che Totò Di Pietro rilasciò a Rai­news, con Corradino Mineo nel ruolo di Peppino. Là Di Pie­t­ro usò lo stile tipico di Abatan­tono, la distorsione creativa dei proverbi: disse che «la montagna ha partito il topoli­no », «se aspettiamo che nasce il bambino dal cavolo rimania­mo senza bambini e senza ca­voli », «fosse la Madonna che si fa la legge elettorale» «vado in campagna elettorale col col­tello », e Fini «non è né ma­schio né femmina», mentre Mineo si affannava a difende­re la rispettabilità degli erma­froditi; poi «Berlusconi fa da prete e da sagrestano» e va cac­ciato anche se purtroppo «non lo puoi prendere a maz­zate », ma attenzione perché «sta entrando in ognuno di voi» e non oso pensare da che orifizio. Ecceziunale vera­mente, un comizio surreale che neanche Antonio La Trip­pa... Come Tonino, anche Aba­tantuono diventò celebre co­me capo degli ultrà, almeno nei film; sono memorabili i suoi gridi di guerra, «viulee­enz », che eccitavano i tifosi più accesi.

Da quando Abatan­t­uono ha smesso di interpreta­re il ruolo di capo dei tifosi ul­trà, tocca a Di Pietro assumer­ne l’eredità. Già si distinse al tempo di Tartaglia dicendo che Berlusconi in fondo se l’era cercata, aveva istigato al­la violenza e ho l’impressione che alcuni suoi colleghi magi­­strati abbiano recepito la sua lectio magistralis . Ma di recen­te, il Di Pietro-Abatantuono, che per brevità chiameremo Abatantuonino, si è reso pro­tagonista di altri episodi da ul­trà. Il primo, che vale quanto il manifesto degli intellettuali di Benedetto Croce, fu l’esor­tazione a non comprare libri della Mondadori. Precisazio­ne superflua, quel riferimen­to alla Mondadori, sarebbe ba­s­tata l’esortazione a non com­prare libri in generale e tutti gli avremmo creduto sulla pa­rola. Ma Tonino che è furbo e non vuol passare per leader degli ignoranti, al fine di com­­battere l’ignorantità, come di­ceva un mio colto compaesa­no, invita a comprare libri al­trui «eticamente compatibi­li ». Cosa siano i libri eticamen­te compatibili non è chiaro: in­compatibili sono ad esempio i testi di Omero, Shakespeare o Dostoevskij, che esibiscono passioni assai poco etiche? Non vi dico poi di Machiavelli o Nietzsche. Della Divina Commedia è eticamente com­patibile solo la terza parte, de­dicata al paradiso, va invece cassato l’inferno che lascia parlare fior di Berlusconi, la­sciando invece il purgatorio alle indagini degli inquirenti, i pubblici ministeri. Che i libri si possano sostitu­ire indifferentemente, a pre­scindere dagli autori, è una svolta originale nella storia della letteratura di tutti i tem­pi. Non contano gli autori e le loro opere, ma chi le ha pub­blicate e la fedina penale degli stampatori. Tu puoi pubblica­re pure la Bibbia ma se il tipo­grafo ha precedenti penali, al rogo la Bibbia. Non si legge più nessun classico perché pubblicato da Mondadori; in compenso puoi rifarti con un testo pubblicato che so, dalle edizioni Panini, dove peraltro la lettura è facilitata dalle figu­rine. L’idea che il libro possa esse­re comprato per i contenuti non lo sfiora nemmeno.

Il li­bro, secondo il fine critico let­terario di Montenero di Bisac­cia, serve per riempire le libre­rie, per riequilibrare i tavoli zoppi, per coprire il buco nel­la parete o come variante del mattone, per nascondere i sol­di. Ma l’ultimo editto del capo degli ultrà Abatantuonino, ha riguardato l’esortazione ad ag­gredire, verbalmente s’inten­de, con fischi alla pecoraia, l’eticamente scorretto Marcel­lo Dell’Utri, che per giunta porta in giro i testi di un altro eticamente più scorretto, det­to il Duce. Ma nei suoi leggia­dri blo­g Abatantuonino esten­de l’uso del fischio come argo­mento politico e auspica la cacciata dalle piazze, in segno di dialettica democratica; esorta anzi a «fischiarli tutti» come titola una sua pregiatis­sima analisi, elogia i fischi ovunque si manifestino, dal­l’Aquila a Como. Abatanuono sarà orgoglioso del suo allievo che si è abbeverato ai suoi film. La fatwa di Tonino contro Dell’Utri si è incrociata con quella iraniana contro Carla Bruni,dove altri tonini nel no­me dell’Iran dei Valori e della Legge, che lì chiamano sha­ria, esigono di eliminare per­sone condannate per legge e giudicano eticamente scorret­te le Carle Bruni che osano di­fenderle. Zitta tu, bottana pre­sidenziale... Un giorno o l’al­tro Tonino pianterà come Gheddafi la sua tenda sotto Palazzo Chigi per irrompere con i suoi trenta cavalli e le sue cinquecento pecore - ver­sione rurale delle cinquecen­to hostess- nelle stanze del go­verno e cacciare con fischi e forconi il criminale Berlusco­ni. Allora sì che Tonino diven­terà il nostro fratello leader, ci convertiremo alla sua sharia e Abatantuono sarà riconosciu­to come il nostro Khomeini.