sabato 14 agosto 2010

La sinistra chic vuole il vino per ricchi

Dicono sarà un’ottima annata. Purtroppo. Perché se davvero quest’anno avremo una grande vendemmia, con una produzione di vino che crescerà del 5% rispetto al 2009, superando persino i cugini-concorrenti francesi, significa che potremo brindare tutti.
Ma se brindiamo tutti, che gusto c’è?

Che gusto c’è a poter bere tutti meglio? A pensarci bene, nessuno. Almeno per i veri vignerons, per i gourmet più raffinati, per gli enogastro-chic... per quelli che il cibo e il vino li vogliono di qualità ma non di quantità, per pochi e non per tutti, «bio» ma non anche tuo, di lusso ma non di massa, quelli del «che bello stare a tavola ma solo con chi dico io»... Lo insegnano due-tre millenni di civiltà: le cose, più sono per pochi più sono ricercate. E quindi inevitabilmente più buone. Se sono alla portata di tutti, perdono «sapore». Da chic diventano cheap.

Così, che il 2010 si preannunci un’annata speciale, con tanto vino e di buona qualità, ai radical-food and wine la cosa non va giù. Confermando il pregiudizio che vuole i profeti dell’equo-solidale, del doc e del dop e del docg inutilmente snob, Carlo Petrini - padre-padrone del movimento Slow Food e maître à penser delle biodiversità - si è sonoramente lamentato su Repubblica del fatto che la prossima vendemmia sarà particolarmente ricca, «perché non farà che aumentare il processo di svendita del vino sfuso che è già in corso da più di un anno». Con il risultato - straziante per il profeta rosso della rivoluzione verde - che il Barolo sarà pagato due euro e mezzo al litro e il Barbaresco poco più di uno! Anzi, più precisamente: «Informandosi, non è difficile scoprire come il Barolo sfuso abbia raggiunto la deprimente quotazione di due euro e mezzo al litro, stesso prezzo che mi dicono spunti il Brunello 2005. Per non parlare di un vino a cui sono molto affezionato come il Barbaresco, che viene pagato la cifra folle di un euro o poco più. Una situazione insostenibile e ridicola», scrive Petrini asciugandosi le labbra da un’Ornellaia Imperiale 2005 dal deprimente costo di 4.320 euro a bottiglia. «Sono anni che predichiamo nel vento dicendo che le viti vanno piantate solo nelle zone ad alta vocazione evitando di aumentare a dismisura le superfici vitate. Tutto inutile. Il Barolo, il Barbaresco, il Brunello hanno raddoppiato le bottiglie in commercio nel giro di un decennio. L’Amarone è passato da quattro milioni di pezzi agli attuali sedici», è l’inebriato lamento di Petrini che, indifferente all’allargamento della fascia di consumatori, chiede di produrre meno, ma di miglior (o la stessa?) qualità.

Non c’è bisogno di essere sommelier per capire che l’interessato ragionamento di Petrini - uno che sembra aver fatto il percorso inverso di Russell Crowe in Un’ottima annata, da uomo capace di apprezzare i piccoli piaceri della vita ad astuto business-man - sappia di tappo. Ieri, sul Riformista, nemmeno su Primavera Missionaria, Chicco Testa, nemmeno Beppe Grillo, si è stupito della proposta avanzata da Petrini sulle colonne dell’house organ di Slow Food, la Repubblica, di fare come i francesi e ridurre la produzione di vino per tenere alti i prezzi (attenzione: non la qualità, che andrebbe bene, no proprio i prezzi): cosicché le bottiglie di quello buono se le possono comprare solo i ricchi. Titolo del pezzo: «La sinistra si batte per il vino caro».

Abbasso il comunismo vinicolo, Barbera rossa non la trionferà.
Già studente di Sociologia a Trento nel decennio caldo della contestazione (pessime annate), già militante del Partito Unità Proletaria, già fondatore di Slow Food (che ancora non si è capito bene se sia un’idea che sembra un business o un business che sembra un’idea), già gran consigliori eno-politilogo di Piero Fassino ai tempi del Pd, il «contadino del Partito» Carlo Petrini ha individuato il nuovo nemico della gauche au caviar: dopo i fertilizzanti, gli Ogm, il junk food, i ristoranti cinesi («praticano prezzi troppo economici... ma la qualità media dei cibi è modesta», e allora vorrà dire che verremo tutti a casa tua a mangiare il cappone di Morozzo e la provola delle Madonie, caro Carlo), le merendine, la birra in lattina e il prosciutto cotto in bustina, ecco l’ultima «portata» da evitare. No al Barolo a due euro al litro. Piuttosto, «meglio un po’ di grandine per ridurre le eccedenze».

Non c’è che dire. Un’ottima cazzata.

martedì 10 agosto 2010

Il Pd in imbarazzo perde la lingua e l’Idv adesso si scopre garantista

La palma d’oro spetta a Giorgio Merlo del Pd, che condanna la campagna pro-dimissioni di Fini, perché «che la cosiddetta questione monegasca, per la rilevanza pubblica che ha assunto, vada chiarita sino in fondo non c’è alcun dubbio», però «la questione morale non deve mai trasformarsi in una clava per abbattere gli avversari politici». Peccato che proprio Merlo, quando è toccato votare la sfiducia al sottosegretario Caliendo, ha fatto esattamente il contrario rispetto a quanto espresso su Fini, votando la sfiducia insieme al Pd (con l’astensione dei finiani). È il suo, peraltro, l’unico vagito circostanziato nel Pd a proposito della questione Fini-Tulliani-Montecarlo. Un pasticcio che sarebbe stato cavalcato alla grande, se ci fosse inciampato un berlusconiano, ma non nel caso di Fini, che il Pd cerca di blandire in vista di qualche tipo di accordo «istituzionale» insieme ad altri terzopolisti. I democratici si guardano bene dal pronunciarsi sulla vicenda che sta imbarazzando i finiani, e approfittano delle lotte nel Pdl per invocare un governo di transizione che possa includere Fini e Casini e metta fine alle «manganellate» nel centrodestra, come le definisce il coordinatore delle segreterie Pd Maurizio Migliavacca, «uno scontro di incredibile durezza che rischia di mettere a repentaglio la tenuta delle istituzioni stesse». Nessun accenno invece alla vicenda poco chiara che riguarda il presidente della Camera e il patrimonio immobiliare della ex An.
Diverso il caso di Emma Bonino che ammette: «Gli otto punti non mi sono sembrati solidissimi», mentre l’Udc si limita a chiedere di smetterle col «massacro mediatico». Nemmeno l’Idv, che pure di case se ne intende, trova alcunché di torbido nella vicenda. Il capogruppo alla Camera Donadi trova anzi non solo «apprezzabile» ma convincente la lacunosa risposta del presidente della Camera. Il dipietrista Donadi, qui in un’inedita veste garantista, spiega che «l’atteggiamento di Fini a voler affrontare la questione in modo aperto e trasparente, è non solo apprezzabile ma è la risposta migliore a chi, in situazioni analoghe, ha sempre avuto il vizio di buttarla in politica per nascondere la verità». Tutto chiaro, nessun sospetto, neppure dai professionisti della trasparenza.
Va detto che, in casa Idv, i discepoli hanno superato il maestro. Di Pietro in verità ha spiegato, giorni fa, che forse qualche spiegazione Fini farebbe meglio a darla, perché «il fatto raccontato è un fatto che nella sua oggettività c’è - ha detto Tonino in tv - e per questo il presidente della Camera la prima cosa che deve fare è mettere a disposizione di tutti i documenti che raccontano la storia. A carte scoperte vediamo da che parte sta la verità». Invece la sua fidata Silvana Mura, deputata e tesoriera Idv, non commenta la vicenda monegasca ma prende anzi a pretesto per stigmatizzare «il modo di fare giornalismo di alcune testate», invitando gli organi più vicini a Fini come FareFuturo o il Secolo d’Italia a rovistare in cerca di scheletri negli armadi berlusconiani.
In realtà, dietro gli omissis, i silenzi e gli imbarazzi dell’opposizione per la storia che coinvolge Fini, sta tutto il gioco per cercare di ribaltare la maggioranza. Da punti di vista molto diversi, che però convergono tutti sul fatto che Fini va contato tra gli alleati di un’ipotetica armata anti-Cav (per il momento molto sgangherata), e quindi non può essere attaccato. Mentre i sondaggisti prevedono in caso di elezioni una nuova vittoria di Berlusconi e Lega, l’ala che va dall’Udc a Idv si interroga su come disarcionare l’avversario, possibilmente evitando le urne. Il Pd evoca governi di transizione, ma qualche onorevole democratico alza la voce per dire che un’alleanza con Udc e finiani sarebbe impossibile. Bersani non si esprime, se non con una lettera ai dirigenti romagnoli del Pd, per dire che «siamo noi il vero partito popolare». In realtà, il Pd manovra per cercare vie d’uscita. Gira l’ipotesi di una leadership di coalizione da affidare a Casini. E qui alza la voce l’Idv, che rifiuta a priori una «ammucchiata». Anche perché, nel centrosinistra, l’Idv ha qualche speranza di non vedere calare i propri voti, mentre il Pd è in caduta libera. Meglio dunque tenersi buono Fini. Malgrado il fatto che, ultimamente, quando si parla di lui venga in mente, più che Montecitorio, Montecarlo.

mercoledì 4 agosto 2010

Padoa-Schioppa per spezzare le reni alla Grecia

La buonanima di Mussolini, alla notizia, avrebbe gonfiato il petto tutto tronfio. Perché forse è la volta buona che riusciamo davvero a spezzare le reni alla Grecia. Non ci siamo riusciti nel Ventennio con i moschetti, ma adesso abbiamo trovato il metodo: esportiamo Tommaso Padoa-Schioppa per mandarli definitivamente sul lastrico.
In realtà, i nostri dirimpettai ionici hanno fatto quasi tutto da soli e pare che in un inspiegabile attacco di autolesionismo siano pronti a nominare l’ex ministro prodiano dell’Economia come consigliere del premier George Papandreu in materia di gestione del debito. Lo riportano le agenzie internazionali e il quotidiano ellenico To Vima e sembra ormai cosa fatta. Una bella scelta, quella di pescare il salvatore dalla Magna Grecia, soprattutto considerando che i bilanci di Atene sono già ridotti all’anoressia, dopo la tremenda crisi di questi ultimi mesi. Ma una scelta ancora più curiosa se si pensa che nel 2007 il Financial Times piazzava il nostro Tps al terz’ultimo posto nella classifica dei ministri finanziari d’Europa. Un passo avanti, dato che nel 2006 era miseramente ultimo.

Insomma, visto così l’«acquisto» di Padoa-Schioppa da parte dei greci equivale a una squadra di calcio che per salvarsi prenda Agroppi come allenatore. Anche perché - e forse questo nel Peloponneso e dintorni non si sa - Tps è l’uomo delle 69 nuove tasse in venti mesi di governo: l’aedo delle imposte, l’Omero della «Balzelleide». Questione di giorni e l’economo del Triveneto scenderà nelle polis greche armato di manovrine più indigeste del maledetto tzatziki tutto aglio e cetrioli.

Provate a immaginarvelo, Padoa-Schioppa. Immaginatelo mentre sbarca tutto sorridente al Pireo, in una Atene che è ancora tutta un pianto greco, che ha ancora negli occhi gli scontri sociali, la bancarotta, il disastro. Con la consueta buona creanza se ne uscirà immediatamente con una battutina da farsa sui «bamboccioni da abbandonare sul monte Taigeto». E pazienza se il monte sta a Sparta. Lasciatelo lavorare e vedrete se anche ad Atene, Salonicco e Creta i cugini ellenici non saranno costretti dall’austerity a una vita spartana.

I greci non ci metteranno molto a scoprire che Padoa-Schioppa non è Prometeo che regala il fuoco della ripresa, quanto piuttosto Atropo, la Moira che reciderà il filo della loro sopravvivenza economica. Capiranno ben presto che aver avuto una moglie con radici a Corfù non è sufficiente e che «Italia-Grecia: una faza, una raza» è uno slogan buono solo per Mediterraneo di Salvatores. Lo vedranno passeggiare nella sua caverna poco platonica e molto stoica, studiando nuovi modi di succhiare sangue, soldi e retsina ai contribuenti, magari esultando all’urlo di «le tasse sono bellissime, quasi quanto le spiagge di Mykonos». Lo sentiranno declamare grandi sillogismi come «i mercati non fanno distinzione tra decisioni sbagliate e decisioni irreprensibili» e malediranno l’Olimpo intero sentendogli ripetere che «l’immigrazione rafforza l’identità europea». E quando saranno finalmente consapevoli dell’errore fatto, all’improvviso si ritroveranno con il dazio sulla feta, il gravame sui passi del sirtaki, la stangata sulle sopracciglia folte. Si metteranno le mani in tasca per lapidarlo con le ultime monete rimaste e le troveranno più vuote di un’anfora a matrimonio finito.

Allora forse capiranno la sua pericolosità: perché se a loro bastarono trecento eroi per cacciare Serse alle Termopili, a noi per cacciare Padoa-Schioppa sono serviti milioni di italiani armati di scheda elettorale. E capiranno che - se non lo rimettono presto sul primo piroscafo - la storia riscriverà il monito anti-fascista «Hellàs einài tafòs tòn italòn», «la Grecia sarà la tomba degli italiani». Occhio, perché ci mettiamo un attimo a cambiarlo in «Padoa-Schioppa sarà la tomba dei portafogli greci».