mercoledì 23 giugno 2010

Nessuno difende Di Pietro. Spunta un altro filone

Vuoi vedere che finisce in paradosso, coi suoi fedeli che arrivano a paragonarlo all’arcinemico, all’outsider della politica per eccellenza, al leader estraneo ai poteri forti e sotto attacco dalla magistratura, ovvero a sua diabolicità Silvio Berlusconi? Succede anche questo nel day after dipietrista, il giorno dopo la notizia delle indagini sull’indagatore massimo Antonio Di Pietro. «Un atto dovuto», si affretta a dire la truppa Idv in Transatlantico, rispondendo pavlovianamente all’input dettato dal capo. Sì però... Però, che una Procura metta sotto inchiesta l’ex Pm fa un effetto disorientante in un partito abituato a procedere a braccetto con procuratori e pubblici ministeri. «Dovevano aprire quel fascicolo, tutto in regola», ripetono, sì però... Però quei titoli su tutti i giornali, «Di Pietro indagato per truffa», qualcosa hanno smosso nelle profondità della pancia dipietrista. Soprattutto ha colpito un fatto: la solitudine del leader, lasciato in ammollo dagli «alleati» del Pd, che finora l’avevano usato come ariete contro il berlusconismo (giocando pericolosamente col fuoco, chiedere ai due ex segretari Democratici bruciati nel giro di un annetto anche grazie al logoramento dell’amico Tonino...). Nemmeno uno scarno comunicato di solidarietà, neanche due misere righe alle agenzie, per dire poi niente di che, semplicemente un gesto di fair play tra compagni di opposizione, nel momento in cui tocca a Tonino cuocere sul barbecue giudiziario. Invece dai vertici del Pd mutismo assoluto, quasi che l’incidente di Di Pietro risultasse alla fine un punto a proprio favore, visto che lui non perde occasione per mettere becco in casa democratica, agitando la questione morale o l’eterno ripetersi di Tangentopoli, quando da quelle parti arrivano avvisi di garanzia o arresti. Chi la fa l’aspetti, sembra essere l’inconfessato motto nel Pd sul caso Di Pietro.
Qualcosa di preoccupante, anche alla luce di un disegno persecutorio più vasto, che Tonino comincia a prendere dannatamente sul serio. Quando il Corriere della sera, organo dei potentati economici (banche, assicurazioni, grandi gruppi industriali...) che siedono nel patto di sindacato di Rcs Media Group, ha pubblicato le foto di Tonino con Bruno Contrada, e poi è tornato sui buchi neri della sua carriera provocando due sue piccate richieste di rettifica, Di Pietro ha evocato chiaramente uno scarto nello scenario abituale: «Contro di me si stanno organizzando i poteri forti», disse. L’erompere in questo quadro di un’inchiesta giudiziaria sui conti del suo partito e sulla sua persona, lui che è il paladino della magistratura che finora aveva sempre archiviato le accuse dei suoi moltissimi accusatori (tutti ex amici), beh, è un tassello che aggiunge un’ulteriore tonalità di giallo alla nuova stagione dipietresca. «C’è una regia dietro tutte queste cose all’apparenza scollegate: vecchie foto che escono dai cassetti, accuse infondate dalla cricca sugli affitti di Propaganda Fide al partito, ora l’apertura di un’inchiesta al tribunale di Roma su un fatto già noto e già archiviato...» ragiona un parlamentare Idv. Da Grande Inquisitore a Gran Perseguitato? Solo una suggestione, forse, a cui qualcuno vuol legare la presenza di un noto fustigatore di banche, assicurazioni e altri Poteri con la p maiuscola: Elio Lannutti, storico presidente Adusbef e senatore dell’Idv.
Se l’accerchiamento giudiziario-plutocratico di Tonino resta ancora fantapolitica, l’isolamento invece è un fatto certo. I veri amici si vedono nel momento del bisogno, e in questo momento le spalle di Tonino sono piuttosto deserte, a parte l’appoggio scontato degli uomini che senza di lui il Parlamento lo avrebbero visto solo in tv. Ce ne sono altri invece che hanno un’aura di autonomia, tipo Luigi De Magistris, che non hanno dimostrato grande attaccamento alla causa. L’ex Pm napoletano ha fatto la dichiarazione più fredda e neutrale che si potesse immaginare: «Lasciatemi vedere le carte, poi dirò cosa penso...». Le carte? Bella fiducia nel leader, si lascia sfuggire un senatore dipietrista. E non è l’unico a criticare la prudenza pelosa di De Magistris (che ieri evocava una congiura dei «poteri forti»...). «Sbaglia politicamente dicendo di voler leggere le carte, forse pensa di fare ancora il Pm - attacca il deputato Idv Franco Barbato, l’unico che ha il coraggio di uscire allo scoperto - io metto la mano sul fuoco sulla regolarità dei conti Idv e sull’operato di Antonio. L’unica mia perplessità semmai riguarda la presenza della moglie (Susanna Mazzoleni, ndr) nell’organismo che riscuote i rimborsi, visto che non fa parte del partito. Ma sulla trasparenza non ho dubbi, tant’è vero che prenderò la tessera dell’Idv, perché va sostenuta la trincea della resistenza». Anche chi si aspettava un editoriale difensivo di Marco Travaglio sul Fatto di ieri, è rimasto a bocca asciutta. Come dicono i proverbi contadini, è solo sulla famiglia che si può contare. È per questo, forse, che nel partito di Tonino son tutti cognati, fratelli, figli, mogli...

martedì 22 giugno 2010

Tutti gli scheletri del supermoralista

E adesso, che fine farà la campagna per il «Parlamento pulito», adesso che tra i non puliti, gli onorevoli inquisiti da tenere a debita distanza, c’è pure lui, il campione dei valori, il Mastrolindo della politica italiana, l’eroe della legalità, Antonio Di Pietro? Azzardiamo un pronostico: non cambierà assolutamente niente, tutto come se nulla fosse. In fondo è la specialità di Tonino, capace come pochi altri di ficcarsi sempre in tremendi pastrocchi ma di uscirne sempre con la stessa olimpica nonchalance. Anche perché, diversamente da molti suoi nemici, il più delle volte peones o moralisti improvvisati (mentre lui ha il master in quella materia), non sono minimamente all’altezza del suo talento comunicativo e della sua micidiale capacità - ereditata dai vecchi mestieri di poliziotto e magistrato - di archiviare, raccogliere e ritrovare all’occorrenza carte giudiziarie e documenti per controbattere, «carte alla mano», alla accuse. Usando tra l’altro tutte le risorse tecnologiche disponibili, come un vero smanettone: Twitter, YouTube, Facebook, le pagine web del suo blog, quelle del sito Idv. Quando non funziona, passa alle querele, di cui è indiscusso leader in Parlamento. Anche quando si parla di vicende che diventano poi oggetto di indagini giudiziarie, come appunto la questione dei rimborsi elettorali per l’associazione Idv. Nel dubbio, Di Pietro cita in giudizio, chiedendo solitamente un bel patrimonio di risarcimento. È capitato quando il Giornale ha scritto della strana ambiguità tra partito e associazione di famiglia. Tonino si è sentito diffamato e ci ha portati in tribunale. Ora però un altro tribunale, quello di Roma, vuol veder chiaro, proprio su quella storia.
La carriera da supermoralista è dura, non ammette macchie, e se ogni tanto ne spuntano, Di Pietro ha pronto un suo speciale smacchiatore istantaneo: negare qualsiasi evidenza. Spuntano le foto di lui e Bruno Contrada pochi giorni prima dell’arresto del questore per collusioni mafiose? Era solo una cena con dei servitori dello Stato. Affiorano foto di Di Pietro con mafiosi bulgari? Sì ma lui non sapeva che fossero criminali. Ci sono foto di Tonino con un esponente della ’ndrangheta di Varese? Sì, ma non lo sapeva. La tesoriera del suo partito abita in una casa di Propaganda Fide, presa all’epoca Balducci? È un altro caso. Il giornale dell’Idv prese la sede in un appartamento di proprietà di Propaganda Fide, epoca Balducci? Ma che volete, ancora un caso. Di Pietro aveva rapporti con quel Saladino al centro dell’inchiesta «Why not»? Ma suvvia, lo conosceva appena. Tonino ebbe Balducci come presidente del Consiglio dei lavori pubblici al ministero? Sì ma lo conosceva appena, e lo spostò subito. Anche Mario Mautone, il provveditore alle Opere pubbliche della Campania e del Molise, indagato a Napoli, era con lui al ministero? Un altro che conosceva appena, e poi lo spostò subito. Ha fatto ristrutturare a spese del partito un appartamento a Roma che risulta sua proprietà privata e non sede di partito? Ma no, in quei mesi era adibita temporaneamente a sede di partito. Acquistò in svendita una Mercedes da Giancarlo Gorrini, imprenditore poi accusato di bancarotta fraudolenta, e vari favori da Antonio D’Adamo, costruttore inquisito? Macché, tutte malignità, tutto in regola. Nel partito riciclati, inquisiti e impresentabili? Sì vabbè, ma le mele marce ci sono anche nei cesti più pregiati, se ci sono non se n’era accorto, e prossimamente metterà le cose a posto.
Il supermoralista lo ripete spesso: appena c’è un sospetto, bisogna correre dai magistrati e raccontare tutto per aiutare le indagini. Ecco, il fatto curioso è che ultimamente a Di Pietro tocca correre spesso dal magistrato. È successo due anni fa, quando corse alla Procura di Napoli e parlò per tre ore con i pm che indagavano il figlio Cristiano nella vicenda degli appalti e raccomandazioni a Napoli e in Molise. È risuccesso recentemente, con la Procura di Perugia, dove Tonino si è precipitato per raccontare due o tre cose sul conto della cricca, che lo aveva tirato in ballo per gli appartamenti a Roma e altre faccende come l’Auditorium di Isernia (ma Di Pietro è totalmente estraneo, come sempre). È ri-risuccesso adesso, con la Procura di Roma, a cui Tonino dovrà fornire carte e informazioni per dimostrare, come dice lui, che è tutto in regola nell’amministrazione delle casse del partito. Fuori e dentro dalle aule giudiziarie, ma sempre per sbaglio, perché lui non c’entra mai. È come Jessica Rabbit: non è che sia ambiguo, sono gli altri a dipingerlo così.

venerdì 18 giugno 2010

Il programma elettorale del Pd? "Vietato pubblicare intercettazioni"

I post-it gialli che Repubblica va disseminando nelle sue pagine da giorni per ricordare ai lettori che «la legge-bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati», forse andrebbero appiccicati agli occhiali di Walter Veltroni. Uno per lente. Tanto non gli servono per vedere che il limite del ridicolo, l’ex leader del Pd, lo ha già oltrepassato da un po’.
L’ultima dichiarazione del fu sindaco di Roma in tema di intercettazioni porta la data del 10 giugno ed è un grido di dolore: «Il ddl è una ferita aperta e profonda, questa è una brutta giornata per il Paese». Una coscienza democratica lacerata, ancora risuona l’eco dello strappo irreparabile. A martirizzare la sensibilità civica di Veltroni, ovviamente, l’approvazione con fiducia - da parte del Senato - del provvedimento che limiterà le intercettazioni e soprattutto impedirà l’esondazione di atti secretati sulle pagine di tutti i giornali. Niente da dire, un atto barbarico. Peccato che lo stesso Veltroni abbia sostenuto la stessa identica soluzione per anni.
In realtà, a voler essere precisi, Veltroni quella sua linea non la sostenne soltanto, ma addirittura la mise nero su bianco. E mica su un post-it. No, sul suo programma elettorale alle Politiche 2008, quelle del «Si può fare» che faceva il verso all’obamiano «Yes, we can». Al punto 4 («Diritto alla giustizia giusta, in tempi ragionevoli»), comma b, Walter proponeva «il divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e delle richieste e delle ordinanze emesse in materia e di misura cautelare fino al termine dell’udienza preliminare, e delle indagini, serve a tutelare i diritti fondamentali del cittadino e le stesse indagini, che risultano spesso compromesse dalla divulgazione indebita di atti processuali». Il ddl attuale pari pari. Non solo, allo stesso comma, Veltroni aggiungeva: «È necessario ridurre drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinare sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali per renderle un’efficace deterrenza alla violazione di diritti costituzionalmente tutelati». «Deterrenza», «ridurre drasticamente», «più severe»: roba da fargli una corona di post-it e mandarlo in giro come un monumento vivente alla giravolta. Eppure ai tempi nessuno disse nulla, neanche La Stampa, che magari poteva sottolineare in giallo quelle parti del programma, così come ora sottolinea quelle parti di articoli che non si potrebbero pubblicare con il nuovo ddl. Neanche i giornalisti Rai che ora protestano, inviati in quell’Africa tanto cara allo stesso Walter.
Si potrebbero anche segnalare gli ulteriori, successivi interventi di Veltroni sul tema. Era il novembre 2008 e lui tuonava: «Ci vogliono meccanismi per impedire che le intercettazioni finiscano sui giornali, in un sistema in cui la vita dei cittadini è presa, palleggiata e sbattuta contro un muro». Certo, se i cittadini sono democratici. Se sono popolari o libertari possiamo pure rimbalzarli tra escort, Salaria Sport Village e compagnia finché non si sgonfiano. Toni ancor più netti nel febbraio 2009: «Non devono uscire sui giornali, questo è un fatto di civiltà, un’elementare norma di privacy (...). Le intercettazioni possono essere limitate nel tempo».
E allora discutiamone, di questa civiltà, di questo «elementare Walter». Perché un anno e spicci fa le intercettazioni dovevano rimanere blindate fuori dai giornali e ora invece, se qualcuno si adopera per dare due mandate e buttar via la chiave, si parla di «ferita»? E ancora: quando Veltroni scriveva il suo ponderoso programma elettorale, dov’erano tutti gli esponenti del Pd che ora levano pugnaci gli scudi come indomiti spartani davanti a Serse? Quel Bersani che ora invita le truppe a «combattere con tutte le forze», due anni fa mica era parlamentare del Partito dei pensionati cecoslovacchi. No, era nel direttivo del Pd. Non era della corrente veltroniana, ma se Walter fosse stato eletto premier, quello sarebbe stato anche il suo programma di governo. Com’è questa storia? Allora si poteva fare e ora non si può più fare?
La realtà è che a sinistra le intercettazioni sono come gli acquazzoni estivi: piacciono solo se non siamo noi a essere in ferie. E così tutti a ringhiare se nel marasma indifferenziato della pubblicazione-spazzatura ci finiscono D’Alema o Consorte, Prodi o la giunta Iervolino. Tutti a difendere la facoltà di sparlare, invece, se a finire in prima pagina sono le chiacchierate - magari assolutamente private - di gente comune, meglio ancora se legata al centrodestra.
Resta che la capacità camaleontica di Veltroni è quasi patologica. Quasi da mosaicismo, quella particolare condizione per la quale in un individuo convivono diverse linee genetiche. Ecco, Veltroni - e il suo proverbiale ma-anchismo lo conferma - ha dna giustizialista quando governa Berlusconi, dna garantista quando nei casini c’è gente del Pd. Custodiamolo con cura, roba da clonare in futuro: mai visto un politico in grado di adattarsi così bene a tutti i climi.

martedì 15 giugno 2010

Il sindaco di Draquila adesso chiede aiuto

Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, Pd, ha lanciato ieri un drammatico appello al Paese. Dice che le risorse sono finite, che la ricostruzione è ferma, che il Paese deve riaccendere i riflettori su una città allo stremo e bisognosa di aiuto. Non dubitiamo, probabilmente tutto questo è vero. Il problema è un altro. Perché Cialente, oltre che sindaco, è autorevole membro di un’area politica, quella di sinistra, che dal giorno dopo il sisma si è impegnata a tempo pieno per negare i successi dei soccorsi e dell’assistenza, per ridicolizzare il premier che di fatto si trasferì in pianta stabile in Abruzzo per guidare personalmente i primi interventi, per minimizzare quel miracolo italiano che è stata la costruzione a tempo di record degli alloggi antisismici per gli sfollati. È la stessa area politica che ha messo nel mirino Bertolaso e la Protezione civile, indicandoli al Paese come il male assoluto, che si è battuta contro procedure speciali e vie preferenziali nella gestione delle emergenze, che ha trasformato una legittima inchiesta giudiziaria su fatti specifici (che al momento con l’Aquila ha poco a che fare) in una delegittimazione completa di un sistema di intervento che avrà avuto anche falle ma che in quanto a efficienza non è stato secondo a nessuno.
Già, quali riflettori vorrebbe riaccendere Cialente? Forse quelli usati da Sabina Guzzanti per girare Draquila, il film cult della sinistra proiettato tra gli applausi a Cannes che fa passare il governo Berlusconi e i soccorritori come una manica di incapaci approfittatori? O forse le luci che piacciono a Cialente sono quelle che hanno illuminato i collegamenti con Annozero e Santoro, durante i quali i pochi casi di inefficienza e ingiustizia venivano spacciati per regola generale? O ancora, sono piaciuti al sindaco i riflettori che la stampa ha acceso sulla notizia che gli scienziati italiani, caso unico al mondo, sono finiti sotto inchiesta per non aver saputo prevedere giorno e ora della grande scossa?
Da otto mesi, caro sindaco, il suo segretario di partito, Bersani e la sua cricca sputano veleno, aggiungendo fango di parole a quello delle vostre montagne. Per una volta, evidentemente gli italiani hanno creduto alla sinistra: se lì dalle sue parti è tutto un magna magna e circolano soltanto imbecilli, mi sembra logico che sia scattato il disinnamoramento. Avete messo il governo all’angolo e ora vi lamentate che non stia al centro del ring. A fare che cosa? A prendere cazzotti da voi dovendo tenere le mani basse perché quando ci sono di mezzo morti e sofferenza non si può reagire anche se si è nel giusto? Fino a che all’Aquila ci sono stati Berlusconi e Bertolaso i problemi sono stati affrontati e risolti. Li avete di fatto cacciati mettendo in piazza anche il popolo delle carriole e ora vi lamentate.
Avremmo voluto sentire forte la voce del sindaco contro la Guzzanti che portava nel mondo una immagine falsa del nostro Paese e del nostro governo. Non è successo. Se lo avesse fatto oggi sarebbe più credibile e autorevole nel chiedere aiuto. Anche se per l’autocritica, e le scuse, non è mai troppo tardi.

lunedì 7 giugno 2010

Di Pietro, verità bugiarde: per lui niente regole

Antonio Di Pietro è straordinario. Sia detto senza ironia e nel senso più letterale del termine: fuori dal comune. Negli anni è riuscito, infatti, a fabbricare e a far accettare alla maggior parte degli organi di informazione due realtà, governate da regole assolutamente in antitesi tra di loro. Una si applica all’universo mondo; l’altra a Tonino e ai suoi (pochi) amici.

Ieri il leader della sedicente Italia dei valori ne ha fornito l’ennesimo esempio. Attaccato dal Corriere della Sera che, con qualche anno di ritardo, gli chiedeva conto di alcune delle innumerevoli ombre che caratterizzano il suo multiforme percorso, l’ex magistrato più famoso d’Italia ha preso carta e penna e si è esibito in uno dei suoi pezzi forti: la risposta perentoria-omissiva. Una lunga spataffiata piena di mezze verità. Qualche esempio a caso.

«Non sono affatto stato convocato dai magistrati di Firenze con “tanto di apposito decreto di notifica”», scrive il Tonino nazionale. Sembra una smentita senza possibilità di replica, in realtà è un trucco verbale. La traduzione è: «Sono stato convocato, ma NON con apposito decreto». Peccato che Di Pietro, il giorno che era stato interrogato in merito ai suoi rapporti con la «cricca», avesse sbandierato ai quattro venti tutt’altra versione: «Mi sono presentato spontaneamente, sono un testimone d’accusa». Notare che questa figura nel processo italiano non esiste, l’ex pm l’ha presa pari pari dai telefilm americani ma, salvo pochissime eccezioni, la stampa di cui tanto si lagna gliel’aveva data per buona. Oggi, nel suo modo contorto, ammette che era una bufala.

«Non è affatto vero che io mi sia laureato in modo anomalo», proclama il Grande Moralizzatore, specificando di aver concluso l’università nei quattro anni previsti. Già, ma l’anomalia era un’altra: aver sostenuto in appena 32 mesi ben 22 esami, tra i quali diritto privato, diritto pubblico, diritto amministrativo. Un’impresa al limite dell’umano, chiedere per conferma a qualsivoglia studente di Giurisprudenza.

«Le accuse circa i miei presunti favori ricevuti da Pacini Battaglia, da Antonio D’Adamo e da Giancarlo Gorrini sono state tutte smontate dai giudici di Brescia». Certo, gli ex colleghi sono stati benevoli con Di Pietro. Ma ciò non toglie che quei favori dai suoi inquisiti (soldi a tranche di 100 milioni, pied à terre a disposizione, incarichi e consulenze per parenti e amici e via elencando) non sono affatto «presunti». Ci sono stati, sono agli atti: «Fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare», è scritto nella sentenza.

E qui siamo al cuore del problema. Delle sentenze Di Pietro (così come il suo aedo Travaglio, che anche ieri sul Fatto quotidiano si è lanciato in una incespicante difesa dell’eroe) prende quel che gli fa comodo. Se, come in questo caso, dà ragione a lui, allora va bene il risultato finale: sono stato assolto, inutile andare a vedere i dettagli. Se invece l’assoluzione di altri non gli garba, allora eccolo spaccare il capello in quattro, scavare nei dispositivi alla ricerca della parolina accusatoria. O dare del corruttore a persone in realtà mai condannate per corruzione.

È il sistema Di Pietro: giustizia sommaria per gli avversari, ipergarantismo per se stesso. Ha fatto la tricoteuse ai piedi della ghigliottina mentre i giornali facevano sfilare chiunque fosse venuto a contatto con la «cricca». Quando è toccato a lui, interrogato a Firenze, ha fatto il furbo. Ma quando la lista Anemone gli è entrata, è il caso di dirlo, in casa, con gli appartamenti di Propaganda Fide assegnati al suo braccio destro Silvana Mura e al giornale del suo partito, allora Tonino-Robespierre è esploso. E si è rifugiato nella sua seconda vita.

«Se l’informazione dei quotidiani nazionali è di così bassa lega allora non vale la pena pagare un solo cent né per stamparli né per comprarli», ha tuonato l’uomo che va in piazza per difendere l’informazione libera. «Querelo!», ha strillato il recordman delle querele ai giornali che per protestare contro la querela a un giornale (ma l’aveva fatta Berlusconi a Repubblica...) ha fatto processare l’Italia al Parlamento europeo.

«Se la notizia è falsa e ad essa si dedicano pagine, approfondimenti e commenti, la responsabilità va ricondotta sia a chi dirige questi giornali sia a chi dirige i direttori dei giornali», ha scritto il paladino della libertà di stampa di cui sopra. Ma chi lo dice che la notizia è falsa? Perché se l’architetto Zampolini parla di casa Scajola è un evangelista, mentre se parla di casa Mura è un volgare mentitore? E perché i quotidiani che fino a ieri Tonino definiva «minacciati dalla legge bavaglio» dovrebbero tacere proprio quell’informazione e non altre?

Ma il capolavoro dipietresco deve ancora arrivare. Gustatelo in tutte le sue doppiopesistiche sfumature: «È in malafede chi accomuna la mia situazione, di pura diffamazione, a quella di persone le cui accuse devono sì essere provate in un tribunale, ma sono largamente documentate da intercettazioni e testimonianze incrociate». Intercettazioni come quella degli «incriccati» Fusi e Bartolomei che tirano in ballo l’ex ministro Di Pietro. Testimonianze come quella di Zampolini che parla delle case Anemone per l’Idv. Ma dimenticavamo: qui siamo nell’altra realtà, quella dove il sospetto non è l’anticamera della verità, quella dove i giornali devono mettersi il bavaglio da soli. La realtà che vale solo per Tonino e C.

giovedì 3 giugno 2010

Zampolini chiama in causa Prodi, Rutelli e Veltroni Silenzio stampa a sinistra

Strano. Per i grandi giornali esistono due architetti Zampolini. Quando pontifica il primo, quello che attacca il controdestra e colpisce come birilli gli Scajola e i Bertolaso, le sue parole diventano immediatamente titoli, sottotitoli e strilli a tutta pagina. Quando viene avanti il secondo Zampolini, quello che mette il naso nel piatto del centrosinistra e descrive il sistema degli appalti che ruotava intorno agli architetti amici di Veltroni, Prodi e Rutelli, il clamore si spegne, i titoli si afflosciano, gli strilli diventano colpetti di tosse. Curioso, perché l’architetto Angelo Zampolini fino a prova contraria è uno e uno solo. E ci siamo fatti l’idea che sia autorevole. O meglio, preciso e documentato nelle sue accuse.
Quando l’architetto ha puntato l’indice contro il ministro dello Sviluppo economico, la testa di Scajola è rotolata nel cesto decapitata dall’indignazione dei media. Scajola, modesto dettaglio, non era nemmeno indagato, ma certo l’episodio si commentava da sé, altri testi hanno portato acqua al mulino dell’architetto, il ministro si è difeso senza chiarire.
Insomma, questo Zampolini si è rivelato affidabile. E le puntate delle sue confessioni sono ormai un ritornello sulla stampa. Ieri ce n’era per Bertolaso e per Di Pietro, che però, come sappiamo, è una figura particolare nel firmamento dei postulivisti. Solo che a sfogliare pagine su pagine c’era da rimanere interdetti. E dove sono finite le affermazioni relative agli architetti legati ai big del centrosinistra?. Attenzione: non parliamo di figure di seconda fila. Ma dell’ex premier Romano Prodi e degli aspiranti premier Walter Veltroni e Francesco Rutelli. Siamo ai vertici del centrosinistra. E, a sentire Zampolini, siamo anche dentro i meccanismi della trasversalissima cricca. Il professionista è secco: «Durante il governo Prodi i miei progetti in vista del G8 a La Maddalena e delle opere per le celebrazioni dell’Unità d’Italia furono scartati perché venivano privilegiati altri». Chi? Zampolini non è certo un uomo ermetico. E non si fa pregare: «Quelli che lavoravano erano Stefano Boeri che era amico di Prodi e Rutelli. E l’architetto Napoletano che era amico di Walter Veltroni».
Accuse durissime. E tutte da dimostrare. Ma accuse che dovrebbero meritare qualche robusto elemento di titolazione oltre alle ovvie smentite degli interessati che annunciano ritualmente querele a grappolo. Invece, la lettura dei giornali è una caccia al fantasma. Quelle dichiarazioni sono merce introvabile. Invisibile. Non ci sono. Nemmeno una riga sul Fatto, sempre pronto a rigirare il dito nella piaga del clientelismo del centrodestra, nemmeno una riga su Repubblica che sugli affari della cricca ha scritto chilometri di articoli, nemmeno una riga sull’Unità, sempre in prima linea nel denunciare gli intrallazzi obliqui dei berluscones.
I giornali non vedono. Non sentono. Non scrivono. Il primo Zampolini sembra l’oracolo di Delfi, lo Zampolini numero due dev’essere afono. O il gemello stupido dell’altro. Se si va sui siti, più sensibili del mercurio di un termometro a registrare gli umori giacobini dell’opinione pubblica, la navigazione non porta da nessuna parte. Anche la rabbia va a corrente alternata. Come le informazioni che la cronaca giudiziaria deposita sulla lavagna dei buoni e dei cattivi. Il secondo Zampolini cammina nel deserto. Nemmeno una foto, una didascalia o un occhiello sugli appalti con la freccia a sinistra. Solo il Corriere della sera dedica tre colonne di un articolo-lenzuolo e mezzo sommario al versante sinistro della cricca. E mette in moto i Prodi, i Rutelli e i Veltroni che prontamente danno del calunniatore a Zampolini. Lo stesso Zampolini che sul fronte destro del sistema gelatinoso è considerato una specie di Cassazione. Strano. Anzi, strabico.
Già a febbraio, quando l’inchiesta sulla cricca era venuta allo scoperto, si erano lette le intercettazioni - della fine del 2007 - di architetti e imprenditori che più o meno dicevano le stesse cose. Ecco Vincenzo Di Nardo: il direttore generale dell’impresa di costruzioni Btp, spiega ad un architetto «il ruolo» decisivo nella scelta di questo o quel progetto di Angelo Balducci, il potente burocrate poi arrestato, «ma anche l’uomo di Rutelli dentro i ministeri». E ancora, disgustato per l’esito di un appalto: «Questo è una appalto banditesco... c’è un sottobosco romano che è fatto di gente che bazzica i ministeri». Tanto che sempre in quelle intercettazioni, nate nell’Italia del centrosinistra e proseguite in quella del centrodestra, Di Nardo racconta di quella volta che apostrofò Di Pietro: «Se vuole le posso dare nome e cognome di chi vince». «Lo so è una vergogna», avrebbe replicato il contrito leader dell’Idv. E il manager, a proposito di Di Pietro, afferma: «Se potesse dimostrare che Rutelli ha gestito questo, che Veltroni ha gestito questo in modo disonesto...». Quattro mesi dopo, Zampolini torna a illuminare quel mondo, ma nessuno gli dà retta. A parte la troika del centrosinistra che rispedisce al mittente i verbali. Cominciando da Prodi che lo fulmina così: «Il signor Zampolini spara nel mucchio». Quando però spara a destra, manca poco che passi per uno statista.

Quanti buchi neri nella vita di Di Pietro

Pur se con le ossa rotte e l’immagine devastata, fra bu­chi neri e cattive frequentazio­ni, alla fine Antonio Di Pietro riesce sempre a uscire dai guai. I suoi detrattori da anni denunciano un atteggiamen­to assolutamente benevolo da parte degli ex colleghi in to­ga, che l’ex Pm molisano di­fende sempre, comunque, do­vunque. Lui, Tonino, rivendi­ca onestà e trasparenza anche se poi ad ogni problema che lo riguarda risponde con quelle «citazioni civili» che fanno cassa ed evitano - per dirla con gli amici del Fatto Quoti­diano incavolati con le citazio­ni civili di Schifani­un dibatti­mento pubblico impedendo «al Pm di svolgere autonoma­m­ente indagini sui fatti conte­nuti negli articoli in maniera più ampia rispetto a quanto si può fare in sede civile».

L’uni­ca «condanna» riguarda la so­spensione di tre mesi da parte del Consiglio nazionale foren­se che lo ha riconosciuto «col­pevole » di illecito deontologi­co «per aver violato i doveri di lealtà, correttezza e fedeltà nei confronti della parte assi­stita »: che poi era il suo mi­glior amico di sempre, Pa­squalino Cianci, accusato del­l’omicidio della moglie. Non più magistrato, neo avvocato, Di Pietro prese le difese del­l’uomo a cui voleva tanto be­ne, ma che «tradì» passando con le parti civili che sostene­vano l’accusa. L’immagine del leader dell’Idv di recente ha rischiato di offuscarsi per quel che si è detto e scritto sui suoi presunti rapporti coi ser­vizi segreti (dalle foto insieme a funzionari della Cia al tavolo con l’indagato per mafia Bru­no Contrada fino alle irrituali indagini alle Seychelles per dare la caccia al faccendiere Francesco Pazienza).S’è incri­nata a proposito delle polemi­che sui «viaggi americani» nel boom di Tangentopoli a fian­co di personaggi (Leeden e Luttwak) considerati dalla si­nistra italiana vicini all’intelli­gence a stelle e strisce.

E che dire degli incidenti e dei passi falsi sul fronte «mafia»: accu­sò­il generale Mori per la scom­parsa dell’agenda rossa di Pa­olo Borsellino, e fu costretto a ritrattare: giurò di non aver mai visto Ciancimino, e il co­lonnello De Donno lo smentì ricordandogli un suo interro­gatorio a don Vito a Rebibbia; ammise di aver ricevuto dal Ros, prima della strage di via d’Amelio,un sos che lo mette­va fra gli obiettivi della mafia insieme a Borsellino (e solo lui fu allontanato dall’Italia con un passaporto falso, il giu­dice no e morì) smentendo quanto lui stesso aveva rac­contato nel 1999 ai giudici del Borsellino ter («Ho saputo del­­l’Sos dopo la strage di via d’Amelio»).

Prima,dopo,per­ché non avvertì lui Borselli­no? Boh. Contrada a parte, Di Pietro ha la sfortuna di finire spesso immortalato con per­sone poco raccomandabili: at­tovagliato sul Mar Nero, da eu­roparlamentare Idv, assieme al boss bulgaro Ilija Pavlov, uc­ciso da un cecchino; eppoi è in piedi, abbracciato a vari commensali di un pranzo elet­­torale, fra cui il presunto boss della ’ndrangheta Vincenzo Rispoli. Personaggi scomodi. Come quell’Antonio Saladi­no che frequentò in più occa­sioni, considerato il deus ex machina dell’inchiesta Why Not del collega Luigi De Magi­stris. Come il provveditore Mario Mautone, condannato a due anni nell’inchiesta Ro­meo, noto per le telefonate di raccomandazioni col figlio di Tonino, Cristiano, e per le tan­te versioni date sul suo conto dall’ex Pm in merito anche al­la conoscenza dell’indagine quand’era ancora coperta dal segreto.

Il politico di Montene­ro di Bisaccia s’è imbattuto spesso in collaboratori ingua­iati con la legge (dal fidatissi­mo Roberto Stornelli, appun­­tato arrestato nel ’ 96, a Giusep­pe Di Rosa, maresciallo, arre­stato per concussione) e in in­dagati eccellenti da cui ha rice­vuto favori particolari: tipo l’imprenditore della Maa Assi­curazioni, Giancarlo Gorrini, poi sott’inchiesta per banca­rotta fraudolenta, da cui prese in svendita la Mercedes, che per due volte gli assunse il fi­glio, che passò pacchi di prati­che legali alla moglie, la storia dei famosi cento milioni sen­za interessi, altri milioni per coprire i debiti di carte dell’al­tro amico Rea, capi d’abbiglia­mento, viaggi aerei; tipo il co­struttore Antonio D’Adamo, quello della Lancia Dedra, l’uso di un appartamento die­tro il Duomo, la stanza pagata all’esclusivo Mayfair di Ro­ma, altre consulenze per la moglie e per l’avvocato amico Lucibello e via discorrendo. Ma di vicende che fanno anco­ra di­scutere è piena la sua bio­grafia: la laurea presa lavoran­do notte e giorno, dando 21 esami in 31 mesi; il giallo del­l’esame da magistrato (con i sospetti di un rocambolesco ripescaggio dopo l’insufficien­za ricevuta).

Fra gli amici sco­modi al contrario, c’è l’ex fon­datore dell’Idv Mario Di Do­menico che l’ha trascinato in tribunale (senza fortuna) de­nunciando ruberie nel parti­to. C’è l’imprenditore di Ter­moli, Sandro Giorgetta, che ha registrato un finanziere che parlava di un piano di Di Pietro per incastrare Mastella (c’è un’inchiesta a Bari). C’è Elio Veltri, altro vecchio ami­co ed ex alleato politico con Occhetto, che reclama il dovu­to economico del voto del 2004 e che ha costretto la pro­cura di Milano ha indagare sullo statuto dell’Idv e e sul­l’omonimia «Associazione (di famiglia, ndr) Idv» e «Parti­to Idv » ipotizzando un mecca­nismo diabolico di «sostituzio­ne » dell’una rispetto all’altro per incamerare i rimborsi elet­torali. Nel partito è cresciuta l’insofferenza per la gestione dei soldi, per alcuni candidati dai precedenti penali imba­razzanti. Qualcuno ha alzato la testa, altri se ne sono andati, molti sono arrivati.

Si è detto di tutto e di più del patrimo­nio immobiliare di Tonino e della società immobiliare «An­tocri » (acronimo con le inizia­li dei suoi figli) con apparta­menti persino affittati all’Idv, o privati ma ristrutturati con fatture intestate al partito (co­me quello di Via Merulana 99 a Roma), ma alla fine giudizia­riamente l’ex Pm ne è uscito sempre intonso. La realtà è sotto gli occhi di tutti: checché se ne dica, Antonio Di Pietro in tribunale non perde (qua­si) mai. E non dite che gode di protezioni particolari sennò vi beccate una querela. Anzi, una citazione per danni. Ci sa­rà un motivo se il capo del gab­biano è il secondo leader di partito, dopo Berlusconi, a di­chiarare di più al fisco.