sabato 29 maggio 2010
"Repubblica", santa sede delle falsità
Ieri è stato distribuito ai credenti il nuovo messale dell’Espresso che recava in copertina le sacre immagini del Padre Eco e del Figlio Saviano ed un titolo vagamente biblico: un NOI, gigantesco, contro la legge. Il Padre, Umberto Eco, ha esortato dal Monte Sinai i credenti a resistere resistere resistere perché siamo al colpo di Stato strisciante. Il Figlio, Roberto Saviano, ha annunciato di disobbedire alla legge dell’impero del male, Berlusconi, in materia di intercettazioni, e lo Spirito Santo, Adriano Sofri, ha difeso il Figlio di
Dio dall’eresia del Manifesto che ha osato, tramite Del Lago, criticare Saviano e il Libro Sacro, Gomorra. Noi che non facciamo delle nostre idee un dogma di fede, non bruciamo gli eretici e non consideriamo la lotta politica come la guerra finale tra il Bene e il Male, sappiamo distinguere. Sappiamo, ironie giocose a parte, che Scalfari è un Signor Giornalista e giudichiamo perfino interessante la sua senile conversione alla filosofia e a Nietzsche.
Sappiamo che Monsignor Ezio Mauro il suo mestiere di Prefetto del Sant’Uffizio lo svolge bene, con meticolosa faziosità ma anche con vera professionalità. Che Umberto Eco è un Grande Intellettuale e merita un premio alla carriera. Che Adriano Sofri è un vero intellettuale anche se non merita un premio alla carriera. Che Roberto Saviano è un coraggioso giornalista, non ha torto sulle intercettazioni, su cui scrive cose di buon senso, che non è dogmatico come i suoi concelebranti e ha scritto un libro importante e comunque positivo. Come vedete, non c’è disprezzo irriguardoso verso nessuno di loro e rigetto pregiudiziale delle loro opinioni; e ciò nonostante il loro atteggiamento arrogante nei confronti di chi non la pensa come loro, nonostante il loro disprezzo a priori e la loro finzione d’inesistenza di chi dissente dal loro catechismo. Però guardiamoci negli occhi e diciamoci la verità: ma credete veramente che siamo davanti ad un golpe strisciante? Vedo molti strisciare, ma golpe non ne vedo proprio l’ombra. Mi pare,anzi, che in questo paese non si riesca a fare un grande riforma strutturale, un taglio vero alla politica, o una politica in favore del merito, come sognava Brunetta, proprio perché il potere è un’entità ineffabile, astratta, soggetta a mille vincoli europei, burocratici, parlamentari e a cento ricatti, mediazioni, compromessi. Ma vedete pure la legge sull’intercettazione, non riescono a vararla. E io sono contento, vi dico la verità, perché così non mi piace; ma vi pare che un potere golpista sia impotente a varare perfino una legge del genere? Vi pare possibile che un dittatore non riesca a far passare nemmeno una legge, pur contando su un’ampia e democratica maggioranza? Vi pare golpista un governo che ha dovuto perfino rimangiarsi l’abolizione di dieci piccole province (e menomale, era un infanticidio assurdo, perché bisogna eliminarne tutte, a cominciare dalle più costose e non certo dalle più piccole e meno costose)? Vi pare golpista un governo che manda il suo ministro dei beni culturali a inaugurare una mostra e il pubblico gli fa buu e gli impedisce di parlare? Vi pare golpista un governo che non può mandare un suo ministro a ricordare la strage di Bologna perché teme di essere contestato pur non c’entrando nulla con i governi dell’epoca e con la strage? Vi pare golpista un premier che invita la presidente della Confindustria a entrare nel governo e lei rifiuta a scena aperta con l’appoggio della platea? È grottesco che questa denuncia di golpe strisciante avvenga proprio mentre Berlusconi, citando avventurosamente Mussolini, dice di non avere potere se non sul proprio cavallo.
O volete dire che il golpe lo sta facendo il colonnello Tremonti con i sacrifici imposti e la finanziaria? Ma la stessa manovra la stanno facendo in tutta Europa, ieri nella Spagna di Zapatero. Via, non scherziamo.
Per finire vorrei notare l’indecorosa vecchiaia a cui è stato condannato dalla sua stessa Chiesa Umberto Eco. Viene invocato ed esposto come una sindone ogni volta che deve esprimere anatemi contro il nemico del popolo di Repubblica e per certificare, dall’alto della sua Infinita Sapienza, che ci troviamo in stato di peccato: per dirla in latinorum, meo golpe, meo golpe, meo grandissimo golpe. Come un ayatollah del laicismo tocca a Eco giustificare la fatwa, applicare la sharia e ad esortare alla jihad. A chi e a cosa vuol resistere, egregio professore, se non ai brutti effetti della vecchiaia e al rischio di suonare fuori luogo le trombe della salvezza, passando così per trombone?
lunedì 24 maggio 2010
Bersani fa una cosa di sinistra: dice le parolacce
E poi dicono che non sono il braccio e la mente. Il segretario parla con tosta cadenza emiliana all’assemblea nazionale del Pd. Tutti in riga e attenti. Bersani che ha un cuore metallaro si ritrova presto nella parte e come a un concerto degli Ac/Dc lascia da parte Frattocchie e memorie berlingueriane per dire al ministro Gelmini cosa pensa del suo ruolo pubblico e istituzionale. Il mix è perfetto: retorica e parolacce. «Io sono per fare uscire da questa assemblea una figura eroica, i veri eroi moderni, gli insegnanti che inseguono il disagio sociale in periferia, lottano contro la dispersione mentre la Gelmini gli rompe i coglioni». Coglioni? Si, ha detto coglioni. Non ci sono dubbi. È il vestito nuovo dell’imperatore. L’idea è questa. Parlare come al Grande Fratello e sperare nell’auditel. L’effetto è simile al nobiluomo che si sforza di raccontare barzellette in dialetto. Patetico.
Tutto comincia con D’Alema in salsa Ballarò, che prima di essere un salotto tv era il mercato popolare di Palermo. Si parla di case e l’uomo che si considera il più intelligente della sinistra italiana si ritrova a fare i conti con il suo passato di inquilino privilegiato. Sallusti, condirettore di questo giornale, ricorda a D’Alema di non fare troppo il moralista, perché anche lui ha qualche peccato da farsi perdonare. La reazione è fuori dalla grazia di Dio. D’Alema sbianca, arrossisce, vibra i baffi, fa il volto arcigno, inscena una noblesse oblige che casca male, infine sbraita, sbraca e manda Sallusti a farsi fottere. Tutto in diretta tv. Lo sfogo è istintivo. Il resto del tempo a dimostrare che lui non è psicologicamente fragile, ma ha risposto alle accuse come vero uomo del popolo. Il bello è che tutti nel partito si sono adeguati. Si aspetta un «li mortaci tua» di Veltroni e un «accipicchia» di Franceschini.
Non importa che la «rompicogliona» sia un ministro della Repubblica, una donna, un politico che sta facendo il suo lavoro, senza insultare nessuno. La sinistra perbenista e bacchettona, elegante e aristocratica che alza il sopracciglio disgustata alle cadute di Berlusconi oggi non ha nulla da rimproverarsi. Se Berlusconi scherza con la Bindi è maleducato, se Bersani mette un’etichetta alla Gelmini è un politico che parla come mangia. Non ci sono scandali. Non ci sono morali. Nessuno che si strappi i capelli o chieda le dimissioni per comportamento scorretto. Non ci sono in giro femministe. Non si danno lezioni di bon ton. È un benefit che spetta agli aristocratici di professione, quelli che danno identità a questa sinistra senza più radici. Sono anni che il Pd e la sinistra extraparlamente non riescono a intercettare la sensibilità dei cittadini. È per questo che non li votano. Bertinotti scelse alle ultime elezioni politiche come quartier generale l’Hollywood Cafe di via Veneto. Era il segno che qualcosa si era spezzato. Era un cambio di bandiere e identità. Ma questa messiscena con turpiloquio è peggio. È miseria senza nobiltà.
Il guaio, per il pd, è che non basta mascherarsi da Di Pietro o abbassare i pollici alla Totti per diventare popolari. Le parolacce non suppliscono a un carisma che non c’è.
mercoledì 19 maggio 2010
De Benedetti: "D’Alema caso umano"
Ecco dunque che a stretto giro la stoccata del presidente del Copasir, che lunedì aveva parlato pubblicamente dei «Berluschini di serie B» facendo un esplicito riferimento all’editore di Repubblica, è stata vendicata. Con tanto di sovrappiù, visto che così la sfida tra i due pesi massimi del centrosinistra italiano ieri ha raggiunto la platea internazionale. A onor del vero, il primo affondo di questo duello a distanza, del quale presumibilmente vedremo nel futuro prossimo gli ulteriori round, era stato iniziato proprio da De Benedetti, che nel libro Guzzanti vs De Benedetti aveva attaccato l’ex presidente del Consiglio Pds: «D’Alema non ha fatto nulla, lui e Bersani stanno uccidendo il Pd».
Vedremo come andrà a finire, fatto sta che la violenza e il risentimento spesi per continuare l’alterco con D’Alema sono stati solo la punta dell’iceberg dello show debenedettiano di ieri a Londra. Spettacolo che, in pieno rispetto della dialettica del «partito Repubblica», non poteva non prevedere un forte attacco al premier: «Berlusconi? È la peggiore soluzione per il nostro Paese». «Il nostro premier - ha sottolineato De Benedetti - è alla meglio un furbo, e lo dico per essere gentile con lui. Ma non credo che politicamente durerà ancora a lungo». «Il problema - ha detto ancora - è che nel nostro Paese non abbiamo un’opposizione. E il nostro giornale è considerato dalla sinistra un competitor della sinistra, che non capisce che i nostri lettori sono i loro elettori. E questa è una dimostrazione di debolezza».
Forse pensando di non aver sufficientemente «sputtanato» l’Italia sul palcoscenico londinese, De Benedetti ha poi parlato, a modo suo, della questione meridionale: «Se facciamo qualcosa di serio per l’evasione fiscale ci sono regioni dell’Italia del sud che vanno al collasso. Me lo ha detto un ministro del Tesoro italiano». «L’Italia - ha concluso - non è un Paese unico, ma due. Nel Nord c’è un’area competitiva con la Baviera. Il Sud è completamente diverso. E non è una questione di razzismo: io sono ebreo e non posso essere razzista per una questione fisiologica. Ma per essere competitive alcune aree hanno bisogno di essere al di fuori della legalità».
martedì 11 maggio 2010
Di Pietro: lo cita la "cricca"? Vietato parlarne
Il Giornale di ieri riportava due ghiotte notizie sull’onorevole Antonio Di Pietro, principe (con molte macchie) dei moralisti italiani. La prima: il suo nome spuntava per la prima volta con chiarezza nelle carte dell’inchiesta sulla cosiddetta cricca. Due protagonisti dell’affaire (il numero uno dell’impresa di costruzione Btp, Riccardo Fusi e il suo vice, Roberto Bartolomei, entrambi indagati) in un’intercettazione si riferiscono a quando Tonino era ministro delle Infrastrutture e dicono di lui: «È compromesso, come tutti lì, dal ministro ai sottosegretari, una manica di banditi».
La seconda: dalle dichiarazioni di un inquirente registrate e depositate alla procura di Bari, emerge che il leader dell’Idv si sarebbe dato da fare per incastrare l’ex collega di governo Clemente Mastella, suggerendone il coinvolgimento in un’inchiesta nella quale invece l’allora leader Udeur non c’entrava nulla.
Quest’ultima notizia era, come si dice in gergo, uno scoop: cioè un’esclusiva del Giornale. La prima, invece no: è contenuta nelle carte dell’inchiesta sui grandi appalti di cui, come si è visto in questi giorni, molti giornali sono in possesso. Uno, il Messaggero, l’ha persino pubblicata come noi, ma guardandosi bene dall’evidenziarla non dico nel titolo, ma persino nei sommari o in una minuscola didascalia. Tutti gli altri, neanche una parola. E ancor più impressionante è stato il silenzio tombale di agenzie di stampa e siti Internet per tutta la giornata di ieri. Le agenzie si sono mosse, di malavoglia e in maniera vagamente comica, solo nel pomeriggio e soltanto sulle trame ai danni di Mastella: non per riportare la notizia, ma per registrare una contraddittoria dichiarazione di Di Pietro (uno spasso: se ne occupa in queste pagine Gian Marco Chiocci) e la reazione giustamente indignata del politico di Ceppaloni.
Su Tonino e la cricca neppure una sillaba. Eppure il genere «tira». Da mesi siamo inondati di intercettazioni di mariuoli o supposti tali: e Anemone di qua, Bertolaso di là, Verdini di su, De Sanctis di giù, Bondi di diritto, Piscicelli di rovescio. Di Balducci e dei suoi familiari fino al quarto grado sappiamo tutto. Del gentiluomo del Papa persino i più intimi dettagli della vita sessuale, che non c’entrano ovviamente un fico con l’inchiesta, ma che hanno occupato pagine di giornali tra frizzi e lazzi di scribi e lettori. Sul sottosegretario Gianni Letta ricordo due titoloni di Repubblica, uno in prima: «Inchiesta G8, spunta il nome di Letta», l’altro nelle pagine interne «Dalla Maddalena ai mondiali di nuoto, la rete di Letta», entrambi poggiati su un testo in cui sostanzialmente si raccontava di una telefonata tra il sottosegretario e Guido Bertolaso la cui unica conclusione, per una persona sensata, era un sonoro «e allora?». Ecco il contenuto: «Guido, ho saputo che il commissario europeo Dimas apre una procedura di infrazione sulla Maddalena. Lo chiami tu o lo chiamo io?». Normale attività di governo, come si vede, però sparata a piene colonne per comunicare un unico messaggio: ne hanno pizzicato un altro.
Bene, ora le stesse «fonti» alle quali ci si è abbeverati finora sparano un «Di Pietro compromesso», parlano di «banditi» e improvvisamente tutti perdono voce e penna. A nessuno viene la curiosità di capire in che cosa consista il coinvolgimento dell’uomo dalle mani pulite a prescindere (e nonostante...), nessuno si fa vincere dalla tentazione di accostare il nome del politico che ha fatto del giustizialismo la sua ragione sociale al malaffare della cricca. Per molto meno su altri ci si accanisce fino alla gogna; sull’intoccabile Tonino non si può.
Certo, non è uomo della maggioranza e perciò comprendiamo l’imbarazzo. E la paura, anche. L’ex pm di Montenero ha la querela facile, facilissima. E i suoi ex colleghi magistrati sono piuttosto inclini a trovare qualsiasi appiglio per dargli ragione. Recentemente il Grande Moralizzatore si è scoperto una vena da difensore dei giornalisti. Ha addirittura promosso una specie di processo pubblico all’Italia davanti al Parlamento europeo perché Berlusconi aveva osato querelare Repubblica. Ha comprato pagine sui giornali stranieri per sostenere che la libertà di stampa è minacciata, anzi moribonda. Come spesso gli succede, tuttavia, i sacri principi vanno bene finché non lo riguardano personalmente. Appena tocca a lui, denunce come piovesse. E, lo sappiamo, non fa piacere andare a combattere in tribunale con una mano legata dietro la schiena.
Però un simile black out riesce difficile spiegarlo con la semplice fifa. Questo è terrore. Oppure l’applicazione di un codice segreto ad personam, il lodo Tonino: sa cose che non vorremmo sapesse, perciò parlatene bene. Oppure tacete.
giovedì 6 maggio 2010
Il supermoralista che ha perso tutto Ora anche la testa
Splendido il colpo d’occhio. Da un lato, Sallusti: sguardo trapanatore, cranio ossuto da mediano di mischia, macilenza da dodici ore ininterrotte in redazione tra battaglie e querele. Dall’altro, un cicisbeo con baffetti e occhialini. Apparentemente ben disposto se parla a piacimento. In realtà, uno spocchioso e intollerante padreterno. Aveva ancora il risetto dell’essere superiore quando, all’ennesima rimbeccata di Sallusti, si è lasciato andare come un fiaccheraio. «Vada a farsi fottere - ha detto con le gote rigonfie -, lei è un bugiardo e un mascalzone, pagato per fare il difensore d’ufficio del governo». Aveva la faccia da schiaffi e c’era da darglieli. Sallusti non lo ha fatto e mi ha deluso. Potrebbe querelarlo ma, da uomo di mondo, soprassiederà. Auguriamoci almeno che il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti - poiché tra le disgrazie della categoria c’è l’appartenenza di D’Alema - lo richiami. In mancanza, non resta che sperare nell’Associazione neuropsichiatrica per una visita d’ufficio.
Max è oltre la frutta. Ha ormai spremuto allo stremo il suo limone. Da 23 anni in Parlamento, già presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, è adesso fuori da ciò che conta e il suo equilibrio ne risente. Quello che fu - secondo la vulgata - l’intelligenza più lucida della sinistra, si mostra ora per quello che è: un inacidito ex comunista senza più frecce nel suo arco. A dire il vero non ne ha mai avute, poiché si è sempre limitato a chiacchierare, fuggendo alla prima difficoltà. Tutti ricordano quando presiedette negli anni ’90 la Commissione sulle Riforme. Mise molta carne sul fuoco, dalla separazione delle carriere dei magistrati, al presidenzialismo, ecc. Appena però i giudici alzarono la voce e i sinistri del suo partito lo richiamarono all’ordine, mandò tutto a monte impaurito. Fa tanto il criticone del compagno di partito Walter Veltroni ma è pavido e vuoto esattamente come lui.
Oggi - come tutta la sinistra allo sbando - si rifugia nel moralismo. E non ne ha davvero titolo. Lasciamo andare il verminaio pugliese nel quale sono coinvolti i suoi e limitiamoci agli episodi che lo riguardano direttamente.
L’altra sera ha accusato Sallusti di essere uno stipendiato del Cav e di parlare, perciò, sotto dettatura. Ossia, vergognatevi voi del Giornale, di Panorama e mondadoriani in genere. E tu, allora, mi verrebbe da dire se gli dessi del tu, da chi hai preso i soldi quando hai pubblicato per Mondadori? Hai scritto ben quattro libri per il Mostro di Arcore, intascando da lui i diritti d’autore. Ricordi, nel 1995, Un Paese normale, diventato poi il tuo slogan? L’Italia verso le riforme nel 1997, quando presiedevi la Commissione che si è poi rivelata un bluff? Oppure, Kossovo nel 1999, quando da premier hai fatto bombardare Belgrado cacciando gli italiani nel primo conflitto armato dopo la Seconda guerra mondiale? E nel 2002, La sinistra e il futuro, che fu un flop, non perché la Mondadori non te l’abbia curato bene e distribuito al meglio, ma solo perché fantasticavi assurdamente di futuro per una sinistra che non ce l’ha? Siamo sulla stessa barca, Max: due tristi prezzolati del Cav.
La differenza è che io non ho mai preso soldi di straforo, come invece hai fatto tu, dopo averci cenato insieme, da Francesco Cavallari, il re delle cliniche pugliesi. Ti girò, nel 1985, venti milioni brevi manu e non lo dicesti a nessuno. Si seppe dieci anni dopo per ammissione di Cavallari davanti al pm Alberto Maritati. Lo confermasti poi anche tu e Maritati - che ormai non ti poteva perseguire per sopravvenuta amnistia - elogiò le tue «leali dichiarazioni». Fu carino da parte sua che, carineria per carineria, l’anno dopo divenne senatore del Pds.
A me neanche è capitato di occupare a equo canone (quello degli sfigati) 150 metri quadri in Trastevere per graziosa concessione di un ente. E quando questo giornale denunciò i privilegi di Affittopoli tu, Max, andasti a piagnucolare a Samarcanda, da Mike Santoro: «Sono a equo canone perché do metà dell’indennità parlamentare al partito». A quanto ammontava l’indennità? 12 milioni di lire. Te ne restavano perciò sei. E l’affitto di quanto era? Un milione. Bè, allora, Max, avevi una bella faccia tosta a lamentarti. Pensa che io - che all'epoca ne guadagnavo quattro - ne sborsavo 1,8 di pigione e avevo trenta metri di meno. Già, ma tu la vita della marmaglia neanche la immagini.
Tu hai la barca, l’Ikarus II, 18 metri. Non abbiamo mai capito come l’hai pagata. Una volta hai detto che era in comproprietà. Un’altra che avevi acceso un mutuo. Ma come facevi se davi la metà al partito e avevi - dopo le polemiche - acquistato una casa tua con un altro prestito bancario? Un’altra volta hai detto - leggo su internet - che l’Ikarus II fu pagato con la vendita dell’Ikarus I, il tuo natante precedente, e un appartamento ereditato. Hai poi dato - stessa fonte - una terza versione: ho pagato lo scafo con lo sconto, il costruttore voleva regalarmelo perché gli facevo réclame ma io ho insistito per versare almeno la metà del prezzo.
Io, perdonami, in queste cose mi ci confondo. Non ho tanta dimestichezza con mutui e prestiti. Dalle banche, se posso, mi tengo lontano. Tu invece hai cercato perfino di conquistarle. «Facci sognare, vai» dicesti a Consorte, il presidente di Unipol, gigante delle coop rosse, che voleva scalare la Bnl. La pm Clementina Forleo, prima di essere mazzolata dal Csm e allontanata dalla sua sede, ipotizzò per te il concorso in aggiotaggio, e chiese al Parlamento di autorizzarla a usare l’intercettazione. Ma poiché l’immunità italiana è piuttosto fragile, hai voluto che fosse investito il Parlamento Ue, di cui facevi parte all'epoca dei fatti (2004-2005). E Strasburgo, proprio come desideravi, ha risposto picche alla Forleo e tutto è passato in cavalleria.
Salvato dall’immunità, proprio tu che te la prendesti a morte con Craxi per averla utilizzata. Tu che rimproveri al Cav di «difendersi dai processi anziché nel processo». Tu che stai sempre col ditino alzato. Tu che mandi Sallusti «a farsi fottere». Ma che ti ci vuole a comprarti uno specchio, Max? Fallo. Pago io.
martedì 4 maggio 2010
L’ultimo delirio della Guzzanti: terremoto è colpa di Berlusconi
L’atto d’accusa arriva al secondo minuto: il terremoto dell’Aquila, dice la voce narrante di Sabina Guzzanti, «per Berlusconi è come se Dio gli avesse teso la mano», perché era in calo di consensi fra la «persecuzione dei magistrati» e le foto delle feste a Villa Certosa. Al minuto 93 il dado è tratto: la ricostruzione della città «è stata sacrificata per tenere alti i consensi di un uomo che deve garantire guadagni illeciti a chi lo sostiene».
Già così, «Draquila, l’Italia che trema» è roba che a confronto la tesi complottista di Michael Moore sull’11 settembre è dilettantismo. Ma è peggio di così. Perché il film che da venerdì sarà nelle sale cinematografiche lancia un altro messaggio, esplicito: il terremoto del 6 aprile 2009 si poteva prevedere, 308 vite si potevano salvare, 1600 feriti e 65mila sfollati si potevano evitare. E invece no. Invece la Protezione civile fece spallucce, signore e signori, di fronte a quel periodo sismico che precedette la scossa fatale e che avrebbe dovuto creare allarme, visto che si era verificato prima di altri due terremoti, nel 1461 e nel 1703. «Non c’è pericolo», dissero invece. Di più: il 31 marzo la commissione grandi rischi si riunì non per valutare l’opportunità di avviare una «fase precauzionale», ma solo per «mettere a tacere le preoccupazioni dei cittadini». Del resto, ed ecco il collegamento, uno dei tanti: «A quella riunione partecipò anche l’ingegner Calvi, che poi progetterà la new town».
È più che un allarme regime, questo. È molto più persino dell’imprenditore Francesco Maria Piscicelli, lo sciacallo che al telefono disse: «Non c’è un terremoto al giorno, io alle tre e mezzo di stanotte ridevo nel letto». Perché nel film quell’agghiacciante intercettazione viene riproposta in un cocktail di associazioni (meglio se a delinquere) di idee, da Massimo Ciancimino che, inascoltato nei processi, può dire al microfono di Sabina Guzzanti che il padre Vito finanziò coi soldi della mafia la berlusconiana Milano 2, ad Antonio Ingroia, il magistrato amico dei giustizialisti alla Travaglio, che segnala che «la mafia ha sempre trovato un referente politico», passando per l’altro atto d’accusa del film: la gente dell’Aquila non è stata soccorsa, ma deportata. Negli alberghi sulla costa, dove si vive «sfiancati dalla noia e dalla solitudine». Nelle tendopoli: lì si viveva da «prigionieri», c’era il «capocampo», chiaro termine fascista, e c’era pure una circolare che vietava la distribuzione di caffè e Coca cola per non eccitare le persone. E nelle casette con lo spumante e il bigliettino di auguri del premier, ma lo sapete che vanno restituite integre, con tutte le pentole e i mobili?
Hanno un bell’affannarsi loro, gli sfollati, a dire che «Berlusconi ha fatto un miracolo». È lavaggio del cervello, «i feriti sono più facili da gestire». «Non glielo avrà inculcato la tv che i container non le piacciono?» chiede la Guzzanti a una smarrita signora. E poi chi protesta c’è sempre, vogliamo parlare del signore che accusa i carabinieri di essersi messi a selezionare gli aquilani all’arrivo di Berlusconi, «dentro chi applaude, fuori chi fischia»? La verità è che la gente voleva tornare a casa, nel centro dell’Aquila, e invece è arrivato pure l’esercito per impedirglielo. Il Guido Bertolaso che s’è sgolato a spiegare che no, nessuno può rimettersi a posto la casa da solo per il semplice fatto che intorno tutto ti può crollare addosso, e che ci vorranno 12 anni per rifare il centro dell’Aquila, nel film non c’è. Del resto, vista l’inchiesta sugli appalti gonfiati del G8 all’Aquila, il capo della Protezione civile ha meno credibilità di Ciancimino. E infatti ecco «il tentativo di trasformare la Protezione civile in società per azioni», ecco la «gigantesca operazione di propaganda» sui rifiuti a Napoli, ecco i mille esempi di come il governo con la scusa della gestione delle emergenze stia scavalcando le leggi sulla qualunque in Italia, dai mondiali di nuoto alle visite pastorali del Papa. Tutto in Italia viene gestito per garantire consensi a Berlusconi, dice Sabina, che avverte: «Al prossimo calo di consensi, chissà a quale prezzo cercherà di farli risalire». Forse basterà questo film.