martedì 27 aprile 2010

A Chi fa paura il confronto? – Lettera aperta di Gianluca Iannone, Responsabile Nazionale di CasaPound Italia.

Roma - (Adnkronos) - Il presidente di CasaPound Italia spiega in una lettera aperta le ragioni per le quali il Blocco studentesco ha deciso di scendere in piazza nonostante il divieto della Questura: ''Accettare questo divieto equivale ad insegnare ai nostri fratelli più piccoli e ai nostri figli che le dittature del pensiero unico, la corruzione e le angherie vincono. E noi non vogliamo questo''.
Roma, 27 aprile - ''Un tempo dicevate 'vietato vietare'. Un tempo dicevate 'una risata vi seppellirà'. Adesso vi siete seppelliti da soli, senza ridere, barricandovi dietro le fatwe del pensiero unico. Del vostro pensiero unico''. Comincia così la lettera aperta con la quale Il presidente di CasaPound Italia Gianluca Iannone spiega le ragioni per le quali il Blocco studentesco ha deciso di scendere in piazza il 7 maggio nonostante il divieto della Questura.

''Sono anni che attaccate i nostri ragazzi fuori dalle scuole, nelle sedi, per strada - prosegue Sono anni che incendiate le nostre sedi, le nostre case, le nostre automobili. Sono anni che mentite spudoratamente accusando il nostro movimento di aggredire, discriminare, di essere violento. Ma i violenti, i prepotenti, i razzisti siete voi. E quando dico voi, non intendo esclusivamente chi riveste il ruolo dell’utile idiota a comando. Intendo anche e soprattutto chi scrive comunicati deliranti gonfi di odio, di ignoranza e di bugie. E chi li diffonde, chi li amplifica e chi li rende verità. E sì perché gli incendi ben orchestrati, che vi piace tanto far divampare, hanno bisogno di complici. E questi complici si trovano nei tuguri dei vostri partiti, nelle questure, nelle redazioni dei giornali, nei tribunali, nel silenzio complice di chi sa la verità e lascia passare per “quieto vivere”, per pavidità. Quei posti che devono decidere la storia, o meglio, che devono difenderla. Ma la storia non possono deciderla i tribunali, le questure, i partiti, i giornali o il silenzio dei pavidi. Non sarebbe storia''.

''Oggi - continua Iannone - avete deciso di vietare il corteo indetto per il 7 maggio dal Blocco studentesco, organizzazione legalmente costituita che rappresenta democraticamente il 27% degli studenti di Roma e provincia. Organizzazione che, sempre democraticamente, è diventata il primo movimento studentesco di Roma e provincia. Organizzazione che ha rappresentanti nelle consulte provinciali e d’istituto in tutta Italia. Organizzazione che ha fatto della proposta, del dialogo e della partecipazione una scelta precisa e irrinunciabile. E l’avete vietata adducendo “motivi di ordine pubblico” ben sapendo che i disordini e le aggressioni che si ripetono da 2 anni contro di noi sono state premeditate da voi. Nell’ultimo mese a Roma ci sono state ai nostri danni tre aggressioni. Due a Tor Vergata e una a Roma Tre. Aggressioni premeditate, studiate a tavolino che hanno portato i nostri feriti a essere colpiti oltre che dalle mazze della “democrazia” anche dalle restrizioni della propria libertà individuale. Cambiando i termini si cambia la storia, gli aggrediti diventano aggressori e le aggressioni si trasformano in banali risse. In questi anni abbiamo sempre risposto con la forza tranquilla e ora quello che ci viene contestato è il gravissimo reato di non essere morti e di esserci difesi. Ci dispiace veramente se vi sentite offesi da questo, ma l’istinto di sopravvivenza e un briciolo di autostima hanno fatto sì che non perdessimo il centro, la calma, il sangue freddo. Forse tutto questo andrebbe preso come uno o più “scherzi del destino”.

''Ma forse c’è dell’altro - conclude - Forse c’è la volontà di mettere a tacere una gioventù diversa, migliore, non conforme al vostro modello culturale di naufraghi. Con ogni mezzo. Con la violenza degli impuniti, con lo sbraitare del grassume politico, con la dura lex e con la diffamazione a mezzo stampa. Va bene, vi abbiamo capito. Ma forse siete voi che non avete capito noi. Accettare questo divieto equivale a sottomettersi alla violenza e all’ingiustizia. Equivale ad insegnare ai nostri fratelli più piccoli e ai nostri figli che le dittature del pensiero unico, la corruzione e le angherie vincono. E noi non vogliamo questo. Noi vogliamo vivere da uomini liberi. Perché sono gli uomini liberi che fanno la Storia. Ecco perché abbiamo deciso che il 7 maggio scenderemo ugualmente in piazza e lo faremo come sempre. Con migliaia di uomini e di donne che hanno ancora 'quella strana luce negli occhi' e il sorriso degli invitti. Perché con noi, voi, non vincerete mai. E una risata vi seppellirà''.

martedì 20 aprile 2010

Il caso di Emergency: i tre liberati e "ingrati" ora tornano in Italia

In pubblicità c’è l’uomo che non deve chiedere mai. Nella realtà quotidiana del Belpaese impera invece la banda degli ingrati, la “sinistra” cricca capace di pretendere sempre e non ringraziare mai. Gli ultimi eccoli qua, sono i tre moschettieri del Gino Nazionale felici di essere liberi grazie alla nostra diplomazia, gioiosi di dormire tra le mura di un’ambasciata anziché dietro le sbarre di una segreta, ma assolutamente refrattari all’idea di metter piede su un volo di Stato.

Assolutamente indisponibili a mescolar i loro quarti di nobiltà con quelli dei rappresentanti di uno Stato da snobbare e di un governo da disprezzare. Certo a volte ce n’è bisogno. A volte di ministri e servizi segreti non si può far a meno, ma Dio ci guardi dall’ignominia di sedere al loro fianco, dalla nefandezza di stringerne le mani, dalla mortificazione di regalar loro un grazie. Certo Gino Strada e i suoi amici in quella parte ci sguazzano. In fondo la recitano dai gloriosi anni Settanta quando se erano in cinque tiravano fuori le spranghe e gridavano “basco nero il tuo posto è al cimitero” se erano soli salutavano, sorridevano e se la battevano a gambe.

Cambiano i tempi, ma la sfrontatezza, la boria e la convinzione di esser al di sopra di ogni regola restano la stesse, si tramandano come un gene cocciuto e inguaribile di padre in figlio. Così - quando non risuona la voce impastata del Gino nazionale - ecco riecheggiare quella garrula, ma altrettanto “politically correct” delle due Simone. Le ricordate? Era il 2004 e i nostri 007 avevano appena finito di sudare le proverbiali sette camicie per salvar loro il collo consegnando ai rapitori qualche milione di dollari. Ma per le tronfie e vispe reduci dalla Mesopotamia delle Meraviglie erano bazzecole. Le loro prime parole furono un caldo sincero e commosso ringraziamento al popolo iracheno. Per il governo italiano e i suoi servitori manco un fiato. Quando qualcuno lo fa notare cambiano registro, ma non appena Giuseppe d’Avanzo di Repubblica chiede almeno una scontata e dovuta condanna del terrorismo Simona Pari non transige. «La lotta di resistenza di un popolo per liberare il Paese occupato è garantita dal diritto internazionale. Il terrorismo uccide indiscriminatamente anche i civili. Condanno il terrorismo. Nessuno può chiedermi di condannare una lotta di resistenza». Si sente, insomma, più vicina a chi voleva sgozzarla che a chi l’ha liberata.

La vera campionessa d’ingratitudine, l’ineguagliata paladina dell’irriconoscenza resta però Giuliana Sgrena, la giornalista del manifesto la cui liberazione costa, oltre ai soliti spiccioli, anche la vita dell’agente Nicola Calipari. L’allegra sicumera con cui la Sgrena trasforma il proprio ferimento e la morte di Calipari in un complotto fanta-politico ordito da Washington è nulla rispetto alla parte recitata negli studi di Sky durante una trasmissione televisiva in cui è ospite assieme a chi scrive. Sotto gli occhi increduli dell’allora conduttore Corrado Formigli la Sgrena impone di non mettere in onda il filmato del suo arrivo all’aeroporto di Ciampino in cui la si vede scendere dall’aereo tra le braccia dell’agente del Sismi Marco Mancini. Quella sequenza di lei sofferente aiutata e sorretta da un uomo accusato di aver partecipato al rapimento del cittadino egiziano Abu Omar offende - ripete quella sera la Sgrena - la sua dignità di professionista dell’informazione.

La stessa dignità professionale che un’altra volta la spinge a definire mercenario immeritevole di medaglie e ricordo il connazionale Fabrizio Quattrocchi ucciso in Irak mentre gridava «Vi faccio veder come muore un italiano». Lo sdegno e il disprezzo di Giuliana Sgrena hanno però la memoria corta.

Quando si trattava di implorare la sua liberazione i suoi amici non provavano certo simili vergogne. In quei giorni i suoi colleghi trovavano assolutamente naturale transitare dalla sede del manifesto agli uffici di governo dove gli uomini della Farnesina e dei servizi segreti tessevano incessantemente la trama della sua liberazione. Ad obbiettivo raggiunto ecco pronto, invece, il voltafaccia. Il direttore del Sismi Nicolò Pollari e l’agente Marco Mancini diventano degli intoccabili, degli innominabili, dei relitti umani da gettare e calpestare come mozziconi spenti e puzzolenti. È la regola dell’usa e getta, è la dottrina madre dei salotti della gauche caviar. Una regola eretta a dottrina di vita e linciaggio da quel vangelo dell’intellighenzia chiamato Repubblica.

Un quotidiano smanioso di vedere all’opera spie e agenti segreti quando l’obbiettivo è ottenere la liberazione dell’inviato Daniele Mastrogiacomo rapito in Afghanistan, ma altrettanto pronto - nel frattempo - a distruggere l’immagine di Nicolo Pollari, il direttore che tra il 2001 e il 2006 ridiede lustro e spessore all’immagine nazionale e internazionale dei nostri servizi segreti.

lunedì 12 aprile 2010

Vignetta sull'Unità: vogliono Berlusconi morto


Qui ormai ci vuole uno psicanalista, ma uno di quelli bravi. L’antiberlusconismo non è più un’identità politica o l’ultima ideologia dell’intellighentia post comunista. Non è una strategia spesso perdente. È un’ossessione. È come la megamamma di Woody Allen. È il sesso per Freud o per la Chiesa. È come chi sogna ogni notte di volare e poi precipitare. È un incubo mai digerito. Per queste cose non ci sono vie d’uscita: o vai dall’esorcista o finisci su un lettino a raccontare la tua infanzia. È una psicopatologia radical chic.

La fase più acuta di questa malattia si caratterizza con il desiderio di morte verso la fonte dell’ossessione. La vignetta di Staino su l’Unità va oltre la satira. È agghiacciante. Gioca con la tragedia polacca e augura la morte a quello che non è più un avversario politico. È il nemico. È l’uomo che deve morire. La scena è questa. Bobo dice alla figlia: «Novantasei membri del governo polacco spariti in un colpo». E Ilaria risponde: «La solita storia: a chi tutto e a chi niente». Perfino ovvio il riferimento al governo Berlusconi. Non è una sbavatura di cattivo gusto. Non è che questa volta Staino ha esagerato lasciando che la matita prendesse il sopravvento, un errore, una gaffe.

Quella vignetta esprime esattamente ciò che voleva dire: speriamo che il governo italiano faccia la fine di quello polacco. La prova è che la «politicamente corretta» Concita De Gregorio, che di solito si mette le mani davanti agli occhi ad ogni minima volgarità, sente il dovere di spiegare nel suo «filo rosso» domenicale la scelta di pubblicare la vignetta. E lo fa come chi durante un funerale sussurra: dài, prendiamola a ridere. Scrive: «Un sorriso anche nella tragedia: si può. Anzi, si deve: trovare ovunque un sorriso, un respiro». Non c’è dubbio: qui serve lo psicanalista.

Questa sinistra incarognita e incattivita sta aspettando che la morte li liberi dallo loro ossessione. E sopravvive nell’attesa del grande evento, sgranando il rosario, contando i giorni, come una sorta di apocalisse «libera tutti». Molti di loro hanno fissato l'appuntamento per il 2013, come se quella data di fine legislatura sia una sorta di profezia Maya, quel 2012 evocato al cinema. La fine del berlusconismo come la fine del mondo. C’è qualcosa di messianico, da setta catacombale, in questo sentimento. All’inizio faceva sorridere, ora comincia a sembrare un po’ troppo paranoica. Esagerata. La satira come malocchio, come fattura, come maleficio non fa ridere. Non graffia. È l’ultima risorsa dei disperati. Ricorda quei poveretti che vanno dalla fattucchiera, dall’imbonitrice tv, per far crepare il vicino di casa. Se questa è la ricetta politica dell’opposizione è davvero meschina.

L’impressione è che la sinistra non sappia andare oltre una sola singola idea: eliminare il Cavaliere di Arcore. Questo chiodo fisso sta cancellando tutta la storia della sinistra. La sta abbrutendo. Non ci sono più idee, ideali, scenari, voli, soluzioni a problemi pratici. Non ci sono più leader. Non c’è più carisma. C’è solo l’odio verso Berlusconi. È come se un’identità e una tradizione politica si fosse accartocciata intorno alla sua maledetta ossessione. Da quanto tempo non si sente nel Pd e dintorni un ragionamento, una battaglia, un orizzonte che non tiri in ballo lui, Berlusconi? Impossibile. Quindici anni a rodersi il fegato. Sempre peggio e questo ultimo anno è la conferma. Tutti gli sforzi culturali, politici e mediatici si riducono a questo. Ci hanno provato con lo strumento sano e legittimo del voto. È andata male. Sconfitti alle Politiche con Veltroni, stracciati alle Europee, battuti alle Regionali. È deludente, magari frustrante, ma in democrazia capita.

Hanno sperato nella scossa, nelle veline, nelle escort, nel terremoto, nelle feste di Casoria, nel divorzio, in Spatuzza, nel sangue di piazza Duomo, nei panini fuori orario e i pasticci delle liste. Niente. Tutti gli assalti, tutte le trappole sono andati a vuoto. Eccola l’ossessione. Berlusconi sembra invincibile. Non resta che fare affidamento sul fato, sulla maledizione degli aerei, sulla rivincita che arriva dal cielo. Questo è quello che racconta la vignetta di Staino. Il vecchio Bobo meritava un finale migliore.

venerdì 2 aprile 2010

La "Resistenza" è già fallita: lite De Magistris-Grillo

Mentre in casa democrat si dibatte se il Pd sia «in piedi» (dice Bersani); «fermo» (dice Veltroni); «a schiena dritta» ma con «salute precaria» (dice Fassina, che non è Fassino ma è sempre del Pd) o pronto al «suicidio» se si mette a linciare l’ennesimo segretario (dice Letta, che del segretario è il vice e dunque sulla linea di tiro), alla sua sinistra ci si accapiglia.

L’ex pm Luigi De Magistris, europarlamentare di Idv e ansioso di scavalcare Tonino Di Pietro ritagliandosi un ruolo da leader pure lui, si è alzato ieri mattina con un’idea brillante, comunicata via Il Fatto quotidiano: creare una nuova confederazione della sinistra e degli antiberlusconiani duri e puri, da Nichi Vendola a Beppe Grillo all’Idv al popolo viola. «Dobbiamo unire le forze del cambiamento - incalza - e semplificare l’offerta del centrosinistra perché lo vogliono i nostri elettori». Il suo vaste programme, rassicura De Magistris, non prevede lo scioglimento immediato del partito di Di Pietro: «L’Idv deve essere la guida di questo processo di semplificazione». E lui - ma questo l’accorto ex pm non lo dice esplicitamente - dovrebbe essere la guida del partito guida e il maieuta della futuribile Federazione.

Vendola nemmeno si cura di rispondergli, mentre il «vaffa» di Grillo parte quasi subito: «De Magistris dice che vuol fare passi per unire i movimenti? I passi se li faccia da solo». Il comico genovese, incontenibile dopo la sbornia elettorale, le suona all’ex pm: gli rinfaccia di essere stato eletto «come indipendente» e «con i voti dei blog», e poi di aver preso la tessera di Idv; di stare più «in televisione» che «a Bruxelles» a fare il suo lavoro; di parlare «a nome del Movimento 5 Stelle senza averne l’autorità»; di avere come «punto di riferimento» un popolo viola che esiste grazie alle «manifestazioni sovvenzionate dai partiti». Un po’ di grillini però si ribellano al leader, e sul blog contestano la randellata a De Magistris: «Beppe, l’ha fatta fuori dal vaso», scrive Stefano.

Al malcapitato De Magistris tocca difendersi: «Mai ho avuto intenzione di parlare a nome del Movimento Cinque Stelle», giura, «ho solo indicato una strada di dialogo». Quanto al suo (scarso, secondo Grillo) lavoro da europarlamentare, l’ex pm assicura: «Sto lavorando al massimo in rispetto del mandato ricevuto da 500mila cittadini». L’unica soddisfazione a De Magistris la dà il desaparecido Pdci, che per bocca di Orazio Licandro trova «interessante» la proposta. Intanto però anche l’«amico» Tonino gli rifila una soave perfidia: interpellato telefonicamente dal giornalista di Apcom, Di Pietro finge di cadere dalle nuvole: la proposta De Magistris? Mai sentita nominare: «Non ne so nulla, sono in campagna e sto curando i carciofi». Che sono più interessanti, lascia intendere. Del resto Di Pietro ha mire assai più ambiziose del suo collega di partito: altro che gruppetti extraparlamentari di sinistra, lui si occupa di dare la linea al Pd, che (spiega alla Padania, ribadendo il neonato feeling con la Lega) è solo un insieme di «cacicchi e califfati», e deve essere «ricostruito tutto». E, minaccia il leader Idv, «noi non intendiamo stare più a guardare, lavoreremo per assumere un ruolo fondamentale in questa coalizione».