In fondo, nulla di nuovo a sinistra, affetta, anche in questa sua modernissima espressione telematica, della stravecchia malattia del frazionismo. Fin dall’Ottocento, la storia del socialismo italiano è scandita da scissioni, riunificazioni e liti. Come diceva Pietro Nenni? «Mettete due socialisti in una stanza e vedrete che loro si divideranno o faranno due correnti». E lo stesso morbo ha colpito pesantemente in anni più recenti anche i comunisti: Prc, Pdci, Sel, eccetera.
E adesso tocca ai viola. Su Facebook i «nuovi resistenti» accusano i vertici viola di essersi un po’ imborghesiti e di aver subito troppo le pressioni dei partiti tradizionali. Soprattutto ai cinquemila non è andato giù «il bavaglio» che è stato imposto durante la manifestazione sulla «legge uguale per tutti» del 27 febbraio, cioè l’ordine di scuderia di non prendersela platealmente in piazza con Giorgio Napolitano, che invece secondo loro non avrebbe dovuto firmare il contestato decreto legge salvaliste e quindi doveva essere adeguatamente contestato.
Questi, in pillole, i motivi «politici» della defezione e della nascita, rigorosamente sul web, di Resistenza Viola. Poi c’è anche qualche ragione diversa, come il protagonismo giudicato eccessivo del leader del movimento anti-berlusconiano, Giancarlo Mascia, che sui toni del purple si starebbe costruendo una futura carriera: dalla sovraesposizione mediatica al libro edito da Dalai sulla (breve) storia del gruppo fino a un’ipotetica candidatura nell’Italia dei Valori per le elezioni politiche del 2013.
Sullo sfondo di queste diatribe, secondo alcuni osservatori, si vede l’eterno braccio di ferro tra Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris, che attraverso il popolo viola potrebbe ritentare l’assalto all’Idv. Del resto il serbatoio dei 250mila fa gola a parecchi. Anche a Beppe Grillo, anche forse a Nichi Vendola.
Nessun commento:
Posta un commento