mercoledì 24 marzo 2010

Di Pietro sfacciato: in piazza contro la sua legge

Sembrano lontanissimi i tempi di Antonio Di Pietro ministro, quello che cercava maggioranze trasversali per costruire ponti, strade e trafori. Che incolpava gli ambientalisti di essere oggettivamente responsabili degli incidenti sul tratto autostradale Firenze-Bologna perché si opponevano alla variante di Valico, si spendeva per la Tav Torino Lione. E tifava per «l’acqua privata».
Siamo in Italia e il merito delle politiche è strumentale alla lotta di potere. Per avere un saggio di questo assioma di politica mediterranea, basta mettere a confronto il leader di Italia dei valori prima maniera, con quello più recente che sgomita per conquistare gli interstizi lasciati liberi dalla sinistra comunista e ambientalista.
L’ultima battaglia di Di Pietro è appunto quella sulla «privatizzazione dell’acqua». L’ex pm ha pure litigato con i movimenti che non gli hanno lasciato la seggiola d’onore nel comitato promotore dei referendum che mirano ad abrogare il provvedimento del ministro delle Politiche europee Andrea Ronchi.
Troppo buoni gli ambientalisti che non gli hanno replicato pubblicamente. Anche perché gli sarebbe bastato tirare fuori un provvedimento gemello rispetto a quello del governo Berlusconi, datato 2006. Si chiamava «Delega al governo per il riordino dei servizi pubblici locali». Prendeva il nome del ministro agli Affari regionali Linda Lanzillotta. Differente il testo, identica l’emergenza rispetto al decreto Ronchi: evitare all’Italia una serie di infrazioni europee. Sovrapponibile anche la ricetta: l’affidamento diretto dei comuni a società esterne nella gestione dell’acqua deve essere un’eccezione motivata. Se la gestione pubblica va bene, le cose vanno lasciate come stanno. Dove c’è bisogno di cambiare, si deve invece fare una regolare gara destinata a privati che siano del mestiere. Se si vuole, il provvedimento del governo di centrodestra è più garantista rispetto a quello Lanzillotta, visto che dice esplicitamente che la proprietà dell’acqua è e deve rimanere pubblica.
Antonio Di Pietro firmò la «privatizzazione dell’acqua» in quanto ministro delle Infrastrutture. Il suo nome appare insieme a quello del premier di allora, Romano Prodi, a quello della stessa Lanzillotta, a Giuliano Amato (responsabile del Viminale) e anche a quelli di Pier Luigi Bersani (Sviluppo economico) ed Emma Bonino (Politiche europee). La candidata governatore del Lazio che ha fatto aderire la sua lista alla manifestazione contro la privatizzazione dell’acqua.
La riforma si arenò. Né il nome di Di Pietro né quello di Bonino appaiono nelle cronache tra quelli dei ministri che andarono a sbattere i pugni sulla scrivania di Prodi. Oggi il leader di Italia dei valori, annuncia una mobilitazione contro la riforma che vuole regalare l’acqua «ai soliti noti». I fan dell’ex pm rispondono entusiasti.
Ma queste acrobazie fanno parte della tradizione italiana fin dai tempi dell’unità. Certi equilibrismi, invece, sono una specialità recente del Partito democratico. Il Pd non ha preso una posizione ufficiale sulla «privatizzazione dell’acqua». Però ha strizzato l’occhio ai movimenti ambientalisti che hanno manifestato a Roma sabato.
Fino a poco tempo fa il segretario Pier Luigi Bersani non aveva dubbi. Rispondendo a un quesito del Forum, riconobbe che spesso nella gestione dei servizi c’è «una presenza dei partiti ben oltre le loro competenze». E ammise che la soluzione è anche nelle imprese private che «hanno dimostrato di possedere esperienze e capacità gestionali adeguate poter adeguatamente competere».
Sorprende anche la posizione di Ignazio Marino, outsider sensibile ai richiami dei movimenti, ma non sull’acqua visto che al Forum rispose che occorre evitare «una scelta basata su pregiudizi; quello che occorre è che il gestore, pubblico, privato o società mista, sia qualificato, competente, onesto, efficace, efficiente ed adeguatamente indirizzato e controllato». Affermazioni che starebbero bene nella relazione tecnica del decreto Ronchi.

martedì 23 marzo 2010

La lobby della sinistra chic che si inchina a don Michele

Michele Sant’Oro, tramutato in santino da adorare, è diventato l’oracolo, il verbo, la bocca della verità: un’ugola da lubrificare, una voce da divulgare, un credo da propagandare. Sant’Oro in versione martire conquista devoti, seduce fedeli, manda in visibilio e soprattutto piace alla gente che piace. Che sono i soliti noti, poi: tutti prostrati davanti al beato Michele in attesa che favelli.
Proni i soloni dall’appello facile: quelli che già nel 1971 firmavano documenti in cui si accusava il commissario Calabresi di essere «un torturatore» e ora sottoscrivono sbrodolate in cui si sostiene che «la libertà di stampa e i diritti costituzionali sono ogni giorno vieppiù calpestati dal governo Berlusconi». Qualche nome? Margherita Hack, Dario Fo, Franca Rame. Cui s’è aggiunto il fior fior dell’antiberlusconismo cultural-chicchettoso: Paolo Flores d’Arcais, Antonio Tabucchi, Fiorella Mannoia, Moni Ovadia, Luciano Gallino, Lidia Ravera, Mauro Barberis, don Paolo Farinella e altri. Sono loro i chierichetti Micromeghiani che, severi, impongono l’inchino dinnanzi a Sant’Oro e chiedono a testate web, televisioni, radio di diffondere in diretta «Rai per una notte», manifestazione/trasmissione condotta dal divino la sera del 25 a Bologna.
E riverenza sia: in ginocchio davanti all’arcangelo Michele, strenuo difensore della fede sinistra contro il Satana di Arcore, si getteranno in tanti. Lo farà il simpatico «squalo» Rupert Murdoch, uno degli uomini più ricchi del mondo, grande nemico di Berlusconi, patron del maggiore gruppo editoriale multimediale del pianeta (la News Corporation) che attraverso SkyTg24 manderà in onda il profeta e i suoi discepoli (Ruotolo, Travaglio, Vauro). Lo farà Albert Arnold Gore, detto Al, vicepresidente degli Stati Uniti nell’era del democratico Clinton, gran trombato alle presidenziali del 2000, fondatore del network televisivo Current Tv, canale interattivo che va in onda anche in Italia sulla piattaforma satellitare di Sky del citato Murdoch. Anche lui trasmetterà lo show santoriano che avrà come chicca un’intervista al guitto super anti-Cav Roberto Benigni. Così, tanto per par condicio. Come, sempre per par condicio, sfileranno come ospiti Gad Lerner, Giovanni Floris, Norma Rangeri del Manifesto, Elio e le storie tese, Daniele Luttazzi, Milena Gabanelli, il pianista Nicola Piovani (autore di molte colonne sonore dei film di... Nanni Moretti, no?), Antonello Venditti, Morgan e (in forse) Sabrina Guzzanti. Fuori dal coro (davvero?), Filippo Rossi di Farefuturo web magazine, la fondazione-pensatoio dei finiani che, almeno, attaccherà Berlusconi da destra e non da sinistra. Più par condicio di così.
Curvo davanti a Sant’Oro anche l’imprenditor-ingegner-editor-italo-sanktmoritzino Carlo De Benedetti che, attraverso la sua Repubblica, farà da megafono ai salmi di Michele attraverso la versione online del giornale, con l’immenso compiacimento del fondator-Barbapapà Eugenio Scalfari. Per non essere da meno, anche il colosso concorrente della Rcs, miscuglio di poteri forti finanziar-imprenditoriali, che seguirà a ruota mandando in onda l’evento sul sito del Corriere della Sera. Genuflessi pure Pier Luigi Bersani, che con la veltroniana YouDem tv coprirà il rito antiberlusconiano per il popolo piddino, e Antonio Di Pietro, anche lui altoparlante del suo maggiore sponsor attraverso il sito dell’Italia dei valori. Autocelebrativamente, pure il discepolo di Michele, Marco Travaglio, divulgherà il suo verbo dal sito antefatto.it pur non piegandosi perché lui no, la schiena la tiene sempre diritta. Curvo invece, sarà pure Corradino Mineo, ex Manifesto, ex Tg3, ex corrispondente di mamma Rai e ora direttore di RaiNews24: l’Annozero di giovedì non sarà l’Annozero tradizionale, ecco perché le telecamere si accenderanno in coro. Alla generale inginocchiata si conformerà anche l’«anticonformista» Radio popolare, storica emittente della sinistra milanese, che darà voce all’evento come se fosse una normale manifestazione sindacale. Già, perché sdraiati davanti a Sant’Oro, in prima fila, non potevano mancare i vertici della Federazione nazionale della stampa e dell’Usigrai. Amen.

lunedì 22 marzo 2010

Sinistra gelosa dell’odiato tricolore

A chi scrive «ho una epifania terribile» - epifania nel senso di apparizione, non di Befana, - non bisognerebbe dar retta. Però della sua epifania terribile Chiara Valerio ha scritto sull’Unità e l’Unità è la Pravda della sinistra-sinistra, rocciosa, determinata. Non di quei farfalloni dei «sinceri democratici» lettori della Repubblica. Tocca quindi tenerne conto (e riferirne) se si vuol stare al passo con le forze sane della nazione. Il titolo dell’intervento di Chiara Valerio - «Si sono appropriati del tricolore. Riprendiamocelo!» - dice già tutto. La giovane, avanti i giovani, scrittrice s’ebbe la sua epifania terribile quando sabato scorso s’imbatté nel corteo del Popolo della libertà vedendolo spumeggiare di bandiere tricolori. E lì, ci siamo, ecco l’epifania, «capisco l’errore e l’orrore. Gli abbiamo lasciato l’inno nazionale, la bandiera, l’orgoglio di appartenere a una Repubblica». Di questo fatto, Chiara Valerio «nun se capacita», come direbbero a Roma e infatti insiste: «Come abbiamo fatto a lasciare che la patria (minuscolo) e quindi la Repubblica (maiuscolo) e il Popolo (maiuscolo) diventassero appannaggio di un partito che si fregia di mandare a casa gli extracomunitari e quindi la conoscenza dell’altro?». Considerazione che meriterebbe una chiosa a parte per via di quel «la conoscenza dell’altro», concetto al quale si potrebbe rispondere, tagliando corto: «Già fatto, già conosciuto, l’altro. Meglio non insistere». Però ora ci preme il tricolore «trattato come un brand da diffondere», agitato «da persone che non hanno remore estetiche e quindi etiche (un’etica che sia estetica? Boh) come fosse loro». Nooo!, sembra sentir uscire dal generoso petto di Chiara Valerio: «Riprendiamoci la bandiera. Riprendiamocela, adesso». Ora, una come lei, che si dice «trafitta dalle considerazioni grammatiche», dovrebbe saper bene che riprendere - dal latino reprehendere, composto da re con valore iterativo e prehendere - significa «prendere di nuovo», significa «prendere indietro una cosa data o lasciata o deposta». Capisco l’età della Valerio, ma la direttrice dell’Unità Concita De Gregorio dovrebbe saper bene che il tricolore non fu mai preso dalla sinistra. Disprezzato, caso mai, esecrato, svilito, abominato. Ché, adesso e per voce d’una Vispa Teresa in preda a terribili epifanie vorrebbero dar a intendere il contrario? Che fu caro ai compagni? E che rivogliono indietro, perché è roba loro, quello che senza remore vuoi etiche vuoi estetiche Berlusconi - orrore! - impugnava a piazza San Giovanni?
Alla sinistra internazionalista - proletari di tutto il mondo unitevi - non solo il concetto di Patria ha sempre fatto schifo. Ma anche l’essere italiani. «È per me motivo di particolare orgoglio - dichiarò Palmiro Togliatti - aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più». Carta canta. In quanto al tricolore, ha sempre mandato in bestia la sinistra perché inteso come espressione di nazionalismo, essendo il nazionalismo robaccia fascista.
Senza sprecar tempo in citazioni e virgolettati vari, sul rapporto sinistra-bandiera nazionale è sufficiente ricordare un film del 1971, Nel nome del popolo italiano di Dino Risi. Alla stretta finale di una inchiesta, al giudice istruttore Mariano Bonifazi, rigorosamente di sinistra, viene anonimamente recapitata la prova dell’innocenza dell’inquisito Lorenzo Santenocito, facoltoso industriale di destra (e quindi fascista) che s’apprestava a far condannare senza se e senza ma. In un sussulto di amor proprio professionale, Bonifazi si reca a depositarla nel suo ufficio. Ma lungo il percorso vi rinuncia, gettando la prova (una videocassetta) nel bidone della spazzatura. Cosa gli aveva fatto cambiare idea? L’improvvisa esibizione alle finestre e ai balconi del tricolore, al gol di Boninsegna nella partita Italia-Germania del Mondiale. La cosa interessante è che quel film non subì censure dalla sinistra o critiche dalla magistratura militante. Perché l’una e l’altra consideravano del tutto giusto, «civile», reagire come aveva reagito il giudice Bonifazi alla provocazione, al rigurgito patriottardo. Giusto non darla vinta ai nemici del popolo che si riconoscono nel disgustoso simbolo della bandiera nazionale. E adesso, per la pericolante penna di Chiara Valerio, l’Unità vuol far credere che il tricolore sia stato scippato alla sinistra? Squittisce: «Riprendiamoci la nostra bandiera»? Va bene che le epifanie terribili possano lasciare il segno, ma fino al punto di dar di matto?

mercoledì 17 marzo 2010

Popolo viola: dopo tre mesi la prima scissione

Dunque: i pervinca di qua, i prugna di là, i lilla a sinistra, i glicini all’estrema sinistra. Si fa presto a dire viola. A soli tre mesi dalla sua nascita, il movimento «no-B day» che con il suo colore trendy ha invaso piazze e web, si è già diviso. A provocare la spaccatura, la manifestazione di Piazza del Popolo e l’ordine arrivato da Pierluigi Bersani e Antonio Di Pietro: non attaccate il capo dello Stato. A questa «imposizione» cinquemila del 250mila aderenti hanno deciso di andarsene e di fondare un nuovo gruppo di duri e puri, Resistenza Viola.

In fondo, nulla di nuovo a sinistra, affetta, anche in questa sua modernissima espressione telematica, della stravecchia malattia del frazionismo. Fin dall’Ottocento, la storia del socialismo italiano è scandita da scissioni, riunificazioni e liti. Come diceva Pietro Nenni? «Mettete due socialisti in una stanza e vedrete che loro si divideranno o faranno due correnti». E lo stesso morbo ha colpito pesantemente in anni più recenti anche i comunisti: Prc, Pdci, Sel, eccetera.

E adesso tocca ai viola. Su Facebook i «nuovi resistenti» accusano i vertici viola di essersi un po’ imborghesiti e di aver subito troppo le pressioni dei partiti tradizionali. Soprattutto ai cinquemila non è andato giù «il bavaglio» che è stato imposto durante la manifestazione sulla «legge uguale per tutti» del 27 febbraio, cioè l’ordine di scuderia di non prendersela platealmente in piazza con Giorgio Napolitano, che invece secondo loro non avrebbe dovuto firmare il contestato decreto legge salvaliste e quindi doveva essere adeguatamente contestato.

Questi, in pillole, i motivi «politici» della defezione e della nascita, rigorosamente sul web, di Resistenza Viola. Poi c’è anche qualche ragione diversa, come il protagonismo giudicato eccessivo del leader del movimento anti-berlusconiano, Giancarlo Mascia, che sui toni del purple si starebbe costruendo una futura carriera: dalla sovraesposizione mediatica al libro edito da Dalai sulla (breve) storia del gruppo fino a un’ipotetica candidatura nell’Italia dei Valori per le elezioni politiche del 2013.

Sullo sfondo di queste diatribe, secondo alcuni osservatori, si vede l’eterno braccio di ferro tra Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris, che attraverso il popolo viola potrebbe ritentare l’assalto all’Idv. Del resto il serbatoio dei 250mila fa gola a parecchi. Anche a Beppe Grillo, anche forse a Nichi Vendola.

venerdì 12 marzo 2010

Grillo avvisa: «Sarete fortunati se Di Pietro non imbraccerà il fucile»

C’è un equivoco di fondo, appena sfogli Ad ogni costo, il libro edito da Ponte alle grazie che raccoglie «battaglie e proposte» di Antonio Di Pietro: «Non lo hanno fermato decine di processi inventati», «i suoi tanti nemici non hanno capito che più lo attaccano, più si rafforza», «è l’uomo maggiormente impegnato a definire obiettivi precisi e pratici». Il dubbio sorge: avrò mica comprato una biografia di Berlusconi?
Già, perché il Cavaliere è ormai un’ossessione per Tonino, tanto da diventare il suo personalissimo mr Hyde. Il Darth Vader di Arcore a cui ricondurre tutti i mali. Questa antologia di interventi e articoli apparsi sul suo blog, quindi, diventa la summa dell’antiberlusconismo dipietresco. Non c’è pagina in cui non si legga di «lobby massonica», «regime», «premier corrotto», «amici di mafiosi». È la sapiente arte della «versione di parte». Citare le testimonianze di Ciancimino jr su Dell’Utri mafioso senza dire che i giudici hanno definito il teste inattendibile; strapparsi le vesti per una cena tra Berlusconi e un giudice della Consulta dimenticando però di ricordare che la maggioranza di quelle toghe è di estrazione di sinistra; quell’arte di cui Di Pietro accusa i giornali «servi» e in cui è però maestro.
Poco di nuovo, dunque. Se non la pretesa di dividere ogni capitolo in «fatti» (spiegati dai collaboratori del suo sito, capirai l’obiettività), i suoi commenti e «gli altri», ovvero le opinioni dei nemici, quelli da abbattere. Dal provvedimento sulle intercettazioni («lo scempio più efferato della storia repubblicana») ad Eluana, dalla Rai («gestita da Confalonieri ad interim per Berlusconi») agli «editoriali-vergogna» di Minzolini, il libro è una miniera di insulti, veicolati con un occhio al pietismo e l’altro alla violenza (più o meno verbale). Con una mano ci si ammanta di nobiltà, per esempio quanto fu ingiusto sottolineare i suoi insulti a Napolitano senza ricordare che solo Idv citava le vittime di mafia (sfugge il nesso), oppure proponendo di sostituire i Pokémon con i faccini di Borsellino e Falcone, nuovi eroi per i nostri figli. Dall’altra però si dà dei «compari» ai parlamentari di una «legislatura che rappresenta la follia», si scrive che «chi semina vento raccoglie Tartaglia» e ci si augura che dei proventi Mediaset il 99% vada allo Stato. D’altronde, per cogliere la portata sinceramente democratica dell’opera letteraria bastava fermarsi all’introduzione di Beppe Grillo (che ricorre nel libro come unico raggio di luce nel buio, in un perfetto binomio di stima e pubblicità reciproca): «Quando gli elicotteri porteranno via in fuga piduisti e mafiosi che occupano le istituzioni, vedranno Di Pietro che li saluterà. Saranno fortunati se non imbraccerà il fucile». Fortuna che non l’abbia già imbracciato.

giovedì 11 marzo 2010

Cgil, ecco come i sindacati difendono i lavoratori: mobbing e nessuna tutela

Lavoro nero, maltrattamenti. E poi pressanti inviti ad andarsene senza fare «troppo casino», in cambio di soldi. Se Guglielmo Epifani avesse cercato un esempio migliore per dimostrare cosa può succedere ai lavoratori quando qualcuno aggira le tutele, cioè i contratti e la legge, non ne avrebbe potuto trovarne uno migliore. Peccato che il datore di lavoro tirato in ballo in questo caso sia proprio la sua Cgil. E che il ricorso presentato al tribunale civile di Castrovillari da una ex dipendente del sindacato calabrese sia rivolto contro di lui, in quanto segretario generale nazionale. La vicenda emerge appunto dal ricorso e da una denuncia penale, presentati a ridosso dello sciopero generale indetto dalla sola Cgil a difesa dei diritti dei lavoratori. Diritti che, nel caso di Simona M., poco più che trentenne, sembrerebbero non essere stati rispettati. La storia è riassunta nella causa di lavoro e nella denuncia, presentate dagli avvocati Giovanni Caglianone e Vincenzo Belvedere.

L’ingresso nelle strutture del sindacato è arrivato attraverso un progetto di servizio civile dell’Arci. Simona viene destinata all’Inca Cgil di San Marco Argentano. Un anno a 433 euro al mese, passato con soddisfazione di tutti, tanto che al termine dei dodici mesi - si legge nel ricorso - le chiedono di rimanere nella Confederazione con una sorta di «temporanea collaborazione», in attesa di regolarizzazione. Il compenso scende a 250 euro mensili, ma Simona accetta entusiasta. È di sinistra, le piace lavorare nel patronato e sogna di difendere i diritti dei lavoratori.

Passano i mesi e poi gli anni, ma di regolarizzazione non c’è traccia. E nemmeno di aumenti dello stipendio. Risulta una collaboratrice, praticamente una volontaria, in realtà lavora a tempo pieno, fa trasferte, anche all’estero, programma le «ferie» come tutti i lavoratori dipendenti, solo che le sue sono di meno. Disagi che tollera perché le piace occuparsi di pensioni ed è brava, tanto che diventa il riferimento del patronato di San Marco Argentano, l’unica a sapere usare il programma informatico per le pratiche previdenziali. Poi crede alle promesse che le fanno i capi; il responsabile del patronato e il segretario della Cgil locale.

Dopo due anni le sembra di essere arrivata a due passi dal traguardo. Era un po’ delusa perché si era vista sorpassare da persone che di pensioni e pratiche non ne sapevano niente. I suoi capi decidono di ricompensarla. Non l’assumono né le aumentano lo stipendio, ma la mandano a Roma a seguire dei corsi riservati agli assunti all’Inca. Simona pensa sia la premessa per una regolarizzazione e invece niente.

Alle richieste di assunzione i responsabili si irrigidiscono e, si narra nel ricorso, parlano di «situazioni economiche e politiche sfavorevoli». Eppure il patronato va bene. Viene premiato per la produttività, anche grazie al lavoro di Simona. Come tutte queste strutture sindacali prende soldi pubblici per fare pratiche e i conti sono più che a posto. Le condizioni per assumere ci sarebbero, ma gli anni passano e il contratto si allontana sempre più.
Simona comincia a soffrirne e nel 2006 i medici le riscontrano una sindrome ansiosa depressiva, che sfocia anche nell’anoressia. Cercherebbe un altro lavoro, ma siamo in Calabria, non nel Triveneto. Poi il suo impiego le porta via tutta la giornata, e non le resta il tempo per andare a caccia di altre opportunità.

La scelta è obbligata, restare nella Cgil e fare valere i propri diritti. Minaccia di aprire un contenzioso e di spifferare tutto. E gli effetti si fanno sentire subito. Per Simona sembra aprirsi un altro spiraglio. O almeno così le sembra. Le offrono un’assunzione a Castrovillari con contratto part time da trasformare in full time in «5-6 mesi». La condizione spiega il ricorso è «dimenticare il passato», non sporgere denuncia «evitando di creare casini alla Cgil».
L’orario effettivo è da subito a tempo pieno. La paga è dignitosa, 670 euro, ma non basta perché Castrovillari è lontana da casa. Dopo cinque anni di lavoro si aspettava di più. Ma continua a credere alle promesse e prosegue a lavorare. Passano altri due anni, si arriva al 2008. Stesso copione: Simona pretende il rispetto dei patti. E, siccome non vuole regalare più nulla al suo datore, pretende di essere pagata per quanto vale e si impegna. E si attiene all’orario previsto dal contratto.

Un comportamento da sindacalista che fa imbufalire i sindacalisti. E ricominciano le pressioni. Come quelle documentate in una telefonata al segretario della Cgil di Castrovillari, che le spiega come il rispetto degli orari in un sindacato «sia un grave errore», se non «una intollerabile insubordinazione».
Lei non ci sta. E la sua, da bega locale della Cgil calabrese, diventa una questione nazionale. Scopre di non essere l’unica in quelle condizioni. Insieme a un’altra dipendente della Cgil con una storia come la sua, Simona - spiega nel ricorso - va a Roma per incontrare un esponente nazionale dell’Inca Cgil. Anche in quel caso le assicurano l’assunzione «dietro esplicita richiesta - denuncia - che il caso non finisca all’orecchio dei mass media». Questa volta però non ci crede. E ha ragione. Poco dopo, infatti, viene invitata in un bar di Cosenza dove incontra un altro responsabile del patronato. Lei chiede l’assunzione a tempo pieno e invece le viene proposto «il versamento da parte della Cgil della somma di 70mila euro in cambio delle dimissioni e del silenzio». Motivazione: aveva «già creato problemi, di certo ne avrebbe creati altri in futuro».

La somma è consistente, ma lei non ci sta di nuovo. Insiste sulla regolarizzazione. Le sue condizioni di salute si aggravano e trascorre gli ultimi mesi da dipendente Cgil in malattia. Tra i certificati che ha allegato alla causa, in uno si fa riferimento ad uno stato di prostrazione dovuto a mobbing. L’avvocato Caglianone per il momento non ha inteso contestare il mobbing alla Cgil ma si è riservato di farlo in seguito.

Nel tentativo di conciliazione, la replica della Cgil non lascia spazi a compromessi: «Tra le parti non si è mai instaurato un rapporto di lavoro subordinato». Simona viene licenziata perché supera il limite massimo dei giorni di malattia. Poi fa quello che farebbe chiunque, su consiglio di un sindacalista: avvia la causa e chiede i danni, non per il licenziamento, ma per tutto quello che ha passato. La richiesta di danni alla Cgil da parte di Simona è di 118.986 euro per differenze retributive; 269.957 per danni e 40mila per danno alla «vita di relazione». Quasi 430mila euro in tutto. Poi c’è una denuncia penale, dell’avvocato Vincenzo Belvedere nella quale si chiede di procedere per il reato di maltrattamenti e violenza nei confronti di due segretari locali della Cgil. Ma nessuno, commenta l’avvocato Caglianone, la potrà risarcire per la salute e il tempo perso con il sindacato-datore di lavoro.

mercoledì 10 marzo 2010

Di Pietro: mai contro il Colle. E prepara agguati

Meno male che Antonio Di Pietro ha assicurato che sabato prossimo sarà in piazza, ma non contro il presidente della Repubblica: «Ma non diciamo sciocchezze...», rispondeva piccato a un cronista che gli chiedeva conto delle sue prossime mosse.
Tonino arringherà una folla di violacei imbufaliti con Napolitano per aver firmato il decreto salva liste, tanto che hanno già stampato delle t-shirt sbeffeggianti: «Pertini non l’avrebbe firmato» e «Napolitano, il peggior capo dello Stato degli ultimi 150 anni». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Antonio Di Pietro ha soltanto definito la vicenda del decreto interpretativo «una sporca faccenda», tale da permettere di «valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l’impeachment nei confronti di Napolitano per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica.

Di Pietro, siccome Napolitano avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta, lo ha definito «correo», cioè responsabile di un delitto. Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Di Pietro ha soltanto detto, e si presume che lo ribadirà in piazza, che «Napolitano s’è messo a ruota del Pdl mortificando la sua funzione e il suo ruolo». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Qualcuno, del Pd, s’è imbarazzato a sentire tutte quelle bordate al Colle e ha provato a frenarlo. Ma lui: «Fa male constatare che alcuni si siano riempiti di ipocrisia sostenendo che il capo dello Stato non avrebbe potuto fare diversamente. Certo che avrebbe potuto fare diversamente: evitare questo sfregio alla legalità e questo strappo alla Costituzione». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Eppure, il capo dello Stato, aveva pure spiegato i motivi di quella firma. Commento di Di Pietro: «Inconcepibile e democraticamente pericolosa la sua giustificazione». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica.

La metafora calcistica corre ancora in aiuto per chi vuol capire meglio: «È stato fatto un fallo grave alla democrazia e alla Costituzione: ci saremmo aspettati un intervento dell’arbitro per sancire il fallo. Nessun passo indietro per quanto riguarda le mie valutazioni sul mancato ruolo dell’arbitro». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Insomma: «Gli amici del Pd - dice le cose pane al pane e vino al vino, Tonino - abbiano il coraggio di riconoscere che il capo dello Stato ha avallato con la sua firma un comportamento illegittimo e anticostituzionale». Ma no, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica.

E ancora, sfogliando il manuale di storia, Di Pietro pesca la similitudine adatta: «Napolitano? È come Vittorio Emanuele III che non fermò Mussolini quando fece la marcia su Roma». Ma non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica.
In piazza, poi, ci saranno pure i Micromediani, i Travaglianti, i Grillanti, i lettori del Fatto quotidiano, giornale che l’altro giorno stroncava il Quirinale con una finta lettera di Napolitano: «Care pirla e cari pirla...» o che dava spazio alla pancia dei ribelli: «Napolitano cosa ha da nascondere?»; «Ma come si permette Napolitano? Ma che presidente abbiamo? I suoi retorici discorsi assomigliano a barzellette»; «Presidente, torni a scuola di diritto, legge e Costituzione». Ma no, giura Di Pietro, non sarà una manifestazione contro il presidente della Repubblica. Chissà che roba se lo fosse stata.

martedì 9 marzo 2010

Il doppio gioco del Pd fra Tonino e il Quirinale

Il buon Dio, si sa, acceca chi vuol perdere. Sarà per questo che gli alti papaveri dell'opposizione assomigliano a poveri gattini ciechi che alla disperata ricerca di una via d’uscita, battono di continuo la testa contro il muro. A rischio di ridurlo in briciole. Il primo a venire avanti, perché agli altri scappa da ridere, è come al solito il leader dell’Italia dei valori. Fateci caso, ormai nel nostro Bel paese spesso si vuol fare il mestiere altrui. Capita così che un comico come Beppe Grillo si dia alla politica e un uomo politico come Tonino Di Pietro faccia avanspettacolo. E da par suo. Tant’è che nessuno ci fa ridere a crepapelle come lui.

L’ultima trovata del Nostro è davvero esilarante. Muso duro e petto in fuori, sentenzia: «C’è la necessità di capire bene il ruolo del capo dello Stato onde valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l’impeachment». Se non sta su Scherzi a parte, poco ci manca. Ma come! Non gli basta una laurea in giurisprudenza per darsi una risposta? Se per avventura se ne fosse dimenticato, compulsando manuali di diritto costituzionale e monografie ad hoc potrà soddisfare ogni sua curiosità. Per quanto riguarda l’impeachment, l’ex pm fa un po’ di confusione tra le due sponde dell’Atlantico. Perché la nostra Costituzione prevede altro. E cioè che sia il Parlamento in seduta comune a mettere in stato d'accusa il presidente della Repubblica per i reati di alto tradimento e di attentato alla Costituzione davanti alla Corte costituzionale, per l’occasione integrata da sedici membri laici. Un’idea fissa della sinistra, questa della messa in stato d'accusa. Coltivata nei confronti di Giovanni Leone prima e di Francesco Cossiga poi. Ma sempre rimasta allo stato di bella pensata. D’altra parte, l’anomala iniziativa del presidente Giorgio Napolitano ha la sua brava spiegazione. Rispondendo alle lettere di due cittadini di opposto orientamento, ha motivato il proprio assenso al famoso decreto legge interpretativo adottato dal governo. E lo ha fatto, guarda caso, soprattutto allo scopo di rendere edotto chi di diritto costituzionale non capisce un picchio. Alla fine la quadratura del cerchio, sia pure dopo passaggi defatiganti tra Palazzo Chigi e Quirinale, si è materializzata. Così, nel sostanziale rispetto delle norme previste dalla legge, si è voluto garantire il diritto dei cittadini di scegliere con il voto tra programmi e schieramenti alternativi. Un decreto che per qualche verso ricorda le circolari del ministero dell’Interno ai presidenti di seggio volte a limitare il numero delle schede nulle. Insomma, si è optato saggiamente per il male minore. Come ha riconosciuto un costituzionalista del valore di Giuliano Amato.

Come comico, del resto, Di Pietro è in eccellente compagnia. Già, perché gli esponenti del Pd non sono da meno. Si trovano, povere anime del Purgatorio, tra due fuochi. Da un lato Napolitano che ha emanato il decreto legge, dall’altro Di Pietro che tanto per non smentirsi minaccia sfracelli a ripetizione. Cercano perciò di contemperare capra e cavoli con trovate di inarrivabile comicità. Gli esercizi di equilibrismo di Anna Finocchiaro, eccellente capogruppo del Pd al Senato, valgono un Perù. Premette che l'inquilino del Colle «ha firmato il decreto nel quale non ci sono evidenti vizi di costituzionalità». Ma poi esplode. «Siamo di fronte a un fatto di una tale gravità che una manifestazione mi sembra il minimo». «Stavolta sono stati superati i limiti». «Niente sarà più come prima».

Incredibile! Lo spauracchio dell’opposizione è una manovra a tenaglia. Manifestazioni di piazza da subito, e sabato prossimo una a livello nazionale. Ostruzionismo in Parlamento un po’ su tutti i provvedimenti. Nonché un ricorso alla Consulta da parte della giunta della regione Lazio: dopo le dimissioni di Marrazzo, un morto che cammina. Intendiamoci, sgranchirsi le gambe fa sempre bene. Soprattutto alla circolazione sanguigna. Ma la minaccia di ostruzionismo è millantato credito. Ormai il contingentamento dei tempi a Montecitorio si applica fin dal primo calendario alla maggior parte dei disegni e delle proposte di legge. A rigore, anche ai disegni di legge di conversione. Ma, bontà sua, l’allora presidente della Camera Luciano Violante congelò la disposizione al riguardo. Perciò, alle brutte, potrebbe essere scongelata in ogni momento. Insomma, i regolamenti parlamentari non sono più quelli di una volta. E oggi non mancano espedienti antiostruzionistici di sicuro effetto.
Resta la figura meschina di un’opposizione che si abbandona a manifestazioni di piazza e all’ostruzionismo non già a difesa delle libertà ma perché avrebbe la bella pretesa di vincere a tavolino la partita delle elezioni regionali. Alla faccia di Voltaire. Ricordate? «Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo». Insomma, un boomerang agli occhi del tribunale dell’opinione pubblica. Vai a capire perché mai i vari Bersani e Di Pietro, con il contorno dei loro cari, continuano masochisticamente a farsi del male e a far ridere i polli.

lunedì 8 marzo 2010

E Di Pietro smaschera il Pd «Ipocrita chi risparmia il Colle»

Se avesse seguito le regole del fair play politico, si sarebbe dato una calmata. Avrebbe incassato silenziosamente la vittoria (in un giorno ha spostato il Partito democratico sulle sue posizioni, facendolo praticamente divorziare dal presidente della Repubblica) e si sarebbe messo a lavorare alla manifestazione unitaria di sabato. Invece no. Stiamo parlando di Antonio Di Pietro ed era inevitabile che scegliesse l’altra strada che, per sventura del Pd, consiste nel bastonare il corteggiatore e smascherare i suoi punti deboli di fronte a tutti e imporsi come unico vincitore di tutta la vicenda. Compito piuttosto facile: il Pd si è trovato in una posizione delicatissima. Obbligato ad attaccare il governo e a bollare come anticostituzionale il decreto interpretativo varato venerdì e, al contempo, costretto a difendere il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che quella legge ha emanato. E se Bersani lo invita a non toccare il Quirinale, l’ex pm risponde: «Non accetto lezioni dal Pd. Abbiano il coraggio di riconoscere che il capo dello Stato ha avallato con la sua firma un comportamento illegittimo e anticostituzionale del governo».
Il leader di Italia dei Valori si è buttato a pesce sulla contraddizione. «La verità è una ed una sola: c’è stata la volontà di favorire solo uno dei giocatori e questo comportamento non è da arbitro imparziale, come richiederebbe il ruolo ricoperto da Napolitano. E chi si rifiuta di ammetterlo è un pavido o un ipocrita». Pavido e ipocrita, non è chiaramente rivolto al centrodestra, che sulla vicenda ha un’opinione e interessi chiarissimi, ma ai democratici o, al massimo, all’opposizione centrista di Pier Ferdinando Casini, visto che anche l’Udc condanna il decreto e difende il Quirinale.
Privilegi di chi gioca, all’opposizione da battitore libero. E, da free rider del mercato politico, si può permettere anche di pubblicare nel suo sito, la foto del presidente della Repubblica, con alle spalle una bandiera dell’Unione sovietica, falce e martello in vista, e la scritta «Uno di loro». La tesi da sostenere è che il capo dello Stato è intervenuto «per fare vincere una parte», cioè il centrodestra. Ma anche che il Pd e gli eredi del comunismo italiano, non sono la vera opposizione.
Per tutta la giornata, via video e comunicati pubblicati sul sito, Di Pietro ha gettato sale sulle ferite della sinistra approfittando della semiparalisi che ha colpito il Pd. Ha sottolineato che il decreto non serviva perché i giudici hanno deciso la riammissione delle liste di Formigoni e Polverini, senza ricorrere al provvedimento. Ha detto che per salvare il Pdl del Lazio «si è fatto un decreto che viola le leggi, viola il rispetto fondamentale di un gioco democratico». E poi, ha di nuovo «chiamato alle armi», si intende «democratiche», gli italiani contro chi ha voluto il decreto.
L’ex magistrato ha scavalcato in radicalismo persino il popolo viola che ieri è tornato a manifestare in piazza Navona contro il decreto. Slogan e interventi (costituzionalisti di area, nessun politico) tutti contro il governo. Ma nessuno dei duri e puri dell’anti berlusconismo se l’è sentita di accusare il presidente della Repubblica. Anzi, a Napolitano i «viola» hanno riconosciuto di avere risposto direttamente ai cittadini, con un mezzo che loro apprezzano (un intervento nel sito del Quirinale in stile blog) anche se hanno letto l’intervento come la dimostrazione che Napolitano è stato «tirato per la giacca da un governo arrogante».
Persino il concorrente di Di Pietro, Luigi De Magistris, ieri è stato costretto a correre dietro al leader di Italia dei Valori. Il suo intervento di sabato era passato un po’ sottotraccia, troppo concentrato sulla manifestazione unitaria e poco sul ruolo di Napolitano. Ieri l’ex magistrato ha rilanciato aggiustando il tiro. Ha fatto il verso all’ex collega, accusando il capo dello Stato di «ratificare l’assassinio della nostra democrazia». Alla chiamata alle armi, ha risposto disciplinatamente anche lui.