lunedì 22 febbraio 2010

Maruska, la bella di Tonino che non sa dov’è la Liguria

Il suo slogan elettorale è «poca teoria, molta pratica» e in effetti sta mantenendo l’impegno, almeno per la prima metà dell’opera: di teoria, la carinissima Maruska Piredda, ne ha davvero poca. In compenso ha il sorriso ammaliante e il volto telegenico, quanto basta per diventare una «dipietrina», le «veline» nelle liste Idv. Lei, ex hostess Alitalia con maturità linguistica, sindacalista settore volo, breve parentesi di contestatrice pro-precari e anti-governo, quindi aspirante concorrente di reality, insomma un curriculum politico pari a zero (ma una urlatrice dipietrista in erba), è piombata per editto di Tonino tra gli eletti sicuri in Liguria, in caso di vittoria della coalizione Pd-Idv-Udc-etc che sostiene Burlando.
Un premio al nulla (politico), un posto blindato per l’improvvisazione pura ma di bella presenza, uno scranno in consiglio regionale per una che della Liguria ne sa quanto un cittadino di Lipsia, forse meno. Conoscenza generale del territorio? «Frequento la Liguria prevalentemente nel periodo estivo, Varazze in particolare. Conosco bene Genova». Abitanti, più o meno? «Non lo so (ride, ndr)». Le quattro provincie liguri, almeno? «Quelle le so (ma non le dice, ndr), ma se questa è un’interrogazione stile elementari...». Finita lì, nemmeno le risposte minime all’intervista del Secolo XIX, quotidiano di Genova che giustamente ha voluto sondare la preparazione dell’aspirante consigliere regionale. Ma niente, il test di geografia da licenza elementare era uno scoglio troppo grande per l’ex hostess, uno scoglio tipo quelli di Varazze.
Per le domande più difficili, ripassare tra qualche mese, ore pasti. Il Terzo Valico? «So qualcosa del progetto, ma non abbastanza per pronunciarmi». Il problema del tratto autostradale della Gronda, intorno a Genova? «Ne saprò di più lunedì, dopo l’incontro con i referenti locali». Del resto fino al giorno prima era candidata in Lombardia, sempre nel listino del presidente, quello con i posti blindati, e si presume fosse preparatissima sui laghi lombardi e sugli affluenti del fiume Po. Ma poi il cambio in corsa, poiché lì aveva poche chances di essere eletta, e oplà, il week end lo ha passato nel listino della Liguria, che gode di clima migliore, elezione probabile e vista mare. Normale che così, in prima battuta, magari le sfugga il nome di quel mare.
L’importante è che ripeta le parole d’ordine del dipietrismo dogmatico, il resto sono orpelli di cui si può fare a meno. Maruska è così allineata al leader (che poi contraccambia la fedeltà catapultandola nelle liste, prime alle europee ora alle regionali) che sul suo sito, quando deve produrre un commento politico, riporta direttamente i video del capo, aggiungendo solo un breve pensierino, tipo: «Legittimo impedimento, si commenta da solo...». È insomma il simbolo involontario della deriva dipietrista: l’importante è fare chiasso, contestare, meglio se in tv (per questa è preferibile nelle donne l’appeal estetico), sbraitare contro il governo e contro la politica, salvo poi beccarsene tutti i privilegi.
Così, e con la fotogenìa come criterio di selezione politica (ma non è quello che Di Pietro rimprovera al Pdl?), Maruska si è guadagnata il favore dei vertici, ovvero del leader e del suo plenipotenziario locale, l’onorevole Giovanni Paladini, coordinatore ligure Idv. Paladini ha già creato dissapori nel partito per aver sponsorizzato un’altra bella presenza, Marylin Fusco, sua compagna, già fatta capogruppo al Comune di Genova, già candidata alle europee e adesso in corsa per la Regione, con una prenotazione per la vicepresidenza. E ora l’Idv ligure gli sta saltando al collo, con i coordinatori provinciali e dirigenti vari che minacciano di andarsene, per via dell’ex hostess scelta al posto loro per quell’ambito posto.
La geografia non sarà il suo forte, e infatti nel curriculum, alla voce «Hobbies, arte e sport», si dichiara «appassionata di storia antica e moderna». Eppure Maruska sembra avere delle grosse lacune persino nella ricostruzione della sua recentissima biografia. Dice di non aver mai votato Berlusconi («Non lo voterei mai. Sono orgogliosa di essere giustizialista»), eppure un anno e mezzo fa sosteneva l’esatto contrario: «Io l’ho votato, a Berlusconi». Era subito dopo la pubblicazione della famosa foto coi pugni alzati e il foulard, nuova paladina dei precari che protestava per un contratto da 2500 euro al mese. Alla fine, nel duello con l’altra ex hostess, la Martani, ha vinto lei. È vero che l’altra è entrata al Grande Fratello, mentre Maruska è stata esclusa dai selezionatori. Lei, però, ha superato il colloquio con Tonino, la Martani invece no. E poi al Grande Fratello ci stai tre mesi se va bene, in Regione Liguria cinque anni. Vuoi mettere? C’è tutto il tempo per imparare il nome delle quattro provincie.

venerdì 19 febbraio 2010

I lavori affidati agli amici spaventano il sindaco Pd

Agli incalliti detrattori di Guido Bertolaso e ai tifosi dell’inchiesta sugli sprechi della Protezione civile è dedicata questa istruttiva storiella, che ha origini recenti e che riguarda il sindaco Pd della martoriata città de l’Aquila, Massimo Cialente. Allora. Il 17 giugno 2009 il Giornale rivela che a differenza dei suoi concittadini (che ancora dormono in tenda o in pensioni di quart’ordine) il primo cittadino alloggia, con la sua famiglia e con tutti i trenta parenti della moglie, in un resort extralusso sul mare di Tortoreto. Più precisamente in una villetta da 400mila euro di 110metri quadrati, su due livelli, tre camere, salone, doppi servizi, tv al plasma, aria condizionata, garage, giardino panoramico vista mare, piscina con idromassaggio.
Il complesso residenziale di cui parlavamo otto mesi fa è quel «Borgo Il Castello» realizzato da due noti costruttori aquilani, Romano Marinelli e Giulio Vittorini, quest’ultimo molto amico di Cialente stando a quel che ci dice il responsabile in loco del resort. La suocera del primo cittadino, interpellata a bordo piscina, spiega: «Il costruttore è amico suo, ha insistito tanto, Massimo non poteva dirgli di no». Non poteva. Romano Marinelli, contattato dal Giornale, taglia corto: «Non c’è niente di misterioso sull’assegnazione a Cialente. Io nemmeno lo sapevo che veniva a stare da noi, ha fatto tutto la Protezione civile».
Col tempo più di qualcuno inizia a storcere il naso perché si accorge che proprio Romano Marinelli, quale vice presidente, e Giulio Vittorini, in qualità di consigliere, fanno parte del Consorzio Federico II (insieme a Ettore Barattelli, presidente, e Liborio Fracassi, consigliere e direttore tecnico) che, in deroga, hanno ricevuto in appalto direttamente dall’amministrazione Cialente numerose «opere provvisionali». Quali, ad esempio, la Camera di commercio, la Biblioteca provinciale, la Carispaq, un vasto complesso fra corso Vittorio Emanuele, Tre Marie, via Platini, piazza Duomo, palazzo Branconi Farinosi più tutti gli edifici ricompresi fra piazza San Silvestro, via Del Guasto, Via di Ghignano eccetera. Ma nel consorzio Federico II non figurano solo i quattro costruttori aquilani. Risulta infatti associata la società al centro della maxi inchiesta fiorentina, quella Btp (Baldassini-Tognozzi-Pontello) di cui fanno parte l’indagato e plurintercettato Riccardo Fusi, quale presidente del cda (s’è dimesso ieri) Vincenzo Di Nardo, amministratore delegato, e Roberto Bartolomei, vicepresidente. Gli uni e gli altri sono un’unica cosa, ma i detrattori di Bertolaso sembrano non essersene accorti.
Sentite qua. La mattina del 9 maggio Fusi è contattato dal suo geometra che lo mette al corrente dell’intenzione del costruttore Barattelli di partecipare alla riunione di martedì a Roma dov’è anche prevista la presenza di Rinaldo Tordera e Angelo Fracassi. Chi sono i due? Il primo è il direttore generale della Carispaq (Cassa di Risparmio de l’Aquila), il secondo è il suo vice. A che titolo vanno a Roma il Ros non lo capisce. Tordera, rintracciato dal Giornale, offre questa spiegazione: «Insomma, ci sono andato perché era stata preannunciata la costituzione del Consorzio Federico II». Sì, va bene. Ma a che titolo s’è presentato lei? «Mah… io sono il direttore generale della Carispaq, la banca di riferimento sul territorio». Ok. E che diavolo c’entra lei col Consorzio? «Io non c’entro niente, ma i soci del Consorzio sono clienti della mia banca». In realtà non sono solo clienti: nel cda dell’istituto di credito figura, non a caso, Ettore Barattelli, proprio lui, il costruttore presidente del Federico II che ha per soci Vittorini e Marinelli, quelli dello stesso resort di Tortoreto dove oltre alla famiglia del sindaco Cialente, udite udite, venne alloggiato anche Tordera e famiglia. Ce lo confessa il diretto interessato: «Vero. Prima mi trovavo al Lido di Abruzzo, e quando vennero fuori alcune opportunità, chiesi di andare in quel residence. Sapevo chi erano i proprietari, ci sono andato volentieri perché era un bel posto. Poi a settembre sono tornato a l’Aquila, dove vivo in un appartamento in affitto». Nel prosieguo delle intercettazioni allegate all’informativa Ros, i vertici della Carispaq sembrano darsi un gran da fare per superare «lo stallo che c’è in Regione». Non sappiamo se il riferimento, per come lo racconta a Fusi il geometra Fracasso della Bpt, sia da ricollegarsi ai lavori per alcuni immobili danneggiati di proprietà della banca aquilana. Il Ros lo scrive chiaro e tondo a commento di un’intercettazione tra Fusi e Fracassi: «Il riferimento è ai lavori di palazzo Branconio di proprietà della Cassa di risparmio dell’Aquila e dunque affidabili senza gara d’appalto». In un’altra intercettazione sempre Fracassi della Bpt-Federico II dice: «Quindi non è che loro dovrebbero fare un appalto, no… perché essendo proprietà della Cassa di Risparmio, questa ha chiesto il permesso di avere il nulla osta di intervenire immediatamente per la salvaguardia di questi beni immobiliari (…) quindi praticamente non ci sono problemi». Se si ha la pazienza di andare sul sito del Comune de l’Aquila e di cliccare alla voce «opere provvisionali», quelle in cui l’affidatario dei lavori di puntellamento e demolizione è il Comune stesso, ci si accorgerà che non solo quel palazzo Baronio figura effettivamente affidato al consorzio Federico II, come descritto nell’inchiesta. Ci sono altri palazzi di proprietà Carispaq. Ecco perché fa tenerezza leggere le dichiarazioni rese ai giornalisti da un sindaco Cialente descritto, sulle cronache locali, come nervoso: «Gli appalti sono stati vinti in modo pulito. È chiaro che al di là del giudizio morale non si può prendere una posizione nei confronti di un’associazione temporanea di impresa se questa, in apertura di consorzi o di partecipazione alle gare, si è comportata regolarmente. Il Comune ha cercato di essere più limpido possibile: su internet c’è l’elenco delle ditte che hanno lavorato in puntellamenti e demolizioni. Sono aziende che hanno risposto a un avviso e che hanno operato a rotazione». Fra chi ha lavorato, ammette Barattelli nella sua doppia veste di costruttore e componente Cda di Carispaq, c’è effettivamente la sua azienda e la Bpt. Il conflitto d’interessi sembra evidente. Anzi no: «Il mio doppio ruolo – si difende il costruttore – non c’entra nulla. La Bpt aveva le certificazioni, io ho fornito le maestranze». E allora. Prima di guardare solo alla telefonata tra Fusi e Gianni Chiodi (presidente Pdl della Regione Abruzzo) sarebbe il caso di curiosare sugli affidamenti del Comune. E magari anche sui finanziamenti pubblici per la ricostruzione ricevuti in corsia preferenziale dalla disastrata «Accademia dell’Immagine», di cui Cialente è guarda caso presidente. Così, forse, potremmo capire perché il sindaco da qualche giorno è insolitamente nervoso.

mercoledì 10 febbraio 2010

Di Pietro ora dà i numeri ma è bocciato in economia

Antonio Di Pietro, nella nuova versione di lotta e di governo, ha fatto approvare dal suo partito un documento economico che, ove fosse preso sul serio, come programma di governo, farebbe immediatamente crollare la credibilità finanziaria dell’Italia e del nostro debito pubblico. E pertanto, metterebbe in crisi l’Unione europea. Il programma si basa, infatti, sul principio, scarsamente apprezzato negli ambienti finanziari e nelle agenzie di rating, della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Forse Di Pietro si è confuso fra il suo cognome San Pietro, che può fare miracoli, (ma in genere non in questo settore). Fatto sta che nel programmone, di una quarantina di cartelle, fa spicco la «soluzione geniale» consistente nei tre numeri 20, 20 e 20.

Il primo 20 riguarda l’aliquota del 20% che dovrebbe essere applicata ai redditi di lavoro, in luogo delle maggiori aliquote attuali. Il secondo 20% riguarda la tassazione delle rendite finanziarie, che dovrebbe passare dal 12,5% attuale per l’appunto al 20%. Ed il terzo 20 lo possiamo definire «dulcis in fundo», poiché si riferisce alla proposta di aumentare del 20% in tre anni le retribuzioni del pubblico impiego. Il che, naturalmente, comporta un aumento medio del 6,66% annuo.
È chiaro che l’annuncio che l’Italia abbassa al 20% le aliquote Irpef sui redditi di lavoro genererebbe immediatamente la certezza di una voragine nel gettito dell’imposta personale sul reddito. L’aumento di aliquota della cedolare potrebbe dare 10 miliardi di maggior gettito: ammesso che i capitali non fuggano spaventati. La perdita di gettito nell’Irpef sarebbe un multiplo. D’altra parte il simultaneo annuncio dell’aumento al 20% della cedolare secca sulle rendite finanziarie, quindi anche sugli interessi del debito pubblico, farebbe crollare la borsa e spaventerebbe i risparmiatori, già intimoriti dal buco nell’Irpef. E, per finire, i mercati finanziari verrebbero anche informati che, mentre si riduce il gettito delle imposte, le spese per gli stipendi della Pubblica amministrazione, nel triennio dovrebbero lievitare di una cifra quasi doppia di quella consentita da un aumento proporzionale alla crescita del Pil monetario, stimabile in un 11%.
Ma nel programma di Di Pietro-San Pietro, i calcoli sulle variazioni delle entrate e delle spese del pubblico bilancio - dovute alla sua terna secca di 20, 20, 20 - non ci sono. Per chi ha il potere di moltiplicare i pani ed i pesci, queste sono quisquilie. Invece, trattandosi di una mozione congressuale presentata al termine di una «convention» dell’Italia dei valori in cui veniva acclamato il candidato alla guida della Regione Campania (nella persona di Vincenzo De Luca, sotto processo per mega casi di abusi edilizi come sindaco di Salerno) non poteva mancare un quarto numero, per passare dalla terna alla quaterna, che è particolarmente amata nell’area dell’antico reame di Napoli. Ed il quarto numero è scaramantico, si tratta del 13, che si riferisce alla tredicesima mensilità.

Nel programma di Di Pietro la tredicesima dovrebbe essere esonerata dall’Irpef almeno per il 2010, anno difficile, come lui dice, per i bilanci delle famiglie a reddito fisso. È difficile calcolare la perdita di gettito di questa misura, ma va tenuto presente che essa comporta una diminuzione del 7,8% del gettito dell’Irpef sui redditi di lavoro, che, a loro volta, danno il 70% almeno del gettito globale di questo tributo. Dunque una perdita di gettito di oltre il 5% dell’Irpef, cioè uno 0,6 circa del Prodotto Interno Lordo. Ma la «copertura» di questo regalo di Natale non viene indicata. È da presumere che, trattandosi del Natale, qualcuno faccia un miracolo. Ma se il miracolo non c’è, questo minor gettito si sommerebbe alle altre minori entrate e maggiori spese del programma.

A questo tipo di finanza, che Di Pietro definisce liberale, forse confondendo questi termine con «liberalità», egli aggiunge anche un salario di ingresso di mille euro al mese per ogni giovane, stabilito per legge, così resuscitando la famosa teoria sessantottina del «salario variabile indipendente». Ma una parte che si potrebbe definire liberale, nel senso del «lasciar fare, lasciar passare», in questo nuovo programma dell’Italia dei valori c’è, ammesso che sia liberale il disordine pubblico. Infatti nella parte sulla immigrazione il programma propone di abrogare la legge Bossi-Fini, di dare a tutti gli immigrati che sono già in Italia il permesso di soggiorno, compresi tutti i clandestini, e di dare al più presto a tutti la cittadinanza.
Non a caso ho citato sopra l’antico reame di Napoli. Infatti nel programma, accanto a queste proposte economiche, ci sono le proposte forcaiole della parte riguardante la giustizia. Così esso fa venire in mente la massima dei Borboni di Napoli, che si compendiava in tre parole «festa, farina e forca».

lunedì 8 febbraio 2010

La strana sfortuna di Di Pietro: incontra sempre gente nei guai

A questo punto i casi sono due: o è lui che porta iella a chi lo incrocia, o è lui che è iellato nelle frequentazioni. Tutte le volte gli capita la stessa cosa. Incontra qualcuno, lo prende con sé, magari ci va a cena e lo fotografano, e poi quello che fa? Finisce indagato, magari arrestato. E così se si applica il metodo dipietresco del «non poteva non sapere», finisce che l’ex inquisitore diventa vittima del suo stesso argomento, costretto a svicolare dalle domande che da ex pm rivolgerebbe implacabilmente a sé medesimo.

L’incidente capita spesso, anche se a volte è pure capitato che fosse lui stesso a indagare sugli ex amici, molti di quelli di Mani pulite per esempio, da Gorrini a Rea a D’Adamo a Pillitteri, compagni di serate dell’ex pm Di Pietro, poi tutti indagati dall’ex pm. Qualcuno potrebbe addirittura sostenere che in quei casi la frequentazione sia stata un pretesto per ottenere informazioni poi utili all’accusa. Capitò anche, a Di Pietro, di difendere un vecchio amico d’infanzia, Pasqualino Cianci, e di passare subito dopo tra gli accusatori dell’amico (guadagnandosi per questo una sospensione dall’Ordine degli avvocati). Ma la iella c’è, non può che esserci se ti invitano ad una cena con un parterre non solo di incensurati, ma di colonnelli e generali dei carabinieri, e che tra questi ci sia un vicequestore che, guarda la iella, solo nove giorni dopo viene arrestato con un’accusa devastante: aver favorito le stragi di mafia. Dategli un ferro di cavallo o un corno anti-malocchio, perché quella volta con Bruno Contrada c’era anche il carabiniere zelante che ha fotografato tutto, così che - se sei veramente sfortunato - può anche capitarti che qualcuno le tiri fuori, quelle foto, magari dopo 17 anni.

Lasciate perdere che Contrada fosse già sospeso dal Sisde, prima di quella cena, e che difficilmente ad un tavolo di alti ufficiali e agenti segreti quella notizia sarebbe sfuggita, qui il punto riguarda la malasorte. La sua, o quella di chi lo incontra. Perché non è successo solo una volta, ma diverse altre. Aveva un braccio destro che si chiamava Mauro Mautone, al ministero delle Infrastrutture, uno che aveva la pazienza di andare sempre appresso a lui (lo disse lui stesso davanti al popolo di Montenero di Bisaccia), ma che ad un certo punto, per la famosa iella, finisce nei guai. Era anche amico del figlio di Tonino (forse la iella si eredita?), quando Mautone faceva il provveditore alle Opere pubbliche del Molise e della Campania, e riceveva spesso telefonate da Di Pietro jr che segnalava e raccomandava. In base alla legge di Tonino-Murphy, avendo avuto rapporti con Di Pietro, gli succede qualcosa.

Il primo a saperlo, non si sa come - del resto siamo nel campo dell’occultismo - è lo stesso Di Pietro, ma poi la notizia diventa ufficiale: Mautone viene indagato dalla procura di Napoli, che ipotizza un «sistema di potere» con possibili «infiltrazioni della criminalità organizzata nei rilevanti e onerosi lavori pubblici». Di Pietro, anche quella volta, è costretto a spiegare che non sapeva, ma il metodo del «non poteva non sapere» (chi fosse Mautone, da lui trasferito nel proprio ministero) gli si ritorce contro, e ne nasce un caso che fa parecchio male all’immagine del partito.

Gli è ri-successo ancora, perché in base alla nota legge, la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo. Nel 2008 una società televisiva, Sei Milano, offre un contributo di 50mila euro all’Idv di Tonino. Un caso curioso, perché dal 2002 Sei Milano non esiste più. Generosità postuma? Semplicemente un’elargizione (perfettamente regolare) del proprietario della tv, Raimondo Lagostena (titolare del gruppo Odeon), evidentemente amico e supporter di Di Pietro, che infatti scelse le reti Odeon per pubblicizzare il partito. E che succede anche stavolta? Il solito: Lagostena è stato accusato di presunte false fatturazioni e fondi neri sulla cessione di spazi tv, ed adesso si trova in carcere. La sfortuna ha colpito ancora, senza che Tonino c’entrasse qualcosa. La iella lo perseguita, facendogli conoscere persone che di lì a poco vengono inquisite o peggio. Dev’essersene accorto anche lui, perché è corso ai ripari e ha cambiato metodo. Ora gli inquisiti (vedi De Luca in Campania) li sceglie in anticipo lui.

giovedì 4 febbraio 2010

Oggi l’eroe di Mani Pulite avrebbe arrestato se stesso

«Che ci azzeccava lei con Di Pietro? E che ci azzeccava con Contrada?». Nel suo perenne corpo a corpo con la lingua italiana, inciampando su una vocale e pure su qualche consonante, avrebbe ripetuto sempre più incombente queste domande. E la sua voce avrebbe fatto tremare i muri, come capitava ai tempi d’oro di Mani Pulite. Quando partiva con gli interrogatori non ce n’era per nessuno, basta chiedere a Romano Prodi che fu convocato come teste e sovrastato da quel vocione. L’unico dubbio è da dove sarebbe partito: dal colonnello dei carabinieri Tommaso Vitagliano o dall’alto ufficiale dei servizi Fausto Del Vecchio? Ma certo non avrebbe mollato l’osso, ovvero la foto della vergogna. L’istantanea dei veleni e del fango.
Vuoi mettere? Una foto che mostra una cena di cui nessuno sa nulla, nemmeno a distanza di diciassette anni. E chi c’è in quella foto più che sospetta? Proprio lui, Tonino Di Pietro, e al suo fianco il numero tre del Sisde, Bruno Contrada. E fuori dall’obiettivo, ma seduto a quel tavolo, c’è pure Mario Rocco Mediati, un personaggio che nuotava nel mondo dell’intelligence, investigative specialist, come si legge sul biglietto da visita che fa riferimento al secret service.
Ma sì, il punto d’arrivo di quell’indagine sarebbe stato uno e uno solo: dopo aver torchiato bene i commensali, spremendoli quanto e più di un limone, e minacciando un trattamento ruvido, Di Pietro avrebbe arrestato se stesso. Senza se e senza ma. Troppi gli indizi, troppe le circostanze inspiegabili, troppi e troppo profondi i punti di domanda.
Mani Pulite funzionava come una catena di montaggio delle manette e delle confessioni. Più della Mirafiori di Valletta. Spazio per altre soluzioni allora ce n’era poco. Tonino all’epoca andava di fretta, guardava spesso l’orologio, che naturalmente segnava l’ora legale e, allora come oggi, non si abbandonava volentieri a sofisticate disquisizioni in punta di diritto. Quando gli indizi spingevano in una certa direzione, lui agiva. E il vento a quei tempi non calava mai.
Gli era rimasto nel modo d’agire qualcosa del poliziotto che era stato: a Bergamo un giorno uscì in strada con la pistola e si narra che fu lui, il giovane pm, a catturare il malvivente. Quando si presentò a Mario Chiesa, nello storico incipit di Tangentopoli, gli disse solo una frase sibillina: «Ingegnere, l’acqua minerale è finita», alludendo al conto Levissima, presso la solita ovattata banca svizzera. Poi lo mandò a macerarsi e a chiarirsi le idee in quello che Gabriele Cagliari chiamò «il canile» di San Vittore, prima di farla finita infilando la testa in un sacchetto di plastica.
Non c’era tempo per analisi complesse, si mirava al bersaglio grosso e in quella foto il bersaglio grosso era lui. Di Pietro si sarebbe autoarrestato e sarebbe andato all’assalto sbattendo in faccia al suo doppio un grappolo di domande scomode: perché Di Pietro aveva incontrato Contrada, già chiacchierato, già sotto inchiesta prima dell’arresto, già traballante? E che ci faceva col calice in mano l’investigative specialist? «Ma chi è ’sto americano?», si sarebbe chiesto il pm di punta del Pool, prima di buttare la chiave della cella in cui avrebbe rinchiuso, con una smorfia di soddisfazione, se stesso.
Chiaro, anzi no, ma non importa. A furia di urla e decibel nelle orecchie, i testi sarebbero crollati, qualcuno avrebbe ammesso tutto, anche quel che non sapeva, prima di scaricare ogni responsabilità su qualche altro commensale, in perfetto stile Ultima cena. L’agenda dice che di lì a nove giorni Contrada finì in manette, ma proprio in quelle ore Di Pietro aveva alzato il tiro inviando un avviso di garanzia a Bettino Craxi. Che, come tutti e come lui, non poteva non sapere. Un azzardo senza precedenti nella storia della Prima Repubblica. Chiaro dunque, si fa per dire: il pm aveva deciso di concentrare gli sforzi sul Palazzo e di consolidare, perché figurarsi se già non l’aveva prima, un aggancio con i servizi americani e, tramite l’obliquo Contrada, con Cosa Nostra. Forse, ma è solo un’ipotesi, avrebbe bruciato sul tempo la concorrenza spedendo in carcere anche l’alto funzionario del Sisde e soffiandolo ai colleghi che in effetti lo portarono via, con garbo, alla vigilia di Natale.
Del resto, se ci adeguiamo alla stringente filosofia dipietrese e dei suoi numerosi discepoli, se sposiamo la logica retrospettiva dei girotondini e dei giustizialisti, i conti tornano. Eccome. Basta collegare i fatti e fare su e giù di qualche mese sul calendario, aggiustando le date: il 16 luglio ’92 il Ros dell’Arma scrive un rapporto allarmatissimo su Cosa Nostra. Borsellino e Di Pietro rischiano la vita. La mafia vuole fermarli. In effetti Borsellino salta in aria, il 19 luglio ’92, il 23 luglio il Secolo XIX pubblica il rapporto, Di Pietro invece scappa letteralmente all’estero. Il capo della polizia Vincenzo Parisi ha lanciato l’sos e il vicequestore di Bergamo si è attivato procurando al magistrato un passaporto di copertura: il pm cambia identità con un gioco di prestigio, diventa Marco Canale, prende per mano la sua compagna, sale su un aereo e, dopo un giro del mappamondo di 23 ore, atterra a San José di Costarica.
Come mai, si chiederebbero ora tutti i grillini e i travaglini, Di Pietro l’ha scampata e Borsellino no? Perché è andato in Costarica? E da quando conosceva Contrada? E l’americano del Department of the treasury? E chi era il mandante del complotto: Cosa Nostra, la Cia o tutte e due? Domande a tutto volume che avrebbero fatto crollare i testi e fatto passare qualche giorno al fresco, ormai non è più un’ipotesi, alla coppia Di Pietro-Contrada e, forse, pure all’americano arrivato con la targa-premio alla cena.
Del resto è questo lo stile dipietrese che ha fatto scuola: perché De Magistris non ha finito le indagini sulla lobby criminale che avvelenava gli appalti in Calabria e non solo lì? Perché non è riuscito a trovare le prove? No, ipotesi troppo semplice. È perché è stato bloccato e i magistrati che l’hanno criticato sono malfattori e chi dice che non è vero fa parte di questa rete del malaffare. Estesa, ramificata, onnipresente. Eccolo il punto: afferrare le trame del complotto, del patto scellerato che Di Pietro aveva raggiunto, per il tramite di Contrada, con la mafia e magari pure con pezzi dei servizi, nazionali e internazionali.
Ecco perché, sibilerebbero ex cathedra i moralisti in servizio permanente, Di Pietro tacque. E non avvisò della cena il kaiser Borrelli e nemmeno la coppia Davigo-Colombo che l’opinione pubblica venerava come i napoletani san Gennaro.
Per molto meno di una foto si sono condotte in Italia, non solo a Milano, inchieste tortuose più di un labirinto. Di Pietro avrebbe blindato Di Pietro. Finché dalla foto non sarebbe spuntato l’album completo.

mercoledì 3 febbraio 2010

Cene, foto e conti all’estero: il libro che preoccupa Di Pietro

Il problema non era solo quale fotografia mettere in copertina (la più gettonata sembrava essere quella con Antonio Di Pietro, coppola, sigaro e sguardo truce). Il problema vero era se mandare in stampa tutto quel che l’ex braccio destro dell’ex pubblico ministero ha inserito in un libro di prossima pubblicazione. Libro che nelle intenzioni dell’autore dovrebbe contenere tutte e dodici le foto degli incontri di Di Pietro con Bruno Contrada alla vigilia dell’arresto di quest’ultimo, nonché altre immagini «delicate». Alla casa editrice Koinè si dicono sorpresi dell’anticipazione non concordata del libro dell’avvocato Mario Di Domenico, cofondatore con Tonino di quell’Italia dei valori che poi lasciò polemicamente non appena - dice l’interessato - venne a scoprire come Tonino gestiva i soldi del partito. Sorpresi, perché l’uomo che ha trascinato senza troppa fortuna in tribunale Di Pietro denunciando reati gravissimi che la procura di Roma alla fine non ha ritenuto di addebitare all’imputato, ha dato per imminente quello che gli editori ancora devono valutare.

Il libro, infatti, è in fase di editing. Ogni pagina viene vivisezionata, controllata e ricontrollata con i documenti che Di Domenico ha recuperato con non poca fatica. Al di là del capitolo dedicato alla gestione dei quattrini dell’Italia dei valori, in particolare della gestione dei fondi elettorali incassati non dal «partito Idv» ma dall’«associazione Idv», fra le pagine più delicate, sulle quali la Koinè si riserva correzioni e aggiunte in corso d’opera, c’è un passaggio da riportare con estrema cautela. Seguendo la ricostruzione di Di Domenico, riguarderebbe un presunto conto estero acceso da Di Pietro sui circuiti finanziari di Hong Kong, conto di cui avrebbe dato ampi riferimenti allo stesso Di Domenico un testimone oculare, un avvocato, su cui si mantiene uno strettissimo anonimato.

Lo stesso Di Pietro, quando preannunciò l’arrivo del dossier che definì «bidone» con le foto di Contrada accanto a lui, fianco a fianco, parlò di conti esteri: «Si tratta di una bufala per screditare me e l’Italia dei valori durante la campagna elettorale e, soprattutto, operare una falsa rivisitazione storica degli anni di Tangentopoli e di Mani pulite nel tentativo di far credere che all’epoca non ci fosse una classe politica corrotta, ma una magistratura militante al soldo di qualcuno. Sì, proprio al “soldo”, perché si vorrebbe far credere che in cambio di un servizio reso queste fantomatiche potenze straniere avrebbero poi versato ingenti somme di denaro in conti correnti esteri sparsi fra gli Stati Uniti e la Nuova Zelanda».

L’«informatore» di Di Pietro aveva suggerito bene, ma fino a un certo punto: le foto di Contrada esistevano davvero, mentre il riferimento ai presunti conti correnti di cui si parlerebbe nel dossier (che ora si è scoperto essere invece un libro) insistevano da tutt’altra parte: ad Hong Kong. La Koinè, interpellata dal Giornale, non smentisce la circostanza del capitolo dedicato a Hong Kong, semplicemente non ne vuol proprio parlare. «Questa fuga di notizie, chiamiamola così, sul libro di Di Domenico ci danneggia non poco. Anche perché di fatto al momento c’è solo un contratto firmato e la bozza del libro consegnata con molti omissis. Stiamo facendo l’editing, ci siamo presi sei mesi di tempo per decidere. Il libro è ancora lontano dall’essere concluso, e anche la copertina che è stata pubblicata sul Corriere della Sera non ci appartiene. Quanto a certi contenuti, essendo tutti di una delicatezza estrema, ci riserviamo di parlarne quanto prima con Di Domenico».

Il resto del libro, stando alle prime indiscrezioni, passerebbe in rassegna temi noti e meno noti del «caso Di Pietro». Visti, per la prima volta, dall’ottica di uno che più di chiunque altro è stato molto vicino all’ex pm. Temi come l’«immobiliare Di Pietro», le finanze del partito, le amicizie «scomode» di Tonino (da Mani pulite in avanti), il viaggio negli Stati Uniti, le inchieste sulla mafia, eccetera, eccetera, eccetera.

martedì 2 febbraio 2010

Sconfitte e scandali, sinistra allo sfascio

Non siamo più ai tempi della Milano da bere, ma neppure della Capalbio da bene, quando già avevano la puzza sotto il naso e cercavano di camuffarla facendo trenini nelle villette ricavate da poderi e al massimo giocando a cocomerate e scandalizzandosi per una tetta di Lilli Gruber avvistata a L'ultima spiaggia, perché le ultime spiagge non finiscono mai. Berlusconi tiene in piedi sia la destra che la sinistra, d’accordo, eppure qualche mutazione genetica negli ultracorpi allo sbando si sta verificando. Rifarsi a Gramsci, Adorno, Pasolini, Togliatti, Berlinguer, e giù giù fino a citare Asor Rosa che cita Asor Rosa, è come andare in soffitta d’estate e tornare giù coperti di ragnatele e con un canotto bucato. Così ritorna la vecchia domanda di Lenin: che fare?

In mancanza di Berlusconi, ci si accontenta di De Benedetti. Il quale dopo aver ottenuto settecentocinquanta milioni di euro di risarcimento dall’imprenditore avversario ha sancito il passaggio: dall’esproprio proletario all’esproprio proprietario. Non è mandare Berlusconi a chiedere l’elemosina, come voleva D’Alema, ma è già qualcosa. A sinistra hanno gioito, come se poi Carlo De Benedetti fosse Carlo Marx e i profitti li devolvesse al proletariato. D’altra parte non c’è più l’Urss e papi Silvio ai comunisti gli ha fregato pure il giaccone dell’Armata russa, sicché al modello Bersani-Franceschini resta l’eleganza forzata da funzionari di banca in riunione annuale, ogni volta che li vedo ingessati in quei gessati da Rinascente cambio canale.

Per modernizzarsi hanno provato a voltarsi verso l’America, ma l’abbronzatissimo Obama, a cui hanno dato il Nobel preventivo per la pace, su Al Qaida dice le stesse cose di Bush, non ha ritirato le truppe in Irak, le ha aumentate in Afghanistan, è incazzato negro con l’Iran, e ha venduto sei miliardi di missili a Taiwan, meglio far finta di niente.

È ancora un’utopia pensare a una socialdemocrazia moderna e liberista e cazzuta, si sono stufati perfino Panebianco e Della Loggia e il terzista Mieli. Inoltre ora lo si può dire, ci aveva già pensato Bettino Craxi trent’anni fa e fu subito processato con vent’anni di anticipo, mentre il partito graziato non tardava a allearsi con il partito di Io a quello lo sfascio (poi Italia dei valori), puntando molto sui maquillage dell’onomastica, da Pci a Pds a Ds (con alleanza Prc a sinistra) a Pd, quando nel bipolarismo nasceva la Quercia innestata nell’Ulivo innestata nella Margherita pur continuando a lamentarsi, con cotanta botanica incestuosa, di non trovare le radici, e sono ancora contrari agli Ogm.

La topica allarmistica del «global warming», salvo negli editoriali di Repubblica e di Sartori, ormai nella sinistra italiana attecchisce poco, nessuno se la sente di andare in piazza per il surriscaldamento globale, e non solo perché Obama anche lì se ne sbatte, quanto perché l’alternativa «pulita» sarebbe il nucleare (come nota in un suo libro il Premio Nobel Christian De Duve, non certo di destra), che la sinistra vent’anni fa ha combattuto, preferendo comprare l’energia nucleare dalla Francia. Ma soprattutto è più fico scendere in piazza contro Berlusconi, manifestare, sfanculare, tra B-Day e V-Day sembra un perenne film di fantascienza dove l’astronave non arriva mai.


Con frequenti ritorni all’antico, in quanto il refrain che ormai ha imparato anche l’ultima sartina di provincia è «ad personam», come dieci anni fa non si faceva che dire «par condicio» e ognuno si sentiva un giurista latino (talvolta usati perfino insieme, come un titolo della sempre libidinosa Repubblica: «Par condicio, un’altra legge ad personam»).

Nel frattempo si provano i leader come cappotti al mercatino dell’usato, scegliendo sempre quello più innocuo, più riciclabile in caso di fallimento. Tanto se dici che Bersani non è stato capace, un domani chi ti può dire niente, le primarie servono a questo, a legittimare una sabbia mobile di congressi, riunioni, assemblee, come se il numero di riunioni fosse direttamente proporzionale al tasso di democraticità interna e al teorema di Pitagora tra il vertice e la base.
E sempre invocando la «responsabilità» come un mantra, e però, appena vanno al governo, non cambiano nessuna legge «porcata» (né la tanto vituperata Bossi-Fini, né la legge elettorale, né la legge 40, né il sempre nominato conflitto di interessi), e appena cadono tirano un sospiro di sollievo, non devono più scendere in piazza contro se stessi, come pure è capitato. Tornati all’opposizione possono tornare più sfigati di prima, ora Bersani e Franceschini annunciano assegni e sussidi per tutti, tanto mica pagano loro. Quando erano al governo, al contrario, hanno alzato le tasse ai redditi bassi, portando le aliquote al 23% fino a 15mila euro e al 27% da 15mila a 28mila. «Anche i calcoli fatti dalla Uil sbugiardano la propaganda ingannatoria del governo Prodi. La Finanziaria 2007 non difende nemmeno i redditi bassi. Sarà sufficiente prendere 1.350 euro netti al mese che corrisponde al salario di un operaio specializzato, per essere penalizzati dalle nuove imposte». Non lo dico io, lo scrivono quelli del Partito Marxista-Leninista Italiano, che rimpiangevano il compagno Berlusconi.

Sfido chiunque a dire cosa è la sinistra, mentre l’Italia del gossip e della giustizia spettacolo e della superiorità morale si dibatte in neologismi giornalistici che finiscono con «poli», dal greco polis, come fossero tante città, di cui ormai molte finiscono in buchi nell’acqua quando non in buchi veri e propri: Tangentopoli, Calciopoli, Vallettopoli, Transopoli.

La moda americana delle primarie, allestite come un teatrino, pare già finita. Dopo averne organizzate alcune in forma di farsa, in stile Comintern o Sanremo o Premio Strega, dove di regola si sapeva già all’inizio chi avevano deciso di far vincere alla fine, oggi sono rimasti fregati in Puglia, dove un Vendola ci ha creduto davvero e ha vinto bocciando il candidato prescelto che, ironia della sorte, si chiama Boccia (e chissà che liti tra D’Alema e Bersani dove l’uno avrà detto all’altro «Ma qualcuno gliel’ha spiegato a quello che le primarie sono per finta?»). Dovendo così chiudere anzitempo l’alleanza con Casini, mentre altri casini si aprono a Bologna, in perfetto stile commedia italiana anni Settanta con il capo e la segretaria (ecco perché Ghezzi ha rivalutato perfino il cinema trash, non si sa mai), dove lui si chiama Delbono e non è proprio bono, lei è più bona della Rosi, l’immaginario sessuale erotico della sinistra è triste, almeno Marrazzo aveva tentato una transumanza transpartitica saltando i gradi della fase di transizione marxista, andando in via Gradoli.

Bersani è di una tristezza infinita, quando dice «siamo seri», quando dice «dobbiamo essere responsabili», quando dice tutte le cose che non riesce a dire, non capisco perché lo mandino in televisione né perché lo abbiano scelto come leader, mi sembra un downgrading di Prodi che era già il downgrading di Veltroni che almeno era Apple Style, un I-sindaco, I-scrittore, I-segretario, dimessosi però con un umilissimo «chiedo scusa», perché non ha avuto il coraggio di esalare un più consono «I’m sorry».

La sinistra è sfigata, mi mette tristezza anche la scosciata Concita De Gregorio, la si vede ovunque, da Floris, da Telese, pare non ci creda neppure lei a se stessa, e anziché essere grata al suo protettore Walter si anima solo quando sente Berlusconi. L’ultima volta, la settimana scorsa, l’ho avvistata a Annozero: sfacciatella, parlava di precariato e degli operai licenziati, lei che appena insediata ha licenziato decine di collaboratori pagati 30 euro al pezzo, inclusa, mi dicono, la segretaria Eloisa, ora accolta dal Fatto, e senza neppure pagarle il preavviso, anche questo è un fatto. Lo scrittore Fulvio Abbate al contrario è stato licenziato perché, sostiene Concita, «chiedeva troppo», così chiamo Abbate per sapere quanto diavolo pretendeva per la sua rubrica, e mi risponde «60 euro, ma gli amici di Veltroni 400, e avevano anche il Telepass. Sull’Autostrada del Sole mi sono sentito un uomo libero».

Comunque sia è tornato molto in voga parlare delle donne non in quanto persone ma in quanto categoria sindacale, un neofemminismo radical-kitsch che non fa male a nessuno, solo ai timpani e alle batterie del telecomando. Non si parla più di uteri da autogestirsi, si parla di «dignità», come viene viene. Perfino Barbara D’Urso ha imparato il trucco per sembrare un’intellettuale impegnata e non perde occasione per dire «Sono contro ogni violenza sulle donne», lo dice a un certo punto di qualsiasi discorso, a prescindere dal tema, e come se qualcuno fosse a favore.

Va da sé che, in un simile frullatore, ci si attacca a tutto pur di sentirsi vicini a Silvio e parlare di Silvio. Così tra un appello per la dignità delle donne e un altro per la libertà di stampa lanciato da uno scrittore che ripubblica per Mondadori perfino i suoi appelli scritti per Repubblica, i miti diventano una escort di lusso che gira con il registratore incorporato e diventa quasi una firma di Repubblica, o una povera, bistrattata ex moglie, Veronica Lario, altra eroina popolare elevata a Rosa Luxemburg, paladina di tutte le mogli e le Latelle. Che per mantenere il suo tenore di vita ha bisogno di tre milioni e mezzo di euro al mese. Fossi in Silvio, l’unico vero comunista rimasto, le darei ciò che vuole, con la clausola di darne almeno tre alla sinistra, facendo di Macherio la sede del Pd, tanto perdono lo stesso ma almeno sembreranno meno sfigati, all'Unità riassumeranno i giornalisti di Concita, e oltre ai Telepass passeranno anche i trans o le escort a chi non può permetterseli.