martedì 26 gennaio 2010

Di Pietro vuole sfruttare lo scandalo ma sbaglia i tempi

È andato dove sentiva odore di sangue. Ha volteggiato per un po’ sulla testa della vittima designata e senza nemmeno affaticarsi troppo, quando ha capito che questa non ce l’avrebbe fatta, è sceso giù in picchiata a farne scempio. Antonio Di Pietro ieri era in missione per conto di se stesso a Bologna nelle ore in cui il sindaco Flavio Delbono stava ammainando la bandiera rossa, travolto dallo scandalo sentimental-amministrativo alla mortadella. Non proprio salire sul carro del vincitore; diciamo piuttosto scendere prima del capolinea da quello dello sconfitto.

Ecco così l’ex magistrato invocare a gran voce quello che già tutti sapevano già ineluttabile: le dimissioni di Delbono stesso. «L’Italia dei Valori non poteva e non può sopportare più ambiguità, c’è necessità nel nostro Paese di uno scatto etico: al di là delle responsabilità penali ci sono responsabilità politiche che vanno affrontate di petto», ha detto Di Pietro con piglio tribunizio. Per dovere di cronaca va detto che l’atto di sciacallaggio politico così ben congegnato è riuscito a metà per ragioni cronometriche: la conferenza stampa del leader dell’Idv era convocata per le 14, ma già alle 13.30 le agenzie di stampa davano per certe le dimissioni di Delbono, di fatto anticipate dal capogruppo Pd in Comune Sergio Lo Giudice dopo un incontro con il quasi-ex primo cittadino. Poi, in consiglio comunale, alle 15, l’ufficializzazione dell’addio. Vabbè, insomma, che importa? Nel frattempo Di Pietro aveva segnato il suo gol a porta vuota. Perché a lui, come a quello scommettitore della pubblicità, piace vincere facile. Soprattutto quando l’avversario è il Pd di questi tempi, in versione Tafazzi.

Avversario, sì. Perché dal febbraio 2008, quando l’allora leader del principale partito del centrosinistra Walter Veltroni ebbe la brillante idea di allearsi con l’Italia dei Valori per le elezioni dell’aprile è chiaro che il vero obiettivo del partito di Di Pietro è stato fare opposizione al governo e... all’opposizione per rosicchiare l’elettorato allo sbando del Pd. A quel che resta del Bottegone, del resto, prima del voto che portò per la terza volta a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi, Di Pietro aveva giurato se non amore eterno, quasi. «Iniziamo un percorso che avrà come obiettivo fondere i due partiti in un’unica grande forza», disse il politico molisano al momento del matrimonio elettorale. Macché: «Quando si è accorto che aveva un numero sufficiente di parlamentari per costituire un gruppo parlamentare tutto da solo, Di Pietro ha stracciato quell’impegno», accusò Veltroni pochi mesi dopo (era l’ottobre 2008) facendo istanza di divorzio.
Il fatto è che, costrette sui banchi dell’opposizione, le due forze avevano mostrato caratteristiche inconciliabili: roba di Dna, mica pinzillacchere. Esausti, sbandati, flebili, propensi al dialogo con la maggioranza i piddini di Veltroni, poi di Franceschini, poi di Bersani.

Aggressivi, populisti, forcaioli, demagogici, sbraitanti gli idivvini di Di Pietro, pronti a occupare tutti gli spazi lasciati liberi - per ignavia, stanchezza, scoramento, scollamento con l’elettorato - dagli altri, ansiosi di accreditarsi agli occhi dell’elettorato di sinistra a caccia di un capopopolo purchessia, come i veri antiberlusconiani in servizio permanente effettivo. Operazione compiuta, a giudicare dalle urne aperte negli ultimi anni: dal 4,4 per cento ottenuto alle politiche del 2008 la lista di Di Pietro è volata all’8 per cento delle Europee 2009. Lo sciacallaggio sarà biasimevole ma paga. Altroché, se paga.

lunedì 25 gennaio 2010

Ecco i giudici scesi in campo contro il "governo illiberale"

Fedele all’assioma che il magistrato debba apparire, oltre che essere, terzo ed imparziale, c’è un manipolo di toghe che è solito usare il bilancino quando deve dire la propria su politica e potere. Non inganni che la maggior parte dei giudici, una volta deciso di appendere la toga al chiodo per entrare in Parlamento, scelga poltrone di sinistra (Di Pietro, De Magistris, Violante, D’Ambrosio, Finocchiaro, Casson ecc...). Né che esiste una corrente di giudici (Magistratura democratica) che ha scritto di recente: «Le elezioni... hanno sancito l’egemonia di forze politiche e culturali estranee od ostili al progetto egualitario ed emancipatore della Costituzione del 1948»; o che «La riedizione, ostentata e rivendicata, della pratica delle leggi ad personam... sta determinando lo stravolgimento della funzione legislativa»; o ancora: «Ad essere vincente non è (solo) un “grande comunicatore” beneficiato da reti televisive discutibilmente possedute: è, ben più in profondità, una cultura i cui riferimenti sono la disuguaglianza, la competizione, la divisione... in ricchi e poveri.

Si tratta di una cultura diffusa, costruita nei decenni, da cui non ci si libererà nei tempi brevi». Faziosi? No, è solo una sensazione. Non lo è affatto Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano, pezzo grosso dell’Anm, chiamato da Borrelli a sostituire Di Pietro del pool Mani pulite. Si parla di inappellabilità? «È inutile e sbagliata»; di riforma della giustizia? «Logica aziendale»; di intercettazioni? «Assurdità, idee balzane». Non lo è neppure Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo ma anche comiziante alle manifestazioni dell’Italia dei valori. È soltanto una coincidenza che abbia condannato senza appello il processo breve: «Medicine peggiori del male» e il disegno di legge sulle intercettazioni: «Una pietra tombale sulla modalità d’indagine principale degli ultimi anni». Lui, assieme al collega Roberto Scarpinato, aveva pure partecipato a un forum organizzato dal giornale manettaro Il Fatto Quotidiano di Travaglio ma era solo un caso: nessuna presa di posizione politica.

Come casuale era l’accorata adesione ai social forum da parte di Nicoletta Gandus, anche lei pezzo grosso di Md, autrice di acide reprimenda contro il governo Berlusconi, accusato di «devastare il nostro sistema giustizia». Chiedeva quindi l’abrogazione immediata di lodo Schifani, legge Cirami, legge ex Cirielli, falso in bilancio, legge Pecorella. Misurata anche in politica estera: «Esprimiamo la nostra ferma condanna della politica di repressione violenta e di blocco economico - scriveva - messa in atto dal governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese» e sui temi etici: «In questo apostolato scorgiamo, con preoccupazione, vene di integralismo e di contrapposizione ad altri integralismi». Senza alcun dubbio è ed appare terzo e imparziale pure il magistrato partenopeo Nicola Quatrano, autore del romanzo «La verità è un cane», finito anche nel mirino del Csm perché dal suo computer partì una mail firmata Brigate rosse. «Ma va là - si difese - quella roba l’ha scritta mio figlio di 12 anni...». Beccato alla manifestazione no global di Napoli, invece, aveva ribattuto così: «Beh, prima di essere magistrato sono padre e cittadino. E in piazza con i miei figli ho visto massacrare ragazzini di 16 anni». Toghe rosse? Meglio dire «Toghe rotte», titolo di un libro (prefazione di Marco Travaglio) di Bruno Tinti, ex procuratore aggiunto a Torino che quando ancora indossava la toga diceva che «La giustizia italiana è programmata per non funzionare, perché la nostra classe politica non intende sottoporsi al controllo di legalità». Ora scrive sul travagliesco Fatto Quotidiano, di cui possiede alcune quote.

Sempre misurato anche il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, quello che rispondeva a Berlusconi: «Toghe rosse? Sì, ma per il sangue versato». Così come il collega milanese Fabio De Pasquale che ha definito il lodo Alfano «criminogeno» e il presidente del Tribunale dei minorenni di Genova Adriano Sansa secondo cui «il governo è indegno di affrontare il tema della giustizia, anche dal punto di vista tecnico. C’è un disegno illiberale per ridurre l’indipendenza dei giudici».

Impossibile stabilire quali siano le simpatie politiche anche del pm aggiunto di Napoli e poi procuratore a Nola, Paolo Mancuso, membro di Md. Lui, chiacchierato per presunti contatti con la criminalità organizzata (il Csm archiviò tutto ndr), guidò la rivolta contro l’ex procuratore partenopeo Agostino Cordova che voleva far luce sulle giunte di sinistra di Bassolino. No, il Mancuso consigliere comunale di Sinistra per Bologna, ex assessore della giunta Cofferati, è un altro: si chiama Libero, è un’ex toga e di Paolo è soltanto il fratello.

giovedì 21 gennaio 2010

Il peccato del Pd: annunciare l’Apocalisse invano

«Guai, guai, guai agli abitanti della terra al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!». Il giorno del giudizio, come preannunciato dall’Apocalisse di San Giovanni, sembra un’innocente fiaba per bambini se paragonata a quanto nell’ultimo anno e mezzo gli apostoli del Partito democratico hanno profetizzato per l’Italia del governo Berlusconi.
Con una differenza: se per i credenti il mondo è destinato a finire prima o poi, per i seguaci della triade Veltroni-Franceschini-Bersani dovrebbe essere già finito e se non lo è, è colpa del destino cinico e baro. Altrimenti come spiegare le parole pronunciate ieri dal segretario del Pd? «Hanno fatto la cosa peggiore che si potesse fare: distruggere migliaia di processi, lasciare senza giustizia migliaia di vittime per salvare uno solo. Sia chiaro che nessuno della maggioranza, davanti a questo scempio, potrà dire che non c’era», ha dichiarato Bersani presagendo la fine della democrazia con l’approvazione della legge sui tempi certi del processo al Senato e annunciando nuove battaglie alla Camera.
Ecco, il problema è tutto lì. Il Pd si mobilita, sbraita, raccoglie firme, si indigna, ma le tragedie previste non si verificano mai. Torniamo indietro al 29 giugno 2008 quando il «buonista» Veltroni voleva aprire una nuova stagione da leader responsabile dell’opposizione. «L’Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini e si occupa solo dei suoi affari personali. Ora basta, il dialogo è finito!», minacciò con voce stentorea.
Un dramma al quale l’ex sindaco di Roma si aggrappò in tutte le campagne amministrative che ne decretarono il personale fallimento politico. Persino pochi giorni prima delle fatidiche dimissioni nel febbraio dell’anno scorso Veltroni teorizzò che «la crisi è un’emergenza nazionale, il nostro Paese è e sarà in tre anni di recessione». Il 2009 è stato molto critico per l’economia italiana, ma quest’anno, come ha detto lunedì il ministro Tremonti, il Paese tornerà a crescere. Con buona pace dei vari Franceschini («La crisi c’è e il governo non la affronta») e dei vari Bersani, intenti a lambiccarsi il cervello sui motivi che abbiano spinto gli elettori a scegliere un «miliardario che suona il piffero e i poveracci che gli vanno dietro».
Ogni occasione è stata buona per denunciare presunti imbrogli: anche il sisma all’Aquila. «Sembra un terremoto di serie B», disse Bersani a proposito del decreto subito varato dall’esecutivo. «Il governo sta prendendo in giro l’Abruzzo», gli fecero eco i gruppi parlamentari. Tutto questo a maggio. Quattro mesi dopo erano già state inaugurate le prime case ed entro la fine del 2009 tutte le tendopoli sono state smantellate. Ma se c’è un terreno sul quale il Pd ha cercato una sponda in tutti i canali mediatici è stato quello della scarsa credibilità internazionale del governo di Silvio Berlusconi. «Credo che con l’elezione di Obama l’Italia conti meno», si sbilanciò Massimo D’Alema un anno fa. Le politiche sull’immigrazione «stanno producendo l’isolamento internazionale del Paese», osservò Marina Sereni. L’immancabile Pierluigi Bersani rimarcò a margine del G8 dell’Aquila «la poca credibilità del premier come presidente di turno del G8» utilizzando la questione africana come schermo per gli scandali montati da Repubblica. A un anno di distanza si può affermare che il summit abruzzese è andato benissimo, che i rapporti con gli Usa non si sono deteriorati e che, se non ci fosse l’Italia, Obama (il cui appeal oggi è inferiore a quello del Cavaliere) avrebbe un alleato in meno.
E il cerchio si chiude con la giustizia. «Berlusconi vuole ridurre l’autonomia e l’indipendenza della magistratura», si allarmò Anna Finocchiaro nel dicembre 2008. Già Veltroni andava raccogliendo firme «in difesa della democrazia». Sembra un secolo fa: i magistrati sono ancora autonomi, Veltroni e le vagonate di firme sono finite in uno scantinato e anche l’Apocalisse è in ritardo.

mercoledì 20 gennaio 2010

Grillo va in tour all’estero per sputtanare l’Italia

Dirà agli inglesi che Gordon Brown «andrà a cena con un mafioso», ai tedeschi che Angela Merkel «corromperà un giudice e poi andrà con un ventenne», ai francesi che Nicolas Sarkozy «andrà con un trans». All’Europa intera suggerirà di alzare le difese, di cercare un vaccino come con l’Aviaria, perché l’Italia sta esportando «un virus implacabile che contaminerà ogni nazione»: il «modello» Berlusconi.
Ladies and gentlemen, dames et monsieurs, non ci capiranno un’acca, perché lo spettacolo che Beppe Grillo si accinge a portare in giro per l’Europa sarà rigorosamente in italiano, perdipiù con inflessioni e intercalari genovesi, e vallo un po’ a tradurre il «belin», meglio di no.

Epperò certo il circo mediatico si mobiliterà, diffondendo e amplificando il Verbo del fustigatore della Casta, e così l’operazione sputtanamento atto secondo riuscirà lo stesso. Il primo atto Grillo lo aveva fatto al Parlamento europeo, era andato là a dire a lorsignori che «non servite quasi a niente». Ma questo tour sarà tutto diverso. Si intitola «Incredible Italy», l’ultima fatica del Grillo International, che lascia il giro d’Italia, da Bassano del Grappa a Cantù passando per Montichiari, per fare tappa a London, Bruxelles, Paris, Wien, Munchen, Zurigo e Basilea, come da programma sul blog, con le prime quattro città scritte nella loro lingua e le ultime due in italiano, sarà che non ne conosce la traduzione.

Un tour di un mesetto, dal 25 gennaio al 13 febbraio, fra università, teatri e sale congressi che Grillo presenta così: «Non è satira, non è comicità, è iperrealismo, una irrealtà senza precedenti amplificata dalle mafie, dall’ingerenza della Chiesa, dalla massoneria e da una corruzione sociale senza confronti al mondo». L’Italia di oggi nella versione del Savonarola al pesto è «un racconto agghiacciante che non fa paura. Nulla di incredibile infatti può fare paura». Incredibile eppure reale, avverte il «fu comico», che spiega: «L’Italia è fallita, ma non è fallita, è mafiosa, ma non è mafiosa, è tutto e il contrario di tutto. È un calabrone che vola senza che si sappia il perché». Infine, «un caos disorganizzato», ma pericoloso per tutti e il perché è presto detto. Chi ha pensato a Silvio Berlusconi non alzi la mano, indovinare era troppo semplice.

E infatti. Prendete Gheddafi e Putin, suggerisce Grillo: «Non erano così prima di conoscere “colui che ama”, guardate cosa è successo in Irlanda, dove la Robinson prima sta con un ventenne e poi gli presta pure i soldi del marito. È la prova che stiamo esportando il nostro modello in tutto il mondo». Se poi ci fossero dubbi sul riferimento al partito dell’amore auspicato dal premier dopo l’aggressione al Duomo di Milano, ecco il The End dello show: «Bisogna mandare a casa tutta questa gentaglia, il nostro è un governo illegale e anticostituzionale, manca la base della democrazia». E vabbè, la base della democrazia saranno pure i voti, ma si sa come la pensa Grillo. Quegli stessi italiani che lui in vista delle Regionali sta chiamando a barrare le sue liste, se votano Pdl è perché hanno il cervello all’ammasso, e infatti per il «fu antipolitico» il Cavaliere le elezioni le vince perché ha le tv, e quelle tv nessuno gliele toglie perché i suoi avversari del «Pd meno elle» sono in realtà «i suoi migliori amici»: da quell’«inciucista» di Massimo D’Alema a quel «Topo Gigio» di Walter Veltroni, «che non è nemmeno un politico: è scemo».

Risultato: «In Italia Provenzano e Riina sono in galera, i mandanti in Parlamento»; al governo c’è un premier «psico-nano malefico», un ministro dell’Economia che si può con grazia ribattezzare «Giulio Tre-morti, perché prende i soldi dei morti per darli ai morti di fame con la social card, due parole inglesi per prendere per il culo gli italiani», e una titolare delle Pari opportunità come Mara Carfagna «da calendari dei camionisti»; alla presidenza della Repubblica c’è uno, Giorgio Napolitano, che invece di salvare il Paese dal regime «dorme, come Morfeo».

E via così rivisitando il repertorio classico. Che comunque è sempre meglio di quello nuovo, a ben vedere. Bisogna immaginarsela, la compita platea british e l’austero pubblico austriaco di fronte alla recente analisi del partito dell’amore. Il programma? «Ama, chiagni e fotti». Il dizionario? «Ha eliminato le parole brutte che lo riguardano da vicino: mafioso, piduista, puttaniere, inciucista, corruttore». Gli iscritti? «Chi evade le tasse più degli altri»; ci sono pure i martiri, tanto per non lasciare fuori nessuno, «i morti latitanti, come Craxi».

E allora, che si fa? Beh. Intanto alle amministrative si può votare il «movimento 5 stelle» di Grillo, lui dice che «dopo averlo lanciato toglierò il mio nome», ma lo diceva anche l’anno scorso e intanto chi lo vota lo fa perché vota lui, Grillo Beppe il Profeta dell’Antipolitica che però fa comizi da politico. Poi, non resta che sperare negli eroi. Quelli come Massimo Tartaglia e Susanna Maiolo, gli aggressori del premier e del Papa. «Se tutti gli psicolabili del mondo si dessero la mano...». Ma chissà, magari il mondo tirerà le uova a Grillo.

lunedì 18 gennaio 2010

Tonino e fratelli: le bizzarrie delle (ex) toghe

Agli errori giudiziari abbiamo fatto il callo. Prendiamo Calogero Mannino, l’ex ministro dc accusato di mafiosità e assolto dopo 17 anni, venti chili di meno e 23 mesi di arresti. Vita e carriera rovinate. Siamo anche vaccinati alle sentenze bizzarre tipo quella che ha imposto al padre di pagare gli studi alla figlia comodona che, a 32 anni, non si è ancora laureata. Bellina anche la faccenda di Alessandra Mussolini. Offesa perché in un film romeno le si dava della troia, ne aveva chiesto il ritiro. Ma un genio in toga l’ha negato in nome della libertà d’espressione. Poi, in base all’uzzolo o chissà che altro, ha condannato Mussolini alle spese.
Che tipi sono questi magistrati? Dio ci guardi dal commentarli nell’esercizio delle funzioni. Per un nonnulla ti querelano senza rischiare un baffo perché tanto i colleghi gli danno ragione a prescindere. Aggiriamo l’ostacolo e vediamo allora come si comportano quando, spogliandosi della toga o avendo smesso di indossarla, si mescolano tra noi. A giudicare da alcuni casi sott’occhio sono uomini singolari, prepotenti e notevolmente infantili. Resta il dubbio se siano state queste caratteristiche a fargli abbracciare la carriera o le abbiano acquisite percorrendola. In ogni caso sono indigesti, esattamente come le loro sentenze, anche nella vita di tutti i giorni.
Totò Di Pietro, per esempio, è un ex magistrato. Entrato in politica, si è subito segnalato per gli eccessi. Ossessionato dal Cav, batte continuamente lo stesso tasto: la democrazia periclita, l’Italia è il Sudamerica, l’Ossezia, il Turkmenistan e altre entità a caso di cui apprende l’esistenza sfogliando l’atlante. Si agita, molesto più alla sinistra che alla destra, costringendo il misero Bersani a inseguirlo sulla strada dell’insulto e dell’inconcludenza. Quando strabuzza gli occhi e muove a vuoto la bocca per l’eccitazione della malignità che sta per pronunciare richiama, ma impallidendone il ricordo, il duce che minaccia di spezzare le reni alla Grecia.
L’ex pm è il politico più invasato della storia repubblicana. Il primo che a memoria d’uomo abbia affittato pagine di giornali esteri per denigrare il suo Paese. È accaduto nel luglio dell’anno scorso con inserzioni a pagamento sull’Herald Tribune e il Guardian. Sul primo, gridando che «la democrazia è in pericolo», sull’altro per denunciare che «la libertà d’informazione è calpestata». Lo ha fatto con denaro pubblico e nel bel mezzo del G8 dell’Aquila sull’esempio dell’avviso di garanzia recapitato al Cav nel 1994 dal suo ex capo del pool di Milano, F. S. Borrelli, durante la riunione internazionale di Napoli. Curiosa mentalità questa dei magistrati - in attività o ex - che, da custodi della legalità, si trasformano in diffamatori internazionali delle istituzioni per odio politico. Resta una consolazione: nel ventre del Palazzo, che tutto digerisce, Di Pietro è meno dannoso di quanto sarebbe se continuasse a bazzicare i tribunali. La sua vera personalità, che la politica ha messo a nudo, fa però capire dei pericoli corsi dalla giustizia affidata a gente come lui. Speriamo se ne tenga lontano anche da avvocato dopo che mesi fa il Consiglio dell’Ordine lo ha sospeso per avere tradito la fiducia di un cliente.
Copia carbone del sullodato è Luigi De Magistris. È anche lui un ex pm che ha trovato rifugio tra le schiere dipietresche. Ha lasciato la toga a 43 anni, come Totò l’aveva fatto a 44 e per ragioni analoghe. Di Pietro aveva messo tanta di quella legna sul fuoco, sbattendo in galera questo e quello, che rischiava di bruciarsi. De Magistris ha tagliato la corda dopo avere fatto un buco nell’acqua con le inchieste. Cacciato da Catanzaro dov’era di stanza e inviperito, ha cercato, ancora magistrato, vendetta. Così, ha armato un grandioso casino aizzando i pm di Salerno contro quelli di Catanzaro. Le due procure si sono avventate l’una contro l’altra in nome di De Magistris. Salerno, che stava dalla sua parte, ha indagato l’altra, colpevole a suo dire di avere ostacolato il defenestrato in un’indagine. La cosiddetta Why not, che già nel nome inglese fa capire che fricchettone sia il Nostro. Le due procure si sono azzannate col risultato che sono intervenuti Csm e Guardasigilli. Conclusione: l’amico di De Magistris, il procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, è stato sospeso dall’incarico e dallo stipendio. Ditemi voi se uno che scatena un simile putiferio ha o no un barlume di equilibrio.
Da politico, De Magistris sta dimostrando un’identica dissennatezza. Per sistemarsi, si è sistemato bene. È da qualche mese un superstipendiato parlamentare Ue e ha un vizio: il blog. Su questo, il 2 gennaio, afflitto dai postumi del cenone, ha ironizzato sul Lodo Alfano che doveva sottrarre il Cav dai processi e ne ha proposto uno suo: «Garantiamo a Berlusconi la possibilità di lasciare l’Italia senza conseguenze... per tornare a essere una nazione civile». In altre parole, l’esilio. Il Cav, ancora incerottato dopo il lancio del Duomo, è stato zitto ma i suoi si sono scatenati. Allora, quel bello spirito di De Magistratis, ha fatto uno snobistico passo indietro dicendo: «Sarà che da un po’ frequento l’Europa ma questo Paese sta perdendo il senso dell’umorismo. Il mio era un pezzo scritto sul blog e va letto per quello che è». Cioè, una fesseria. Come se il blog fosse un porto franco in cui un rappresentante del popolo, per di più ex pm, possa dare sfogo alla bile post prandiale dei bagordi capodanneschi. È anche questo un buon esempio del tipo umano che la magistratura sforna inquinando la politica.
Un terzo scampolo del genere è Giancarlo Caselli, che indossa ancora la toga ma fa diverse incursioni tra noi comuni mortali. A lui non va giù che Andreotti sia stato assolto dall’accusa di mafiosità che gli aveva cucita addosso quando era pm a Palermo. Sono anni che non perde convegno o apparizione tv per dire che la sentenza che lo assolve in realtà lo condanna. Insomma, non ci sta e ripete con la caparbietà, del fanciullo o del matusa, fate voi, che lui ci aveva visto giusto: il Divo Giulio è mafioso checché ne dica la sentenza. Ora ha l’occasione di variare tema con un altro processo che gli è andato buca: quello di Mannino che ha sbattuto in galera e crocifisso per anni. Pare già di sentirlo: ahimè l’hanno assolto ma a pagina 33 della motivazione c’è un inciso che la dice lunga... andate a pagina 33... avevo ragione io... pagina 33.
Uomini davvero singolari questi magistrati.

giovedì 14 gennaio 2010

Il commento La sinistra arriva a negare persino i diritti civili

Ancora una volta, paradossalmente, la sinistra italiana purtroppo non si smentisce, anche se ad un prezzo assai alto: rinnegare la propria storia di appassionata difesa dei diritti civili.
I fatti. Nel corso di un procedimento penale intentato nei confronti di due operai di Pinerolo, accusati in un primo tempo di abuso edilizio e poi, nel corso del dibattimento, di un ulteriore reato - quello di violazione paesaggistica - la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi, ha stabilito, con una sentenza di alcuni mesi or sono, che in casi del genere occorre riconoscere all’imputato un termine a difesa allo scopo di poter decidere se chiedere il rito abbreviato per il nuovo reato contestato: questo termine va stabilito peraltro dalla legge.
Ecco allora che il governo sta per varare un provvedimento per misurare quel termine in un certo numero di giorni, 45, 60 o 90 che siano (e tuttavia è notizia delle ultime ore che il governo avrebbe preferito rinunciarvi, perché ritiene superfluo il provvedimento). Apriti cielo! Come sempre in casi del genere, gli esponenti politici della nostra sinistra, oltre che i giornali ad essa vicini, hanno dato inizio al solito rito dello stracciarsi le vesti gridando allo scandalo contro un governo che starebbe per varare, secondo loro, un decreto «blocca-processi», naturalmente confezionato ad uso e consumo, manco a dirlo, di Berlusconi.
Vediamo allora un po' di capirci qualcosa. Innanzitutto, la decisione della Consulta appare ineccepibile per il semplice motivo che se uno si vede accusare in giudizio di un reato nuovo, prima non contestato, è naturale che chieda di essere posto nella condizione giuridica che gli consenta di poter esercitare i propri poteri processuali nella loro pienezza, primo fra tutti quello di chiedere che si proceda con rito abbreviato (il che consente, fra l’altro, uno sconto di pena).
Per consentire questo pieno esercizio di poteri processuali, è necessario dunque concedere all’imputato un ragionevole lasso di tempo per poter fare le proprie valutazioni in proposito, in accordo con il difensore e dopo aver bene ponderato la consistenza della nuova accusa e il correlato materiale probatorio già raccolto: è naturale che occorra qualche settimana, sei, sette, otto non fa molta differenza.
Si tratta perciò, a ben guardare, non di una sospensione vera e propria del processo - come alcuni ripetono in senso critico e come il codice vigente potrebbe far intendere - ma della semplice e necessaria concessione all’imputato di un termine a difesa, allo scopo di approntare un’appropriata strategia per contrastare le nuove accuse che gli vengono rivolte, per la prima volta in dibattimento: in esito a tale concessione, il Tribunale «sospende» il procedimento in attesa che egli decida se chiedere il rito abbreviato. Nulla di sovversivo dell’ordine costituito insomma, nulla di eccezionale, ma la semplice previsione di un termine alla difesa per valutare la situazione.
E tuttavia, se sorprendono le geremiadi che si sono sollevate in questi giorni da parte della sinistra, molto di più sorprendente è che esse provengono da quella parte politica che dovrebbe portare inscritto nel proprio dna politico, ideologico e storico la tutela dei diritti civili fondamentali in ogni loro espressione.
Come è facile vedere (non occorre essere giuristi), è difficile, per non dire impossibile, negare al diritto di difesa consistente nello scegliere o no il rito abbreviato la qualità di ciò che in sede di rivendicazione politica ben potrebbe definirsi diritto civile. La sinistra dovrebbe perciò salutare queste previsioni con grande partecipazione e convinzione, invece di scagliarsi contro con tale veemenza.
Siamo in presenza - bisogna pur ammetterlo - dell’ennesima prova di come la sinistra italiana abbia tradito se stessa, le proprie origini, la propria stessa identità. Non per nulla un mio zio, da poco scomparso, pur essendo stato nel dopoguerra accanito sostenitore dell’estrema sinistra (era stato uno dei fondatori, in sede locale, del Psiup che stava ancor più a sinistra del Pci), divenne uno dei più convinti sostenitori di Forza Italia, subito dopo la fondazione.
Egli, da vero innovatore, aveva visto che la vera novità e la vera carica «rivoluzionaria» oggi sta dalla parte del Pdl e non dalla parte della sinistra, ormai avvitata su se stessa e dimentica del tutto del ruolo storico che era stata chiamata a svolgere: e si regolava di conseguenza. Bisognerebbe che qualcuno avvertisse Bersani di questo piccolo particolare: in Italia siamo senza la sinistra del progresso e della innovazione. Ne abbiamo soltanto una della conservazione e dell’avvilimento dei diritti civili: e non basta.