venerdì 31 dicembre 2010
Ma Battisti libero è un rospo che non si può ingoiare
(...) rabbia. Ed è il caso del rifiuto da parte del presidente brasiliano Lula di concedere la più e più volte richiesta estradizione di Cesare Battisti.
Torna difficile se non proprio impossibile comprendere quella faccia da schiaffi, quell’arrogante e presuntuoso delinquente di Battisti nella categoria - che per altro non riconosciamo - degli eversori che sbagliarono sì, ma per un’idea giusta. Battisti è né più né meno che un serial killer. Appena diciottenne è sbattuto in galera per rapina a mano armata. Quando ne esce e decide di abbrancarsi a un gruppo eversivo, sceglie quello di «Proletari Armati per il Comunismo», attratto più da quell’«armati» che dal resto. Tant’è che la sua carriera di terrorista fu tutta dedicata alla rapina armata piuttosto che alla realizzazione del comunismo. Quando dunque Lula definisce «umanitaria» la decisione di tenersi stretto a sé Battisti, insulta non solo le vittime e i parenti delle vittime di quel teppista, ma tutti noi. Giudicandoci belluini selvaggi per voler punire a norma di codice una canaglia capace di ripetutamente uccidere a sangue freddo.
Non gliela possiamo far passar liscia, a Lula. Non possiamo accontentarci di mezze misure. Già il dichiarare che «il Governo italiano si riserva, sulla base della decisione del presidente brasiliano Lula, di considerare tutte le misure necessarie per ottenere il rispetto del trattato bilaterale di estradizione, in conformità con il diritto brasiliano», è il segno della resa. Si riserva? Considerare? In conformità del diritto brasiliano? Il diritto brasiliano è quello interpretato da Lula e dal suo gesto «umanitario». Ovvero la negazione medesima del diritto. E noi dovremmo tenerne conto tra una considerazione e l’altra, tra una riserva e l’altra?
Un tempo, in simili casi, una nazione con gli attributi e che non voleva esser trattata a pesci in faccia mandava le cannoniere. Non si chiede tanto, anche se per tener a bada la «Serpenton do mar» e la «Terror do mundo», orgoglio della marina militare brasiliana, basterebbe una sola motovedetta della nostra Guardia costiera. Non si chiede tanto, ma alzare la voce sì, battere i pugni sul tavolo sì, minacciare sì. Ci andranno di mezzo le relazioni economiche? Quand’anche fosse, pazienza, perché quello servitoci da Lula non è rospo da mandare giù in nome di qualche Panda in più o in meno. E poi voglio vedere il Brasile che strozza in un embargo i suoi più importanti stabilimenti industriali.
Parliamogli dunque a muso duro, al Calamaro, facciamogli capire che per compiacere le Carle Bruni e gli Adriani Sofri, le damine e i cicisbei della più imbecille intellighenzia radical chic, l’ha fatta assai fuori dal vaso umiliando gli italiani. Diciamogli chiaro e tondo che si deve reingoiare quella scellerata scelta «umanitaria», che grida vendetta al cospetto del buon senso comune e della civile convivenza fra i popoli. Cesare Battisti non è una vittima. Le vittime hanno altri nomi. Le vittime si chiamano Antonio Santoro, maresciallo di polizia penitenziaria; Lino Sabbadin, commerciante; Pier Luigi Torreggiani, commerciante; Andrea Campagna, agente di pubblica sicurezza. Cesare Battisti è un assassino e come tale deve essere tradotto in manette in un carcere italiano. Per scontare la pena alla quale la giustizia l’ha condannato, l’ergastolo. E non c’è Lula che tenga.
lunedì 27 dicembre 2010
Uccidono i cristiani ma è l'Europa ad essere morta
mercoledì 8 dicembre 2010
LA «SUPERIORITÀ» FINISCE IN POLVERE
Non è colpa loro. La storia della superiorità morale è servita a giustificare fallimenti e sconfitte. La sinistra non esiste. È mediocre. È stata sequestrata da una classe dirigente di burocrati e mestieranti della politica. È dal 1989 che non ha un’idea o un progetto politico. Ma non perdono perché incapaci. No, si illudono di perdere perché troppo buoni.
La sinistra si inganna. Si guarda allo specchio e si vede diversa. È uno specchio deformato però. Non ti fa vedere la realtà, ma quello che vorresti essere e purtroppo non sei. Cancella tutte le cose brutte. Non vede che la professoressa Valeria Termini, candidata del Pd per l’authority sull’energia, è stata al centro di una polemica in stile «baronopoli». La docente di Roma Tre, moglie di un barone ex deputato Ds, fu accusata dal Sole24ore di aver vinto la cattedra con un concorso su misura. Il bando prevedeva clausole assurde, come la consegna «a mano» al preside della Facoltà di titoli e domanda di concorso, in modo da eliminare sgraditi pretendenti impossibilitati ad essere lì fisicamente.
La sinistra democratica, libertaria e pluralista perde la testa quando scopre che Matteo Renzi, sindaco di Firenze e leader dei «rottamatori», commette il sacrilegio di incontrare Berlusconi ad Arcore. Bersani infuriato, insulti che rimbalzano da ogni parte e sentenze senza appello mascherate con una battuta di spirito: «Matteo Renzi come Lele Mora». Manca solo la lettera scarlatta. Questi sono quelli che vogliono governare il Paese. Questi sono i paladini della morale incorrotta e incorruttibile. Questi sono i democratici.
mercoledì 1 dicembre 2010
Bersani si tiene i soldi dei precari
L’uomo dei tetti ha detto no. A Roma piove di brutto. Quando Marco Calgaro e Bruno Tabacci presentano un emendamento alla riforma universitaria per finanziare i contratti a tempo indeterminato dei ricercatori sono sicuri che Bersani e i suoi uomini voteranno sì. Il segretario Pd ha scalato il cielo di Valle Giulia. Ha offerto solidarietà ai cervelli precari. Nessuno si aspetta una mossa diversa. Invece Bersani si astiene (che è come bocciare la norma). Trenta dei suoi votano no. Il tesoriere dei Ds, Sposetti, fa fuoco e fiamme, bestemmiando contro il dilettantismo dei deputati rutelliani. Il Pd è di fatto spaccato. Cosa cavolo è successo? Semplice. Tabacci e Calgaro volevano prendere i soldi dell’università dalle casse dei partiti. Tagli al finanziamento pubblico e più soldi ai ricercatori. Ma il partito di Bersani è generoso solo a parole, quando si tratta di scucire denaro la mano si rattrappisce nella tasca. Un conto è salire gratis sul tetto e dire: ragazzi sono con voi. Altro è danneggiare gli interessi di bottega. Accontentatevi del sudore speso per salire sul tetto. Di più non si può fare.
Non si è mai vista un’opposizione più sconclusionata di questa. Il loro problema è che non credono a nulla di quello che fanno. La loro politica è solo uno strumento per far fuori Berlusconi. Tutto è mezzo, scorciatoia, furberia, mai una scelta politica consapevole, qualcosa in cui credere. Napolitano dovrebbe pensarci bene prima di affidare qualsiasi governo tecnico o di transizione a questa masnada di correnti in lotta perenne tra loro, pronti a parlare di senso delle istituzioni ma poi alla prova dei fatti corrotti da meschinità di basso rango.
La maggioranza sono mesi che naviga nella tempesta, ma in qualche modo resiste. Anche perché non c’è un’alternativa. Questo, per tutti gli anti berlusconiani, dovrebbe essere il momento di massima coesione. Invece non sono d’accordo su nulla. Sono divisi in rivoli e partitini. Non si fidano l’uno dell’altro. Vivono nel sospetto. I centristi sono delusi dall’ignavia della sinistra. Di Pietro pensa solo a se stesso. Il Pd pensa di abolire le primarie perché vive con terrore l’effetto Vendola. I finiani ballano sulla fiducia. Forse presenteranno una mozione insieme a Casini. Non si è capito se voteranno sì su quella del Pd. L’ipotesi più probabile è che almeno i moderati (Moffa, Consolo, Paglia e Polidori) si asterranno. Anche qui il partito è diviso. Le colombe sperano nella mediazione salva tutti con Gianni Letta. Dicono che Di Pietro guardi quello che sta accadendo nel Fli con un palese senso di schifo. Li chiama traccheggiatori. L’opposizione sembra un festival del tradimento. Fini ripudia il Cavaliere, Bersani scarica i ricercatori, Casini tiene aperto il doppio forno e Tonino gioca contro tutti. Nessuno immagina come questi qui possano governare senza scannarsi in un ipotetico post Berlusconi. Andare al voto, in caso di crisi conclamata, non è una scelta. Sta diventando l’unica opzione possibile.
Questo accade mentre la protesta anti Gelmini guarda il mondo dai tetti. Forse perfino i ricercatori avranno capito che di Bersani non è saggio fidarsi. Ma come ha detto un cinico parlamentare di sinistra: è una lotta tra precari. In fondo cosa c’è di più precario del Pd?
martedì 23 novembre 2010
Wikipedia come Mao: fa censura per cercare di riscrivere la storia
«L’egemonia culturale è un concetto che descrive il dominio culturale di un gruppo o di una classe che “sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo”». La definizione, con ampia citazione di Gramsci, è prelevata da Wikipedia, l’enciclopedia on line ormai egemone nel fornire informazioni a navigatori, studenti, giornalisti e perfino studiosi.
Nel mondo di Wikipedia le gerarchie sono quasi inesistenti. Chiunque può contribuire a creare o modificare una voce. La garanzia dell’accuratezza poggia su una doppia convinzione: il sapere collettivo è superiore a quello individuale; la quantità, superata una certa soglia di informazioni, si trasforma in qualità. Molto discutibile, e non solo in linea di principio. Infatti in Wikipedia esiste un problema di manipolazione del consenso, in altre parole è attivo un «sistema di controllo» simil-gramsciano (in sedicesimo, si intende). Le posizioni faziose passano quindi per neutrali, e il collaboratore che obietta può andare incontro a sanzioni che vanno dalla sospensione alla radiazione.
Di recente, a esempio, è stato espulso Emanuele Mastrangelo, caporedattore di Storiainrete.com, sito specialistico, e autore di alcuni studi sul fascismo. La pena «all’utente problematico» è stata comminata, dopo processo non troppo regolare, per un «reato» d’opinione gravissimo: aver affermato che in Italia la fine della Seconda guerra mondiale assunse anche il carattere di una «guerra civile». Opinione, quest’ultima, largamente maggioritaria tra gli storici di ogni orientamento, salvo forse quelli che hanno ancora il mitragliatore del nonno sepolto in giardino. «Guerra civile», per Wikipedia.it, non merita neppure una voce a sé: l’espressione è citata di passaggio all’interno di «Resistenza». Stesso trattamento è riservato alle forze armate che rifiutarono di aderire alla Rsi, facendosi deportare dai tedeschi: un accenno e via. Quanto alle «esecuzioni post conflitto» operate dai partigiani, si sfiora il giustificazionismo. Il paragrafo è preceduto da una imparzialissima (si fa per dire) dichiarazione di Ermanno Gorrieri, sociologo attivo nella Resistenza: «I fascisti non hanno titolo per fare le vittime». E accompagnato da una precisazione imparzialissima (si fa per dire) di Luciano Lama: «Nessuno vuole giustificare i delitti del dopoguerra.
Prima di giudicare però si deve sapere cosa accadde davvero. Una guerra qualunque può forse finire con il “cessate il fuoco”. Quella no». Ecco, questo si può dire, è super partes al contrario di «guerra civile», definizione «non enciclopedica» solo per caso usata da una tonnellata o due di studiosi e scrittori di sinistra da Pavone a Pansa.
Di conseguenza, dopo qualche giorno di discussione on line, arriva la sentenza: «A un utente che è stato bloccato sei mesi e non ha ancora compreso che la comunità non tollera atteggiamenti di questo tipo, è il momento di dire basta. Con tanto dispiacere, ci mancherebbe, né ho “corda e sapone pronta da lunga pezza”». In effetti l’impiccagione sarebbe stato troppo anche per un revisionista come Mastrangelo. «Pertanto - prosegue il giudice - procedo a bloccare per un periodo infinito l’utente».
Al di là di questo caso personale, sono parecchie le voci contestate per una certa parzialità. Da quella sulla malga di Porzûs (dove nel febbraio 1945 i partigiani comunisti massacrarono quelli cattolici dell’Osoppo) a quella sull’attentato di via Rasella, che i wikipediani preferiscono chiamare «attacco», piena di lacune, a esempio sulle polemiche scatenate dall’azione gappista anche all’interno del Pci e degli altri partiti del Comitato di Liberazione a Roma. Oggetto di accese discussioni anche Cefalonia, Pio XII, l’Olocausto, la religione cattolica in generale. Anche in voci meno calde come quelle inerenti il liberalismo, il libero mercato, il neoliberismo emerge nettamente una visione assai orientata contro il capitalismo. Nella voce dedicata all’economista Milton Friedman si legge addirittura un giudizio morale: «Pur ricordando che né Milton Friedman né José Piñera sono stati coinvolti con le torture ed i crimini commessi dal governo Pinochet, la loro correità morale non viene per questo diminuita di fronte alla gravità dei crimini commessi contro l’umanità». Non si direbbe una valutazione «enciclopedica».
Il sapere «democratico» di Wikipedia sembra un aggiornamento digitale del maoismo.
Fazio e Saviano tirano un bidone
Poi i camorristi li vendono, sì, se li fanno pagare, dai contadini come fertilizzante e la frutta viene su ingrassata dai toner delle stampanti. Questa la trasmissione prima che potesse intervenire il ministro Maroni, quello che dei camorristi non ne parla, ma manda la polizia ad arrestarli. Maroni, sentendo il programma della settimana precedente, non aveva condiviso molte cose. Ha chiesto il diritto di replica e l'ha ottenuto. Con buona pace dei padroni di casa che preferiscono far parlare chi dicono loro. Il ministro Maroni è stato logico, ha dato una lezione su come si combattono veramente le mafie. Non con le ecoballe. «Le mafie si combattono - ha detto - dando la caccia ai superlatitanti». Non con le chiacchiere e le manifestazioni. Un discorso duro e sereno. Breve (i tre minuti canonici), ma che ha potuto contare su cifre secche ed inoppugnabili. Maroni ha elencato i tanti superboss che lui, ministro del Nord, ha fatto arrestare e alla fine ha detto: «Ne mancano solo due», lasciando capire che si sta lavorando anche per quelli. Alla fine dei tre minuti canonici Fazio, che evidentemente non aveva mandato giù il rospo di aver dovuto aprire le porte ad un'ospite così, ha polemizzato sul diritto di replica: «Se magari a me non piace come lei fa il ministro - ha detto il conduttore - poi vengo io a fare il ministro al posto suo...». Maroni, che era stato misurato e garbato è stato anche spiritoso: «Ma sì - ha risposto - venga lei a fare il ministro dell'Interno, che io me ne vado una settimana al mare». Tutta la trasmissione di ieri sera è stata una sorta di «preparazione» all'intervento di Roberto Maroni, ministro dell'Interno, del Nord. Ricordando che la spazzatura, tossica, arriva dal Nord e finisce sotto le case, le scuole, «modifica la geografia della mia regione», dice Saviano. «Vieni via con me» ieri sera è iniziato come sempre alle nove e passa.
Gli ascoltatori sono stati subito accolti dal padrone di casa Fabio Fazio che ha sparato un bel pistolotto sottolineando come siano noiosi quelli che pretendono il diritto di replica. Perché chi ne ha diritto o no lo decide lui. Primo ospite Luca Zingaretti (il commissario Montalbano) che ha letto un bel brano di Andrea Camilleri (purtroppo lui non c'era) e poi un'altra bella lettera di Carlo Fruttero sull'elogio della vecchiaia. Si sarebbe potuto fermare lì. Peccato. Non l'ha fatto. Di Luca Zingaretti sappiamo che è un grande attore. Non sapevamo che è un pessimo cantante. Da ieri lo sappiamo: ha cantato «Vieni via con me» in modo straziante. Francamente se lo poteva risparmiare, come cantante è riuscito ad essere peggio anche di Roberto Benigni. Il resto della trasmissione è stata «ordinaria amministrazione», con buoni (sicuramente) ascolti per la rete. Comprese le sparate contro il papa di Corrado Guzzanti, osannato dalla clacque. Per la felicità degli inserzionisti pubblicitari. Si perché tra una parte e l'altra della trasmissione di Fazio-Saviano vanno gli spot, come quello per il disincrostante per il water. Come in tutti gli altri programmi.
lunedì 22 novembre 2010
Ipocrisia: ora l'Unità si dispera per la Carfagna
La Carfagna non è ancora uscita dal partito che l’ha tramutata in ministro, ma di fatto è già arruolata in quello (maschiofobo e retorico) dell’ Unità delle Concite e delle Ravere. Sì ma come la metteranno col collaboratore bestseller Andrea Camilleri? Modificherà, in parte o in toto, la sua poesia incivile che tanto ci piaceva e che diceva: «Qualcuna viene eletta ai rossi scanni/ sostituisce il topless con un colletto severo/ ma, a pagarle, infine, è il solito contribuente/ lo stesso che foraggiava il cavallo senatore »?. Provvedere, immediatamente, ad avvertirlo che non si scherza più sulle donne serie e perbene premiate dalla politica. Per un’anima rosa riconquistata alla civiltà borghese, ce n’è però un’altra che sprofonda negli abissi della volgarità berlusconiana, la Mussolini, che per la vetero-scrittrice è «stile buzzicona verace», insomma una popolana che non merita l’invito nel salotto buono femminista, quello con riviste di interior design e thé verde servito dal filippino.
Così lontana, «Alessandra M., lunghi capelli ossigenati spioventi sulle spalle», dal perfetto stile Mara, «corti capelli neri dal taglio impeccabile», «gelida e misurata», «che classe Mara!», che fuoriclasse l’Unità . Dalla lotta di classe alla classe nel vestire, ecco spiegato il coma cerebrale del Pd e dei suoi aedi. Anche la direttora (è consigliabile all’ Unità mettere tutti i sostantivi al femminile) in un tripudio di sobri tailleur, si incarica di rendere partecipe il volgo della buona novella. Se ne parla con grande rispetto, la Carfagna è «il ministro», oppure più confidenzialmente «Mara», un’autorità statale ma anche un’istituzione per amica. Dal sultanato- è questa la notizia dell’editoriale di Concita De Gregorio - ci si può affrancare. Grande respiro di sollievo nazionale.
Ci si può domandare, eccome se si può, «se una donna che ha accettato le regole del sistema sia per questo una volta per sempre condannata alla vacuità, alla colpa, all’inessenzialità o se possa invece riscattarsi mostrando di avere, al di là del peccato originale (al quale i consultori femminili dell’ Unità stanno già lavorando, ndr ) che risale alle sue modalità di accesso alla scena, una sua autonomia, un qualche valore, un’intelligenza che le consenta di esprimersi per quello che sa e può fare». Basta dimettersi o minacciare soltanto di farlo, per fare tutto quel gran salto etico e avere accesso alla beauty farm delle anime belle. Non è chiaro però in che modo «le belle statuine, gentili e disponibili», tanto amate dal Pdl, possano diventare personalità ragguardevoli semplicemente cambiando opinione su qualcosa. Tantomeno si capisce come facciano le donne del Pdl ad essere «vittime del maschilismo» quando vengono reclutate ma anche quando se ne vanno, o minacciano solo di farlo.
Ci sarebbe da analizzare semmai l’odiodi genere che emerge da certe cronache dell’ Unità , a partire dalla De Gregorio che (come ora la Ravera con la Mussolini) tratta signore e signorine di governo con una discreta dose di disprezzo. Fu proprio lei, la direttora, a raccontare sul quotidiano del Pd il congresso fondativo del Pdl. Un occhio di riguardo, ma spietato, verso le gonnelle festanti del «Sultano», che «chiama accanto a sé le dame » (di compagnia, madame?).
La Carfagna appunto, «la più bella e intelligente, una supremazia riconosciuta dalle altre - ci vuole talento del resto (per fare cosa? ndr) - che si fanno un passo indietro ». O la Prestigiacomo, «china su di lui». Luisa Todini, «ex giovane imprenditrice» (perfidia assoluta), e poi - con sommo biasimo - le due «bellissime ragazze gemelle sotto il palco, una in stivali bianchi, l’altra in sandali di strass». Come dire, pronte a tutto e prossime vittime del maschilismo del Pdl. Nel frattempo, già cadute sotto i colpi del femminismo dell’Unità .domenica 21 novembre 2010
E De Magistris evoca le bombe: "Si avvicina una fase stragista"
De Magistris ha ritenuto di dover avvisare, senza specificare in base a quali dati, che sta per avvicinarsi una «fase stragista» dopo questa «strategia della tensione» in atto. Sa qualcosa De Magistris? O parla per parlare? Il Pdl chiede chiarimenti, altrimenti si potrebbe profilare una denuncia per «procurato allarme».
Nessuno, nell’Italia dei Valori, si è scandalizzato invece per il linguaggio dell’ex pm, anzi, Di Pietro gli ha fatto l’applauso: «De Magistris ha ragione - ha spiegato il capo dell’Idv alle agenzie - nel Paese c’è un brutto clima che è stato creato da questa maggioranza irresponsabile, incapace e collusa». Dando dei collusi a tutti i membri della maggioranza, con questa frase il leader dell’Idv è potenzialmente querelabile da circa 470 onorevoli tra deputati e senatori. Non ha quindi spento il guizzo del delfino, ma come a volte capita, ha provato a saltare più in alto di lui: «Il Pdl - ha proseguito Di Pietro - afferma che c’è in atto una guerra civile, i leghisti parlano di secessione. Per non parlare di Berlusconi che da anni attacca e calpesta le istituzioni e la Costituzione. L’Idv è una forza scomoda». Quindi la solidarietà al suo alter ego: «Gli attacchi a De Magistris da parte del Pdl sono pretestuosi e strumentali».
A KlausCondicio De Magistris ha esteso il suo ragionamento sempre con la stessa enfasi esplosiva: «Non bisogna sottovalutare il golpismo eversivo che Berlusconi sta portando avanti da diverso tempo - ha argomentato - il massacro della Costituzione, l’erosione progressiva dell’impianto costituzionale, la verticalizzazione del potere, la distruzione di ciò che è pubblico sotto i colpi di una privatizzazione generalizzata». Insomma, secondo l’ex magistrato sempre moderato nei toni «in questa fase Berlusconi diventa molto pericoloso» e non è «quindi escluso che una deriva stragista possa culminare con atti di violenza e una nuova stagione di stragi e bombe e proiettili. Fino ad ora - dice De Magistris - la strategia della tensione è stata portata avanti con la carta da bollo, con la violenza verbale e con strumenti apparentemente legali».
Questo golpismo, questa destabilizzazione della democrazia secondo i concetti vetusti della guerra gredda ha già provocato secondo l’ex pm dei martiri, e «le vittime sono state i magistrati scomodi, i giornalisti scomodi, i politici scomodi».
Una specie di operazione Condor degli anni 2000 in Italia: «Se dovesse avanzare un’alternativa democratica al regime - ha continuato a sfogarsi l’esponente dell’Italia dei Valori - non mi sentirei affatto di escludere che pezzi deviati delle istituzioni possano ipotizzare derive altre, ispirate presumibilmente dai potere occulti che stanno già pensando a come riposizionarsi».
In un sabato politico in cui i problemi, per maggioranza e opposizione, sono stati ben altri, le parole dell’europarlamentare dell’Idv non sono però sfuggite ai vertici del Pdl. Daniele Capezzone, il portavoce: «Leggo allibito le dichiarazioni irresponsabili e pericolose di De Magistris, che parla di bombe, proiettili, deriva stragista. È avvilente che la politica italiana sia arrivata a questo livello di provocazione, e soprattutto di semina di odio e di divisione». E Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera: «De Magistris o è un irresponsabile o è a conoscenza di cose gravissime che deve denunciare alle autorità preposte. Analogo discorso vale per quanto sostiene su Veneto e mafia». L’ex magistrato ha elementi concreti che provano le sue affermazioni? Se non li possiede si configura per lui «il reato di procurato allarme», avverte il parlamentare del Pdl Franco de Luca: «Se è in possesso di notizie clamorose ha il doverle di fornirle».
Mentre «nani politici come De Magistris denigrano Berlusconi con menzogne», valuta invece il capogruppo in Senato Maurizio Gasparri, a Lisbona Medvedev «ha ringraziato pubblicamente Berlusconi per il suo ruolo decisivo nel definitivo superamento della guerra fredda. C’è chi vive nel livore e chi si occupa della storia».
lunedì 15 novembre 2010
Pd, sciacalli dell'alluvione: manifesti vergogna
Quelli del Carroccio su certe cose ci vanno spicci: avvoltoi. I muri di Roma sono tappezzati da un manifesto con la foto simbolo dell’alluvione in Veneto. In grassetto nero la scritta: «L’Italia affonda, governo a casa». Sotto, in fondo, il simbolo del Pd. Bersani e i suoi hanno finalmente trovato una linea politica: piove, governo ladro. Se non ci fosse di mezzo una tragedia ci sarebbe davvero da ridere. E, invece, non è proprio il caso. Purtroppo questo è tutto quello che il maggior partito di opposizione riesce a inventarsi. È il massimo della sua originalità e a molti sembra un esempio di cattivo gusto.
Ma sono anni che questi qui vivono sperando in disastri e apocalissi. Hanno utilizzato crisi economiche e terremoti, acqua e fango, morti e attentati, lacrime e lutti solo per sparare sul governo Berlusconi. Il primo istinto è brindare al «tutto va male», poi se c’è tempo arriva anche la solidarietà pelosa alle vittime. È il segno di una disperazione che diventa però un’offesa verso le vittime. Il retropensiero è questo e fa un po’ ribrezzo: siccome non siamo capaci di battere il Cavaliere sul terreno politico, meglio augurarsi il peggio e sperare che Berlusconi venga spazzato via da qualche calamità naturale.
Apocalittici, questi qui, lo sono sempre stati, ma da quando c’è Berlusconi hanno rotto i freni inibitori. Stanno esagerando. Forse non se ne rendono conto, ma ragionano come certi imprenditori edili della cricca: l’infame sorrise. Un manifesto come quello di Roma ha lo stesso sapore. È sperare di ottenere un profitto politico sfruttando le disgrazie di una regione, di una terra, di uomini, donne e famiglie. Tutto ciò è ancora più triste perché, culturalmente, loro pensano che possano permetterselo. Si sentono al di sopra di ogni sospetto. Loro sono i buoni e anche se fanno gli avvoltoi non c’è nessuno che possa pensare male. È un’impunità morale. È la sindrome della santità presunta. È per questo che non si vergognano mai. Non chiedono mai scusa, anche se è da una vita che commettono sempre gli stessi errori.
La sinistra, accecata dall’odio contro Berlusconi, sta scivolando sempre di più verso una sorta di anti-italianità. Ci sono quelli che «disertano» e annunciano periodiche fughe all’estero, quelli che fanno di tutto per sputtanare l’Italia sulla stampa straniera, i Nostradamus che ogni trenta secondi annunciano una luna nera imminente e gli sciacalli che dicono: con questo qui al governo ci meritiamo qualsiasi tragedia. È l’idea che non ci può essere una patria se c’è Berlusconi. È il muoia Sansone con tutti gli italiani. È non vedere per ottusità ideologica quello che il governo ha fatto per l’Abruzzo. E, perfino, sperare che accada ancora. Cade un muro a Pompei? È colpa di Bondi. Peccato, però, sia soltanto un muro.
Nel frattempo parlano di Costituzione, solidarietà, cittadinanza e tutte queste cose belle. Ma alle spalle gufano. Non a caso se la prendono con Bertolaso. La Protezione civile gli rovina i piani.
Gli anti italiani se ne vanno in giro con questa aria malinconica e tetra, carichi di rancore e malasorte, bestemmiando contro questo Paese che non riconosce dove sta il bene. Un tempo si stupivano per la scarsa simpatia che la maggior parte degli italiani nutre nei loro confronti. Ora hanno capito che, nonostante il tradimento di Fini, sono destinati a una nuova sconfitta. E, infatti, non vogliono più votare. Allora come liberarsi finalmente di Berlusconi? Le procure degli uomini finora hanno sempre fallito, meglio quindi affidarsi alla vendetta degli dei. E sperare nella «fine del mondo».
giovedì 21 ottobre 2010
Di Pietro impreca ma stavolta nessuno si scandalizza
giovedì 14 ottobre 2010
L’ultima di Fini & Co: la priorità degli italiani è la legge elettorale
Il bello di questi predicatori altolocati è che conoscono sempre, e alla perfezione, i desideri degli italiani. Loro hanno le antenne. Li interpretano. Li spiegano. Anche quando i diritti interessati non lo sanno. I finiani sono, per esempio, bravissimi nel tradurre la volontà della nazione. Nessuno come loro. Sono mesi che ripetono più o meno in coro che Montecarlo interessa solo ai «segugi» de Il Giornale. Che noia, che barba, che noia. Agli italiani interessa altro. Che cosa? Vallo a capire.
Magari la riforma fiscale. Sai qui ci sono molti portafogli che piangono e tutti sognano una busta paga più pesante. Sì, senza dubbio tagliare le tasse è il pensiero più ricorrente. Magari la riforma della giustizia, visti i tempi biblici. Magari la riforma del welfare, visto che quello attuale garantisce solo i furbi. Magari tutte queste cose insieme. Eppure quelli che sanno, i dotti, i medici e sapienti non la pensano così. Di cosa parlano ogni giorno, costantemente, Fini, Di Pietro, Casini e Bersani? Della legge elettorale. Capite? Non c’è nulla più importante di questo. È il sale della vita. È quello che gli italiani non riescono a togliersi dalla testa. Lo sanno tutti in fondo. Al terzo posto c’è il calcio, al secondo il sesso, al primo la domanda da cui non si può prescindere: con che sistema voto domani? Maggioritario o proporzionale? Liste bloccate o preferenza multipla? Sbarramento al cinque, al sette o al ventitrè? Con lo scorporo o senza? C’è gente che su questi interrogativi ha perso l’appetito. Non dorme più. Si dimentica dove ha parcheggiato la macchina. Non va al lavoro da mesi perché si è messa a studiare il sistema australiano. Per la cronaca è una via di mezzo tra l’uninominale secco e il doppio turno.
È per questo che Fini, Casini, Di Pietro e Bersani, con tutto il coro dei super intelligenti, ripetono che senza la riforma elettorale non si può fare nulla. Il Paese è bloccato. È per questo che ieri mattina Gianfranco, Pierferdy e sua arguzia Massimo D’Alema si sono incontrati per dare in fretta agli italiani questa manna santa e benedetta. Non c’è nulla di più urgente. Gli italiani devono fare la spesa? Vogliono pagare il mutuo? Hanno le tasse sulla scuola dei figli? Nessun problema: le preferenze risolveranno tutto. Per questo la nuova legge elettorale è necessaria. Per questo bisogna far cadere Berlusconi e sostituirlo con un governo tecnico. Lui non vuole la riforma, si oppone alle preferenze.
Sì, l’Italia è pronta a scendere in piazza al grido «più preferenze per tutti». Questo provoca forti crisi di coscienza in chi ha a cuore le sorti del Paese. Ma ancora una volta Fini non ha guardato in faccia a nessuno. Agli italiani ci penso io. Ha sfidato il Palazzo per venire incontro alle loro necessità. Ha scritto a Schifani: dammi la legge elettorale, me ne occupo io. Tutto il Paese non aspettava altro. Ora è più tranquillo. Può finalmente riposare. Non c’è nulla di più importante per gli italiani del destino di Gianfranco Fini e dei suoi nuovi alleati. Non vogliamo mica togliere al sor Tulliani il gusto di votare con regole fatte su misura per lui? Come dicono a Montecarlo: se sta bene Fini stanno bene tutti.
giovedì 30 settembre 2010
Di Pietro a testa bassa: "Democrazia stuprata" Bagarre a Montecitorio
Ancora si urla al presidente della Camera di fare qualcosa. «Onorevole Di Pietro la prego di usare un linguaggio consono a quest’aula», dice Fini, al primo avviso. Quell’altro va avanti e vira sulla storia antica: «Fuori c’è un Paese che muore di fame, e lei è venuto qui a suonarci l’arpa della felicità, come faceva il suo predecessore Nerone mentre Roma bruciava. Quella stessa Roma che rideva come ride lei mentre i suoi amici barbari padani vogliono mandare al rogo l’unità nazionale». La storia dell’umanità secondo Tonino produce l’inevitabile: fischi, buuu, muggiti, urla di disgusto. Berlusconi lo guarda e unisce le mani come a dire: ma questo è fuori. Poi, sempre rivolto a Tonino, gli fa segno del matto, battendo il dito indice sulla sua tempia. Intanto il Tonino-Show va avanti. La gag successiva è questa: «Lei, signor Berlusconi, è un vero maestro. Intendo dire un maestro di massoneria deviata, un precursore della corruzione e della collusione di Stato». Altri boati, scampanellii di Fini, poi Di Pietro attacca sull’informazione, che il Cav controllerebbe «in modo criminale». Qui Fini è costretto a dare il secondo cartellino giallo: «La prego di usare termini che siano consoni al luogo in cui si trova, è ammessa ogni espressione non può essere tollerata l’ingiuria». Ma per la maggioranza è fin troppo morbido. Basta aspettare qualche secondo perché tutto crolli ancora in più basso. Di Pietro tocca il capitolo Montecarlo, Tulliani-gate e società off shore. Ovviamente, un’inchiesta promossa dai servizi deviati del Cavaliere, nella vulgata paranoica di Tonino, e che per giunta fa finta di scandalizzarsi di giochini con le società off-shore, di cui invece dovrebbe sapere tutto «l’imputato Berlusconi». È l’apoteosi, il Parlamento come l’Arena di Domenica in, come una puntata del Processo del lunedì, è troppo. Berlusconi si alza e si gira verso Fini. Gli dice qualcosa facendo un gesto con le mani che si può tradurre così: ora basta, digli qualcosa. Intanto l’aula è sommersa dalle urla e grida, tra leghisti e pidiellini molti scattano in piedi e dicono qualcosa all’indirizzo di Di Pietro. Una baraonda. Fini interviene, ma non contro Tonino: «Vi ricordo che siamo in diretta televisiva, vi invito, a partire dall’onorevole Di Pietro, ad usare un linguaggio consono. E prego la parte destra dell’emiciclo di mantenere la calma». Altro che calma, siamo prossimi alle mazzate. Anche perché Di Pietro, invece che calmarsi, si scalda ulteriormente. Parla di parlamentari «disperati» che Berlusconi avrebbe «chiamato a casa sua per offrire prebende e minacciare imbarazzanti rivelazioni», Fini interrompe e lo richiama all’ordine per la seconda volta, mentre per la seconda volta Berlusconi si gira verso di lui protestando. Il Di Pietro-show si chiude, l’osteria riapre domani.
giovedì 2 settembre 2010
Radici di Tonino: il suo ideologo è Abatantuono
Tonino Di Pietro ha un ideologo nascosto che non ha mai voluto svelare: è Diego Abatantuono. Milanesi terruncielli tutti e due, Tonino e Diego si sono formati sugli stessi libri, hanno studiato dalla stessa grammatica e sfoggiano un linguaggio assai simile ed un eloquio di pari finezza. Compirono gli stessi alti studi presso la medesima università, la Brocconi. E là conseguirono la laurea con l’ode accademica (così è scritto testualmente sul loro certificato di laurea). Da qui la cattedra per chiara fama al Cepu che il professor Abatantuono lasciò all’illustre collega accademico, il sullodato Tonino. Anche Abatantuono fece fortuna a Milano da settentriunale al ciento pe’ ciento, e non escludo che pure lui porti, come Tartaglia, un duomo in tasca come biglietto da visita da sbattere in faccia per esibire la sua milanesità. La folgorante intuizione del binomio Abatantuono Di Pietro avvenne nel corso di un’intervista che Totò Di Pietro rilasciò a Rainews, con Corradino Mineo nel ruolo di Peppino. Là Di Pietro usò lo stile tipico di Abatantono, la distorsione creativa dei proverbi: disse che «la montagna ha partito il topolino », «se aspettiamo che nasce il bambino dal cavolo rimaniamo senza bambini e senza cavoli », «fosse la Madonna che si fa la legge elettorale» «vado in campagna elettorale col coltello », e Fini «non è né maschio né femmina», mentre Mineo si affannava a difendere la rispettabilità degli ermafroditi; poi «Berlusconi fa da prete e da sagrestano» e va cacciato anche se purtroppo «non lo puoi prendere a mazzate », ma attenzione perché «sta entrando in ognuno di voi» e non oso pensare da che orifizio. Ecceziunale veramente, un comizio surreale che neanche Antonio La Trippa... Come Tonino, anche Abatantuono diventò celebre come capo degli ultrà, almeno nei film; sono memorabili i suoi gridi di guerra, «viuleeenz », che eccitavano i tifosi più accesi.
Da quando Abatantuono ha smesso di interpretare il ruolo di capo dei tifosi ultrà, tocca a Di Pietro assumerne l’eredità. Già si distinse al tempo di Tartaglia dicendo che Berlusconi in fondo se l’era cercata, aveva istigato alla violenza e ho l’impressione che alcuni suoi colleghi magistrati abbiano recepito la sua lectio magistralis . Ma di recente, il Di Pietro-Abatantuono, che per brevità chiameremo Abatantuonino, si è reso protagonista di altri episodi da ultrà. Il primo, che vale quanto il manifesto degli intellettuali di Benedetto Croce, fu l’esortazione a non comprare libri della Mondadori. Precisazione superflua, quel riferimento alla Mondadori, sarebbe bastata l’esortazione a non comprare libri in generale e tutti gli avremmo creduto sulla parola. Ma Tonino che è furbo e non vuol passare per leader degli ignoranti, al fine di combattere l’ignorantità, come diceva un mio colto compaesano, invita a comprare libri altrui «eticamente compatibili ». Cosa siano i libri eticamente compatibili non è chiaro: incompatibili sono ad esempio i testi di Omero, Shakespeare o Dostoevskij, che esibiscono passioni assai poco etiche? Non vi dico poi di Machiavelli o Nietzsche. Della Divina Commedia è eticamente compatibile solo la terza parte, dedicata al paradiso, va invece cassato l’inferno che lascia parlare fior di Berlusconi, lasciando invece il purgatorio alle indagini degli inquirenti, i pubblici ministeri. Che i libri si possano sostituire indifferentemente, a prescindere dagli autori, è una svolta originale nella storia della letteratura di tutti i tempi. Non contano gli autori e le loro opere, ma chi le ha pubblicate e la fedina penale degli stampatori. Tu puoi pubblicare pure la Bibbia ma se il tipografo ha precedenti penali, al rogo la Bibbia. Non si legge più nessun classico perché pubblicato da Mondadori; in compenso puoi rifarti con un testo pubblicato che so, dalle edizioni Panini, dove peraltro la lettura è facilitata dalle figurine. L’idea che il libro possa essere comprato per i contenuti non lo sfiora nemmeno.
Il libro, secondo il fine critico letterario di Montenero di Bisaccia, serve per riempire le librerie, per riequilibrare i tavoli zoppi, per coprire il buco nella parete o come variante del mattone, per nascondere i soldi. Ma l’ultimo editto del capo degli ultrà Abatantuonino, ha riguardato l’esortazione ad aggredire, verbalmente s’intende, con fischi alla pecoraia, l’eticamente scorretto Marcello Dell’Utri, che per giunta porta in giro i testi di un altro eticamente più scorretto, detto il Duce. Ma nei suoi leggiadri blog Abatantuonino estende l’uso del fischio come argomento politico e auspica la cacciata dalle piazze, in segno di dialettica democratica; esorta anzi a «fischiarli tutti» come titola una sua pregiatissima analisi, elogia i fischi ovunque si manifestino, dall’Aquila a Como. Abatanuono sarà orgoglioso del suo allievo che si è abbeverato ai suoi film. La fatwa di Tonino contro Dell’Utri si è incrociata con quella iraniana contro Carla Bruni,dove altri tonini nel nome dell’Iran dei Valori e della Legge, che lì chiamano sharia, esigono di eliminare persone condannate per legge e giudicano eticamente scorrette le Carle Bruni che osano difenderle. Zitta tu, bottana presidenziale... Un giorno o l’altro Tonino pianterà come Gheddafi la sua tenda sotto Palazzo Chigi per irrompere con i suoi trenta cavalli e le sue cinquecento pecore - versione rurale delle cinquecento hostess- nelle stanze del governo e cacciare con fischi e forconi il criminale Berlusconi. Allora sì che Tonino diventerà il nostro fratello leader, ci convertiremo alla sua sharia e Abatantuono sarà riconosciuto come il nostro Khomeini.
sabato 14 agosto 2010
La sinistra chic vuole il vino per ricchi
Dicono sarà un’ottima annata. Purtroppo. Perché se davvero quest’anno avremo una grande vendemmia, con una produzione di vino che crescerà del 5% rispetto al 2009, superando persino i cugini-concorrenti francesi, significa che potremo brindare tutti.
Ma se brindiamo tutti, che gusto c’è?
Che gusto c’è a poter bere tutti meglio? A pensarci bene, nessuno. Almeno per i veri vignerons, per i gourmet più raffinati, per gli enogastro-chic... per quelli che il cibo e il vino li vogliono di qualità ma non di quantità, per pochi e non per tutti, «bio» ma non anche tuo, di lusso ma non di massa, quelli del «che bello stare a tavola ma solo con chi dico io»... Lo insegnano due-tre millenni di civiltà: le cose, più sono per pochi più sono ricercate. E quindi inevitabilmente più buone. Se sono alla portata di tutti, perdono «sapore». Da chic diventano cheap.
Così, che il 2010 si preannunci un’annata speciale, con tanto vino e di buona qualità, ai radical-food and wine la cosa non va giù. Confermando il pregiudizio che vuole i profeti dell’equo-solidale, del doc e del dop e del docg inutilmente snob, Carlo Petrini - padre-padrone del movimento Slow Food e maître à penser delle biodiversità - si è sonoramente lamentato su Repubblica del fatto che la prossima vendemmia sarà particolarmente ricca, «perché non farà che aumentare il processo di svendita del vino sfuso che è già in corso da più di un anno». Con il risultato - straziante per il profeta rosso della rivoluzione verde - che il Barolo sarà pagato due euro e mezzo al litro e il Barbaresco poco più di uno! Anzi, più precisamente: «Informandosi, non è difficile scoprire come il Barolo sfuso abbia raggiunto la deprimente quotazione di due euro e mezzo al litro, stesso prezzo che mi dicono spunti il Brunello 2005. Per non parlare di un vino a cui sono molto affezionato come il Barbaresco, che viene pagato la cifra folle di un euro o poco più. Una situazione insostenibile e ridicola», scrive Petrini asciugandosi le labbra da un’Ornellaia Imperiale 2005 dal deprimente costo di 4.320 euro a bottiglia. «Sono anni che predichiamo nel vento dicendo che le viti vanno piantate solo nelle zone ad alta vocazione evitando di aumentare a dismisura le superfici vitate. Tutto inutile. Il Barolo, il Barbaresco, il Brunello hanno raddoppiato le bottiglie in commercio nel giro di un decennio. L’Amarone è passato da quattro milioni di pezzi agli attuali sedici», è l’inebriato lamento di Petrini che, indifferente all’allargamento della fascia di consumatori, chiede di produrre meno, ma di miglior (o la stessa?) qualità.
Non c’è bisogno di essere sommelier per capire che l’interessato ragionamento di Petrini - uno che sembra aver fatto il percorso inverso di Russell Crowe in Un’ottima annata, da uomo capace di apprezzare i piccoli piaceri della vita ad astuto business-man - sappia di tappo. Ieri, sul Riformista, nemmeno su Primavera Missionaria, Chicco Testa, nemmeno Beppe Grillo, si è stupito della proposta avanzata da Petrini sulle colonne dell’house organ di Slow Food, la Repubblica, di fare come i francesi e ridurre la produzione di vino per tenere alti i prezzi (attenzione: non la qualità, che andrebbe bene, no proprio i prezzi): cosicché le bottiglie di quello buono se le possono comprare solo i ricchi. Titolo del pezzo: «La sinistra si batte per il vino caro».
Abbasso il comunismo vinicolo, Barbera rossa non la trionferà.
Già studente di Sociologia a Trento nel decennio caldo della contestazione (pessime annate), già militante del Partito Unità Proletaria, già fondatore di Slow Food (che ancora non si è capito bene se sia un’idea che sembra un business o un business che sembra un’idea), già gran consigliori eno-politilogo di Piero Fassino ai tempi del Pd, il «contadino del Partito» Carlo Petrini ha individuato il nuovo nemico della gauche au caviar: dopo i fertilizzanti, gli Ogm, il junk food, i ristoranti cinesi («praticano prezzi troppo economici... ma la qualità media dei cibi è modesta», e allora vorrà dire che verremo tutti a casa tua a mangiare il cappone di Morozzo e la provola delle Madonie, caro Carlo), le merendine, la birra in lattina e il prosciutto cotto in bustina, ecco l’ultima «portata» da evitare. No al Barolo a due euro al litro. Piuttosto, «meglio un po’ di grandine per ridurre le eccedenze».
Non c’è che dire. Un’ottima cazzata.
martedì 10 agosto 2010
Il Pd in imbarazzo perde la lingua e l’Idv adesso si scopre garantista
Diverso il caso di Emma Bonino che ammette: «Gli otto punti non mi sono sembrati solidissimi», mentre l’Udc si limita a chiedere di smetterle col «massacro mediatico». Nemmeno l’Idv, che pure di case se ne intende, trova alcunché di torbido nella vicenda. Il capogruppo alla Camera Donadi trova anzi non solo «apprezzabile» ma convincente la lacunosa risposta del presidente della Camera. Il dipietrista Donadi, qui in un’inedita veste garantista, spiega che «l’atteggiamento di Fini a voler affrontare la questione in modo aperto e trasparente, è non solo apprezzabile ma è la risposta migliore a chi, in situazioni analoghe, ha sempre avuto il vizio di buttarla in politica per nascondere la verità». Tutto chiaro, nessun sospetto, neppure dai professionisti della trasparenza.
Va detto che, in casa Idv, i discepoli hanno superato il maestro. Di Pietro in verità ha spiegato, giorni fa, che forse qualche spiegazione Fini farebbe meglio a darla, perché «il fatto raccontato è un fatto che nella sua oggettività c’è - ha detto Tonino in tv - e per questo il presidente della Camera la prima cosa che deve fare è mettere a disposizione di tutti i documenti che raccontano la storia. A carte scoperte vediamo da che parte sta la verità». Invece la sua fidata Silvana Mura, deputata e tesoriera Idv, non commenta la vicenda monegasca ma prende anzi a pretesto per stigmatizzare «il modo di fare giornalismo di alcune testate», invitando gli organi più vicini a Fini come FareFuturo o il Secolo d’Italia a rovistare in cerca di scheletri negli armadi berlusconiani.
In realtà, dietro gli omissis, i silenzi e gli imbarazzi dell’opposizione per la storia che coinvolge Fini, sta tutto il gioco per cercare di ribaltare la maggioranza. Da punti di vista molto diversi, che però convergono tutti sul fatto che Fini va contato tra gli alleati di un’ipotetica armata anti-Cav (per il momento molto sgangherata), e quindi non può essere attaccato. Mentre i sondaggisti prevedono in caso di elezioni una nuova vittoria di Berlusconi e Lega, l’ala che va dall’Udc a Idv si interroga su come disarcionare l’avversario, possibilmente evitando le urne. Il Pd evoca governi di transizione, ma qualche onorevole democratico alza la voce per dire che un’alleanza con Udc e finiani sarebbe impossibile. Bersani non si esprime, se non con una lettera ai dirigenti romagnoli del Pd, per dire che «siamo noi il vero partito popolare». In realtà, il Pd manovra per cercare vie d’uscita. Gira l’ipotesi di una leadership di coalizione da affidare a Casini. E qui alza la voce l’Idv, che rifiuta a priori una «ammucchiata». Anche perché, nel centrosinistra, l’Idv ha qualche speranza di non vedere calare i propri voti, mentre il Pd è in caduta libera. Meglio dunque tenersi buono Fini. Malgrado il fatto che, ultimamente, quando si parla di lui venga in mente, più che Montecitorio, Montecarlo.
mercoledì 4 agosto 2010
Padoa-Schioppa per spezzare le reni alla Grecia
La buonanima di Mussolini, alla notizia, avrebbe gonfiato il petto tutto tronfio. Perché forse è la volta buona che riusciamo davvero a spezzare le reni alla Grecia. Non ci siamo riusciti nel Ventennio con i moschetti, ma adesso abbiamo trovato il metodo: esportiamo Tommaso Padoa-Schioppa per mandarli definitivamente sul lastrico.
In realtà, i nostri dirimpettai ionici hanno fatto quasi tutto da soli e pare che in un inspiegabile attacco di autolesionismo siano pronti a nominare l’ex ministro prodiano dell’Economia come consigliere del premier George Papandreu in materia di gestione del debito. Lo riportano le agenzie internazionali e il quotidiano ellenico To Vima e sembra ormai cosa fatta. Una bella scelta, quella di pescare il salvatore dalla Magna Grecia, soprattutto considerando che i bilanci di Atene sono già ridotti all’anoressia, dopo la tremenda crisi di questi ultimi mesi. Ma una scelta ancora più curiosa se si pensa che nel 2007 il Financial Times piazzava il nostro Tps al terz’ultimo posto nella classifica dei ministri finanziari d’Europa. Un passo avanti, dato che nel 2006 era miseramente ultimo.
Insomma, visto così l’«acquisto» di Padoa-Schioppa da parte dei greci equivale a una squadra di calcio che per salvarsi prenda Agroppi come allenatore. Anche perché - e forse questo nel Peloponneso e dintorni non si sa - Tps è l’uomo delle 69 nuove tasse in venti mesi di governo: l’aedo delle imposte, l’Omero della «Balzelleide». Questione di giorni e l’economo del Triveneto scenderà nelle polis greche armato di manovrine più indigeste del maledetto tzatziki tutto aglio e cetrioli.
Provate a immaginarvelo, Padoa-Schioppa. Immaginatelo mentre sbarca tutto sorridente al Pireo, in una Atene che è ancora tutta un pianto greco, che ha ancora negli occhi gli scontri sociali, la bancarotta, il disastro. Con la consueta buona creanza se ne uscirà immediatamente con una battutina da farsa sui «bamboccioni da abbandonare sul monte Taigeto». E pazienza se il monte sta a Sparta. Lasciatelo lavorare e vedrete se anche ad Atene, Salonicco e Creta i cugini ellenici non saranno costretti dall’austerity a una vita spartana.
I greci non ci metteranno molto a scoprire che Padoa-Schioppa non è Prometeo che regala il fuoco della ripresa, quanto piuttosto Atropo, la Moira che reciderà il filo della loro sopravvivenza economica. Capiranno ben presto che aver avuto una moglie con radici a Corfù non è sufficiente e che «Italia-Grecia: una faza, una raza» è uno slogan buono solo per Mediterraneo di Salvatores. Lo vedranno passeggiare nella sua caverna poco platonica e molto stoica, studiando nuovi modi di succhiare sangue, soldi e retsina ai contribuenti, magari esultando all’urlo di «le tasse sono bellissime, quasi quanto le spiagge di Mykonos». Lo sentiranno declamare grandi sillogismi come «i mercati non fanno distinzione tra decisioni sbagliate e decisioni irreprensibili» e malediranno l’Olimpo intero sentendogli ripetere che «l’immigrazione rafforza l’identità europea». E quando saranno finalmente consapevoli dell’errore fatto, all’improvviso si ritroveranno con il dazio sulla feta, il gravame sui passi del sirtaki, la stangata sulle sopracciglia folte. Si metteranno le mani in tasca per lapidarlo con le ultime monete rimaste e le troveranno più vuote di un’anfora a matrimonio finito.
Allora forse capiranno la sua pericolosità: perché se a loro bastarono trecento eroi per cacciare Serse alle Termopili, a noi per cacciare Padoa-Schioppa sono serviti milioni di italiani armati di scheda elettorale. E capiranno che - se non lo rimettono presto sul primo piroscafo - la storia riscriverà il monito anti-fascista «Hellàs einài tafòs tòn italòn», «la Grecia sarà la tomba degli italiani». Occhio, perché ci mettiamo un attimo a cambiarlo in «Padoa-Schioppa sarà la tomba dei portafogli greci».
martedì 20 luglio 2010
Tangenti e attentati: la cricca del Pd di cui nessuno parla
L’inchiesta più delicata, che conta una decina d’indagati, è quella aperta dai magistrati di Paola nel 2007 e poi smistata in parte alla Dda di Catanzaro. Sotto indagine anche Nicola Adamo, ex assessore Pd della giunta guidata da Agazio Loiero, e Diego Tommasi, ex assessore all’Ambiente. L’inchiesta si basa su decine d’intercettazioni telefoniche e soprattutto sulle dichiarazioni di un testimone, giudicato «attendibile» dagli inquirenti. Una delle ipotesi al vaglio dei pm è il pagamento di una mega tangente di due milioni e 400mila euro per la realizzazione del parco eolico di Isola Capo Rizzuto, vicino Crotone. Soldi che sarebbero serviti per ottenere le necessarie autorizzazioni pubbliche per la costruzione degli impianti. Adamo è finito sotto inchiesta insieme al suo imprenditore più fidato, Giancarlo D’Agni, onnipresente nelle intercettazioni. Non mancano gli incontri segreti fra politici e imprenditori per decidere l’eliminazione dei vincoli paesaggistici, cosa grave che nemmeno al governatore sardo Cappellacci (indagato) viene contestata. Loiero invece non lo è (indagato) anche se il suo nome salta fuori a più riprese. E ancora. Se a Roma spunta Carboni, in Calabria il «faccendiere» risponde al nome del campano Renato D’Andria. Nell’informativa in mano ai pm si parla dei continui contatti fra D’Andria e l’ex assessore calabrese Tommasi. I due devono incontrare qualcuno che conta al ministero dell’Ambiente e Tommasi ottiene l’appuntamento. D’Andria, intercettato mentre parla con una stretta collaboratrice di Tommasi, dice: «Ti faccio trovare un circolare, cosi evitiamo di fare i bonifici, eh!».
Gli ingredienti ci sono tutti: un potente in alto loco che incontra il politico che porta in dote il faccendiere, ma la cosa non sembra destare scandalo. Nella P3 calabrese non mancano nemmeno presunti magistrati disposti a fornire notizie ai politici coinvolti. C'è un misterioso uomo, infatti, che fornirebbe all’indagato Nicola Adamo tutte le notizie che desidera sulle indagini che lo riguardano. Gli basta telefonare in procura. Gli inquirenti scoprono poi che c’è anche chi, per informare lo stesso uomo forte del Pd calabrese, chiama un’utenza «risultata intestata a un magistrato in servizio presso la procura di Paola». Una deputata del Pd, Laura Garavini ha parlato della costruzione del campo eolico di Isola Capo Rizzuto: «La realizzazione di parchi eolici sta diventando un’attrattiva per la criminalità organizzata». Altro che P3 alla Totò e Peppino.
C’è poi un’altra inchiesta sull’eolico, questa volta in mano alla procura di Catanzaro. Riguarda il parco di Girifalco, a due passi dal capoluogo calabrese. Il sospetto è che siano state alterate le mappe catastali. Ottanta case sarebbero magicamente scomparse consentendo così di impiantare le pale senza rispettare le distanze minime. Un professore presenta un ricorso. Non l’avesse mai fatto. Una bomba gli riduce in brandelli l’auto, vuota in quel momento, davanti alla stazione dei carabinieri di Lamezia Terme. Il comune di Girifalco è stato amministrato dal Pd fino a giugno, e questo forse spiega il silenzio tombale dei media. La terza inchiesta è in mano alla procura di Crotone e riguarda il parco eolico di Melissa. Indagine nata da una costola sugli accertamenti per centrali turbogas di Scandale e Rizzicoli, allargatasi fino a Termoli. Sotto inchiesta è finito un uomo di Tonino Di Pietro, Antonio Domenico Vulcano, coordinatore del circolo Idv di Cirò Marina, che nella sua qualità di responsabile dell’ufficio tecnico del comune è stato indagato per abuso d’ufficio e poi, quando è emerso che un suo parente ha lavorato per la ditta incaricata delle opere civili, per corruzione. Il sospetto dei pm è che Vulcano abbia certificato che sull’area interessata alla costruzione del parco eolico non vi erano vincoli ambientali e paesaggistici. Circostanza non vera, secondo i pm.
venerdì 16 luglio 2010
L’auto blu al mare: figuraccia del moralista Idv
«Le modifiche al codice della Strada devono servire per ridurre gli incidenti ed evitare le stragi che ogni anno avvengono sulle strade italiane. Per questo vanno introdotte norme che amplino la sicurezza e tra queste certamente non ci possono essere quelle che aumentano i limiti di velocità. Con la vita non si scherza, non si può scherzare, e tutti senza eccezione alcuna devono rispettare le regole: questo vale anche per le auto blu». Era giusto il 4 maggio dell’Anno Domini 2010, quando il senatore dell’Idv, Felice Belisario, così sentenziava dalle pagine virtuali del suo sito internet. Parole sante.
Valori veri, non quelli dell’Italia dei medesimi, ma quelli della prudenza e del rispetto della legge. Sempre e comunque uguale per tutti, come ci ricorda, ogni giorno, Antonio Di Pietro. Già. Ma se poi quelle parole ti tornano indietro come un boomerang due mesi dopo? Ma se un’auto blu, mettiamo proprio quella assegnata (chissà a quale titolo poi?) al senatore Belisario, viaggia talmente a velocità sostenuta da venir fermata da un pattuglia dei carabinieri? E se poi dentro quell’auto blu i militari scoprono che non c’è nemmeno il senatore Belisario ma altre persone? Beh, allora, qualche riga sui giornali questa curiosa vicenda, forse la merita.
È ciò che puntualmente ha fatto, denunciando l’accaduto, la Gazzetta del Mezzogiorno che scrive: «L’auto blu assegnata al senatore Felice Belisario, eletto in Basilicata e capogruppo al senato dell’Italia dei valori, era al lido di Policoro, in provincia di Matera, nel pomeriggio di qualche giorno fa. Ma con le due o tre persone a bordo, uomo al volante compreso, il senatore non c’era. La berlina, una Lancia, ha incuriosito una pattuglia dei carabinieri della Compagnia in fase di normale controllo del territorio poiché aveva il lampeggiante blu sul tetto e andava a velocità sostenuta. Da qui l’alt e la successiva verifica. Tutto in regola. A parte l’assenza del senatore Belisario a bordo. I carabinieri hanno inviato una segnalazione dell’accaduto all’autorità giudiziaria. L’ipotesi: peculato».
Pubblicando la notizia sul suo sito web, la Gazzetta del Mezzogiorno ha acceso l’indignazione di molti lettori. Leggiamo qualcuno dei commenti più teneri: «Questa è li-taglia dei valori - persi o trovati? - valutate!» scrive Paolo Miraglia da Matera. «Come mai un senatore qualsiasi ha un’auto blu e autista a disposizione? Che ci facevano l’autista e company sull’auto blu se il senatore non c’era?» si domanda, giustamente Anto68 da Bari. Mentre Antonio, da Potenza si sfoga: «Finalmente lo hanno fermato! Per le strade di Potenza, soprattutto Viale Marconi, l’autista in questione crede di essere su una pista di Formula1. E meno male che è al servizio di un autorevole esponente del partito de la giustizia è uguale per tutti. Chissà se varrà anche per lui?».
Imbarazzante, ammettiamolo. Sì perché Felice Belisario, 61 anni compiuti da pochissimo, non è soltanto il capogruppo dei senatori dell’Idv è anche, assieme, naturalmente, a Tonino l’Immarcescibile, l’altro Grande Moralizzatore del partito della pulizia, l’uomo che non si lascia sfuggire un’occasione che è una per bacchettare Silvio Berlusconi e il suo governo. Per spiegare al popolo italiano come le cose andrebbero fatte per il loro bene, nel rispetto, appunto, delle regole della trasparenza e dell’onestà. Così dal suo sito ogni giorno è buono per fare un piccolo comizio: «Il governo Berlusconi - scrive, sconsolato, il 6 luglio - è in piedi solo perché, ad oggi, non c’è un’opposizione sufficientemente determinata e coesa capace di creare un’alternativa all’attuale maggioranza parlamentare.
Altrimenti il Caudillo di Arcore sarebbe a casa da un pezzo». E il 13 luglio: con questi «fior di galantuomini Idv non può e non deve collaborare, non ci sono governi di solidarietà nazionale che tengano. Nessuna riforma è possibile: sarebbe come consegnare i principi fondanti della nostra Patria nella mani del carnefice». Tornando all’imbarazzante episodio, l’autista di Belisario, Antonio Scavone, ha detto ai carabinieri che si stava recando dall’assessore regionale dell’Idv, Rosa Mastrosimone, ma i militari non gli hanno creduto e lo hanno denunciato. Dal canto suo Belisario dice di non saperne nulla e garantisce che mercoledì 7, quando dovrebbe essere avvenuto l’episodio, Scavone era con lui a Roma e non a Policoro.
C’è anche da dire che il capogruppo dipietrista di Palazzo Madama non è granché fortunato con gli autisti. Nel 1994, quando era nel Ppi, il suo collaboratore Numida Leonardo Stolfi, fu arrestato per sfruttamento della prostituzione, nel 2000 è stato condannato a nove anni e mezzo. E ora è di nuovo in cella come esecutore materiale di un omicidio. Mentre Antonio Scavone, descritto come un giovane molto focoso e dai modi piuttosto bruschi, è stato espulso dai carabinieri per motivi disciplinari. Ma, insomma, senatore Belisario ci pensi un attimo prima di predicare bene, altrimenti sono figuracce.
domenica 11 luglio 2010
De Magistris fa come Tonino, urla e protesta contro il Lodo Alfano poi pretende l’immunità
Il delfino di Di Pietro, però, ha appena presentato alla presidenza dell’assemblea Ue la richiesta di far valere la sua immunità parlamentare, come è stato reso noto nella plenaria di Bruxelles lo scorso mercoledì. L’eurodeputato Idv chiede di non essere «processato» perché le affermazioni contestate da Mastella sarebbero opinioni espresse nell’esercizio della sua funzione di deputato, e quindi non perseguibili come da l’articolo 68 della Costituzione, l’immunità dei parlamentari appunto.
Ma non era lui l’arcinemico di questi odiosi scudi dei politici? Non era De Magistris ad aver dichiarato che con il lodo Alfano l’Italia sarebbe diventata il «Sahara della legalità»? Non è lui, insieme a Di Pietro, ad aver coniato l’equazione «immunità parlamentare/immoralità parlamentare? Certo, De Magistris dirà che l’immunità a cui si riferisce è quella totale, quella prima delle modifiche del ’93. Ma la contraddizione c’è tutta, tanto che torna alla mente la profezia di Gasparri, quando appena saputo della candidatura di De Magistris alle Europee disse: «Vien da pensare che lo abbia fatto per ottenere l’immunità, visto quanto sta emergendo dallo scandalo Genchi».
Ora la decisione tocca alla commissione del Parlamento Ue competente per le immunità degli euro-onorevoli, cioè quella Affari giuridici. Che si riunirà probabilmente non prima di settembre, sentirà De Magistris e, votando a maggioranza, deciderà se rimettere la questione al presidente e chiedere di inviare una richiesta di ulteriori informazioni alla Procura di Benevento. Dopodiché si pronuncerà sulla domanda dell’europarlamentare Idv che, se accettata, non potrà essere giudicato dal Tribunale campano.
I dubbi restano, anche perché è tutto da vedere se le parole incriminate rientrino nella libera espressione di opinioni da parte dell’esponente politico. Il punto, infatti, è che si riferiscono a un periodo precedente all’attività parlamentare, quando cioè De Magistris era ancora pm a Catanzaro e Mastella ministro della Giustizia. In quell’intervista, contestano i legali dell’eurodeputato di Ceppaloni, De Magistris dice tra le altre cose questa: «...Mastella era implicato in una mia inchiesta e aveva cercato di fermarmi». «È evidente nell’utilizzo di tale espressione - attaccano gli avvocati nell’atto di citazione - l’intenzione di De Magistris di ingenerare nel lettore l’idea di un tentativo di sviamento dell’attività giudiziaria dell’allora Pm che sarebbe stato posto in essere dall’on. Mastella attraverso l’abuso della sua posizione istituzionale di ministro della Giustizia. L’affermazione proferita dal De Magistris nell’intervista in realtà è assolutamente menzognera e falsa e come tale atta a generare pesante discredito» su Mastella. Accuse fatte nonostante fosse già nota l’archiviazione della posizione relativa a Mastella in Why not. Non solo, sia la Procura di Catanzaro sia lo stesso gip avevano stabilito che non vi fosse «nessun elemento utile a proiettare in giudizio una sostenibile accusa a carico del Sen. Mastella» (3 marzo 2008) e che la notizia di reato nei suoi confronti era «infondata» (1 aprile 2008). De Magistris sostiene di essere stato «fermato» da Mastella, in realtà dagli atti giudiziari emerge che il Pm non avrebbe potuto nemmeno sottoporre a indagine Mastella. Verità che, secondo i legali dell’ex Guardasigilli, sono state ignorate da De Magistris in quell’intervista e rendono quindi particolarmente gravi le accuse. Se dovesse essere condannato, il milione di euro richiesto come riparazione del danno sarà devoluto in beneficenza al Villaggio dei ragazzi di Maddaloni. Sempre che il processo abbia luogo, e che non venga stoppato da un Lodo De Magistris...
giovedì 8 luglio 2010
Di Pietro sparge odio da una piazza all’altra
È andato insomma lì dove lo portava la protesta. Quale? Non importa, per lui quel che contava ieri era protestare. Che fossero i terremotati dell'Aquila o le associazioni dei disabili. E allora giù: «governo dell'odio!», «governo sordo e cieco!», «governo che deve andare a casa!». Peccato soltanto che ieri a Roma ci fosse un sole a palla e non cadesse una goccia dal cielo, perché sarebbe stato perfetto per uno scontato, ma pur sempre efficace, «piove, governo ladro!».
Così, a braccia quasi perennemente alzate per eccitare e aizzare la folla, con le umide ascelle in conseguente e imbarazzante favore di telecamere, Tonino ha percorso ipercinetico, rimbalzando qua e là come la pallina di un antico flipper, il centro di Roma. Urbe che in omaggio a quel «dacci oggi il nostro corteo quotidiano», divenuto ormai da anni il leit motiv del tran tran capitolino - con seguito di traffico paralizzato, vigili impazziti, cittadini esasperati e giapponesi comunque sorridenti e divertiti - vedeva in agenda due manifestazioni. Quella appunto di chi protestava contro i ritardi nei lavori post terremoto nel centro dell'Aquila e quella degli invalidi contro i tagli nella manovra economica del governo.
L'argomentazione che quei ritardi aquilani abbiano forse radici più profonde nelle inefficienze dell'amministrazione locale del capoluogo abruzzese che non di quella nazionale, così come peraltro la pacata considerazione che una più occhiuta e severa attribuzione delle pensioni ai disabili non può che andare a favore di chi disabile lo è per davvero, per Tonino sono entrambe soltanto quisquilie.
Oltre che andare lì dove lo porta la protesta, lui ormai va lì dove si prendono i voti. Quelli elettorali, s'intende. Perché pur senza mettere limiti alla Provvidenza, per un futuro da don Tonino (però suonerebbe bene, quasi un titolo da serial tv), c'è forse e fortunatamente ancora tempo.
Ieri, infatti, è stato ancora e soltanto il Tonino in veste laicale. Con il leader dell'Italia dei valori impegnato a cavalcare da un punto all'altro della Città Eterna, nella bolla umida e appiccicosa che la avvolgeva, la protesta legittima di chi, comunque sia, soffre e sta male. E lui sempre lì, in prima fila, piombando improvviso come un condor. Con le braccia alzate, la bocca spalancata e quei suoi occhi sbarrati, quasi spiritati, che abbiamo imparato a conoscere già tanti anni fa, quando faceva il pm.
Eppure «il parlamentare dell'Idv Antonio Di Pietro cerca una mediazione tra la polizia e alcuni manifestanti in via del Corso», recitava curiosamente ieri la didascalia di una fotografia messa in rete dall' Ansa. Annotiamo e scriviamo «curiosamente» dal momento che, sfidando miopia, presbiopia e financo un sempre possibile astigmatismo, chi scrive non ha intravisto nella foto in questione nessun agente di polizia. Soltanto i manifestanti eccitati e Di Pietro che li eccitava. Quasi speculari, lui e una pettoruta signora con berrettino rosso: bocca spalancata, braccia alzate, ascelle in primo piano. Appunto, imbarazzante.
mercoledì 23 giugno 2010
Nessuno difende Di Pietro. Spunta un altro filone
Qualcosa di preoccupante, anche alla luce di un disegno persecutorio più vasto, che Tonino comincia a prendere dannatamente sul serio. Quando il Corriere della sera, organo dei potentati economici (banche, assicurazioni, grandi gruppi industriali...) che siedono nel patto di sindacato di Rcs Media Group, ha pubblicato le foto di Tonino con Bruno Contrada, e poi è tornato sui buchi neri della sua carriera provocando due sue piccate richieste di rettifica, Di Pietro ha evocato chiaramente uno scarto nello scenario abituale: «Contro di me si stanno organizzando i poteri forti», disse. L’erompere in questo quadro di un’inchiesta giudiziaria sui conti del suo partito e sulla sua persona, lui che è il paladino della magistratura che finora aveva sempre archiviato le accuse dei suoi moltissimi accusatori (tutti ex amici), beh, è un tassello che aggiunge un’ulteriore tonalità di giallo alla nuova stagione dipietresca. «C’è una regia dietro tutte queste cose all’apparenza scollegate: vecchie foto che escono dai cassetti, accuse infondate dalla cricca sugli affitti di Propaganda Fide al partito, ora l’apertura di un’inchiesta al tribunale di Roma su un fatto già noto e già archiviato...» ragiona un parlamentare Idv. Da Grande Inquisitore a Gran Perseguitato? Solo una suggestione, forse, a cui qualcuno vuol legare la presenza di un noto fustigatore di banche, assicurazioni e altri Poteri con la p maiuscola: Elio Lannutti, storico presidente Adusbef e senatore dell’Idv.
Se l’accerchiamento giudiziario-plutocratico di Tonino resta ancora fantapolitica, l’isolamento invece è un fatto certo. I veri amici si vedono nel momento del bisogno, e in questo momento le spalle di Tonino sono piuttosto deserte, a parte l’appoggio scontato degli uomini che senza di lui il Parlamento lo avrebbero visto solo in tv. Ce ne sono altri invece che hanno un’aura di autonomia, tipo Luigi De Magistris, che non hanno dimostrato grande attaccamento alla causa. L’ex Pm napoletano ha fatto la dichiarazione più fredda e neutrale che si potesse immaginare: «Lasciatemi vedere le carte, poi dirò cosa penso...». Le carte? Bella fiducia nel leader, si lascia sfuggire un senatore dipietrista. E non è l’unico a criticare la prudenza pelosa di De Magistris (che ieri evocava una congiura dei «poteri forti»...). «Sbaglia politicamente dicendo di voler leggere le carte, forse pensa di fare ancora il Pm - attacca il deputato Idv Franco Barbato, l’unico che ha il coraggio di uscire allo scoperto - io metto la mano sul fuoco sulla regolarità dei conti Idv e sull’operato di Antonio. L’unica mia perplessità semmai riguarda la presenza della moglie (Susanna Mazzoleni, ndr) nell’organismo che riscuote i rimborsi, visto che non fa parte del partito. Ma sulla trasparenza non ho dubbi, tant’è vero che prenderò la tessera dell’Idv, perché va sostenuta la trincea della resistenza». Anche chi si aspettava un editoriale difensivo di Marco Travaglio sul Fatto di ieri, è rimasto a bocca asciutta. Come dicono i proverbi contadini, è solo sulla famiglia che si può contare. È per questo, forse, che nel partito di Tonino son tutti cognati, fratelli, figli, mogli...
martedì 22 giugno 2010
Tutti gli scheletri del supermoralista
La carriera da supermoralista è dura, non ammette macchie, e se ogni tanto ne spuntano, Di Pietro ha pronto un suo speciale smacchiatore istantaneo: negare qualsiasi evidenza. Spuntano le foto di lui e Bruno Contrada pochi giorni prima dell’arresto del questore per collusioni mafiose? Era solo una cena con dei servitori dello Stato. Affiorano foto di Di Pietro con mafiosi bulgari? Sì ma lui non sapeva che fossero criminali. Ci sono foto di Tonino con un esponente della ’ndrangheta di Varese? Sì, ma non lo sapeva. La tesoriera del suo partito abita in una casa di Propaganda Fide, presa all’epoca Balducci? È un altro caso. Il giornale dell’Idv prese la sede in un appartamento di proprietà di Propaganda Fide, epoca Balducci? Ma che volete, ancora un caso. Di Pietro aveva rapporti con quel Saladino al centro dell’inchiesta «Why not»? Ma suvvia, lo conosceva appena. Tonino ebbe Balducci come presidente del Consiglio dei lavori pubblici al ministero? Sì ma lo conosceva appena, e lo spostò subito. Anche Mario Mautone, il provveditore alle Opere pubbliche della Campania e del Molise, indagato a Napoli, era con lui al ministero? Un altro che conosceva appena, e poi lo spostò subito. Ha fatto ristrutturare a spese del partito un appartamento a Roma che risulta sua proprietà privata e non sede di partito? Ma no, in quei mesi era adibita temporaneamente a sede di partito. Acquistò in svendita una Mercedes da Giancarlo Gorrini, imprenditore poi accusato di bancarotta fraudolenta, e vari favori da Antonio D’Adamo, costruttore inquisito? Macché, tutte malignità, tutto in regola. Nel partito riciclati, inquisiti e impresentabili? Sì vabbè, ma le mele marce ci sono anche nei cesti più pregiati, se ci sono non se n’era accorto, e prossimamente metterà le cose a posto.
Il supermoralista lo ripete spesso: appena c’è un sospetto, bisogna correre dai magistrati e raccontare tutto per aiutare le indagini. Ecco, il fatto curioso è che ultimamente a Di Pietro tocca correre spesso dal magistrato. È successo due anni fa, quando corse alla Procura di Napoli e parlò per tre ore con i pm che indagavano il figlio Cristiano nella vicenda degli appalti e raccomandazioni a Napoli e in Molise. È risuccesso recentemente, con la Procura di Perugia, dove Tonino si è precipitato per raccontare due o tre cose sul conto della cricca, che lo aveva tirato in ballo per gli appartamenti a Roma e altre faccende come l’Auditorium di Isernia (ma Di Pietro è totalmente estraneo, come sempre). È ri-risuccesso adesso, con la Procura di Roma, a cui Tonino dovrà fornire carte e informazioni per dimostrare, come dice lui, che è tutto in regola nell’amministrazione delle casse del partito. Fuori e dentro dalle aule giudiziarie, ma sempre per sbaglio, perché lui non c’entra mai. È come Jessica Rabbit: non è che sia ambiguo, sono gli altri a dipingerlo così.
venerdì 18 giugno 2010
Il programma elettorale del Pd? "Vietato pubblicare intercettazioni"
L’ultima dichiarazione del fu sindaco di Roma in tema di intercettazioni porta la data del 10 giugno ed è un grido di dolore: «Il ddl è una ferita aperta e profonda, questa è una brutta giornata per il Paese». Una coscienza democratica lacerata, ancora risuona l’eco dello strappo irreparabile. A martirizzare la sensibilità civica di Veltroni, ovviamente, l’approvazione con fiducia - da parte del Senato - del provvedimento che limiterà le intercettazioni e soprattutto impedirà l’esondazione di atti secretati sulle pagine di tutti i giornali. Niente da dire, un atto barbarico. Peccato che lo stesso Veltroni abbia sostenuto la stessa identica soluzione per anni.
In realtà, a voler essere precisi, Veltroni quella sua linea non la sostenne soltanto, ma addirittura la mise nero su bianco. E mica su un post-it. No, sul suo programma elettorale alle Politiche 2008, quelle del «Si può fare» che faceva il verso all’obamiano «Yes, we can». Al punto 4 («Diritto alla giustizia giusta, in tempi ragionevoli»), comma b, Walter proponeva «il divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e delle richieste e delle ordinanze emesse in materia e di misura cautelare fino al termine dell’udienza preliminare, e delle indagini, serve a tutelare i diritti fondamentali del cittadino e le stesse indagini, che risultano spesso compromesse dalla divulgazione indebita di atti processuali». Il ddl attuale pari pari. Non solo, allo stesso comma, Veltroni aggiungeva: «È necessario ridurre drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinare sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali per renderle un’efficace deterrenza alla violazione di diritti costituzionalmente tutelati». «Deterrenza», «ridurre drasticamente», «più severe»: roba da fargli una corona di post-it e mandarlo in giro come un monumento vivente alla giravolta. Eppure ai tempi nessuno disse nulla, neanche La Stampa, che magari poteva sottolineare in giallo quelle parti del programma, così come ora sottolinea quelle parti di articoli che non si potrebbero pubblicare con il nuovo ddl. Neanche i giornalisti Rai che ora protestano, inviati in quell’Africa tanto cara allo stesso Walter.
Si potrebbero anche segnalare gli ulteriori, successivi interventi di Veltroni sul tema. Era il novembre 2008 e lui tuonava: «Ci vogliono meccanismi per impedire che le intercettazioni finiscano sui giornali, in un sistema in cui la vita dei cittadini è presa, palleggiata e sbattuta contro un muro». Certo, se i cittadini sono democratici. Se sono popolari o libertari possiamo pure rimbalzarli tra escort, Salaria Sport Village e compagnia finché non si sgonfiano. Toni ancor più netti nel febbraio 2009: «Non devono uscire sui giornali, questo è un fatto di civiltà, un’elementare norma di privacy (...). Le intercettazioni possono essere limitate nel tempo».
E allora discutiamone, di questa civiltà, di questo «elementare Walter». Perché un anno e spicci fa le intercettazioni dovevano rimanere blindate fuori dai giornali e ora invece, se qualcuno si adopera per dare due mandate e buttar via la chiave, si parla di «ferita»? E ancora: quando Veltroni scriveva il suo ponderoso programma elettorale, dov’erano tutti gli esponenti del Pd che ora levano pugnaci gli scudi come indomiti spartani davanti a Serse? Quel Bersani che ora invita le truppe a «combattere con tutte le forze», due anni fa mica era parlamentare del Partito dei pensionati cecoslovacchi. No, era nel direttivo del Pd. Non era della corrente veltroniana, ma se Walter fosse stato eletto premier, quello sarebbe stato anche il suo programma di governo. Com’è questa storia? Allora si poteva fare e ora non si può più fare?
La realtà è che a sinistra le intercettazioni sono come gli acquazzoni estivi: piacciono solo se non siamo noi a essere in ferie. E così tutti a ringhiare se nel marasma indifferenziato della pubblicazione-spazzatura ci finiscono D’Alema o Consorte, Prodi o la giunta Iervolino. Tutti a difendere la facoltà di sparlare, invece, se a finire in prima pagina sono le chiacchierate - magari assolutamente private - di gente comune, meglio ancora se legata al centrodestra.
Resta che la capacità camaleontica di Veltroni è quasi patologica. Quasi da mosaicismo, quella particolare condizione per la quale in un individuo convivono diverse linee genetiche. Ecco, Veltroni - e il suo proverbiale ma-anchismo lo conferma - ha dna giustizialista quando governa Berlusconi, dna garantista quando nei casini c’è gente del Pd. Custodiamolo con cura, roba da clonare in futuro: mai visto un politico in grado di adattarsi così bene a tutti i climi.