giovedì 24 dicembre 2009

Di Pietro scrive a Gesù Bambino per insultare Silvio: «È il diavolo»

Forse panettone, torroni, caragnole e cartellate hanno già avuto il loro peso. O forse è il combinato disposto tra l’eccesso di zuccheri alimentari e dialettici, visto il pallido «clima di dialogo» evocato - almeno a parole - da maggioranza e opposizione, che ha provocato una crisi di iperglicemia prenatalizia ad Antonio Di Pietro.
Fatto sta che mentre a destra e a sinistra si sprecano gli inviti a stemperare il «clima d’odio», Tonino per contribuire a far tornare il sereno non trova di meglio che dare del «diavolo» a Berlusconi. E lo fa in un video dal sapore vagamente messianico in cui legge la sua «letterina di Natale», indirizzata ovviamente a Gesù Bambino.
Una sorta di escamotage letterario che cela un compendio di bontà e genuino spirito democratico, nel quale il leader dell’Idv, dopo aver provato a utilizzare il Parlamento Ue a fini di polemica politica interna, tenta un approccio un tantino strumentale pure con il Divin Pargoletto, chiedendogli per l’anno prossimo di «metterci in condizione di liberarci politicamente, attraverso l’esercizio democratico del voto, di questo diavolo al governo». Insomma, niente souvenir come scorciatoia, almeno. E pazienza che per «l’esercizio democratico del voto» gli italiani siano passati appena 20 mesi fa, scegliendo come sappiamo. Basta un bel miracolo, ed ecco le elezioni anticip.ate.
Naturalmente, prima della preghiera, Di Pietro si spende per convincere il giovane Nazareno della bontà della propria causa. «Caro Gesù Bambino - chiosa il devoto Tonino - tu lo sai bene com’è fatto il diavolo. Tu lo sai bene che non ci si può fidare di lui. Tu lo sai bene che a un certo punto l’hai dovuto pure mandare via dal Paradiso per relegarlo all’inferno».
E già, «con il diavolo non si può dialogare», argomenta Tonino, chiarendo subito, casomai qualcuno dei suoi fedelissimi non abbia capito, a chi si sta riferendo: «Nel nostro Paese c’è un “diavolo” al governo che pensa di usare le istituzioni solo per farsi gli affari suoi», e che «vuole addirittura cambiare la Costituzione perché nella Carta non è previsto che lui non può essere processato». Di Pietro di processi se ne intende, ma parlarne a Gesù, che di sentenze pilatesche e di malagiustizia ne sa qualcosina, è roba delicata. Così l’ex pm si premura con ridondanza di demonizzare «il diavolo», e chiarisce come il satanico premier voglia che sia stabilito che «lui» non può essere portato a giudizio, «non che non possa commettere reati, intendiamoci».
Siccome il paragone con Lucifero non basta, ecco che Tonino si affida a una metafora nella metafora, spiegando al Bambinello perché lui di dialogo, con quello lì, proprio non vuole saperne. Così, dopo aver chiesto a Gesù se «si ricorda» la favola di Cappuccetto Rosso, gli domanda: «Avrebbe mai potuto dialogare con il lupo cattivo?». A dirla tutta, Cappuccetto Rosso con il lupo ci ha dialogato, anche se il confronto inizialmente non le ha giovato. Ma forse è la parte in cui il cacciatore sventra il lupo quella che piaceva all’ex pm, che in pieno clima natalizio torna poi al suo colloquio immaginario con Gesù Bambino, chiedendogli di «aprire gli occhi» all’opposizione che «fa inciuci» con quel satanasso di casa a Palazzo Chigi.
Poi Tonino sembra convinto che anche il Bambinello sia maturo per entrare nell’Idv, un passo verso la «natività politica» molto più ambizioso rispetto a quello del Cavaliere, che si era limitato a proporre di mettere sotto l’albero la tessera del Pdl. E così gli parla da compagno di partito, strizzandogli l’occhio, manco quello nella mangiatoia fosse Barbato: «Tu sai meglio di me che nel governo Berlusconi non ci sono buone intenzioni», spiega sornione, prima dell’ultima richiesta di intervento oculistico, stavolta orientata al popolo tutto: «Apri gli occhi agli italiani prima che sia troppo tardi». Perché ovviamente per Di Pietro i 17 milioni di italiani che hanno votato per eleggere l’attuale premier sono orbi. E il popolo, se vota Berlusconi, per Tonino senza dubbio è bue. Ci fossero anche un asino e la stella cometa, il presepe sarebbe completo.

venerdì 18 dicembre 2009

Non tutti i Tartaglia sono uguali Quando Tonino faceva la vittima

Non tutti i pazzi sono uguali davanti alla legge, specie quella mirabolante di Tonino. Perché se uno va a rovistare in un archivio o in un’emeroteca scopre che quando c’è di mezzo Berlusconi, ma soprattutto Di Pietro, i pesi e le misure si raddoppiano. Ecco perché. 3 maggio 1994: Giuseppe Rizzo, siciliano di 33 anni, dribbla i metal detector del palazzo di giustizia di Milano e con un coltello a serramanico e un laccio d’acciaio si avvicina alla stanza dell’allora principe delle manette. 13 dicembre 2009: Massimo Tartaglia, 42 anni di Cesano Boscone, contesta il premier durante un comizio e gli spacca la faccia con una statuetta di alabastro in piazza del Duomo. 3 maggio 1994: Rizzo, balordo convertito all’Islam, turbante bianco e barba rossa, si fa indicare la stanza della star di Mani Pulite e, cercando in entrare, vaneggia: «Devo parlare con Di Pietro! Il Papa verrà ucciso, verrà un imperatore islamico!». Fortunatamente l’attentatore da operetta s’imbatte in un carabiniere che lo blocca, si accorge dell’arma e lo arresta. Prima che possa fare alcunché, dice: «Sono un guerriero di Dio». Suo padre dirà poi: «Il giudice Di Pietro? Ma lui lo ammira, lo adora assai». 13 dicembre 2009: Tartaglia, sentendo le grida di alcuni contestatori, si avvicina alle transenne che lo separano da Berlusconi e, con in tasca uno spray urticante, una lastra in plexiglass, un crocifisso in gesso e un soprammobile in quarzo, passa all’azione. Sfortunatamente l’attentatore centra in pieno volto il premier con una miniatura del Duomo e gli spacca naso, labbra e denti. Dice: «Non sono nessuno, l’ho colpito perché odio la sua politica». Suo padre dirà poi: «Io, mio figlio, la mia famiglia, abbiamo sempre votato Pd...».
3 maggio 1994: al terzo piano del palazzo di giustizia scoppia la bagarre, accorrono tutti, perfino il big della Procura Francesco Saverio Borrelli. Seppur non minacciato, Di Pietro è sconvolto, pallido, si lamenta: «Mi volevano ammazzare, hanno appena cercato di uccidermi, di farmi fuori». Più tardi, riappare tra i ragazzi della sua scorta e qualcuno giura pure di averlo visto stringere in pugno una mitraglietta. Circostanza, questa, poi smentita da Tonino. Piercamillo Davigo, resosi subito conto che lo psicopatico seppur armato è più simile a un cartone animato che a una minaccia reale, prende per i fondelli il collega: «Dai Anto’, non farla tanto lunga, era solo un pazzo». E lui: «E che? Le coltellate di uno sano erano meglio? È proprio dei pazzi che c’è d’aver paura». 13 dicembre 2009: in piazza del Duomo scoppia la bagarre, il premier colpito è una maschera di sangue, si issa sul predellino della sua auto e cerca di rincuorare la folla facendo vedere che è ancora vivo. Mentre l’auto corre verso l’ospedale San Raffaele, il Cavaliere non si capacita di quanto accaduto e a caldo mormora: «Io voglio bene a tutti, voglio il bene di tutti, non capisco perché mi odino così».
3 maggio 1994: Di Pietro, appena gli tirano fuori la faccenda del povero squilibrato s’incazza di brutto: «Ma mi domando e dico: essere ammazzato da un pazzo mi fa più piacere?». Il suo capo Borrelli gli dà manforte: «Beh... i pazzi possono essere usati... Quando il clima si fa incandescente, sono gli squilibrati i primi a risentirne». 13 dicembre 2009: Rosy Bindi dichiara alla Stampa che «Berlusconi non deve fare la vittima perché da mesi la sua maggioranza cerca di dividere il Paese». Di Pietro afferma a la Repubblica che «il gesto di un matto da legare non modificherà la mia opposizione» e all’Unità che «si cambia la vittima per l’aggressore, quando c’è un governo fascista e piduista per fortuna c’è qualcuno che inizia a fare resistenza». La dipietrista Sonia Alfano spiega che «non darò mai la solidarietà al premier perché è un frequentatore di minorenni, un piduista, un corruttore, un frequentatore di mafiosi, un uomo che non ha il senso dello Stato». Proprio roba da matti.

giovedì 17 dicembre 2009

L'ultima truffa di Tonino&C: il vero violento è il Cavaliere

La strategia è chiara e ogni giorno si aggiunge un tassello al muro della mistificazione. Del resto, la linea l’avevano data fin dal primo momento Antonio Di Pietro e Rosy Bindi e, al di là di imbarazzate prese di distanza di facciata, quella resta. L’obiettivo finale è sostenere: 1) che Berlusconi l’aggressione di domenica se l’è cercata, 2) che in fondo il vero violento è lui, 3) che sta strumentalizzando l’attentato per sovvertire la democrazia, 4) che bisogna abbattere il tiranno. I cannoni di carta della sinistra sono già alle fasi 2 e 3. La Repubblica, L’Unità e Il Fatto travagliesco, ognuno a suo modo, si adoperano attivamente per rovesciare la realtà. Ieri Ezio Mauro ha evocato la P2, mentre Concita De Gregorio ha scritto (senza arrossire) di piano eversivo della maggioranza. Gomez e Travaglio hanno invece scelto un’altra strada e hanno elaborato una paginata per dimostrare che Berlusconi insulta gli avversari, quindi come fa a lamentarsi? Un indigeribile frullato in cui a occasionali giudizi politici, anche sferzanti, pronunciati dal Cavaliere viene dato lo stesso peso di insinuazioni e insulti personali sferratigli contro in continuazione. E allora il «coglioni» sfuggito durante una campagna elettorale («Ho troppa stima degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare contro il loro interesse», la frase esatta) viene messo sullo stesso piano di una ossessiva campagna mediatica durata mesi allo scopo di sputtanare il premier italiano in tutto il mondo. L’«utile idiota» affibbiato a Giuliano Amato per significare che faceva da paravento agli allora Ds può essere assurdamente paragonato alle atrocità (malato, pedofilo, mafioso) riversate sul Cavaliere da giornali e parlamentari. Gli attacchi, tutti politici, a certa magistratura farebbero, secondo il gatto e la volpe del Fatto, il paio con le accuse di essere di volta Videla, Mussolini, Hitler, il Diavolo in persona rivolte al premier un giorno sì e l’altro pure da Antonio Di Pietro. Già, sempre a Di Pietro si finisce. Ieri l’ex pm è saltato direttamente alla fase 4 e in un’intervista all’Unità ha in pratica rivendicato non solo l’attentato di domenica, ma anche tutti i futuri ed eventuali tentativi di eliminare fisicamente Berlusconi. La direttora Concita De Gregorio, sì quella che va in tv a dare lezioni di giornalismo agli altri, si è spaventata e ha ordinato di nasconderla per bene: una colonnina in una pagina di sinistra, nessun richiamo in prima. «Siamo un foglio semiclandestino», deve aver pensato, «Se la piazzo lì magari non se ne accorge nessuno». E invece... Che cosa dice Tonino? Due cosette leggere leggere. Primo: «In Italia c’è il fascismo». Secondo: «Per fortuna c’è qualcuno che inizia a fare resistenza, ci sono i partigiani». Leggere per credere. Si parla del ferimento di Berlusconi a opera di Tartaglia. E lei non ha niente da rimproverarsi?, domanda l’anonimo intervistatore. Risposta dell’ex pm: «Si scambia la vittima per l’aggressore, quando c’è un governo fascista e piduista per fortuna c’è qualcuno che inizia a fare resistenza». Sì, ma in Italia non c’è il fascismo, obietta il giornalista. Risposta: «Scusi, ma quando c’era il Duce, la colpa era di chi denunciava o di chi limitava la libertà? Ci si poteva liberare di lui senza i partigiani?». Ma l’Italia è una democrazia!, esclama l’interlocutore (giustamente, c’è un limite anche per chi lavora all’Unità). Ma Di Pietro non fa una piega: «La democrazia c’è solo con la pluralità dell’informazione, e in Italia è controllata, la magistratura è ridotta all’impotenza, la Corte Costituzionale è accusata di guerra civile. L’unica differenza è che non c’è l’olio di ricino». Se c’è il fascismo poi qualcuno spara, esala lo stupefatto intervistatore. E Tonino, come sempre tetragono alla logica: «Chi minaccia sono loro, che criminalizzano le opposizioni». Questo è l’uomo con il quale è alleato il Pd di Pier Luigi Bersani e Rosy Bindi e al quale Pier Ferdinando Casini agogna di unirsi in un fronte nazionale di liberazione dal tiranno Silvio. E poi si indignano se si parla di mandanti morali. Ma scusate, che cos’altro è l’intervista di Di Pietro se non istigazione ad abbattere l’immaginario dittatore con ogni mezzo? E infatti la conclusione è questa: «Serve un nuovo Cln, anche con Casini, per liberarci dell’anomalia piduista. Io non abbandono il fronte». Con grande senso della notizia la De Gregorio ha nascosto tutto. La maestrina dalla penna rossa (quella che accusa gli altri giornali di mentire e subito dopo scrive che il governo vuole creare uno stato di polizia, chiudere internet e restituire i beni sequestrati alla mafia) non poteva dare risalto a dichiarazioni che mettono in grande difficoltà il suo partito e le tolgono argomenti per le sue comparsate televisive nelle quali sostenere, facendo finta di non sostenerlo, che Berlusconi quella statuetta in faccia se l’è meritata. Ma niente paura, stasera sulla tv di Stato, pagato con i nostri soldi, si esibirà Marco Travaglio, l’uomo che ha ammesso di odiare Berlusconi e di desiderarne la morte. La fase 4 è appena cominciata.

sabato 12 dicembre 2009

E ora Di Pietro istiga alla violenza di piazza

«Se il governo continua a essere sordo ai bisogni dei cittadini, si andrà allo scontro di piazza. Ci scapperà l’azione violenta se il governo non si assume la responsabilità di rispondere ai bisogni del Paese» (Antonio Di Pietro). «Se Berlusconi va avanti a strappi, credo si troverà davanti una reazione dura» (Pierluigi Bersani). Difficile capire se quelli del leader di Italia dei valori e del segretario del Partito democratico siano allarmi. Oppure, come hanno accusato ieri diversi esponenti del Pdl riferendosi a Di Pietro, affermazione «al limite dell’eversione»; la dimostrazione che il movimento dell’ex Pm vuole «sovvertire il voto» con la piazza.
Fatto sta che ieri - sulla scia di uno sciopero del pubblico impiego indetto dalla sola Cgil e al quale ha aderito meno del 10 per cento dei lavoratori di Stato, enti e scuola - è andato in scena un tentativo di rianimare il conflitto sociale.
Tutto parte dallo sciopero degli statali. Le cifre della giornata sono queste: il principale sindacato del Paese ha dichiarato di avere fatto sfilare a Roma, Milano e Napoli almeno 180mila lavoratori della Funzione pubblica e ha rivendicato adesioni tra il 50 e il 60 per cento (parole del segretario generale della Fp Cgil, Carlo Podda). Le stime del ministero della Funzione pubblica, che per legge deve raccoglie in diretta i dati, sono molto diverse. Meno del 9,45 per cento di scioperanti, con il picco massimo negli enti di ricerca (14,45 per cento) e il minimo (4,24 per cento) nella Sanità. «Uffici pieni, scuole piene e piazze vuote», ha sintetizzato a fine giornata Renato Brunetta.
Senza contare la beffa dei soldi che il primo sindacato ha «regalato» al governo grazie alle trattenute in busta paga: circa tre milioni di euro. Contraddizione che non è sfuggita agli altri sindacati, infuriati con la Cgil che ha indetto uno sciopero su una vertenza che, a loro giudizio, sta andando avanti regolarmente. «Perché - chiedeva ieri il segretario confederale della Cisl Gianni Baratta - far spendere soldi inutili ai lavoratori prima ancora di aver presentato piattaforme e con il governo che, non più tardi di ieri, ha confermato il suo impegno a reperire tutte le risorse necessarie per il rinnovo contrattuale?».
Le ragioni dello sciopero le ha spiegate il segretario generale Guglielmo Epifani parlando dal palco del corteo romano: «La nostra è una manifestazione esclusivamente e profondamente confederale e sindacale, ha obiettivi sindacali e certamente politici, perché in ballo c’è il futuro di milioni di persone e l’avvenire del nostro Paese». Uno sciopero per il contratto, i precari, ma anche in difesa della Costituzione. In sostanza una mobilitazione contro il governo «che non dà risposte a nessuno».
Protesta in linea con le posizioni del Pd, impegnato in questi giorni nelle 1.000 piazze contro il governo e impegnato a valutare un’altra manifestazione contro il governo. E non è un caso che, in questa situazione, Epifani si sia rivolto ai pubblici dipendenti. Nonostante la crisi e i movimenti di palazzo, questi non sembrano essere tempi favorevoli ai conflitti. Il Censis nell’ultimo rapporto sulla situazione dell’Italia ha registrato nel 2008 un calo generalizzato delle proteste e degli scioperi nei luoghi di lavoro. Calano i conflitti, ma, soprattutto, diminuiscono i lavoratori disposti a partecipare alle proteste. Dagli 882mila del 2007 ai 667 dell’anno successivo. Il calo diventa un crollo tra gli operai. La partecipazione agli eventi conflittuali dei metalmeccanici si è sgonfiata da 514mila a 193mila. L’unica categoria che ancora punta su scioperi e manifestazioni è quella degli statali, con una partecipazione che è salita da 153mila a 206mila. Dati che ricalcano le più recenti indagini sugli orientamenti politici dei lavoratori dipendenti che ormai assegnano al centrosinistra il primato solo tra i pubblici. Insomma, se, come teme Di Pietro, ci saranno «milioni di cittadini esasperati» che si daranno alle violenze di piazza non potranno essere che travet e insegnanti.

mercoledì 9 dicembre 2009

ALLARME, C’E CHI STRACCIA LE LEGGI

Si può, naturalmente, come stanno facendo in tanti, spargere indignazione a piene mani perché, dopo la condanna di Amanda Knox, gli americani osano dubitare della bontà del nostro sistema giudiziario. Basta che poi si sia in grado di spiegare, a noi stessi prima ancora che alla signora Clinton, quanto sia normale che dei pm (funzionari dello Stato), indaghino dei militari (altri funzionari dello Stato) perché questi ultimi applicano una legge dello Stato, come ha rivelato ieri il Giornale. Basta convincersi che non c’è alcuno scandalo nel fatto che ai magistrati chiamati ad applicare un’altra legge votata dal Parlamento (che introduce il reato di immigrazione clandestina) venga fornito un modulo prestampato allo scopo di boicottare la suddetta norma. Basta considerare perfettamente legittimo che giudici e politici di opposizione si riuniscano più o meno in segreto per concertare strategie comuni di lotta contro il governo.
Va tutto bene, è sufficiente possedere la faccia tosta per giustificare la penosa esibizione di Torino, dove uno Spatuzza qualsiasi ha potuto spargere letame sul capo di un governo democraticamente eletto senza che ci sia il minimo riscontro alle sue parole: ecco, provate a dirci che così fan tutti, in tutti i Paesi civili. E, visto che ci siete, diteci anche che non c’è nulla di strano nel fatto che le parole di un pentito (sempre Spatuzza) facciano strame di quelle di altri tre pentiti, sulla base delle quali si sono celebrati tre processi che hanno spedito all’ergastolo un bel po’ di persone. Raccontatelo agli innocenti in carcere da anni che ora dovranno essere liberati. E toglieteci dalla testa la fastidiosa domanda: ma se è stato preso un così colossale abbaglio allora, chi e che cosa ci garantisce che non si stia facendo il bis adesso? Pentito per pentito: chi mente e chi dice la verità, dato che solo sulle loro parole ci si basa?
Scandalizzatevi pure per i grossolani giudizi degli yankees. Ma sostenete, se ne siete capaci, che non c’è Nazione della Terra dove un pubblico ministero di un paesino di diecimila abitanti non possa indagare su mezzo mondo, regnanti compresi, sulla base di chiacchiere da bar.
Persuadeteci che non c’è nulla di strano nel fatto che un pm si faccia dare soldi da un inquisito, di un altro indagato dica «quello lo sfascio» e, invece di essere radiato, sia trattato come un eroe. E che a condividere la sua gloria chiami un collega che non è riuscito a vincere una, dicesi una, delle mille fantasiose inchieste allestite.
Certo, gli americani non hanno la nostra creatività. Forse negli Usa uno non viene processato perché «non poteva non sapere» e non viene condannato perché «se non è stato lui, chi altri?». Ma sbagliano loro, senz’altro. Volete mettere quanto è più eccitante vivere in un Paese dove se un tizio pensa di andare in Procura e accusarvi di aver violentato la Madonnina del Duomo di Milano, il magistrato di turno, anziché sbatterlo in galera o chiamare un’ambulanza, apre un fascicolo («atto dovuto», si capisce) e poi fa sapere discretamente alla stampa che vi sta indagando per stupro. Il tutto mentre un suo collega va in televisione a proclamare, senza che neppure gli scappi da ridere, che bisogna essere garantisti anche con le statue, perbacco, mica solo con i colletti bianchi. E il mite Conduttore della tv di Stato fa sì con la testa, inalberando il suo miglior sorriso da paresi facciale.
Dove lo trovate un altro posto così? Un Paese fantastico, dove si fanno le barricate se qualcuno propone che i processi non possano durare più di sei anni. No, non sei mesi Mr Smith, ignorante che non sei altro: sei anni! E che diamine. Noi in sei anni di norma non riusciamo neanche a concludere il primo grado. A meno che non ci sia da condannare Berlusconi o da risarcire qualche giudice che si è sentito offeso da un giornalista, ma questi sono casi a parte: non fanno statistica.
E dunque, dove da almeno 15 anni regna la migliore delle Magistrature possibili, è più che giusto che qualsiasi governo si metta in mente di riformare la giustizia venga perseguitato e possibilmente abbattuto per via giudiziaria. Ed è altrettanto giusto che se un Parlamento produce leggi che non piacciono ai magistrati, questi ultimi passino il loro tempo a contestarle in tv e sui giornali e a sabotarle nelle aule di tribunale.
Ecco, se tutto questo vi pare normale, potete continuare a infuriarvi perché all’estero nutrono qualche perplessità sul modo in cui da queste parti amministriamo la giustizia. E, in attesa di esultare commossi la prossima volta che gli stessi organi di stampa stranieri che ora vituperate solleveranno dubbi su Berlusconi, potete chiamare l’imbianchino Gaspare Spatuzza e farvi pitturare tutte le pareti della vostra casa. Di viola.