lunedì 2 novembre 2009

La base in rivolta contro Di Pietro: nascono comitati per la «glasnost»

L’allarme, un vero Sos, nell’Idv lo suonano i suoi stessi iscritti, prima organizzandosi su internet, ora anche con assemblee autopromosse. È una fronda che ormai è un problema serio per Di Pietro, e che in modo sempre più forte e capillare chiede un rinnovamento nel partito, con un’insegna che ha un nome e cognome: Luigi De Magistris. Il gruppo di 1.200 persone, tra militanti, iscritti, simpatizzanti (ma anche qualche dirigente locale e nazionale), che ieri ha indetto un raduno a Bologna per la prima assemblea di «Sos Italia dei valori», è un segnale chiaro e preoccupante per Tonino (e molti dei suoi lo descrivono teso e nervoso in quest’ultimo mese). Anche perché nelle intenzioni dei frondisti il meeting bolognese è solo un prologo per altri comitati di dipietristi ribelli. Il motivo è presto detto: «La base protesta, chiede di rafforzare gli spazi interni di democrazia e che venga svolta una politica - si legge nel comunicato del gruppo Sos Idv - coerente con i valori fondanti del partito, di legalità, merito e trasparenza».
Il malcontento prende corpo sulla Rete, lo strumento che Di Pietro ha scelto (sulla scia di Grillo) come ariete per sfondare nella «società civile», quelli delusi dalla politica e sedotti dall’antipolitica. Il rischio, però, con questa fetta di opinione pubblica, è che si rivolti contro non appena il movimento appaia come il solito partito di acchiappapoltrone e riciclati, rischio molto forte per l’Idv soprattutto meridionale.
In questo tumulto della base, che ha trovato molto spazio su Micromega di Flores D’Arcais (notoriamente vicino all’ala demagistrisiana dell’Idv, molto meno all’apparato dipietrista), ci sono anche delusi che occupano una poltrona ai vertici dello stesso partito. Uno di loro è l’ex consigliere di Tonino al ministero delle Infrastrutture, Giuseppe Vatinno, attualmente responsabile nazionale Energia e Ambiente dell’Idv. L’ex consigliere di Di Pietro vuole dar vita a una corrente interna, per adesso solo virtuale (ma sta sondando e arruolando qualche parlamentare... ), che si chiama «Perestrojka e glasnost», cioè ricostruzione e trasparenza come nell’Urss di Gorbaciov, metafora più che esplicita sulla democrazia interna (ed esterna) del partito. «A livello soprattutto locale nell’Idv c’è una classe dirigente che ha avuto problemi - spiega Vatinno - non c’è trasparenza, lo stiamo dicendo da anni, ma purtroppo il partito è pieno di personaggi molto ambigui, perché non c’è una vera selezione della classe dirigente. L’assemblea di ieri a Bologna è una prima iniziativa, abbiamo approvato un documento che sottoporremo a Di Pietro, vogliamo democrazia e primarie nell’Idv. Ma ci saranno riunioni autoconvocate in tutte le regioni, entro un mese a Roma e Modena. Vogliamo costruire un luogo di espressione del malcontento nei confronti del partito per avere coerenza tra “predica” e “pratica”». Invitati pare già confermati alla prossima assemblea dell’Idv anti-Tonino? De Magistris e Sonia Alfano.
Sul sito di Micromega si sprecano le lettere di delusi e tesserati che hanno gettato la spugna. Mail di militanti che hanno per titolo «Perché diciamo addio all’Idv», o «Credevo in questo progetto, ora sono ferita e delusa», o «Un partito con problemi di democrazia». Nel circuito dei gruppi internet, tra Facebook e YouTube, circola il video dell’ex consigliere comunale Idv di Gorizia, Francesca Tomasini. Un clip dove la giovane (ex)dipietrista spiega: «Non tolleravo più il bassissimo livello di democrazia interna, di trasparenza, di meritocrazia, l’assenza di regole, lo sfruttamento fine a se stesso e l’ipocrisia che ho visto imperversare indisturbatamente e sempre di più».
Altri gruppi autocostituiti sempre su Facebook chiedono a Di Pietro un passo indietro, per lasciare il posto a Luigi De Magistris. C’è addirittura chi vorrebbe Leoluca Orlando leader dell’Idv. Chiunque, ma non più Di Pietro. Il capo è sotto processo per i molti errori commessi nella scelta dei vertici regionali, delle candidature, per le compromissioni dell’Idv con affari poco chiari. La sua linea però è sempre quella, «le mele marce possono esserci, ma le cacciamo». Tonino punta al congresso dell’Idv, per incassare un plebiscito (grazie a regole congressuali blindatissime). Ma l’impressione generale, nella base, è che le mele marce non solo restino, ma crescano a vista d’occhio.

domenica 1 novembre 2009

Quella macchina del fango che porta sempre ad Arcore

Dev’essere il nome della strada, via Gradoli, a evocare, dagli anni terribili del sequestro Moro, dietrologie e complotti, con contorno di servizi deviati e strategia della tensione. Manca solo la seduta spiritica, ma magari arriverà. Per il resto c’è tutto, nelle «analisi informate» di Repubblica, il Fatto e l’Unità.
C’è naturalmente Silvio Berlusconi, deus ex machina del ricatto all’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo. Ci sono i suoi «giornalisti di corte», copyright Marco Travaglio, in testa Alfonso Signorini il direttore di Chi. Immancabile c’è pure la camorra, perché, illumina i lettori Concita De Gregorio, gli investigatori cercavano il boss latitante dei casalesi Iovine quando hanno trovato Marrazzo, seguendo le tracce di Cafasso, il pusher che «conosce bene Marrazzo, le sue esigenze, le sue abitudini», quello che contatta Libero per vendere il video, che alle due croniste del quotidiano dice di temere per la propria vita e che poi, ma guarda un po’, muore. Che c’entra? Tutto c’entra perché tutto si tiene, nella trama orrenda che deve portare a Milano, anzi meglio, ad Arcore. Se la si guardasse da qui, da Fondi, «il comune infiltrato dalla camorra», avverte Concita, «i trans diventerebbero meno rilevanti».
Ecco la via. «L’affaire Marrazzo non è una storia di sesso e il sesso non è il focus della storia» scrive Giuseppe D’Avanzo. «Pare che uno si diverta a tirare in ballo Silvio Berlusconi anche nel caso Marrazzo», ironizza Marco Travaglio, e invece no ma tocca farlo, visto che «il presidente del Consiglio ha fatto tutto da solo». Chissà, magari prima di scrivere si son sentiti. L’assunto è quello del titolo di Repubblica: «La macchina del fango partita da Milano come un manuale di killeraggio politico». Riassunto, il ragionamento, pardon, la ricostruzione, è la seguente: il premier voleva ricattare Marrazzo, è lui «il mattatore». Tutti gli altri sono pedine in mano sua, burattini. I carabinieri che «obbligano Marrazzo a calarsi i pantaloni» per poi fotografarlo, il direttore di Chi che riceve l’offerta di acquistare il video e non lo compra. E la telefonata di Berlusconi a Marrazzo è solo il colpo di teatro finale, il cappio che si stringe attorno al collo del governatore, che da quel momento è nella «piena disponibilità» del premier. Movente? Ovvio: far fuori gli avversari, e via a rivangare il caso Boffo, il caso Mesiano, e dentro buttiamoci pure Veronica Lario e Gianfranco Fini, che tutto fa brodo, con il risvolto quasi ironico che citato fra i quotidiani alla corte di Re Silvio finisce pure il Riformista, che sarà pure di sponda sinistra, ma ha la sfortuna di avere lo stesso proprietario di Libero, il gruppo Angelucci. La prova del complotto? Eccola: ad almeno un paio di testate, secondo i verbali dei ricattatori, il video ha fatto gola, da Libero a Panorama.
Ma come in ogni delitto, qualche tassello non torna. Per esempio l’sms che avvertiva del video di Marrazzo e che alle ore 15 del 25 settembre scorso è arrivato sul telefonino, fra gli altri, di D’Avanzo. Perché il mastino delle inchieste che ha riempito pagine sulle feste private del premier e con interviste a veline, fidanzati ed escort, dopo averlo ricevuto non ha indagato? È la macchina del fango, baby, ma a volte funziona al contrario.