sabato 31 ottobre 2009
Il killeraggio del gruppo Espresso E Silvio diventa un «ricettatore»
Abracadabra. È un gioco di prestigio. La storia di Marrazzo, i trans, il video, lo scandalo, il condominio a ore di via Gradoli, i ricatti, l’imbarazzo, le dimissioni, il convento, l’addio alla vita pubblica sporcano e imbarazzano il moralismo del «partito antiberlusconiano». È un passo falso che per qualche giorno ha strozzato le parole dei padri predicatori di Repubblica. Che fare, adesso? Serve una magia. La bufera che guarda a sinistra deve ritornare sul solito personaggio, Silvio B., il Caimano, il principio di tutti i mali. Come? Tutti ci pensano un po’ e poi D’Avanzo trova la soluzione. Il trucco è questo. Berlusconi si ritrova tra le mani questo cavolo di video. È un giro un po’ lungo. I carabinieri lo passano all’agenzia Photo Masi, da lì viene offerto in giro qua e là, arriva sul tavolo di Alfonso Signorini, direttore di Chi, che lo passa ai vertici della Mondadori e poi a Berlusconi. Il premier telefona a Marrazzo e lo avverte. Berlusconi pensa di essersi comportato da gentiluomo. Ma è da qui che Repubblica parte per architettare la magia.
Il Cavaliere diventa un ricattatore, uno che occulta la prova di un reato, un ricettatore. Il gioco è fatto. Il signor B. ancora una volta va punito. D’Avanzo fa un appello ai pm e scrive: «Se la legge è uguale per tutti, è ragionevole pensare che la procura di Roma cercherà di capire chi ha pilotato i falsi ricattatori mentre invierà a Milano, per competenza, le carte di un’ipotetica ricettazione».
D’Avanzo chiama questo giornale, questo qui che state leggendo, la «macchina del fango». Quelli che scrivono qui sono killer, il direttore è un killer, i lettori leggono e si bevono le parole dei killer. Qui i killer, lì i partigiani. Repubblica e L’Espresso non gettano fango. No, mai. Il loro giornalismo è un «dovere morale». È resistenza. È civiltà. È guanti bianchi. È la verità per definizione. È il sigillo della fede. Se si scrive mezza parola critica su Napolitano è vilipendio, se si accusa il presidente del Consiglio di ricatto e ricettazione (senza uno straccio di prova) è giornalismo onesto. Paradossale. Quando si parla di Berlusconi le cariche istituzionali non esistono. Non esiste più nulla. Spara e basta. L’Espresso può mettere in copertina la foto di Alfano e raccontare il ministro della Giustizia come un mezzo mafioso e nessuno si scandalizza. Non ci sono fatti, solo insinuazioni buttate qua e là. In fondo è siciliano. E quindi quasi sicuramente colluso. Si parla di voti chiesti ai boss, si parla di pranzi con Ciancimino junior, si dice che la legge anti intercettazioni fa bene ai mafiosi. Si parla, si dice, si sussurra. E il gioco è fatto: il Guardasigilli è quasi mafioso.
Non c’è nulla da fare: questo governo è colpevole fino a prova contraria. «Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato». È così che comincia il Processo.
L'ultima trovata di Santoro I trans per attaccare il premier
La trasmissione fa scempio della vicenda Marrazzo indugiando su dettagli scabrosi. E i fatti si trasformano in un processo a Berlusconi.
Dobbiamo delle scuse a Santoro. Non lo credevamo capace di tanto: avevamo ipotizzato potesse voler tutelare il dolore privatissimo della famiglia Marrazzo, dedicando magari la puntata alle barbabietole dell'Uganda. Invece lui, dopo averci mandato a dire nei giorni scorsi di non «aver bisogno di suggeritori», ha aperto "Annozero" annunciando solennemente che «chi non vuole che i bambini sentano certe cose cambi canale».
E con spietatezza, anzi con voluttà efferata, ha calpestato il cadavere politico dell'ex governatore del Lazio per tirare fuori, guarda tu, il feticcio di Berlusconi, come un prestigiatore da vaudeville chiama l'applauso con il vecchio coniglio nel cilindro. Già nel sermoncino pre-sigla, neanche fosse un anti-testimonial di compagnie telefoniche, invitava il premier a brevi chiamate in tv, e a palesarsi nella sua arena, perché ci «sarebbe grandissima attesa con lui qui, come con Italia-Brasile». Pelè Santoro, modesto come lo conosciamo, ha vivisezionato le debolezze private di Marrazzo per sostenere la tesi che «chi subisce un ricatto e ha un ruolo istituzionale, se non lo denuncia, deve dimettersi. E non vale solo per Piero».
Travaglio, fresco di contratto Rai, riesce nella mirabile acrobazia dialettica di collegare lo stalliere Mangano con l'eros cupo di via Gradoli, Provenzano con Brenda, Mills con le polveri proibite. Si fa per dire, ma lui lo dice sul serio, L'obiettivo non è scoperchiare il verminaio sui viados e i vip, ma sollecitare la cacciata del presidente del Consiglio. Chapeau. Per arrivare a tanto, ci vuole un'ora buona di trasmissione: nella quale l'audience è garantita da una serie di espedienti oltre il limite della decenza, come la "ricostruzione" da docu-fiction del famigerato video con Marrazzo in deshabillé.
Due attori, immagini sfocate e tutto è sottratto alla fatica dell'immaginazione: quella stessa che poco prima era stata sollecitata nella dettagliata descrizione dell'inviato di "Oggi", Giangavino Sulas, il primo ad essere avvicinato, nell'estate scorsa, dai carabinieri presunti ricattatori. Con sapienza cronistica, ecco evocato il tinello, le parole della vittima, i particolari più scabrosi. Il climax è quella frase attribuita a Marrazzo e rivolta ai ricattatori :«Non mi rovinate, ragazzi! Ci sono i giornalisti qui sotto?». Poi ecco il giro sui marciapiedi, dove i professionisti del sesso ci sottolineano che a lui, il politico caduto in disgrazia, «piacciono i festini», ma solo «quelli dove ci si tocca un po', si sniffa», perché «quello è bisognoso di coccole, lo abbracci forte e va bene così». Uno scempio che neanche le poiane sopra una carcassa nel deserto, e compiuto da una redazione che in teoria dovrebbe essere solidale con la collega Serdoz e con la sua bambina.
Volano cifre colossali, dai 200 ai 500 mila euro, chiesti dagli estorsori per quel reperto video che nessuno avrebbe dovuto conoscere, e che ora potremmo tutti raccontare a memoria, grazie al sex-show in prima serata. Altri nomi? I trans ci rivelano che con loro vanno «in tantissimi, tra i famosi, anche donne importantissime, meravigliose». Ce n'è uno in studio, non è Natalie, ma Kristal, corposa portavoce dei transessuali di Padova (?): fa sociologia genitale, ma con più pudore dei protagonisti di "Annozero". Per loro, l'abissale e mortificante disintegrazione di Marrazzo è l'espediente di sceneggiatura per mettere nel mirino il supercolpevole di tutte le malefatte d'Italia: quel Berlusconi che pure "avvisa" l'altro, e che - da imprenditore - decide di non far pubblicare dai suoi periodici le immagini che rovinerebbero un politico della parte avversa.
Ma naturalmente i giorni che intercorrono tra la presa in visione del video e la chiamata di Silvio a Marrazzo, per Mikhail e i suoi sono una prova patente di quell'evergreen che è il «conflitto di interessi», e una chiamata di correità non solo morale. C'è la richiesta di dimissioni di Berlusconi per la storia delle escort (un paradosso santoriano dei più raffinati), e l'elencazione di giornalisti che «sapevano», ma che per qualche insondabile verità nascosta, hanno taciuto, tardato, obbedito. Davvero tante scuse, Mikhail. Ti auguriamo un boom di audience. Meglio di «Distretto di polizia» o dei «Ris». Suspence, azione, fiction. Ma il solito assassino.
giovedì 22 ottobre 2009
Arriva il condono-lampo per la villa di Santoro
Don Michele da Salerno, gran fustigatore di condoni e scudi fiscali, fa shopping immobiliare in vista della prossima estate e le pratiche burocratiche, per il vip di origini salernitane, viaggiano come Eurostar. La casa comprata il 26 giugno scorso ad Amalfi, frazione Lone, proprio in copp ’o mare, aveva un difettuccio ma è stato tutto risolto per Sant’Oro, e in tempi record, talmente record da far imbufalire parecchia gente in attesa da anni per le stesse questioni di permessi. Nell’atto di vendita firmato dal notaio Andrea Pansa se ne parla dopo qualche pagina, laddove si precisa che il fabbricato presenta un successivo ampliamento «realizzato in assenza del dovuto titolo». In parole semplici: abusivamente. Per quell’abuso edilizio era stata presentata domanda di condono presso il Comune di Amalfi moltissimi anni prima, nel marzo 1986, ovvero 23 anni di attesa senza nulla di fatto. Poi però è successo qualcosa, il «fabbricato» è diventato oggetto di interesse di Michele Santoro, quello della tivù, non uno qualsiasi ma una potenza soprattutto nella sua terra d’origine. E così Santoro a gennaio del 2009 versa già un preliminare, cioè un anticipo in diverse tranches. Dunque a gennaio, quando il conduttore Rai si aggiudica la nuova residenza amalfitana, la villa ha ancora il suo «ampliamento realizzato in assenza del dovuto titolo abitativo», cioè l’abuso. Poche righe dopo, però, il notaio Pansa attesta la novità: «In data 21 maggio 2009 è stato rilasciato dal Responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Amalfi permesso a costruire in sanatoria n. 175».
Ricapitolando la tempistica: primo pagamento a gennaio, condono dell’abuso a maggio, rogito a giugno. In sostanza la pratica ferma dal 1986 e ormai ricoperta dalla polvere viene miracolosamente resuscitata dagli archivi del comune di Amalfi e prontamente risolta nel giro di poche settimane. Un miracolo, degno di Sant’Oro: per lui il 2009 è l’annozero dei condoni edilizi. Ma il paese è piccolo e la gente mormora, il miracolo santoriano passa di bocca in bocca, e arriva anche agli amalfitani che quel permesso lo aspettano da tempo, ma di miracoli non ne vedono affatto. Si rivolgono alle associazioni, come «Cittadinanza Attiva», coordinata da quelle parti dal ragionier Andrea Cretella: «Mi sono arrivate un sacco di telefonate di gente indignata perché si è sentita scavalcata. Ci sono tantissime pratiche di quel tipo giacenti al comune di Amalfi e quella di Santoro è stata sbrigata subito, in quattro e quattr’otto? Abbiamo chiesto gli atti al Comune per capire come è stato possibile ma ce li hanno negati, e questo è grave».
Ma c’è anche un altro mistero a Villa Santoro. Il nome del venditore, Alfonso Cavaliere, corrisponde a quello di un consigliere comunale del Pd di Amalfi, cioè del Comune che ha condonato rapidamente l’abuso. Il Giornale ha contattato il Comune per verificare se la data di nascita dell’Alfonso Cavaliere nel rogito è la stessa dell’Alfonso Cavaliere nel Pd locale, e il Comune ha confermato: 26 aprile 1965. Poi abbiamo contattato il consigliere del Pd, che invece ha smentito di essere parte in causa: «No, non sono io, è un mio cugino...». Misteri. Il Comune di Amalfi, e questo non è un mistero, è gestito da una giunta di centrosinistra, e lì il paladino dell’anti-berlusconismo catodico, Michele Santoro nato a Salerno il 2 luglio 1951 e residente ai Parioli di Roma, è una celebrità, un vanto della costiera intellettual-progressista. Qualcuno se lo ricorda ancora giovanissimo agitatore e organizzatore della cellula salernitana di «Servire il Popolo», il movimento della sinistra maoista di fine anni ’60, e poi ancora giovane e rampante direttore della «Voce della Campania», già aspirante martire della libertà di stampa.
I lavori di ristrutturazione e di recupero dell’ampliamento abusivo della villa santoriana sarebbero già in corso. Il progetto definitivo, a quanto risulta, è stato presentato e autorizzato dall’Ufficio tecnico di Amalfi. Del resto c’è molto terreno da utilizzare intorno alla villa, e sarebbe un peccato lasciarlo lì. A quanto si dice, Santoro penserebbe a una grande piscina. Si vedrà, prossimamente su questi schermi.
L’affare è fatto, il buen retiro estivo di Santorescu quasi pronto, un bel costo però: quasi un milione di euro (200mila con mutuo il resto cash) per l’acquisto più le spese di ristrutturazione. Le risorse non mancano a Santoro, ma questo si sapeva. Settecentomila euro all’anno dalla Rai (calcoli fatti da Il Tempo), tra stipendio e bonus vari. Poi c’è il milione e 400mila euro di risarcimento deciso dal Tribunale, dopo la sua esclusione dalla prima serata Rai. Sarà con quello che ha comprato Villa Santoro ad Amalfi? Sarebbe curioso. In tv grazie a un giudice, villeggiante di lusso in costiera ancora grazie a una sentenza.
venerdì 16 ottobre 2009
La libertà di stampa della sinistra? Nascondere la pallottola per Silvio
Un compagno che sbaglia, devono aver pensato all’Unità, visto che sul quotidiano della De Gregorio, ieri, della notizia nemmeno l’ombra: si parla di beghe interne al Pd, di De Magistris, del monito dell’Onu all’Italia sul caso omofobia, della Bindi umiliata e offesa dal Cavaliere, degli altolà di Fini al premier e perfino di Norberto Bobbio che diceva che la destra è cattiva. Vabbè ma l’Unità è l’Unità. La Repubblica, allora: eccolo. Trovato! Titolo dell’editoriale in prima pagina a firma Gustavo Zagrebelsky: «La democrazia delegittimata». Sarà questo. Poi uno si legge il pistolotto che però non fa alcun accenno al piombo in testa al presidente del Consiglio. L’autorevole giurista ci ricorda invece che «La nostra è una Repubblica parlamentare. Non è, almeno per ora, un regime di investitura popolare di un sol uomo». Aridaje. All’interno del quotidiano: Fini che frena Berlusconi, il Pdl che preparerebbe il colpo di spugna sulla par condicio, le solite dieci domande, l’Onu che bacchetta l’Italia, la scomparsa della Angiolillo regina dei salotti, l’ennesimo appello (dignità delle donne) cui hanno aderito pure la Mazzantini e la storica Liliana Picciotto. Forse sul Riformista, allora. Macché. Silenzio pure lì. Si legge di Fini che stoppa il premier, dell’ottobre nero della Carfagna, di La Russa che comiziava in San Babila negli anni Settanta ma dell’appello «Sparate a Silvio» neppure una riga. La Stampa forse? Eccola! Trovata finalmente! La notizia relegata in un boxino stile formica al piede di pagina tre. Fine. Ne parla pure il travagliesco Il Fatto, nelle ultime pagine. L’episodio di Modena è commentato così: «Il ragazzo deve imparare che in rete il confine tra pubblico e privato è sottile. E a 21 anni non si può non saperlo». Della serie: hai ragione a reclamare che qualcuno prema il grilletto in faccia a Silvio, ma almeno non gridarlo in piazza. Dillo, ma dillo sottovoce, pischello.
Silenzio (fuor d’ironia) di tomba su Terra, quotidiano ecologista dei Verdi; su L’Altro, giornale dell’altra Sinistra; sul Manifesto, foglio comunista e su Liberal, quotidiano vicino al centro. A dare la notizia, insomma, soltanto il Giornale, Libero, Quotidiano Nazionale e il Corriere della Sera. Via Solferino sceglie un taglio basso, pagina 8, ma almeno lo richiama in prima pagina e informa i suoi lettori su un episodio che la dice lunga sul clima torrido che investe il dibattito politico attuale. Ma gli altri? Strano regime, quello berlusconiano, reo di imbavagliare l’informazione. Se il Giornale e Libero osano criticare il capo dello Stato, apriti cielo: lesa maestà, non si può, non si deve, vilipendio, vergogna! Titoli in prima pagina, condanna, solidarietà al Colle, sdegno della grande stampa. Se, sulla scorta dell’«uccidere Berlusconi non è reato», s’invocano proiettili nel cranio di Silvio, la stessa grande stampa sta muta come una triglia.
venerdì 2 ottobre 2009
E i libertini di "Repubblica" esaltano banche e celibato
Erano orgogliosamente anti-capitalisti, si mangiavano i padroni a colazione, i banchieri a pranzo, i poteri forti a cena, al massimo si commuovevano di fronte all’«utopia illuministica» di Olivetti, perché a quelli come loro garantiva comunque uno stipendio, stavano con Gasparazzo, il fumetto dell’operaio che puzzava di sano sudore proletario e ce li ritroviamo a difendere le banche, come se fossero l’opera pia di Don Guanella, contro le nequizie dei Tremonti-bond: un attentato, una voglia punitiva nei confronti di chi fa fruttare il denaro dei poveri risparmiatori. Le banche, i banchieri, capite, vittime del sistema, «l’élite che resiste» (ma dai, ma fai il bravo), poveri bersagli di una congiura che vorrebbe loro male, loro che al primo imprenditore che chiede un finanziamento, al primo impiegato che vuole accendere un mutuo, lo invitano a cena, gli regalano una macchina, gli presentano la figlia...
È uno strano mondo quello che ruota intorno alla galassia editoriale di cui Repubblica è la stella fissa: un mondo di saltimbanchi del pensiero che hanno tre cattedre e venti collaborazioni, macinano premi, libri e incarichi, vanno in televisione, ma gridano al regime, sentono lo stivale chiodato alla porta, imprecano contro la dittatura strisciante mentre imbottigliano il vino dei propri vigneti («poche bottiglie, solo per gli amici») e chiedono il condono edilizio per il dammuso che hanno restaurato fuori legge. Un mondo di famiglie allargate, pluri matrimoni e pluri divorzi, lo scaffale delle pellicole hardcore ben fornito, perché, si sa, «l’erotismo non è pornografia», ma che si lamenta della decadenza dei costumi: «Un vecchio, pensa un po’, con una ragazza» che potrebbe essere sua nipote»... E certo «Lolita è un capolavoro e come è vero quell’amore senile»...
È curioso come i nemici del moralismo piccolo-borghese, gli adepti del «famiglie io vi odio», i teorici delle mille unioni possibili, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo e di ogni altra ipotetica terza via, si ritrovino uniti nell’esecrazione sessuale: le veline in convento, i festini al rogo, i brachettoni al posto delle gonne, la Controriforma fatta dai laici, prima di morire dovevamo vedere anche questo... È curiosa questa passione per la finanza invisibile, per l’economia globalizzata, la Borsa e la Banca con la b maiuscola, fatta da chi applaude Michael Moore quando racconta le nequizie di Wall Street. Gli americani sono sempre gli altri.
È sorprendente questo coro intellettuale in cui spiccano le voci di direttori e grandi firme che si inorgoglivano se, alle sei della mattina, al telefono venivano buttati giù dal letto dall’Avvocato o dall’Ingegnere (ma che cazzo di vita facevano, gli uni e gli altri?), ma attutivano la mancanza di sonno scorazzando sui loro panfili, aerei e elicotteri... Naturalmente hanno la schiena dritta, si spezzano ma non si piegano (non si spiegano con se stessi, più che altro) e danno del servo, del prezzolato e del killer all’avversario di turno, che sempre naturalmente non è un essere umano, ma un verme, un cane avrebbe detto il Sartre che taceva sugli orrori del comunismo per non far piangere la classe operaia... È una sorta di antifascismo alla puttanesca, una Nuova Resistenza in cachemire, l’Aventino andando in barca alle Eolie. Aveva ragione Marx: quando la storia si ripete, dalla tragedia si passa alla farsa.