sabato 26 settembre 2009
Dizionario del santorismo tra Gramsci e Celentano
Il vittimismo da censura
È uno strumento tipico del santorismo, variante gramsciana del celentanismo anni Novanta, e che si sta diffondendo come un virus (il savianismo ne è una prova, dove ti giri c’è Saviano, vai in libreria e ci sono pile di Saviano, apri un giornale e c’è un articolo di Saviano, ricomincia la Bignardi ieri sera e c’è Saviano, ed è proprio il Saviano che firma appelli per la libertà di stampa). Il funzionamento è elementare: si grida alla censura da un mese prima fino a un giorno prima e perfino durante, quando è evidente che non c’è stata. Santoro nasce già censurato, come un feto che per nascere meglio e strillare più forte e strozzare i genitori in culla gridi all’aborto e nel frattempo ha già cinquantotto anni (sarà per questo che si chiama Annozero?). La retorica della censura è il tema, lo spot, la linfa vitale, l’hybris, l’humus, l’habitat, il trogolo di Michele. Quando infine va in onda si parla, per tre ore di trasmissione, di quello di cui non si può parlare «in Italia», come se fosse Radio Londra e non la solita Rai 2 in prime time. Qualche volta viene invitato Enrico Mentana, che fa la parte del saggio e dice «Beh, ne stiamo parlando no?».
Travaglio, I: il quadernino
All’inizio, quando guarda il quadernino, dà l’impressione del bambino che legge la poesia davanti agli ospiti dei genitori o alla recita scolastica, invece è uno scioglilingua a funzionamento ipnotico-subliminale, almeno questo è l’intento. (Il surrealismo lo chiamava “cadavre exquis”, cadavere squisito). Ricetta per preparare in casa un monologo di Travaglio: andate su Google, inserite la chiave di ricerca «Berlusconi processi», stampate una cinquantina di pagine, tagliatele in quattro parti ciascuna, mischiatele, cucitele insieme e leggetele senza interruzione e a velocità sostenuta. Per servire a cena, in diretta, condite con un paio di battute apparentemente contro la sinistra, qualcosa di irrilevante ma che faccia pensare voi siate imparziali, tipo «anche D’Alema è stato una volta a una cena con Tarantini, chissà che ci faceva...». Dopo potete portare tutto alla Rizzoli e farne un libro, il genere letterario è il «cut and paste» e Travaglio più che da Nanni Balestrini o William Burroughs è figlio della Microsoft Word Generation.
Travaglio, II: il sorrisino
Lo inquadrano quando parlano gli altri, non ho mai capito se gli fanno un segno e lui accende il sorrisino o se viceversa quando parlano i nemici tiene sempre d’occhio la lucina rossa della telecamera per fare il sorrisino. Quando inquadrano il sorrisino di Travaglio significa che Travaglio la sa lunga e l’altro è un impostore. Credo che il sorrisino sia preceduto, per esempio mentre parlano Belpietro o Ghedini o la Santanché o qualsiasi pezzo di m... fascista del centrodestra, da un cenno di Santoro (per esempio un occhiolino) a Travaglio che guarda il cameraman che inquadra Travaglio che fa il sorrisino.
Servizietto esterno I
Caposaldo del santorismo, il servizietto esterno è riservato a coloro che devono risultare brutti, sporchi, cattivi, fascistissimi. L’inviato modello deve avere una faccetta da Studentello Secchione e Moralista, si presenta con una cartellina piena di appunti, tabelle, diagrammi di flusso, articoli sottolineati. Chiunque faccia entrare l’inviato modello è fottuto in partenza: se lo sbatti fuori fai la figura del colpevole, se lo fai entrare e rispondi alle domande ti fa girare le scatole finché non lo mandi a quel paese e fai la figura del colpevole, se rimani calmo come il Mahatma Gandhi ti inquadrano in modo tale da farti sembrare, al cospetto dello Studente Secchione e Moralista, come minimo Adolf Hitler nella tana del lupo. I montatori e tagliatori della postproduzione fanno il resto.
Servizietto esterno II
È il contraltare del servizietto esterno negativo, teso a dimostrare la tesi santoriana e far sembrare lo Studente Secchione e Moralista davvero obiettivo e a far sì che il telespettatore santorizzato ti dica «Eh beh, ma allora è proprio obiettivo». La tecnica è far finta di contestare quello che si vuole far dire, per poi lasciarlo dire senza ulteriori contestazioni. A Giorgio Bocca, tanto per citarne uno, lo Studente Secchione chiede qualcosa del tipo «Non penserà davvero che è in pericolo la democrazia in Italia e siamo in un regime berlusconiano e Berlusconi è un terribile figlio di..., vero? Ce lo dica lei, che è così autorevole e noi le crediamo tutti».
L’invocazione alle oppresse
Nel corso di un dibattito, quando si è a corto di argomenti, l’invocazione alla minoranza funziona a meraviglia per distogliere l’attenzione e creare una cortina fumogena edificante. Esempio: mandano in onda un’intervista a Patrizia D’Addario e Concita De Gregorio si erge in difesa delle donne sfruttate e trattate come merce, segue applauso. Se l’avesse detto la Binetti sarebbe stata fischiata come moralista. Viceversa qualcosa di analogo tentata dalla Santanchè, magari in difesa di una figlia sgozzata dal padre musulmano, risulterebbe razzista e non rispettosa delle minoranze islamiche.
La giovane «zero»
Chiamata a rappresentare i giovani della «Generazione zero» e dunque a porre le domande dei «giovani» e a rappresentare i giovani, qualcuno si chiede dove Santoro trovi queste zero (d’estate? tra Capalbio e Cortina?), e perché le scelga sempre così fighettine «radical shaggy chic» e perché parlino tutte nello stesso modo, un italiano basic scandito quasi sintetizzato, come se fossero programmate, e come se avessero tutte la erre moscia (nobile ma di sinistra) anche se non ce l’hanno. Il modello di base è una Barbie acqua e sapone che abbia letto solo Uomini e no, di Elio Vittorini. Non credo che le ragazze zero di Santoro esistano realmente, sono ologrammi, software, intelligenze artificiali al contrario. La Borromeo, per esempio, una notte mi pare di essermela scaricata anche sull’iPhone, la mia però diceva «Ancova, ancova».
Servizione esterno
Chiunque può farlo anche da casa, istruzioni per realizzare anche voi un perfetto servizione esterno santoriano. Partite da una tesi qualsiasi, per esempio quella secondo cui la maggior parte della popolazione ritiene che Berlusconi sia cattivo. Uscite con una telecamera, e intervistate chiunque vi capiti. Una volta a casa tagliate tutti quelli che non lo pensano, tranne quelli che sembrano più idioti, e lasciate gli altri che confermano la vostra tesi.
Servizietto interno
Poiché ogni ospite di destra sporco e cattivo sa che Santoro, oltre a inquadrare a tradimento i sorrisini di Travaglio, ti toglie la parola proprio quando stai per dire quello che stai cercando di dire, ormai accade questo: l’ospite sporco e cattivo, continuamente interrotto chiede «Lasciatemi parlare!», Santoro può ben rispondere «Ehhhh, ancora con questa storia che non vi lascio parlare, sta parlando, parli!». Gli irriducibili del centrodestra ancora ci provano con dei «Mi consenta» vintage.
Vaurismo
Stessa tecnica del travaglismo, a fine trasmissione l’ultimo comunista rimasto (il dinovauro) sforna le sue vignette. Si dovrebbe ridere, ma la satira e i contenuti della trasmissione sono indistinguibili, quindi l’effetto è quello di un riassunto della puntata illustrato. Perché è fondamentale Vauro? Perché se da una parte ha una funzione didascalico-riassuntiva, dall’altra serve da parafulmine: il giorno dopo tutti si arrabbieranno con la vignetta di Vauro (esempio: Berlusconi per il terremoto abruzzese realizzerà solo l’aumento della cubatura dei cimiteri) e non per la puntata che ha teorizzato per tre ore esattamente quello che Vauro ha disegnato.
giovedì 24 settembre 2009
«Ora l’esproprio preventivo di case e barche»
Si parlava di scudo fiscale e lotta all'evasione e il leader Idv ha prodotto lì per lì la sua proposta per incastrare i furbetti e far rientrare i capitali in patria. La riportiamo testualmente, anche se non ci si crederà: «Noi dell’Italia dei Valori preferiremmo che questi soldi non fossero condonati ma sequestrati, non solo il 5% ma pure l’altro 95%, tutti quanti, perché è un messaggio molto chiaro che bisogna mandare al Paese (prime risatine in studio, ndr). Non è difficile farlo, te lo faccio io un esempio molto facile. Lei ha visto quante barche ci sono? (rivolto a Floris, risate più forti in studio, ndr). A ognuna di quelle barche là, che sono italiane e parlano italiano, io la sequestro la barca! Poi vieni a spiegarmi dove li hai presi i soldi, sennò me la tengo io la barca. E così lo faccio con la casa, così lo faccio con la macchina e con l’altro!». Sgomento del costituzionalista anti-Berlusconi Stefano Rodotà, quello dell'appello di Repubblica, imbarazzo del povero Piero Fassino, ilarità diffusa nella platea di Ballarò, non certo filoberlusconiana. Ma è così, nella Repubblica di Tonino la proprietà privata può essere abolita o confiscata, salvo adeguate spiegazioni al maresciallo di turno. È lo stile che il suo alter ego Luigi De Magistris, eurodeputato e possibile candidato dell'Idv in qualche regione del Sud (Di Pietro insiste, lui nicchia) ha già dimostrato come pm in Basilicata, sequestrando preventivamente cantieri e fabbriche sulla base di sospetti tutti da dimostrare, e mandando in rovina famiglie e imprese che ora animano l’«Associazione vittime di De Magistris». Il dicastero dipietrista della Giustizia potrebbe inventare nuovi reati (e quindi nuovi imputati), come quelli promossi dal leader qualche anno fa: «In un Paese che si rispetti Berlusconi dovrebbe essere processato per oltraggio agli italiani e attentato alla credulità». Ma questo solo per accennare alle grandi riforme del codice penale che un governo Di Pietro-De Magistris potrebbe varare. Magari con l’aiuto del Fatto di Travaglio e Co, anche se Di Pietro nega parentele: «Il Fatto giornale di riferimento di Idv? Magari, ma non è vero».
Dunque immaginiamo, tenendoci ben saldi alla sedia, l’esecutivo dei Valori: Di Pietro premier, De Magistris degno ministro della Giustizia. E le politiche sull’immigrazione? Qui, ma come al solito, Di Pietro negli anni ha oscillato come un dondolo tra posizioni incompatibili. Ne ricorderemo una che ha fatto storia, quella che prevedeva «il taglio degli attributi» per gli immigrati che delinquono. Nell’ideologia da secondini del governo Di Pietro le intercettazioni sono senza limiti e senza limiti possono finire sui giornali, in una gogna permanente. Sentiamolo, il futuro premier (per chi ci crede): «Le intercettazioni stanno all’attività giudiziaria come il bisturi alla sala operatoria. Io sono contrario alla loro limitazione e sono anche convinto che debbano essere pubblicate». Sul conflitto di interessi avrebbe la bozza già pronta: «Andrebbe risolto in un modo oserei dire biblico: chi va a fare politica deve togliersi tutti gli altri abiti ed indossare solo l’abito talare della politica». Quello che il suo alter ego De Magistris porta ancora sopra la toga da magistrato, dimissionario immaginario.
mercoledì 23 settembre 2009
«L’espresso» si indigna per le querele del Cav ma intanto lo trascina davanti al giudice
Sulla scorta di queste certezze, che dovrebbero servire come illuminante esempio all'intera macchina della giustizia italiana, si terrà quindi il prossimo 23 dicembre in Milano la prima udienza relativa alla causa civile avviata giust'appunto dal Gruppo editoriale di Carlo De Benedetti nei confronti di Silvio Berlusconi. Vi aiuterà a inquadrare meglio i fatti la ricostruzione della vicenda che hanno fatto i querelanti. Quelli che di solito infangano e sfottono il premier, lo hanno citato in giudizio, più o meno ieri, era la fine di luglio, e hanno messo tra virgolette nel documento presentato dai loro avvocati una sua frase. L'accusavano e l'accusano infatti di concorrenza sleale e di boicottaggio perché il 13 giugno, durante il suo intervento all'assemblea del Giovani industriali a Santa Margherita Ligure, il presidente del Consiglio, sostengono i legali del Gruppo Espresso, «ha accusato il quotidiano La Repubblica di un attacco eversivo nei suoi confronti e nel contempo ha istigato gli industriali a boicottare e interrompere gli investimenti pubblicitari».
Da qui l'esposto e la citazione civile. Dunque, ricapitolando: il fatto, o meglio la frase incriminata è stata pronunciata il 13 giugno (naturalmente di quest' Anno Domini 2009), l'esposto è stato presentato alla fine di luglio e a dicembre, addirittura l'antivigilia di Natale, si celebrerà questo processo dell'anno. Che zelo, che celerità. Che invidiabile esempio di efficienza di cui almeno in un’occasione ha finalmente dato prova la nostra sonnecchiante magistratura.
Che peraltro nella fattispecie non ci finisce di stupire. Non solo come appare evidente, calendario alla mano, la prima udienza si terrà prima dei grandi ponti, per non infilarsi nelle sabbie mobili delle vacanze sulla neve o, peggio, dei cenoni un po' troppo debordanti di qualche cancelliere che quindi potrebbe non essere così lucido come il capitale processo impone. Ma, vista la delicatezza del caso e considerato l'imputato in questione, quella davanti alla prima sezione, sarà addirittura un'udienza ad hoc, che si è infilata di peso tra tante altre udienze che si stanno stancamente trascinando avanti. Un'udienza ad hoc cui è stato trovato posto fuori dal calendario «routinario». Così si fa, che diamine! Oddio si potrebbe fare così anche per un povero disgraziato che magari aspetta da cinque, sei, magari anche dieci anni di avere giustizia per altri generi di torti. Ma quella è un'altra storia. Magari banale, magari ordinaria. Mentre quest'altra, quella dell'Espresso e di Repubblica (che detto per inciso avevano anche presentato alla Procura milanese un esposto nei confronti del presidente del Consiglio ipotizzando i reati di diffamazione, abuso d'ufficio e violazione della disciplina in materia di market abuse) è una storia esemplare.
Una storia che merita, giustamente, di passare alla Storia.
martedì 22 settembre 2009
Il parlamento Ue processa Berlusconi Sarà messa ai voti l'accusa di Di Pietro
Il Neuroparlamento di Bruxelles e Strasburgo discuterà e addirittura voterà una risoluzione proposta dal partito di Di Pietro sulla libertà di stampa in pericolo in Italia perchè Berlusconi ha querelato la Repubblica e l'Unità. Ditemi che sto sbagliando, che ho frainteso. Arrivo a capire che Di Pietro nel suo furore rustico-giudiziario paragoni Berlusconi a Saddam e auspichi la stessa fine; arrivo a capire che per fare ammuina il suo partito italo-talebano investa il Parlamento europeo di una tesi del genere e arrivo persino a capire che un'opposizione di sinistra ormai alla frutta, anzi all'ammazzacaffè, si possa accodare a questa disperata trovata.
Ma non posso pensare che nel Parlamento europeo - e su iniziativa del gruppo che si dice liberale - si prenda in seria considerazione, si discuta e addirittura si metta ai voti una mozione del genere. È una triplice pazzia da ricovero immediato o da interdizione dai pubblici uffici. Dico una triplice pazzia non a caso. La prima follìa è quella di prendere sul serio la tesi che la querela di un presidente del Consiglio dopo una serie di attacchi violentissimi sulla sua vita privata, da cui non è emerso neanche uno straccio di reato da contestargli, possa configurarsi come una minaccia alla libertà di stampa. Non conosco un regime totalitario, autoritario, dispotico, ma anche vagamente paternalistico e poco liberale, che abbia fatto ricorso alla querela per zittire o perseguitare chi si oppone al governo. Che razza di tiranno è uno che ricorre all'arbitrato della magistratura, cioè di un soggetto terzo e di un potere giudiziario, per giunta tutt'altro che compiacente verso di lui, per dirimere una controversia con la stampa?
Mi fa ridere, e poi piangere, solo immaginare Stalin che querela Trotzky anziché farlo massacrare. Ma anche le democrazie più furbe e malcavate usano mezzi più efficaci e meno vistosi per mettere a tacere la stampa d'opposizione: subdoli ricatti (...) [TESTO-INFRA](...) [TESTO]agli editori, viveri tagliati, sordina, pressioni di altro tipo. Accadeva anche nella prima Repubblica nostrana e accade in tante democrazie occidentali... La querela è la più ingenua, disarmata e plateale reazione che un potere possa usare contro la stampa. La seconda pazzia è quella di ritenere la querela di Berlusconi un'anomalìa senza precedenti. La nostra Repubblica, dai tempi di De Gasperi a quelli di De Mita, fino al tempo di D'Alema e Prodi, ha visto premier che querelavano giornali e giornalisti.
E in alcuni casi li ha fatti sbattere in galera: pensate al povero Guareschi che aveva dato una robusta mano alla Dc nel '48 e poi finì in galera con l'accusa di aver diffamato il premier Alcide De Gasperi. E nonostante ciò, chi dubita che De Gasperi fosse democratico e liberale? Di azioni legali di politici contro giornalisti è pieno il carnet europeo. Da noi c'è stato persino l'abuso di querele da parte di politici contro la stampa: Di Pietro ne sa qualcosa. Non parliamo poi delle querele dei magistrati alla stampa, quasi sempre vinte dai medesimi, con risarcimento immediato e congruo, avendo il coltello dalla parte del manico.
La terza follìa è l'ingerenza dell'Europarlamento nella vita e nella sovranità di una nazione libera, adulta e democratica, che ha il suo Parlamento, i suoi organi giudiziari, la sua opposizione e la sua stampa d'opposizione. E che ha un tasso di risse e campagne violente contro il governo come nessuno in Europa. È un'offesa a tutti gli italiani, a noi popolo sovrano, alla nostra credibilità nel mondo, ad un paese che ha votato a maggioranza, con votazioni limpide e dall'esito assai netto, per il governo Berlusconi, mandandolo per la terza volta alla guida del paese. È come considerarci immaturi, degni di eurotutela, minorenni e minorati. Una ferita gravissima; verrebbe voglia di rimettere in discussione la nostra permanenza in quel tetro cimitero della democrazia che è il Neuroparlamento. E in questa vigliacca Unione Europea che si vergogna di ricordare la propria carta d'identità e di riconoscere che è nata dalla civiltà cristiana, greca e romana; ma non si vergogna di diffamare un suo socio fondatore, il popolo italiano, accusandolo di aver voluto alla guida del paese un dittatore. Il tutto per un paio di querele con richiesta di risarcimento danni.
Leggevo ieri, con divertito stupore, un libro-intervista del professore comunista Asor Rosa che a costo di passare per un revisionista, riabilita il fascismo in rapporto al berlusconismo: «Da tutti i punti di vista il berlusconismo è peggio del fascismo». E leggevo che un giurista letterato come Franco Cordero, sosteneva la stessa cosa su la Repubblica giorni fa. Tutto ciò mentre pubblicano liberamente i loro testi, tutti ne parlano e nessuno osa neanche pensare di scalfire la loro libertà di diffamare con quelle gravi accuse il capo del governo. Ma la cosa che più disgusta è l'oltraggio che questi intellettuali e questi europarlamentari compiono verso coloro che hanno davvero perso la vita e la libertà per difendere le loro idee. Vittime di regimi totalitari, a cominciare e a finire dal comunismo (perchè il comunismo precede l'esperienza del fascismo e del nazismo e sopravvive per svariati decenni alla loro morte); ma più vastamente a tutti coloro che nel corso dei secoli hanno patito davvero la mancanza di libertà di espressione e sono stati perseguitati. È un'offesa far passare per martiri questi giornalisti che proseguono indisturbati il loro lavoro, compresi gli insulti. Non confondete vere e tragiche vittime con questo libero e gratuito tiro al bersaglio.
Questa gente che denuncia un'inesistente perdita della libertà in Italia è divisa tra rozzi giacobini aglio-oglio-e-ghigliottina che ignorano la storia e non sanno cosa voglia davvero dire perdere la libertà; e rancidi intellettuali, magari comunisti e teorici non pentiti della violenza, in preda a deliri maniaco-depressivi. Gente che ha perso il senso della misura e della realtà, della storia e della verità. Sarà poi divertente spiegare all'Europarlamento che una querela fatta a un giornale dal presidente Berlusconi è una minaccia alla libertà mentre una querela fatta a un giornale dal presidente Fini è una difesa della libertà. Si dovrà ricorrere ad Orwell e alla neolingua per spiegare la differenza abissale tra due cose identiche. Chiamate un'ambulanza; questa non è un'Europa normale. L'ideologia è morta ma i suoi fetidi miasmi ammorbano teste, testate e partiti.sabato 19 settembre 2009
Dopo la carneficina, gli sciacalli. Insulti ai sei paracadutisti morti
L’ultimo insulto agli eroi di Kabul è un numero rosso. «-6». La vergogna anti italiana si allarga a macchia d’odio, dal web ai muri di Genova e Livorno passando dal pulpito di un sacerdote un po’ «sinistro». «-6» è il marchio d’infamia del collettivo studentesco genovese Humpty Dumpty. È sulla porta, a pochi passi dall’inizio di via Prè. A Livorno, dove la Folgore è di casa, i collettivi di estrema sinistra «Br», «W Stalin» e «Acab» (All cops are bastards, tutti i poliziotti eccetera) hanno meno fantasia ma lo stesso livore: «Questa città non piange i sei parà». La scritta ora è stata cancellata, ma l’infamia resta.
Don Giorgio de Capitani da Lecco forse non lo sa, ma la pensa come loro. E sul suo blog scrive «Perché la morte di sei mercenari vale più di migliaia di disoccupati in un Paese rincogl....to?», prima di definire il ministro della Difesa «Ignazio del ca..o» La Russa. «Che paese è mai questo?», si chiede Don Giorgio. Già.
Vanno di moda le domande? E allora bisognerebbe chiedersi: che Paese è questo se consente impunemente ai siti di ultrasinistra, antagonisti, disobbedienti di inneggiare all’«eroica resistenza afghana» mentre il farneticante gruppo «Esultiamo per la morte dei soldati italiani in Afghanistan: forza talebani» su Facebook è stato cancellato quasi subito? Perché l’autore del blog http://precariopoli.leftlab.com, che ieri aveva esultato con «A Kabul è uscito il 6», continua coi suoi macabri proclami di morte? Perché nessun magistrato apre un’inchiesta per «istigazione a delinquere e oltraggio alla pietà dei defunti» davanti a quella foto del mullah Omar, e quella frase «Bando d’arruolamento per l’anno 2009 di 6 volontari in ferma presso il poligono di Kabul»? Perché, come chiede la parlamentare Pdl Laura Allegrini, quel sito non è stato ancora oscurato dopo la denuncia del Giornale per quel «Bingo, è uscito il 6 sulla ruota di Kabul», e quell’infame sondaggio sulle «nuove divise azzurre (i teli che coprono i soldati, ndr) comode per il viaggio di ritorno»?
Certo, se l’autore si giustifica e si nasconde dietro due link di Repubblica.it, se si abbevera alle fonti dell’odio, sei disarmato: «Quei soldati sono mercenari che uccidono una bambina di 13 anni», leggete qui. Una sentenza già emessa anche dai blog del gruppo Indymedia: «Eroi? E la bambina uccisa dagli italiani? Se uno come lavoro fa il killer o il mercenario è un assassino». La macabra danza di morte attorno ai cadaveri dei nostri soldati prosegue: «Colpita la folgore a Kabul... champagne!», «manica di mer.. fasciste, manco una lacrima per loro, si fottano tutti», «il punto non è “facciamoli tornare” ma “speriamo che ne tornino il meno possibile”...», «meno male che ce ne stanno 6 di meno al mondo». Ce n’è per tutti, anche per il ministro della Difesa: «Che cada nelle mani dei talebani e riappaia dopo un decina di giorni con indumenti del luogo e due talebani alle sue spalle, sai che ridere».
Il virus contagia anche il sito del collaboratore dell’Unità Daniele Sensi, dove qualche facinoroso («Sei delinquenti in meno sulla faccia della terra, sempre troppo pochi») sperava di raccogliere un applauso ma è stato «censurato», anche se c’è ancora traccia del suo epitaffio nel cimitero virtuale della rete. Avrebbe fatto meglio a farsi un giro tra il popolo di Beppe Grillo, letteralmente scatenato: «È facile fare i Rambo, se poi ci rimanete dispiace ma sono c..zi vostri»; «la resistenza afghana continua a infliggere colpi sempre più pesanti agli invasori e ai loro ignobili tirapiedi»; «6 fascisti di meno fanatici delle armi e della guerra»; «Una preghiera anche per il kamikaze che sempre figlio di un dio è. Molto probabilmente se non fossimo andati a rompergli i co.....i a casa sua non si sarebbe mai fatto esplodere». Loro calpestano i morti e ridono, il comico se la prende con i giornalisti: «Con una libera stampa non saremmo in Afghanistan. Meglio un rispettoso silenzio. Ogni tanto si vergognano anche i giornalisti». Lui e i suoi sodali invece non si vergognano mai.
giovedì 17 settembre 2009
Pur di terremotare il governo «Repubblica» si autosmentisce
Il primo Caporale, Antonello, rievoca la tragedia campana così: «I morti restarono sotto le travi spezzate delle misere abitazioni di montagna per giorni e giorni, in una confusione di ruoli e responsabilità che provocò la più dura delle denunce di un presidente della Repubblica sulle inefficienze di Stato». Il secondo Caporale, sempre Antonello, rievoca la medesima tragedia così: «Per dire del tempo e dell’organizzazione, a Laviano riuscirono a consegnare dopo quasi una settimana tutte le bare occorrenti... A dirigere le operazioni di soccorso da Roma fu incaricato Giuseppe Zamberletti. Da solo, quasi a mani nude». Della serie: ma sono tutti matti ’sti giapponesi, americani, tedeschi che, testimoni di quanto sta facendo il governo Berlusconi in Abruzzo si sperticano in lodi «Noi non avremmo saputo far di meglio»? Che esaltino l’Italia dei De Mita, Forlani, Gava.
Il primo Caporale, Antonello, denuncia i fiumi di denaro dirottati verso Avellino, Napoli, Potenza, Salerno (58.640 miliardi); riferisce che le zone colpite dal terremoto vennero dilatate a dismisura perché entrare nella liste dei comuni colpiti «significa essere o no destinatari di sontuosi contributi statali» e, insomma, «la corsa verso la ricostruzione inizia male, il piede inciampa al primo passo». Uno scandalo, insomma. Il secondo Caporale, sempre Antonello, magnifica invece il soccorso irpino: «26 marzo 1981. 122 giorni trascorsi dal sisma, 150 casette in legno tipo chalet consegnate a Laviano, Salerno, 450 persone ricoverate. 15 settembre 2009. 162 giorni trascorsi dal sisma, 47 casette in legno di tipo chalet consegnate, circa 200 persone ricoverate. E trent’anni fa non esisteva neppure la Protezione civile». In pratica: allora sì che ci si mosse bene, tempismo ed efficienza elvetica.
Il primo Caporale, Antonello, riconosce che «il groviglio inestricabile di leggi e leggine che a vario titolo hanno regolamentato l’opera di ricostruzione ha oggettivamente favorito una richiesta di investimenti sproporzionata alla realtà dei fatti» e smaschera lo scandalo così: «Ora è forse più facile capire perché dopo vent’anni e dopo 150mila abitazioni ricostruite, ci sia ancora qualche migliaio di persone, le più disgraziate, costrette a vivere nelle baracche». Baracche? Irpiniagate? Noooo. Il secondo Caporale, Antonello, non la pensa così: «Malgrado tutto, il sistema di prefabbricazione pesante fu realizzato in trecento comuni e in tempi che, l’avesse saputo, Bertolaso avrebbe definito incredibili, stratosferici, supercosmici». Il primo Caporale, sempre l’Antonello di cui sopra, vergava i suoi j’accuse accanto a inchieste in cui si dava la parola al sindaco di Lioni che ammetteva (vent’anni dopo): «Non siamo ancora riusciti a smantellare tutti i prefabbricati». Il secondo Caporale, sempre l’Antonello, riporta invece il pensiero del sindaco di Laviano: «Al mio Paese le prime case in legno arrivarono già a febbraio, una ventina di alloggi con tutti i servizi. E a marzo la metà della popolazione era al caldo, negli stessi chalet che sorti a Onna». Due Caporale o è la stessa persona che, a distanza di anni, fa a cazzotti con se stesso? Mistero e miracolo dell’antiberlusconismo.
domenica 13 settembre 2009
L'Unità difende i precari, ma li manda via tutti
mercoledì 9 settembre 2009
Idv, rimborsi elettorali: Di Pietro è indagato
Di Pietro, interrogato a suo tempo dal Giornale, aveva risposto con una lunga lettera a Libero annunciando di aver disposto il cambiamento dello statuto Idv, cioè del documento che conteneva quella ambiguità. Di Pietro annunciò allora che, dopo quella modifica, l’associazione e il partito «sono la stessa cosa», ma nel farlo si dimenticò di pubblicare guardacaso anche il verbale notarile con cui era stato disposto dal partito quel cambiamento statutario. Perché? Ci sarebbero voluti altri sei mesi per scoprirlo, e non grazie a Di Pietro che anzi diede precise istruzioni al suo notaio di fiducia di non fornire al Giornale quel verbale, sebbene si trattasse di un atto pubblico. Il motivo è presto detto: quel verbale contiene solo una firma, quella di Di Pietro, in qualità di presidente dell’associazione Idv. In sostanza vuol dire che Di Pietro, per fugare i dubbi sulla gestione personalistica dell’Idv, ha modificato di sua iniziativa e in perfetta solitudine lo statuto dell’associazione come se fosse quello del partito, nelle vesti non di presidente (magari autorizzato da una delibera assembleare o da una disposizione degli organi del partito), ma solo come titolare dell’associazione di famiglia. Un gioco delle tre carte, un gioco di prestigio dietro al quale ci sono però questioni molto concrete. Per esempio, i milioni (circa 11 solo per il 2009) del rimborso pubblico. A quale soggetto vanno davvero quei soldi? Ora non è solo il Giornale a chiederselo, ma anche la Procura generale della Corte di conti.
sabato 5 settembre 2009
L’amico tradito: "Vi racconto io il vero Tonino"
Ora che la sentenza è pubblica e visibile a tutti, che può dire di quella vicenda?
«Una vicenda squallida. Credevo di poter contare su un amico vero, se non altro perché ad Antonio ho regalato gran parte della mia vita, aiutandolo e supportandolo specie nei momenti di sua grande difficoltà. Sono stato la sua ombra, sempre vicino anche durante Tangentopoli, vicino pure a Susanna (la moglie, ndr), uno di famiglia, insomma. Poi sulla mia pelle ho scoperto di che pasta era realmente fatto: per meri interessi pubblicitari, chiamiamoli così, in un momento in cui non godeva della luce dei riflettori, non ha avuto alcuna esitazione a buttare a mare l’uomo che più gli era stato amico in cambio di un po’ di visibilità. Ha miseramente tradito l’uomo che s’era precipitato a soccorrergli il padre che era morto cadendo dal trattore, lo stesso uomo che al posto suo s’era recato in ospedale a prendere il feretro della madre. Ecco chi è Tonino. Ha provato ad avvicinarmi chiedendo a un amico di organizzare l’incontro ed essere presente. Io non voglio testimoni, devo guardarlo in faccia. Mi deve dire perché l’ha fatto».
Come andarono effettivamente le cose fra voi?
«Quando mia moglie venne trovata uccisa ed io tramortito accanto a lei, davanti al letto d’ospedale si materializzò all’improvviso lui, da poco diventato avvocato. Ovviamente la cosa mi sorprese positivamente e non ebbi nulla da obiettare quando chiese se poteva assistermi. Dissi di sì anche perché mi offrì di andare a casa sua “perché - sussurrò - a me non mi intercettano”. Rimasi stupito dall’affermazione, e ribattei che io non avevo nulla da nascondere, tantomeno al telefono».
Quindi?
«Si mise al lavoro e a caldo svolse in modo impeccabile il mandato difensivo interrogando testimoni, facendo indagini accurate, chiedendo pure a me un sacco di cose. Aggiunse che dovevo andare fiero di mia figlia Debora che nei primi drammatici momenti aveva avuto la forza di contattarlo a Milano. Inutile dire che, solo successivamente, mia figlia mi ha confessato di non averlo mai chiamato non avendo i suoi recapiti, che erano riservati. È diventato mio avvocato bluffando».
Tutto molto strano.
«Niente al confronto di quel accadde successivamente. Un giorno mi chiama sempre Debora, arrabbiatissima, dicendo che si sono presentati i giornalisti e le telecamere di Chi l’ha visto? a casa. Autorizzati. Pensava che ero stato io. E invece aveva fatto tutto Antonio, cercava solo pubblicità, e la cercava in un momento dolorosissimo per me e per i miei figli...».
Ne è sicuro?
«Assolutamente. Lo cercai per un chiarimento ma non si fece trovare. Quindi a tarda sera, dopo la trasmissione, lo affrontai a casa: gli chiesi se era stato lui a mandare i cronisti perché aveva bisogno di tornare sulla cresta dell’onda. Lo sollecitai ripetutamente a confermare o a smentire anche con un cenno del capo. Non mi rispose né sì né no. Abbassò lo sguardo eppoi mi spintonò violentemente contro il muro. A quel punto l’ho guardato fisso e gli ho detto: “Ho capito tutto, Antonio. Dammi il tempo di prendere le mie cose e me ne vado da questa casa”. E così ho fatto».
«In brevissimo tempo e senza una revoca ufficiale del mandato da parte sua. L’ho scoperto andando in tribunale, per caso, una mattina. Era seduto accanto alle parti civili, un tutt’uno col pm. Che scena... non ci volevo credere. Da difensore ad accusatore. Lui, il mio inseparabile amico, trasformato nel più feroce dei detrattori. Ma c’è molto altro...».
Più di così?
(Sorride amaro) «Molto di più. Un giorno chiese a me e ad un amico comune di accompagnarlo all’aeroporto. “Prima però - spiegò quand’eravamo in macchina - devo passare un secondo in procura”. Pensai che doveva consegnare alcuni documenti, invece era salito dal procuratore per denunciarmi! E questo avveniva dopo che, da difensore, aveva consegnato personalmente il mio passaporto in questura. Dopo che da difensore, in alcune interviste, aveva lasciato intendere che l’omicidio poteva anche essere maturato all’interno della famiglia. Capito? Non auguro a nessuno un avvocato così...».
L’esposto all’ordine degli avvocati è così arrivato in automatico...
«Macché. Prima sono andato alla stazione dei carabinieri a denunciare tutte le sue malefatte nei miei confronti. E mentre esibivo carte e documenti i militari si mostravano allibiti, letteralmente preoccupati. Adesso, se permette, la faccio io una domanda: secondo voi qualche magistrato ha mai aperto un’inchiesta su Antonio Di Pietro in relazione ai fatti da me documentati e denunciati?».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it