giovedì 20 agosto 2009
Italia dei livori I colpi di sole di Gigi&Tonino
Poi quell’altro, Luigi De Magistris, ha detto che: 1) «il governo sta progettando interventi che renderanno il crimine ancora più granitico; 2) «la più grande ed ignobile falsità di Berlusconi e del suo governo consiste nel dichiarare di voler contrastare le mafie... Lui sta massacrando lo Stato di diritto e lo Stato sociale, le controriforme che sta attuando rispondono a un disegno eversivo che sta distruggendo la democrazia nel nostro Paese».
Bene. Questi due esagitati, Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris, sono stati due magistrati: due persone votate a decidere del bene primario, ossia la libertà altrui, due persone in grado di rovinare vite, distruggere imprese, mandare in malora famiglie, azzerare centinaia di posti di lavoro, far cadere giunte e governi democratici, fare e disfare senza mai pagarne lo scotto, mai, neppure mezza volta, questi due appartengono a una categoria a cui dovrebbero tremare i polsi per qualsiasi decisione presa, è gente che l’immaginazione peraltro vorrebbe imperturbabile, ferma, equilibrata, dotata di peculiarità non comuni. E invece eccoli: due demagoghi da strapazzo capaci di dire e fare qualsiasi cosa, due che erano di parte - si sospettava - e infatti lo sono, due che facevano politica - si vociferava - ed ecco che la fanno, due che una buona parte della nostra classe giornalistica - adesso – osserva tuttavia solo come due elementi un po’ così, pittoreschi, che straparlano per mestiere, due che sono sorti come funghi la notte scorsa anziché aver fatto parte della disgraziata cronaca di un Paese che mai, mai, mai comprende ciò che accade mentre esso accade.
Gentili colleghi, dunque ditelo, una buona volta: non è possibile che due personaggi del genere possano diventare magistrati. Non è possibile che due magistrati del genere possano diventare politici. Non è possibile che la medesima classe giornalistica seguiti a non comprendere che l’anomalia dei due, una volta smascherati e gettata la toga, non viene neutralizzata e addomesticata, ma si sposta solamente da una parte all’altra, si insinua e diffonde come un virus, come una malattia. Senza neppure accorgercene, in questo Paese, il livello della disputa e della polemica politica sono diventati borderline: qualsiasi cosa può essere detta e sostenuta impunemente, basta farlo, basta aprir bocca. Dire che ormai siamo agli «insulti» non rende l’idea perché quelli ormai fioccano dappertutto, anche nei famosi Paesi normali: ma in quale Paese, chiediamo, è ormai diventata sistematica e mediaticamente accettata la calunnia, l’ignominia, la pura invenzione? Forse ha ragione chi dice che gli squilibrati professionali andrebbero soltanto ignorati, che il loro delirio mira soltanto a finire in un qualsiasi articolo di giornale, questo compreso: ma certo snobismo e certa finta superiorità, d’altra parte, sono soltanto ignavia, sono soltanto i siparietti dietro i quali si nasconde la rinnovata incapacità di una classe politica e giornalistica di chiamare le cose col loro nome. Dario Franceschini seguiti pure ad allearsi con questa roba e a farsi massacrare, se crede; gli analisti seguitino ad annoverare «l’unica opposizione» dell’Italia dei Valori tra gli ordinari strumenti di lotta politica, se vogliono. In questo Paese quelli che l’avevano detto non se li fila nessuno, e chi non ne azzecca una invece rimane regolarmente in cattedra, ma pace, noi lo diciamo lo stesso: Di Pietro ha già fatto una rivoluzione e cercherà di farne un’altra, e le rivoluzioni tanto democratiche non sono mai state. Ecco, l’abbiamo detto: purché sia chiaro che lo stiamo dicendo. Di Pietro non ci fa più solo ridere. Di Pietro è pericoloso.
giovedì 13 agosto 2009
Grillo e Di Pietro contro le querele. Degli altri
Il comico che ora schifa il concetto di querela perché «è intimidazione», ha provato spesso a intimidire gli altri con le querele. In questo, e in molto altro ancora, va a braccetto con Antonio Di Pietro, insuperabile recordman di querele fatte, pare più di 300 nel giro di pochi anni (357 per l’esattezza, scrisse Repubblica). È lui il Billy the kid dell’atto di citazione, appena lo tocchi spara. Se Di Pietro tuona contro chi si ripara dietro l’immunità, ma quando viene querelato chiede subito l’immunità, il sodale Grillo accusa l’istituto della querela di autoritarismo ma poi querela, eccome se querela. C’è un’affinità elettiva tra i due, negli appelli barricaderi come nelle loro matematiche contraddizioni. Per dire, è divertente rileggersi quel commento di Grillo sul suo blog, agosto di due anni fa, dopo un editoriale del Corriere della Sera firmato da Pietro Ichino, contentente - secondo il comico - «falsificazioni pericolose» (tipico gergo da querelatore). Il giurista si era permesso di obiettare che il sito di Grillo contribuiva alla campagna d’odio verso la legge Biagi e il suo inventore (ucciso dalle Br). Guai a lui. Grillo ha risposto sdegnato con un post che si concludeva con questa intimidazione: «Ho dato mandato ai miei legali perché provvedano alla mia tutela nelle competenti sedi giudiziarie nei confronti del Corriere della Sera». Chi mi tocca lo querelo. Ma non era uno strumento autoritario? Mah, dipende. Da chi le fa.
Poi Grillo ha querelato ancora. La Telecom per il dossier su di lui, «i vermi che hanno spiato me e gli italiani negli ultimi anni»: querelati. Grillo ha una schiera di avvocati attorno a sé, evidentemente, per consigliarlo nelle miriadi di cause che lo coinvolgono. E lui si appoggia ai legali appena deve colpire qualcuno. Chiedete a quelli della lista «No Euro», contro cui Grillo ha scatenato i suoi avvocati per difendere il brand «Grillo», impropriamente usato dalla lista civica e immediatamente difeso dai legali del comico.
Un comico con studio legale annesso. Mai però ai livelli di Antonio Di Pietro, il leader Idv che è stato magistrato e avvocato e quindi è di casa nelle aule di tribunale (anche se poi ci manda il suo fidato Sergio Scicchitano, legale, consigliere Anas, esponente politico naturalmente dell’Idv). Di Pietro usa querelare avversari politici, giornali, civili, tutti. Anche per «offese» molto discutibili. Si può obiettare che la copertina del settimanale sportivo torinese del gennaio 1997, il defunto Piemonte sportivo (una grande foto dell’ex pm sormontato dalla dicitura «Arbitro cornuto») non fosse proprio un modello di umorismo british, ma Di Pietro non ci rise su, affatto, chiamò subito il suo avvocato per sporgere querela. Le redazioni raggiunte dalle lettere dei legali di Tonino sono una schiera, veramente bipartisan: nel 1997 querelò l’Unità diretta da Peppino Caldarola, un mese dopo toccò ai giornalisti del Tg4, poi a il Giornale (un’abitudine), poi a Panorama, ma poi pure a Repubblica. Incredibilmente non portò in tribunale Novella 2000, per una copertina che giudicò solo «una goliardata». Ma ci mancò poco perché, spiegò nella lettera al giornale di gossip, «ho fatto centinaia di querele in questi anni, ma per un obiettivo serio: difendere la mia reputazione e il mio onore». Come Grillo. Libertà di espressione, ma guai a chi li tocca.
mercoledì 12 agosto 2009
Tonino sogna il golpe e vuole i politici "blindati"
Cominciamo allora dall’apocalisse. Ha detto: «Sarà il tempo del Pil in caduta libera, delle piccole e medie imprese ridotte alla fame, dei migliaia di posti di lavoro sull’orlo del baratro, dell’Italia davvero spaccata in due». E ha parlato di «grandi mobilitazioni di settembre sulla libertà d’informazione e sul lavoro». In precedenza aveva detto che «potrebbero tornare sia le Br pilotate che quelle non pilotate» e che «l’Italia dei Valori sarà nei consigli di fabbrica e nelle piazze in difesa dei cassintegrati e dei lavoratori, saremo protagonisti dell’autunno caldo». Più che una previsione, un auspicio: Di Pietro auspica un autunno rovente e sarà nelle fabbriche a cercar di convincere gli astenuti della sinistra radicale che ancora non votano per lui. Dall’altra seguiterà a martellare il Capo dello Stato e la Corte Costituzionale nella sua logica di tanto peggio tanto meglio. Il suo obiettivo è un clima pre-rivoluzionario, come si evince anche da quanto ha scritto ieri sul suo blog: «Se i giornali avessero fatto informazione seriamente, a quest'ora avremmo le barricate in strada contro questa maggioranza e la casta politica girerebbe con gli autoblindo di scorta invece delle lussuose auto blu con il lampeggiante». Il malanimo accumulato da Tonino, ieri, ha trovato sfogo persino in un attacco contro Repubblica: «Il fatto stesso che su La Repubblica venga dato più spazio al partito di Cuffaro, che ha raggiunto uno scarso 5 per cento alle ultime elezioni, rispetto all’Idv che si è attestata all’8 per cento, è la dimostrazione della faziosità anche di questo giornale, il quale segue quella certa opposizione che, in fondo, legittima l’esistenza politica di questo Governo». Anche Repubblica fa parte del regime. Basta che non parli di Di Pietro come vorrebbe Di Pietro.
Ha poi detto, sempre su Libero: «Sono contrario a Lombardo». Una sintesi mirabile. L’indigeno, nel suo idioma, intendeva dire che era contrario a un partito del Sud e a indiscriminati finanziamenti a pioggia: «È come il vestito nuovo che ti vuoi comprare a Natale: se non c’hai i soldi, non te lo compri. Capisci la metafora?». No, ma Antonio D'Adamo forse a suo tempo la capì: è l’ex sodale che quando Tonino era magistrato riforniva di vestiti (gratis) lui e tutta la famiglia. A parte questo, comunque, una volta appreso che non servirebbero a sbatterci dentro Berlusconi, Di Pietro si è detto contrario anche alle gabbie salariali.
Ha infine detto: «De Magistris non si dimette da magistrato perché se lo fa l’inchiesta in corso su di lui del Csm decade senza un giudizio. E lui vuole uscirne a testa alta, senza macchia». Bella questa. Dell’inchiesta del Csm, anzitutto, erano al corrente anche il 17 marzo scorso, quando i due - Di Pietro e De Magistris - fecero una bella conferenza stampa poche ore prima della notizia che il magistrato di Catanzaro era ufficialmente indagato: e non al Csm, ma dalla Procura di Roma e poi di Perugia. Lo sapevano già, cioè, quando giurarono e stra-giurarono che De Magistris si sarebbe dimesso da magistrato: «La mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto»; poi gli fece eco Di Pietro, accanto a lui: «De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Per noi questa è una regola non scritta che ci applichiamo, non un generico richiamo. Noi applichiamo la legge morale». Il 30 luglio era intervenuto anche Marco Intini Travaglio: «De Magistris si dimetterà, lo ha promesso e lo farà». Gente di parola. Ma è una sciocchezza in qualsiasi caso: se anche non lo giudicasse il Csm, lo giudicherebbe un ordinario tribunale come capita ai comuni cittadini: De Magistris forse avrebbe qualcosa in contrario. Infine, a proposito di uscirne «senza macchia», De Magistris ne ha già più di un leopardo: dalla decisione di trasferirlo (e degradarlo) a quando il consiglio giudiziario, eccezionalmente, respinse la sua nomina a magistrato di Corte d’Appello: capita a meno di un magistrato su mille. Una carriera fallimentare: era pronto per l’Italia dei Valori.
mercoledì 5 agosto 2009
Sassoli «si dimentica» di dare le dimissioni
domenica 2 agosto 2009
Povero Veltroni, ora raccoglie firme per Tonino
Il guaio è che la sinistra non capisce. Qui in Italia c’è un’opposizione un po’ strana, che da anni non fa più politica, ma è ossessionata da un solo pensiero: buttare giù Berlusconi. È l’unico obiettivo, l’unico orizzonte, l’unica speranza. Tutto il resto non conta. Non conta la crisi, non conta il Paese e neppure la democrazia. Non contano i voti. È tutta roba inutile. Il risultato è che il Pd sta morendo dissanguato. È un partito senza elettori, che si lambicca il cervello alla ricerca di nuovi trabocchetti per incastrare il premier. È la sindrome di Willy il Coyote. Avete presente il cartone animato? Architetta di tutto per acchiappare Bip Bip e finisce sempre contro un muro, magari facendo due passi nel vuoto prima di cadere.
Ecco, il più Coyote di tutti ormai è Walter Veltroni. Ed è una fine che non meritava. Le autostrade sono cariche di gente che cerca di fuggire da questo agosto di mezza crisi. Fa caldo e non si cammina. Lontano da tutto questo Veltroni, un tempo capo del Pd, riappare per un attimo sulla scena politica. E lo fa con un’idea nuova: il conflitto di interessi. Veltroni si presenta con una bozza, scritta con Roberto Zaccaria, ex presidente della Rai, che si può sintetizzare così: come non far governare Berlusconi. Chi ha un patrimonio di almeno 30 milioni di euro non può fare il premier, il ministro, il sottosegretario o il commissario straordinario.
Veltroni sa benissimo che questa legge non verrà mai approvata dal Parlamento. È interessante invece guardare le firme sotto il documento. Ci sono Donadi e Leoluca Orlando, tutti e due in quota Di Pietro, UgoTabacci dell’Udc e Giulietti, ex Italia dei Valori, da poco migrato nel gruppo misto.
È tutta gente che dell’antiberlusconismo ha fatto una professione. Sono lì da anni, vagano tra il centro e la sinistra, e vedono in Di Pietro il loro Robespierre. Un tempo li avrebbero chiamati giacobini. Il conflitto di interessi è la loro litania. È la certificazione che Berlusconi non può governare, non può fare politica, non esiste. Veltroni un tempo aveva ambizioni da leader, sognava il grande Pd. Era l’uomo che aveva rubato a Obama il «si puòfare», versione maccheronica dell’ultimo sogno americano. Quello che torna in questo sabato d’agosto è un vassallo di Di Pietro, che deluso dal suo partito fa sponda con Orlando, Tabacci e Giulietti. E l’unica divisa che sa indossare è il vecchio antiberlusconismo.
Davvero Veltroni pensa di ricominciare da qui, nel sottoscala del dipietrismo? Era meglio andare in Africa. Tutto questo avviene mentre Beppe Grillo annuncia che la tessera del Pd non gli interessa più. Ormai ha un partito tutto suo, un partito di liberazione nazionale. La speranza è che Veltroni non finisca lì. Sarebbe un triste finale di carriera. Quello che manca a sinistra è qualcuno che si faccia una domanda facile facile: come convincere gli italiani a votare per noi? Qualcuno che non assomigli a Willy il Coyote
Fermate Di Pietro prima che sovverta tutte le istituzioni
Se diciamo che il senatore Stefano Pedica dell’Italia dei Valori andava sollevato di peso e sbattuto fuori da Palazzo Madama, ieri, il galateo non c’entra, il galateo semmai è quelloche impedisce di spiegargli che uso poteva fare della maglietta «Giorgio non firmare» che indossava tra i banchi. Parliamo dello straccetto da cesso che lui e altri replicanti dipietreschi avevano esibito anche durante una manifestazione davanti al Quirinale. No, lo squallido Pedica non è come il leghista Francesco Speroni che nel 1992 si presentò in Parlamento con una cravatta di cuoio alla texana: Pedica è uno dei tanti roditori che il pifferaio molisano ha incaricato perché rosicchiassero giorno dopo giorno ogni nostro baluardo di riferimento, ciò che resta di uno Stato e del rispetto che ancora ne abbiamo.
La domanda perciò diventa questa: quanto ancora dovremo sopportare, signori parlamentari che fate spallucce? Che prezzo pagheremo se persino il Quirinale e la Corte costituzionale, veleno dopo veleno, maglietta dopo maglietta, piazza dopo piazza, diventassero degli indifferenziati zimbelli a disposizione di qualsiasi dipietrino, grillino, cretino? La domanda vale anche per quei giornalisti ed entomologi della politica che trattano Di Pietro come un souvenir d’Italie e che preferiscono passare le giornate a registrare ogni più sterile sommovimento tra Bersani e la Serracchiani, analisti che per il resto guardano la famosa «antipolitica» come un divertente carnevale tanto per distrarsi e vendere mezza copia in più.
Ci si è abituati a tutto, ormai, e tutto può essere detto. L’Italia è una dittatura, non c’è democrazia, questo e quel ministro sono delegittimati, la Consulta è pure corrotta, torneranno le Br, la mafia era d’accordo con lo Stato, il Quirinale dorme e nondoveva firmare questo, non doveva firmare quest’altro, e neppure quest’altro ancora, e poi manifestazioni, parlamentari con la maglietta, e che seguirà? Le bandiere? Gli striscioni? I fumogeni? Le risse del resto le abbiamo già viste. Intanto abbiamo un ex sbirro che piega ogni regola esattamente come faceva con il Codice penale: e lo fa di nascosto, un pezzetto alla volta come sempre ha fatto.
Ha intestato il finanziamento pubblico del suo partito non al partito, ma a un’associazione privata di stampo familiare; a percepire milioni di euro in rimborsi elettorali non è appunto un partito politico - come la legge indica - bensì un’associazione che un’ordinanza del Tribunale Civile di Roma, nel luglio 2008, ha stabilito essere soggetto diverso dal Partito stesso: la Camera dei Deputati ha nienteda dire? Di Pietro ha comprato degli appartamenti e se li staripagando con un canoned’affitto che lo stesso partito gli versa (cioè Di Pietro versa a se stesso) e che vanno a coprirgli la rata mensile del mutuo: in altre parole un leader di partito si sta comprando casa con il denaro pubblico. In quale Paese del mondo non scoppierebbe un putiferio?
L’avevano già beccato e aveva detto che non l’avrebbe fatto più, ma dopo aver smesso di farlo in via Principe Eugenio, a Roma, continua imperterrito a farlo con altri due appartamenti in via Felice Casati a Milano e in via Antonio Locatelli a Bergamo. La corte dei Conti ha niente da dire? I grillini ne sono al corrente? Santoro, Travaglio, servitori pubblici vari: potreste per caso occuparvene? No? No.E allora che cosa dobbiamo fare, scrivere sui muri «Idv fuorilegge» come facevano con il Msi negli anni Settanta?
Probabilmente è questo a cui mira Di Pietro, è questo l’incidente che va cercando nella sua palese corsa a inasprire ogni conflitto istituzionale, è questo che vorrebbe che gli fosse detto a margine della sua indecente campagna movimentista contro la prima carica dello Stato. Bene: approfittando della pax estiva - che Di Pietro passerà a cogitare, perché lui è uno di quelli che le vacanze le odia - viene da chiedersi quanto la pubblica ignavia continuerà a permettere che questo impunito faccia l’eversivo coi soldi nostri. Noi la nostra parte la facciamo: scriviamo e documentiamo. Ma c’èqualcuno là fuori?