venerdì 31 luglio 2009

Chi tocca Di Pietro muore: i folgorati da Tonino

Il suo passato da tuta blu lo ha aiutato. Perito elettronico, l’emigrante ventenne Di Pietro s’è spaccato la schiena in Baviera a lucidar posate e sgobbare in falegnameria. Lui, un Cipputi qualsiasi con la valigia di cartone gonfia di canotte e ambizioni, lustrava forchette e cucchiai a suon di Sidol la mattina, troncava assi di legno con lame dentate il pomeriggio. Più avanti, politicamente ma non solo, avrebbe fatto lo stesso coi suoi compagni di strada: avrebbe dato splendore a vecchi arnesi di Palazzo per poi segarli, avrebbe aiutato amici per poi danneggiarli. Una cinica e spietata catena di montaggio del pulire e poi sporcare, del costruire e poi distruggere.

È stato così per Pasqualino Cianci, amico d’infanzia finito nella melma con una accusa di uxoricidio. «Ti difendo io», s’è subito lanciato in soccorso Tonino, toga sulle spalle perché ex magistrato. Peccato che appena accortosi che Pasqualino era spacciato, non solo l’ha abbandonato ma l’ha pure spinto più giù nel pantano, passando dalla parte dell’accusa. Un passo indietro: marzo 1998, l’astro calante della magistratura s’è già scaraventato in politica da un po’ ma il «mastro Geppetto» di Montenero di Bisaccia vuol farsi un partito tutto suo. E lo fa con un antico strumento degli affari pubblici: Elio Veltri, ex sindaco di Pavia, ex Psi, ex Pci, ex Dp, ex Pds, ex Democrazia e legalità. I due sono come Ric e Gian: inseparabili. Veltri riacquista luminosità e splendore. «Il Paese ha bisogno di lui» sentenzia l’Elio che di Tonino fa il portavoce. Ma poi la voce si fa stridula e a Di Pietro viene a noia. I bagliori seguenti sono soltanto per le scintille che fanno i due appena si toccano. Veltri si pente, sbatte la porta nel 2001 e appena può accusa il leader dell’Italia dei (dis)valori: «Pessima gestione del movimento, inadeguata scelta delle persone, incarichi dati a personaggi sballati» e chi più ne ha più ne metta. Segato dal partito, di Veltri rimangono i trucioli.

Analoga piallatura subita da Achille Occhetto, storico segretario della svolta Pci-Pds. Reduce dalla scuffia elettorale nel 1994, l’Achille s’è rifugiato nello scantinato della politica. Stufo delle ragnatele, si butta tra le braccia dipietriste nel 2004, ignaro che l’abbraccio sarebbe stato mortale. Con Tonino si presenta alle europee di quell’anno con una lista tutta nuova: Società civile-Di Pietro-Occhetto. Un flop: 2,1%. E di civile, nella successiva separazione tra i due, c’è ben poco. Occhetto fonda il Cantiere per il bene comune e da lì inizia la sua guerra contro Tonino sul fronte dei rimborsi elettorali: «S’è incamerato i denari anche nostri», l’accusa. Grane sul grano, insomma.

L’abbraccio con Tonino è di quelli che stritolano e così anche Akel politicamente muore, dopo una lenta agonia nella diatriba infinita del seggio Ue. Chi deve sedere a Strasburgo, visto che Di Pietro è intanto divenuto ministro? Occhetto o Beniamino Donnici? Di Pietro tifa Donnici e alla fine Occhetto rimane carbonizzato. Abbrustolito come un altro dipietrista «a tempo»: il baffuto Giulietto Chiesa, anch’egli imbufalito con l’Idv sulla questione dei rimborsi elettorali ed eletto a Strasburgo nella lista occhettian-dipietrista. Botte da orbi pure con lui, con tanto di reciproche querele. «Con quel figuro non voglio avere rapporti», ringhia Giulietto. Un anno fa la sentenza: Chiesa deve pagare al partito 600 euro quale contributo annuale dei deputati europei per la durata dell’incarico parlamentare. Scottato dal tocco dell’ex pm, è in pratica sparito. L’ultima opaca apparizione alle scorse Europee: candidato in Lettonia per la lista «Per i diritti umani in una Lettonia unita».

Della serie chi tocca Tonino muore. Pure al líder Massimo D’Alema non ha portato fortuna la liaison con Di Pietro. È stato lui a spalancargli le porte di Palazzo Madama quando, correva l’anno 1997, per il blindatissimo collegio del Mugello si doveva rimpiazzare il seggio lasciato vacante da Pino Arlacchi. Scontato tripudio. Ma ora D’Alema è l’ombra di se stesso, impallidito e spento, costretto a giocare dietro le quinte del suo pupillo Bersani.

Per non parlare di Prodi, l’uomo che l’anno prima gli aveva offerto il ministero dei Lavori pubblici e nel 2006 quello delle Infrastrutture. Di Pietro oggi, specie a sinistra, continua a fare il falegname nel cantiere della politica mentre il Professore è un Chi l’ha visto del Palazzo. Una delle sue ultime comparsate è stata a Bologna, in municipio, assieme a tre capi tribù africani che lo hanno vestito come un pagliaccio e incoronato loro rappresentante a Bruxelles. Decisamente autolesionista, invece, Veltroni: è stato lui a siglare il patto con l’ex pm che, per tutta riposta, ha cominciato a divorargli il Pd. Pensava che l’alleanza con l’Idv l’avrebbe fatto brillare di più, invece a scintillare è soltanto Tonino. E Walter? Arrugginito. Come quei vecchi cucchiai della Baviera.

Travaglio mette la foglia di fico alle bugie dell’Idv

Ciò che talvolta mi rende simpatico Marco Travaglio - capitò anche un’altra volta, avevo 41 di febbre - sono quegli episodi in cui dimostra che ci fa e non ci è: quegli episodi cioè che sono rivelatori del copione che ha deciso coerentemente di recitare anche quando la commedia lo imbarazza palesemente. Cioè: immaginatevi le sofferenze di chi fa sempre le pulci alle coerenze altrui - tizio disse questo, ora dice quest'altro - e al tempo stesso ha deciso di schierarsi anima e core con Antonio Di Pietro: potete immaginare le giornate che passa? Potete prefigurarvi le auto-censure, l’auto-regime, la rimozione di chi ogni volta deve riuscire a sostenere un moralistoide che dice ogni cosa e il suo contrario nell’arco di pochi giorni? Difendere l’indifendibile non è da tutti, qualche volta oltretutto è impossibile: e il più delle volte, quando l’incoerenza e la buffonaggine le vedrebbe anche Ray Charles, Travaglio si limita a tacere e a parlar d’altro; ma quando il troppo è troppo eccolo sbottare anche lui e ridivenire umano, quasi simpatico come tutto ciò che ci fa un po’ ridere.

Tonino almeno è Tonino: ma quando comincia a generare cloni caricaturali allora il troppo stroppia davvero. Cioè: lo si sapeva che Di Pietro e De Magistris attribuivano alla parola data il medesimo valore, cioè nessuno: ma che l’allievo riuscisse a superare il maestro in così poco tempo ha messo in crisi persino lo stomaco di ferro di Mortimer Travaglio. La vicenda la conoscete. Di Pietro disse che non avrebbe candidato inquisiti e De Magistris lo era. E va be’. Tonino presentò poi il neo candidato De Magistris, il 17 marzo scorso, il quale disse: «La mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto». Gli fece eco Di Pietro, accanto a lui: «De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Per noi questa è una regola non scritta che ci applichiamo, non un generico richiamo. Noi applichiamo la legge morale». Un mese più tardi De Magistris non si era ancora dimesso, ma guai a dubitare: «Sarebbe inopportuno un mio ritorno, perché la scelta dell’attività politica è per me definitiva».

Una volta eletto a Bruxelles, a lasciare la toga non ci ha pensato minimamente. Due giorni fa ne ha dato conferma il Csm, che ha messo in aspettativa l’ex pm di Catanzaro come da lui espressamente richiesto: e buonanotte ai suonatori. Ecco allora Travaglio intervistato dal Riformista: «De Magistris si dimetterà, lo ha promesso e lo farà... e il fatto che magari lo farà tra un mese non mi sembra un problema». Non gli sembra un problema. Sembra convinto, Travaglio: al diavolo quei cattivoni secondo i quali avrebbe lanciato un avvertimento su ordine di Tonino. Certo, che fatica: è durissima la vita dell’Ugo Intini di Antonio Di Pietro.

Il 30 dicembre scorso, per esempio, Travaglio dovette dire delle cose che neanche a drogarlo: «È giunta notizia delle dimissioni di Cristiano Di Pietro dall’Italia dei Valori per un paio di semplici raccomandazioni: un gesto di grande dignità». Una dignità mai vista: le dimissioni erano finte, Cristiano si era dimesso dal partito ma non da consigliere provinciale, si tenne cioè carica e stipendio; oltretutto aveva lasciato il partito solo dopo le proteste dei militanti e dopo esser finito su tutti i giornali per un’intercettazione telefonica di cui si vociferava da mesi, e di cui il padre era a conoscenza da un anno e mezzo. E comunque si tenne la carica di consigliere comunale a Montenero di Bisaccia.

Dura la vita del Travaglio. Il 16 gennaio scorso, poi, mentre tutti i giornali sparavano la notizia di Cristiano indagato, lui fischiettava e scriveva del processo Andreotti. Su Cristiano, niente. Poi disse alla Stampa: «Io non confondo chi ha preso mazzette, che è un reato, con una semplice raccomandazione». Quindi Cristiano non doveva dimettersi anche da consigliere provinciale? «Non c’è niente di penalmente rilevante». Cioè: era indagato per corruzione e abuso d’ufficio e turbativa d’asta, ma non c’era niente. Basta dirlo. Luigi De Magistris si dimetterà dalla magistratura: basta dirlo. Infatti l’aveva detto anche lui.

lunedì 27 luglio 2009

DEMOCRAZIA A RISCHIO? UNA PANZANA

Funestata dalla presenza di Silvio Berlusconi, l’Italia sta precipitando nel baratro del terzomondismo e dell’autoritarismo. Lo va gridando da tempo Antonio Di Pietro, promotore d’un «appello alla comunità internazionale» perché intervenga, a salvaguardia degli italiani oppressi. Lo ha ripetuto, in un articolo sul quotidiano inglese The Independent, il direttore di Repubblica Ezio Mauro: secondo il quale l’Italia, asservita al Grande Comunicatore, «non ha più una sua capacità di reazione autonoma e non è più in grado di farsi opinioni spontanee». A volte meno esagitate, ma in sintonia con queste, le altre diagnosi dell’opposizione sullo stato del Paese: che un tempo, si dice, fu il Bel Paese.

Pur essendo inserito nella misera folla dei cerebrolesi, oso azzardare qualche considerazione sulla validità non di critiche sempre accettabili e spesso utili, ma di anatemi d’impronta biblica aventi per unico scopo la cacciata del Cavaliere da Palazzo Chigi. Cercherò d’evitare i toni sopra le righe, non opporrò l’ipotesi d’un progetto eversivo al «regime» di cui favoleggiano Tonino da Montenero di Bisaccia e altri. Mi limito, preliminarmente, a una modesta osservazione. Se Berlusconi, non per un voto di sfiducia del Parlamento e nemmeno perché riconosciuto colpevole di Alto Tradimento, ma solo per qualche leggerezza d’alcova, dovesse andarsene, chi sarebbe abilitato a sostituirlo? La risposta dei fustigatori sembra ovvia.

Dovrebbero sostituirlo i detentori della moralità, gli apostoli dell’intemeratezza privata, i guerrieri dell’arena politica che nel gossip più abbietto hanno la migliore arma contro l’avversario. So - mi riuscirebbe difficile dimenticarlo - che questo scenario in cui sguazzano i Di Pietro e i Mauro ha una pecca non trascurabile. Contraddice le norme democratiche secondo le quali il potere è espresso dai cittadini, si vota e chi ha la maggioranza governa, chi è in minoranza si oppone al governo. Il cui Capo non è scelto in base alle indicazioni di personaggi autoproclamatisi Maestri di vita, ma in base al responso delle urne. Nulla vietando ai Maestri di vita, se davvero pensano di poter scagliare la prima pietra, d’esprimere riprovazione sul mondo delle escort.

La libertà d’informazione è sacrosanta, ma non più della libertà dei cittadini di scegliere i loro rappresentanti e governanti. Fermo restando che una più consapevole discrezione e attenzione in certi rapporti e frequentazioni sarebbe auspicabile anche per chi non è santo. Ma Berlusconi, argomenta Ezio Mauro, si giova d’un assoluto dominio sui mezzi d’informazione. Per quello vince. È un ritornello che viene ripetuto agli italiani dal giorno in cui, nel lontano 1994, Berlusconi scese in campo. In effetti il conflitto d’interessi si profilò fin dall’inizio. Tuttavia il declamato strapotere mediatico del Cavaliere non impedì che fosse più volte sconfitto, e la presenza della sinistra a Palazzo Chigi non portò a una legge sul conflitto d’interessi, dovette farla – buona o cattiva che fosse – il centrodestra.

La verità è – a mio avviso – che i Tonini d’ogni risma tuonano contro Berlusconi pur sapendo che ogni alternativa è improponibile. Non è che tutte le decisioni del decisionista m’incantino. Ma dove li andiamo a trovare i personaggi da rimpiangere? Sicuramente De Gasperi: non per caso flagellato dai precursori ideologici degli attuali nemici di Berlusconi come bigotto e viscerale anticomunista. Mario Scelba, onestissimo ministro degli Interni – è morto povero –, fu additato agli italiani come sbirro sanguinario. Dunque non finga, la sinistra attuale, d’onorare quella stagione in cui la libertà – e fosse anche la libertà delle beghine – trionfò sugli aneliti stalinisti del Fronte Popolare. Dopo d’allora, chi ha gestito l’Italia meglio di Berlusconi? Di sicuro non i politici dei governi balneari, di un deficit pubblico allucinante, della sciagurata parentesi prodiana.

Se oggi Tremonti deve opporre i suoi niet alle innumerevoli richieste d’altri ministri, è anche perché tanti prima di lui hanno dilapidato alla grande. Parlando di Berlusconi non mi associo agli incensamenti – che a volte per la smodatezza suscitano imbarazzo – d’alcuni suoi cortigiani. Ma ha il diritto e il dovere, finché gli italiani glieli attribuiranno, di tenere le redini di questo difficile Paese.

domenica 26 luglio 2009

Il vice-disastro flop raddoppia per non lasciare

Il primo è un candidato «di guerra e nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza». Dario Franceschini è così, con quella sua aria da Gandhi in maniche di camicia (non picchieresti uno con gli occhiali, no?) ma con una parlantina isterico-avvelenata e - dice chi lo conosce bene - un pugno di ferro da luogotenente.
Il look da ragioniere, il passato imperfetto da democristiano e il passato prossimo da vice-disastro di Veltroni, così come lo ha sarcasticamente definito Matteo Renzi. Franceschini è l’Aramis della terna in corsa per la segreteria del Pd: un esile e machiavellico gentiluomo che strizza l’occhio alle gerarchie ecclesiastiche. Ecco, magari gentiluomo ma poco coerente, dato che per mesi si è definito «reggente ad interim» e poi - evidentemente stuzzicato dal giochino - ha deciso di candidarsi al congresso «per non lasciare il partito in mano a chi c’era prima». Che prima c’era ancora lui, eh, ma sono dettagli. D’altro canto aveva pure detto: «Il mio obiettivo è confermare i voti del Pd alle Europee e chiudere questo clima di litigiosità». Ha perso 7 punti secchi, una roba che nemmeno con la napola a scopone scientifico, e il Pd è pacifico come i Balcani dei primi anni Novanta. Perfetto, bis.
Ma Franceschini è italiano e l’italiano - si sa - «dice cosa e fa altra». E allora può candidarsi a guidare il Pd uno che nel ’99 tuonava: «Sta emergendo la divisione tra chi come me vede l’Ulivo come una coalizione e chi invece lo vede come avvicinamento al cosiddetto Partito democratico». Ecco, ora Dario punta forte su quel cosiddetto. E lo fa saccheggiando un po’ le idee altrui: a Berlusconi ha scippato il video della «discesa in campo», piazzandosi tra una libreria Ikea e una videocamera per l’annuncio ufficiale; da Veltroni ha mutuato la bella-iscritta-giovane sul modello-Madia (nella fattispecie la fatina romana Michela Di Biase); e dalla Dc eredita un cerchiobottismo olimpico condito da «profilo largo», «pluralismo» e giudizi come quello su Craxi: «Moderno ma con lati negativi». Poche idee, ma chiare.
Franceschini vice-disastro, però, è lanciatissimo. Basta non ascoltare D’Alema che sussurra: chi perde di solito si fa da parte. Lui invece raddoppia. E al volante del suo scuolabus democratico dà un passaggio a tutti i volti nuovi da Adinolfi (il «profilo largo») alla Barraciu, da Sassoli alla Serracchiani. Sì, quella che lo sostiene perché «è più simpatico» e non è di apparato. Fa politica dal ’74 (l’anno di Germania Ovest-Olanda con Beckenbauer e Cruijff), ma è un innovatore nato. E infatti sono nati a suo sostegno 120 giovanissimi comitati, da New York (la sede sarà l’attico di Veltroni a Manhattan?) a Cerignola. Per non dire dell’idea super-trendy di apparire su «Repubblica Tv» per parlare di Berlusconi «prigioniero del suo reality». Ovviamente Dario ha parlato dal suo confessionale.
Insomma, Franceschini da Ferrara, quello che appena nominato leader pro tempore giurò col padre partigiano sulla costituzione manco si sentisse un imberbe Abramo Lincoln, ora si avvicina alla tenzone rivendicando che «nessun partito di sinistra nell’Ue ha 8 milioni di voti». Resta da vedere su cosa giurerà se dovesse vincere: Bibbia o «Capitale»?

L’ITALIA DEI VALORI BUGIARDI

Mai dare le dimissioni, c’è il rischio che te le accettino. Anche Luigi De Magistris la pensa così. E infatti, da perfetto italiano medio, un po' furbetto e molto bugiardo, il giudice purissimo, il nuovo astro nascente dei Robespierre italiani, la toga preferita dalle tricoteuses alla Travaglio ha appena annunciato che non si dimetterà dalla magistratura. Strano. Il 18 marzo 2009, quando era sceso in campo, aveva dichiarato in pompa magna: «Quella della politica è una scelta di vita. Una scelta irreversibile». Irreversibile? Deve averci ripensato. Ora pare preferisca tenersi la reversibilità. E allora avanti con una bella aspettativa. Si capisce: le scelte irreversibili sono più belle a dirsi che a farsi. E, soprattutto, hanno un difetto: interrompono il corso dei contributi Inps.
La coerenza può attendere: meglio tenersi la cadrega. Non si sa mai: metti che al Parlamento europeo vada male e non riesca a far approvare nemmeno una mozione, che fa De Magistris? L’aspettativa gli consente di ritornare in tribunale, dove se non altro non riesce a vincere nemmeno una causa... Per carità, la legge glielo permette. La decenza un po' meno. Di giudici che entrano in politica e poi tornano a fare i giudici, purtroppo, ne abbiamo già visti, ma non è uno spettacolo entusiasmante: è un po' come un arbitro che per un pezzo della partita gioca in una squadra e poi torna ad arbitrare, alla faccia dell'imparzialità. Vecchio vizio italico. Ma, appunto, non vuole essere De Magistris il decapitatore dei vizi, il moralizzatore, il mastrolindo della politica italiana? E allora come si giustifica questa manfrina degna di un Nicolazzi, questo mediocre sgattaiolare fra bugie e burocrazie per ottenere piccoli vantaggi personali?
Del resto, ha un buon maestro: il suo leader politico. Anche Di Pietro, infatti, presentandone la candidatura, aveva assicurato: «De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni. Per noi dell'Idv dimettersi è la regola». La regola? De Magistris non si è dimesso subito dopo le elezioni, e nemmeno una settimana dopo, e nemmeno un mese dopo. Anzi oggi ci fa sapere che di dimettersi proprio non ha nessuna intenzione. E dunque? Possiamo dire che per quelli dell'Idv infrangere le regole è la regola? Che la bugia è l'unico vero valore dell'Italia dei Valori?
Verrebbe da crederlo. Pensateci. Di Pietro è quello che combatte l'immunità parlamentare e poi però chiede l'immunità parlamentare all'Ue; è quello che pretende trasparenza dagli altri ma continua a non essere trasparente sulla gestione dei suoi contributi pubblici; è quello che dice: dopo le elezioni toglierò il mio nome dal simbolo del partito e poi se ne dimentica... Sembra impossibile che possa ancora presentarsi in pubblico come il rappresentante dei «Valori». Quali valori? A noi pare che non avrà più diritto a parlare di regole e coerenza se prima non avrà obbligato De Magistris a seguire regole e coerenza, lasciando definitivamente la magistratura, come aveva annunciato. Avanti, Tonino, di' al giudice inflessibile che la «scelta di vita irreversibile» vale una piccola rinuncia. Si dimetta. Ne guadagnerete entrambi. Anzi, ne avrete la giusta Mercedes.

Le bugie di De Magistris: "Mollo la toga, anzi no"

Un taglio netto col passato? Quando Luigi De Magistris annunciò la sua candidatura nell’Idv, sembrava certo di aver chiuso con la vita da magistrato. «La mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto», sospirò in conferenza stampa il 18 marzo. Scelta approvata, e confortata, dal parere del leader, l’altro grande ex, Tonino Di Pietro. «De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Anche lui, come me, pensa che sia una strada senza ritorno una volta che da magistrato si passa alla politica». Una sicurezza che non lasciava spazio a spiragli di sorta. «De Magistris - proseguiva Di Pietro - lascerà con l’amarezza nel cuore». Toga addio, insomma, e pazienza per i rimpianti. Anche perché, ribadiva Tonino nell’occasione, pure se non c’è l’obbligo di rassegnare le dimissioni «io l’ho fatto e De Magistris lo farà». «Per noi questa è una regola non scritta che ci applichiamo, non un generico richiamo», concludeva severo il leader dell’Idv: «Noi ci siamo dimessi perché applichiamo la legge morale». Ma all’ex pm di Catanzaro non andava tanto di farsi tirare per la giacchetta, e le certezze della prima ora un mese più tardi erano meno granitiche. «Me ne andrò dalla magistratura quando lo dico io», spiegò De Magistris. E, pur dicendosi contrario a una legge che impedisse il ritorno alla carriera di magistrato, il futuro europarlamentare ribadì: «Sarebbe inopportuno un mio ritorno, perché la scelta dell’attività politica è per me definitiva. Non mi sono dimesso finora perché trovavo brutale un taglio netto e radicale».
Poi arriva il giorno della chiamata alle urne, De Magistris stravince, ma ancora non si dimette. E ora, l’ultima sorpresa. L’ex pm di Catanzaro dal 18 marzo era in aspettativa per la durata della campagna elettorale. Proprio in occasione di quella richiesta, il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, osservò che «i magistrati che scelgono la politica non dovrebbero tornare più in magistratura», commento che innescò l’annuncio di «irreversibilità» da parte dell’ex pm dell’inchiesta «Why not». Irreversibilità che, però, viene rimandata a un futuro non troppo prossimo. Dieci giorni fa, infatti, Luigi De Magistris ha chiesto con una missiva la proroga del provvedimento che congela il suo posto di lavoro, prolungando l’aspettativa per tutta la durata del mandato parlamentare europeo. Toccherà al plenum del Csm esprimersi sulla sua istanza, presentata dalla Quarta commissione di Palazzo dei Marescialli, e l’appuntamento per la decisione è in calendario tra due giorni, martedì, nel corso dell’ultima riunione del Consiglio superiore della magistratura prima di chiudere i battenti per la pausa estiva.
Insomma la porta per rientrare nei panni che l’hanno reso famoso De Magistris se la lascia aperta, provando a mettere la toga in frigo. L’unico addio resta quello, clamoroso, dall’Anm, annunciato con una lunga missiva all’indomani della decisione del Csm di trasferirlo da Catanzaro. Una lettera nella quale, tra l’altro, l’ex pm rinfocolava le polemiche sul ruolo del suo «accusatore» Vito D’Ambrosio, rappresentante della Procura generale della Cassazione in udienza, per il quale De Magistris non rappresentava «in modo adeguato il modello di magistrato». D’Ambrosio, scriveva il pm, era un «ex politico, che per circa dieci anni è stato anche presidente della giunta della Regione Marche». Ora il politico è lui. Ma, nonostante le «leggi morali» di Tonino, non pare aver voglia di diventare un ex magistrato.

sabato 25 luglio 2009

Blitz Idv: Gelmini censurata in sala stampa

Rimane seduto a lungo. In silenzio, in attesa di compiere il blitz, mimetizzato tra i giornalisti. Nessuno, o quasi, fa caso alla sua presenza. È mezzogiorno passato. Mariastella Gelmini si sistema la sedia al centro del palco, pronta a sciorinare i numeri del «Pacchetto Università» appena varato. Ma fa in tempo a pronunciare dieci, quindici parole, quando il guastafeste irrompe sulla scena, impallando pure le telecamere. «Chi sarà mai?», si chiedono il ministro e tre quarti della sala stampa. È Stefano Pedica, senatore (nientemeno) della Repubblica, esponente di spicco dell’Idv, che pensa bene di programmare l’ irruzione e interrompere la conferenza stampa.
Attimi di smarrimento, parole al vento, finché lo dotano gentilmente di microfono, oggetto che non mollerà a lungo. «Sono qui perché voglio chiedere come mai il governo non ha deciso di sciogliere il Comune di Fondi, dove lo scorso 6 luglio ci sono state 17 persone arrestate per infiltrazioni della criminalità organizzata. Maroni aveva dato l’ok allo scioglimento, ma il Consiglio dei ministri non si è ancora pronunciato in proposito. Evidentemente, c’è qualcosa che non va...». Non ci si crede, ma è tutto vero. E c’era bisogno di questa specie di sceneggiata? Il quesito è pressoché comune e si legge pure sul viso della Gelmini, che mantiene la calma, quantomeno di primo acchito: «Oggi il Cdm ha affrontato l’argomento, ma il premier e il ministro dell’Interno hanno ritenuto necessario un supplemento di approfondimento. In una delle prossime sedute questa vicenda verrà decisa».
Si può parlare adesso di università? Neanche per scherzo. Pedica insiste: «Ci dica cosa ne pensa», «lo scioglierebbe o no?». L’aplomb della Gelmini inizia a vacillare. «Non sono tenuta a risponderle, lei è un semplice senatore, non un magistrato». L’azione di disturbo prosegue, nonostante l’invito del sottosegretario Paolo Bonaiuti al dipietrista: «Non esagerare, non approfittarne». Ma tant’è. Il ministro è costretto ad abbandonare, non prima però di un commento, tra l’ironico e l’irritato: «Complimenti, l’Idv si conferma una forza molto democratica».
Le luci si spengono, le telecamere rimangono accese. E Pedica ne approfitta per «occupare» ancora la sala (lo farà fino alle quattro del pomeriggio, per poi recarsi alla Camera nella speranza d’incrociare Maroni) e, da novello paladino della legalità, lanciare l’allarme: «Ci oscurano, ma dobbiamo parlare, come Moussavi in Iran». Addirittura, avrà pensato chi urla dalle retrovie, forse una fotografa: «Vabbè, hai finito?». Si ride, lui continua come un disco rotto. Ma non molla neppure la Gelmini. E nel giro di un quarto d’ora, è già tutto pronto in Sala Verde, al terzo piano, per l’incontro stampa. Bonaiuti chiude così la vicenda: «Pedica? Si qualifica da solo». E se il senatore accusa i funzionari di palazzo Chigi di violare, udite un po’, i diritti umani («hanno spento l’aria condizionata e chiuso i bagni»), il blitz scatena la condanna del centrodestra. Per Fabrizio Cicchitto, «con l’irruzione di un manipolo di squadristi» l’Idv «conferma, qualora fosse ancora necessario, la sua reale natura».

All’armi, siam dipietristi: ecco le squadracce di Tonino

All’armi, all’armi, siam dipietristi! Le squadracce di Tonino sono entrate in azione e marciano sul Quirinale, su Palazzo Chigi, su chissà che altro dopo. I facinorosi dei valori stanno seguendo un preciso ordine del capo, dato l’altro giorno in un esecutivo nazionale dell’Idv, il Gran Consiglio del dipietrismo: «Dovete fate rumore, inventatevi qualcosa per stare al centro della cronaca, cerchiamo di finire sui giornali, anche se quello che dico spiacerà ai nostri moderati» ha fatto Di Pietro ammiccando all’ala esagitata del partito, un’accozzaglia di transfughi riciclati da contestatori.
Di moderati nell’Idv ce ne sono ma stanno cheti, zittiti e spesso umiliati dal leader durante le riunioni per la loro molle tempra, inadatta all’ora dell’azione. Dichiarazioni sgangherate sul governo nazista, sulla Lega che fa l’apartheid, su Tremonti che affama il popolo, sulla Gelmini che ci riporta al medioevo, sul Colle che non rispetta la Costituzione, sulle banche plutocentriche (qui hanno un esperto, il senatore Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef), sul complotto massonico-piduistico. Si menano le mani a mulinello, a chi tocca tocca. Si osserva anche una specializzazione nella falange di Tonino, c’è quello esperto in insulti (anche se il leader è difficilmente eguagliabile), l’altro che è bravo nei blitz, l’altro ancora che sa organizzare le piazzate, quell’altro che padroneggia le tecniche per terrorizzare i peones. E spesso dalle parole si passa alle vie di fatto, come da migliore tradizione populista.
«Pedica? È tutto contento, non cerca altro che fare casino per fare contento Di Pietro», confessa tra l’imbarazzato e l’insofferente uno dei famosi «moderati» dell’Idv. Oggi la medaglia del miglior disturbatore della vita pubblica spetta a lui, Stefano Pedica senatore Idv, grazie al suo blitz a Palazzo Chigi, a questo funzionario in aspettativa della Scac (Società calcestruzzi), ex democristiano che cambia i partiti come fossero giacche e che alcuni - i più teneri - definiscono «un estremista di centro», uno che faceva casino anche nella Dc, uno che ha teorizzato «la piazza come Terza Camera» e promuove gli «scarpa-day» come grande strumento di democrazia diretta. Il problema è che la Dc è sparita e lui si è trovato senza una sedia, di qui il «moto perpetuo» di Pedica tra le sigle partitiche, quali che fossero, purché gli garantissero un posto al sole. In estrema sintesi perché faremmo notte: dopo la Dc transita nel Ccd, poi passa nell’Udr di Cossiga, quindi ricompare in Democrazia europea con Andreotti e D’Antoni, poi fonda i Cristiani democratici europei con Meluzzi, dopo confluisce in Alleanza popolare di Martinazzoli e Mastella, quindi passa con Mario Segni, poi segue la Nuova Dc di Rotondi, poi approda all’Idv. Chiaro no? È il curriculum di uno che adesso organizza cortei contro la spartizione delle nomine Rai. Era sempre lui, insieme a Di Pietro, a manifestare contro il Quirinale l’altro giorno, con indosso la maglietta «Giorgio non firmare», e lì è riuscito a litigare anche con un poliziotto per via di uno striscione alla black bloc, «Via la mafia dalle istituzioni».
Ma il facinoroso Pedica è in buona compagnia nell’Idv. L’ex missino Luigi Li Gotti, un noto penalista, ha scritto un post sul sito dell’Idv dove accusava di «infermità mentale» il direttore del Giornale, indicandolo ai militanti come un soggetto «pericoloso per sé e per gli altri», invito a cui i militanti-utenti del sito hanno subito risposto augurandosi di vederlo presto «a testa in giù». Toni pacati e riflessivi. Come quelli di un’altra testa calda dell’Idv (giusto per compiacere il leader), il deputato pugliese Pierfelice Zazzera, un nefrologo salito agli onori della cronaca perché ha sobriamente definito lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco un «nazista» (lo aveva letto su Wikipedia). Poi c’è il dipietrista di rito travagliesco e leader dell’ala no global dell’Idv Franco Barbato, deputato: quando Berlusconi è stato a Napoli era lì a fischiarlo, e c’è mancato poco venisse alle mani con un deputato Pdl. E Pancho Pardi, ex leader di Potere operaio ora senatore Idv che solidarizza col blitz di Pedica? Ultimamente si distingue per gli attacchi veementi, la sua è una vecchia scuola. In un congresso di PotOp nel ’71 si distinse per questa moderata indicazione: «Bisogna cominciare a pensare materialmente, non con i libri, la strategia della guerriglia urbana». Poi c’è Fabio Evangelisti, vicepresidente dei deputati Idv, ex comunista, nel 1989 fu indagato (poi prosciolto) per blocco stradale e ferroviario durante una protesta contro la chiusura della Dalmine di Massa. Evangelisti è stato denunciato per aggressione da un collega di partito, il responsabile provinciale dell’Idv di Lucca. Valori, a suon di ceffoni.

Arlacchi prima scrocca e poi attacca

La Grande mela, Broadway, il ponte di Brooklyn, le luci di Manhattan, e chi non vorrebbe essere lì, a New York? Specie se paga qualcun altro, tipo la Regione Calabria, magari per prendere «contatti Onu». Il noto sociologo, grande esperto di criminalità Pino Arlacchi, da poco eurodeputato Idv, uno dei volti emergenti della nuova stagione del partito filo grillino, ci è stato cinque giorni a New York ma i 4mila 840 e passa euro di spesa (volo in business class da 3.500 euro) glieli ha passati la Regione governata dal piddino Agazio Loiero, come rimborso per lui che era consulente della Regione stessa. Il fatto è che Arlacchi non sembra nutrire una grande opinione dell’ente che però lo ha tenuto a libro paga dal 2006 al 2008 con 37.800 euro per ognuno dei due progetti, come collaboratore della Consulta antimafia della Giunta regionale (il primo contratto è siglato il 5 dicembre 2005, il rinnovo a febbraio del 2007). Si dà il caso infatti che l’Idv in Calabria sia spaccata in due nell’appoggio all’alleato Pd di Agazio Loiero, ma che Arlacchi si trovi nel fronte degli oppositori alla ricandidatura del suo ex datore di consulenza Loiero, non tra i sostenitori.
Strano no? Eppure adesso Arlacchi la pensa come De Magistris, nuovo dominus dell’Idv al Sud, che Loiero lo ha addirittura indagato in Why not. Sentite l’ex consulente di Loiero cosa dice ora di Loiero: «Bisogna rimuovere le persone che hanno governato la regione nelle ultime legislature, legati a intrecci affaristici e comitati d’affari. La sanità calabrese è allo sfascio, Loiero è ormai lì da quattro anni e ha adottato provvedimenti che non possono che essere tardivi» (così al Quotidiano della Calabria). E poi: «Nella giunta Loiero c’è un deficit di trasparenza, caos organizzativo, l’inosservanza delle regole di buona amministrazione su cui fioriscono corruzione e inquinamenti mafiosi» così in una lettera al direttore di Calabria Ora.
Deficit di trasparenza? Cattiva amministrazione? Sarà, ma qualcuno tra gli osservatori locali si è chiesto se Arlacchi si riferisse anche a certi rimborsi spese della Regione. Tipo quelli richiesti da Arlacchi, nel giro di un mese circa, per un totale di 8.659 euro. Il luminare è stato vicesegretario generale dell’Onu, e dev’essere per quello che ha motivato il viaggio a New York con «contatti Onu». Sì ma - osserva qualcuno - pagava la Calabria, non l’Onu. Pochi giorni dopo, il 19 febbraio, il professore atterra a Colonia (volo da 149 euro, più 250 euro di pernottamento, 95 euro di vitto e 161 euro di taxi), per «Conferenza criminalità Sud Europa». Totale: 1.946 euro per due giorni. Ma si sa che la scienza ha un prezzo. Prova ne sia che dopo due settimane il sociologo è di nuovo in volo, destinazione Ginevra, la bella cittadina della Svizzera francese che lo accoglie per la modica cifra di 1.865 euro (paga Loiero), dal 2 al 5 marzo. Motivi: «Contatti Organizzazione mondiale sanità», e sulla salute non si scherza. Ginevra è costosa e per il vitto il prof. Arlacchi (portafogli di Loiero) spende 394 euro, altri 633 per l’hotel, più il volo da 654 euro. Arlacchi non era l’unico consulente dell’osservatorio regionale sulla mafia, ma gli altri due, i magistrati dell’Antimafia Vincenzo Macrì ed Emilio Ledonne, non hanno ricevuto compenso per la loro consulenza. Diversamente da Arlacchi che era stipendiato (e rimborsato) dalla dirigenza del governatore Loiero. La stessa che ora «va assolutamente rimossa» per cattiva amministrazione.

Dalle urla alle sberle: l'inevitabile destino della banda Di Pietro

Dagli insulti alle minacce, dalle minacce all’azione, dai girotondi ai blitz squadristici. Vorremmo sbagliarci, ma siamo sicuri che ancora non abbiamo visto il peggio che Di Pietro e i suoi scherani possono produrre. Anzi, ne siamo purtroppo molto lontani. L’ineluttabilità dell’escalation sta infatti nella natura stessa dell’uomo e del movimento che ha fondato: l’uno e l’altro fondamentalmente antidemocratici, tendenzialmente violenti, totalmente privi di idee politiche, desolatamente incapaci di elaborare una proposta di società.
Di Pietro, come ha abbondantemente dimostrato prima da magistrato, poi da parlamentare, infine da ministro, ha un solo fine: se stesso. E l’Idv, fatta a sua immagine e somiglianza, non ha altro scopo che mantenersi e crescere per fornire all’ex pm flussi di cassa e potere. Non, si badi bene, il sacrosanto potere necessario per realizzare un progetto. Che infatti non c’è. Bensì il meschino potere atto a soddisfare gli appetiti personali. Che, come ormai abbiamo imparato, invece ci sono e sono piuttosto robusti.
In una situazione in cui l’opposizione di sinistra, sia moderata che radicale, si trova in grave crisi per ragioni storiche e politiche, il vuoto pneumatico ma urlante del dipietrismo è riuscito a raccogliere un’abnorme messe di consensi tra chi non si riconosce né nel Pdl né nella Lega. I toni da tribuno e l’antiberlusconismo viscerale hanno sedotto centinaia di migliaia di italiani, portandolo all’inverosimile otto per cento delle elezioni europee. Ma il primo a sapere che sono voti volanti è lo stesso Tonino. Non c’è una pietra che possa restare, nella sua Italia dei Livori. Quello che è stato allestito è solo un enorme falò che ha bisogno di essere alimentato in continuazione con fascine d’odio e secchiate di veleno.
E quindi via, sberle agli alleati. E, certo, insulti al governo e alla maggioranza. E poi, addosso al presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale. Solo che non basta, non basta mai. Non può bastare, soprattutto se il proposito è quello di crescere ancora, di fagocitare mezzo Pd, di essere l’unica vera opposizione. Bisogna alzare sempre il tiro. E dopo aver accusato i giudici della Consulta di «malafede e servilismo» (tra parentesi, il Grande Moralizzatore ha questo di curioso: quello che fa la magistratura va sempre bene, a prescindere, tranne quando non piace a lui) che altro si può inventare? Dopo aver dato del «mafioso» a Napolitano, con chi altri ce la si può prendere? Dopo aver definito il governo «un regime piduista, fascista, razzista e un po’ xenofobo» (detto tra l’altro da uno che scriveva che i clandestini «meriterebbero non la galera ma il taglio degli attributi») dove ci si può ancora spingere? Se Berlusconi è già Nerone, Videla, Hitler, che cosa resta? Che cosa c’è peggio del male assoluto?
Eccolo, il pericolo. Le offese sono esaurite (anche perché, cosa volete, la conoscenza del vocabolario è quella che è), si passa all’azione. Scendono in campo i Pedica. E ancora non ci sarebbe da aver paura: uno che strilla alla violazione dei diritti umani perché i commessi di Palazzo Chigi hanno spento l’aria condizionata non deve avere proprio la tempra del miliziano. Ma la china è quella: altro e peggio verrà da gente che minaccia di «appendere a testa in giù» i giornalisti scomodi. L’obiettivo è lo sfascio, il conflitto permanente, il degrado del clima politico del Paese, uniche condizioni nelle quali l’Idv può vivere e prosperare. E Di Pietro ha già evocato le Brigate Rosse e ha già lanciato il suo sinistro avvertimento: «Saremo protagonisti dell’autunno caldo nelle piazze».
Paranoie? Fissazioni di un giornale che per anni si è sgolato quasi in perfetta solitudine per mettere in guardia dal pericolo Di Pietro? Forse no se persino D’Alema, uno dei principali responsabili della creazione del mostro-Tonino, ora parla di «atti eversivi». Forse no se un quotidiano vicino al centrosinistra come il Riformista invoca «un nuovo arco costituzionale che isoli il sedizioso». Finalmente qualcuno apre gli occhi. Finalmente qualcun altro si rende conto che Tonino è un pericolo per la democrazia. Ora speriamo che il Pd si decida a fare quello che da quasi un anno, a singhiozzo, i suoi leader annunciano e poi si rimangiano: rompere l’alleanza con l’ex pm che è, tra l’altro, una delle ragioni del loro fallimento. Oppure ci spieghino che cosa glielo impedisce davvero.

giovedì 23 luglio 2009

L'Italia dei valori autostradali

La prima Pietra dell’autostrada Brescia-Bergamo-Milano (Bre.Be.Mi) è finita anche un po’ in testa ad Antonio Di Pietro: il quale tace, ora, e non rivendica neppure un minimo di paternità dell’operazione. Il perché è chiaro: non ha alcun interesse a far vedere che con il Pdl gli accordi li sa fare benissimo, come in Molise già accade in maniera indecente. Il 29 luglio 2006, appena insediato alle Infrastrutture, disse che l’autostrada non si sarebbe fatta: e la sinistra radicale applaudì. Poi, il 7 maggio 2007, assieme a Roberto Formigoni, firmò un progetto di project financing per la stessa autostrada: e la sinistra radicale lo attaccò. Paolo Brutti, di Sinistra democratica, portavoce della commissione Trasporti del Senato, bocciò l’operazione e scrisse al commissario europeo al Mercato interno: parlò di violazioni e costi gonfiati. Il progetto passò in aula il 18 luglio successivo, grazie ai voti del centrodestra. E Paolo Brutti? Tonino ha risolto come neanche la Dc gavianea: l’ha preso nell’Italia dei Valori. L’ha anche candidato alle Europee: i due hanno posato assieme in quel manifesto con l’enorme scritta «Brutti». Per il resto segnatevi questi nomi: Alessandro Iacorossi, Francesco Mancini, Gaetano Di Niro, Dante Merlonghi e Giampiero De Toni. Sono tutti lottizzati dell’Italia dei Valori che Tonino ha piazzato all’Anas e nelle società autostradali come un qualsiasi partitocrate.

Il vizietto di Tonino

Ci vorrebbe un navigatore satellitare per rintracciare Di Pietro. Rimbalza nel tempo e nei luoghi trovando sempre la parola giusta per insultare. Ieri ha puntato ancora una volta il Quirinale. Molto fumo, ma anche una lettera requisitoria al Presidente: «Risponda, invece di offendermi». Già, perché la specialità di Tonino, da buon ex pm, è quella di interrogare. Forse è per questo che non ha ancora saputo rispondere alle semplici domande che il Giornale da tempo gli fa. Eppure questo sarebbe il momento giusto.

Il 31 luglio, infatti, dovrebbe ricevere i nuovi rimborsi elettorali che, come al solito, non finiranno nelle casse del partito Idv ma in quelle della sua Associazione Idv, quella per intenderci che fa capo a lui, alla moglie e alla Mura. A dir la verità, Di Pietro, poverino, più volte ha promesso che avrebbe cambiato lo statuto per cancellare i tanti sospetti che la singolare anomalia continua ad alimentare. Ma il tempo è passato e i soldi dei rimborsi continuano a latitare dalle casse del partito. Ora, siccome Di Pietro è uomo d’onore, siamo certi che se non ha ancora risposto alle nostre domande è soltanto per mancanza di tempo. Lui è un uomo molto impegnato: è l’ultimo baluardo contro la dittatura, il guardiano della questione morale, il garante della legalità, lo specchio della verità. Ma soprattutto lui è l’unico che abbia la licenza di offendere.

Quindi bisogna capirlo e non cercare di infangarlo come hanno fatto i suoi colleghi di lavoro che l’hanno sospeso dall’Ordine degli avvocati per «violazione dei doveri di lealtà, correttezza e fedeltà». In parole più semplici, aveva tradito l’amico-cliente. Né bisogna credere alle assurde cattiverie dei suoi compagni di avventura politica, (vedi Elio Veltri, Achille Occhetto, Giulietto Chiesa) che, in epoche diverse, hanno accusato Di Pietro di essersi appropriato della loro quota di rimborsi elettorali. Sì, rimborsi elettorali. Ancora loro. Una vera persecuzione, che un uomo dalle mani pulite come Tonino non merita. Ma si sa, in giro c’è molta gente che per qualche euro sarebbe pronta a qualsiasi cosa. Figurarsi per diversi milioni. È difficile restare insensibili alle lusinghe del denaro come Di Pietro. Ora capite perché Tonino è costretto a offendere chiunque. Ora sapete perché fa domande a tutti e non risponde a nessuno. Nemmeno a noi de il Giornale che gli avevamo offerto dieci domande per potersi lavare le mani che, nonostante siano storicamente pulite, qualche macchiolina cominciano a mostrare.

D’altra parte voi credete sia facile lottare da solo, senza sporcarsi, contro un Colle che ti offende, un governo che ti ignora e un’opposizione che ti considera un imbucato? Il tutto avendo nelle orecchie, un giorno Santoro che ti azzera, l’altro Travaglio che ti chiede se l’hai fatto, e un altro ancora un Grillo che da quando è caduto nella rete non ti lascia in pace nemmeno su Internet. Una vitaccia. E avete anche il coraggio di chiedergli qualche risposta

mercoledì 22 luglio 2009

Di Pietro contro il Colle: "Spieghi e non offenda"

La querelle tra il presidente della Repubblica e il leader dell'Idv non si placa, ma si fa sempre più aspra. "La prego, signor presidente Napolitano, mi risponda nel merito, invece di offendermi anche Lei gratuitamente". Così Antonio Di Pietro conclude una lunga a polemica lettera aperta indirizzata al Presidente della Repubblica in cui contesta una serie di atti del Quirinale, come la controfirma del ddl sicurezza, del Lodo Alfano o la mancanza di iniziative dopo la cena tra Berlusconi e due giudici costituzionali. E' solo l'ultima delle continue invettive che l'ex pm ha lanciato - sempre più di frequente - contro il capo dello Stato.

L'attacco di Di Pietro Di Pietro ricorda la controfirma da parte di Napolitano del ddl sicurezza, nonchè la contestuale lettera al premier Berlusconi in cui venivano segnalate le "criticità del testo". Secondo il leader di Idv, dopo una simile lettera, "qualsiasi persona normale" si sarebbe aspettata che il capo dello Stato "fosse conseguente con le premesse e le considerazioni" da lui stesso espresse e "applicasse l’articolo 74 della Costituzione che testualmente recita (e Lei lo sa bene!): il presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione".

Le mancanze del Colle Insomma, secondo Di Pietro, a norma di legge costituzionale, Napolitano avrebbe potuto "non controfirmare nè promulgare la legge ma rinviarla al Parlamento con le stesse identiche motivazioni con cui ha scritto la 'letterina di rimprovero' a Berlusconi (lettera, a nostro avviso, del tutto irrituale giacché la Costituzione assegna al presidente della Repubblica il potere di inviare messaggi alle Camere (art. 74 Cost.) ma non al Governo". Secondo il leader dell'Idv, dunque, Napolitano sarebbe "andato oltre" e si sarebbe "messo a polemizzare con me, che l’avevo invitata a non firmare né a promulgare la legge". Il capo dello Stato aveva, infatti, spiegato che "chi invoca polemicamente e di continuo poteri e perfino doveri che non ho, mostra di aver compreso poco della Costituzione".

L'affondo sulle intercettazioni Di Pietro ribadisce quindi il suo giudizio di "palese contraddittorietà tra le sue valutazioni sulla legge in questione e la 'decisione' adottata". A questo punto inizia la requisitoria costruita con una serie di anafore in ciascuna delle quali si rimprovera a Napolitano uno dei suoi atti: "E' vero o no che vi è contraddizione evidente fra la motivazione ed il dispositivo del suo provvedimento? E' vero o no che anche la legge sulle intercettazioni già approvata da un ramo del Parlamento è un’altra legge incostituzionale e contraria ai principi generali dell’ordinamento?" Quindi l'affondo sul lodo Alfano: "Lei ha usato il guanto di velluto firmando e promulgando una legge che ora ogni Tribunale d’Italia sta contestando come incostituzionale?".

sabato 18 luglio 2009

E stavolta Di Pietro evoca persino le Br

La quantità di sciocchezze sparate ogni giorno da Antonio Di Pietro produce un effetto quasi narcotico, un ronzio di fondo, come per una zanzara cui si finge di abituarsi dimenticando che le peggiori pandemie della storia le hanno diffuse proprio i ditteri, i succhiatori di energie altrui. L'abitudine a un personaggio che ci ammorba quotidianamente con le sue tattiche da marciapiede fa dimenticare che una strategia di fondo Di Pietro tuttavia ce l'ha, anche se molti fingono di non vederla: i media danno risalto a ogni sua sparata come se esporla corrispondesse al tempo stesso a una sua relativizzazione, a una forma di controllo, come si fa con un cane che lasci abbaiare perché almeno sai che non ti morderà. Ma è un errore. E pure frequente, in Italia.
Di Pietro è un personaggio che farebbe qualsiasi cosa e che infatti la sta facendo, pur mimetizzato dal suo sciocchezzaio di contorno e dal suo essere tutto e niente: grillino, politico, magistrato, ministro, reazionario di destra, movimentista di sinistra, spregiudicato compilatore di liste locali, tutto. Di Pietro, un passo alla volta e spalleggiato da una discreta compagnia di giro, punta allo sfascio di ogni baluardo di riferimento, all'inasprimento di ogni conflitto istituzionale, alla delegittimazione progressiva degli ultimi basamenti da noi ritenuti intoccabili come la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, per fermarsi alle tappe finali. Il resto, ossia le più elementari dinamiche democratiche, cerca di svuotarle di significato da anni: è lui a ergersi a personificazione e presidio del contrasto tra magistratura e politica, è lui ad accodarsi ai balordi che straparlano di dittatura e fine della democrazia (si accoda perché lui non inventa mai: copia, si impossessa, succhia appunto le energie altrui) ed è lui a spiegare che va tutto male, che il peggio è sempre alle porte, che c'è disinformazione e plagio delle coscienze.
Gianni Baget Bozzo, uno dei pochi che comprese da subito, proprio un anno fa su questo giornale scrisse questo: «Che cos’è il partito giustizialista che Di Pietro sta costruendo? È un partito che tende a dimostrare che la democrazia è essenzialmente corrotta e il corpo elettorale sbaglia. Che ci vuole un altro potere per guidare il Paese sulla via della salvezza e che il voto degli elettori deve essere presidiato da un partito dell’ordine. Il tema che lo Stato non possa essere affidato alla democrazia è la tesi fondamentale del pensiero reazionario. Se un popolo sente frustrato il bisogno fondamentale di sicurezza, se non riesce a ottenere con il suo voto ciò che pensa gli sia dovuto, si ha la crisi della democrazia. E Di Pietro mira proprio a questo, a mostrare che un corpo elettorale capace di dare la maggioranza a Berlusconi è un popolo immaturo, il cui voto va corretto in modo adeguato. Bisogna dimostrare che il popolo ha torto e che Berlusconi deve andarsene».
Come? In qualsiasi-modo-possibile. Ecco perché non gli importa niente di sputtanare il Paese con le sue balle puerili sparate sull'Herald Tribune (e pagate da noi) in coincidenza con un momento in cui la parte sana del Paese tifava appunto per il Paese, non per mezzo voto in più da guadagnare tra gli imbecilli. Ed ecco, scusandoci per la lunga premessa, come inquadrare le uscite che Antonio Di Pietro ha fatto anche ieri: dopo quelle dell'altro ieri e prima di quelle di oggi e di domani. Uno sciocchezzaio, cioè, misto a uscite più pericolose. Ha detto: «Credo che potrebbero tornare sia le Br pilotate che quelle non pilotate, entrambe criminali, che vanno combattute... l'Italia dei valori sarà nei consigli di fabbrica e nelle piazze in difesa dei cassintegrati e dei lavoratori... Saremo protagonisti dell’autunno caldo. Parteciperemo direttamente, anche informando laddove la legge in via di approvazione impedisce di informare i cittadini».
Traduzione: io, Antonio Di Pietro, auspico un autunno caldo con tanto di Br da combattere o di cui incolpare il governo piduista, a seconda; sarò perciò nelle fabbriche e cercar di convincere gli astenuti della sinistra radicale che ancora non votano per me, e tutto quello che non quadrerà sarà perché non c'è informazione né democrazia.
Poi, altra uscita di ieri: «Alfano ha trasformato il suo ruolo istituzionale in quello di ministro servente delle posizioni dell’imputato Berlusconi... (questo grazie) al Lodo Alfano, al lodo sulle intercettazioni, alle cenette del giudice della Corte costituzionale».
Traduzione: Berlusconi è colpevole, Alfano è delegittimato, se la Corte costituzionale non boccerà il Lodo Alfano sarà perché anche la Consulta è corrotta.
Poi, terzo delirio dipietresco: «Spero davvero che la magistratura possa, anche attraverso le dichiarazioni di Ciancimino junior, ricostruire una verità che finora è stata occultata anche grazie a esponenti delle istituzioni... Dall’inchiesta di Palermo mi aspetto molto... si potrebbe riscrivere la storia italiana per quanto riguarda i grandi omicidi di mafia, ma soprattutto per quanto riguarda la grande corruzione d’allora e il grande riciclaggio di persone di oggi».
Traduzione: vediamo se da Palermo, al cinquecentesimo tentativo, stavolta riusciranno a sostenere che Forza Italia è stata co-fondata dalla mafia e che Berlusconi e Dell'Utri hanno fatto fuori Falcone e Borsellino: l'importante è che lo dicano, al resto ci penso io con la banda degli urlatori.

domenica 12 luglio 2009

E "l'Espresso" s'inventa la disfatta

Ma che tipi i colleghi de «l’Espresso». Nella loro supponenza di giornalisti «democratici» e prendendo per oro colato l’incommensurabile fregnacciume sfornato quotidianamente dai confratelli di «Repubblica», non sono stati lì a perder tempo e hanno confezionato - per l’edizione in edicola - un servizio sul G8 di fantasia. Tanto, chi meglio di loro, i repubblicones e gli espressones, poteva prefigurare come sarebbe andato, per filo e per segno, il vertice dell’Aquila? Detengono la titolarità della completezza, libertà e indipendenza dell’informazione; il primato del «giornalismo d’inchiesta» e di denuncia, la militanza ideologica «giusta»; si ritengono i primi della classe, i più bravi e i più furbi: ce n’è più del necessario. E allora, dato che Silvio Berlusconi non risponde alle domande postegli da «Repubblica», rifiuto che lo pone fuori dal contesto civile e politico internazionale, il G8 da lui presieduto non poteva che ridursi a catastrofe: non solo male organizzato e malissimo attrezzato, ma anche umiliato dalla presenza imbarazzante di Papi, cosa che ha indotto i Grandi della Terra a frettolosamente concluderlo con un nulla di fatto. Sempre per la completezza dell’informazione, i colleghi de «l’Espresso» hanno voluto riferire ai lettori che nei giorni del summit lo sciame sismico, ostile anch’esso a Berlusconi, aveva messo il turbo, sgomentando le delegazioni. «Il Cavaliere nel bunker» è il titolo dello scoop dadaista di Marco Damilano. Ed eccone uno stralcio: «Il G8 doveva essere il suo palcoscenico mondiale. La sua definitiva consacrazione internazionale. Il Berlusca fra i Grandi della Terra (...) E invece la tre giorni si è trasformata in un incubo. Le manifestazioni dei no global in tutta Italia, che hanno risvegliato il movimento protagonista del G8 di Genova del 2001. La terra che non ha mai smesso di tremare dalle parti dell’Aquila. In mezzo, il premier furioso. Con il sorriso eclissato e due affossamenti spuntati sotto gli occhi, in mezzo alle guance, spia di una tensione che non si può contenere. (...) Berlusconi acciaccato e declinante. Assediato, come la cittadella di Coppito, dentro e fuori. Circondato da avversari interni e esterni. Quelli che come in un romanzo di Saramago si sono preparati per settimane al G8 come all’Apocalisse finale, il crollo del berlusconismo in mezzo a terremoti, manifestazioni e foto porno». Cosa dire di questo ciarpame giornalistico senza pudore? Se non: ti sarebbe piaciuto, eh?, pallonaro, pataccaro, ballista d’un Damilano. Leggi meno Saramago e muovi più le chiappe, andando sul posto, vedendo e sentendo coi tuoi occhi e con le tue orecchie, come deve fare un giornalista, soprattutto se democratico, libero e indipendente anche se a busta paga dell’ingegner De Benedetti.

Quelli che... la democrazia è un'opinione

L’avete vista bene la faccia dei grandi della terra? Gli avete letto negli occhi? Nello sguardo del presidente russo Medvedev, nel turbante del premier indiano Manmohan Singh? Avete capito qual era il baratro sul quale ballava l’intero vertice? Il brivido del mondo intero? In Italia la democrazia è a rischio! Quindi, visto che il riarmo atomico dell’Iran è sotto controllo, i missili nucleari di Pyongyang sbagliano mira, le rivolte in Cina sono solo di qualche milione d’esagitati, in Africa c’è un po’ di fame ma come si mangia sulle colline del Chianti - ahhhh, c’è quel posticino delizioso lassù, poi vi devo raccontare - ecco il problema, evidente, centrale, globale: è la democrazia italiana. Gli orsi bianchi che affondano sul pack in scioglimento? Il terrorismo internazionale e le mille trame di Al Qaida? Le pandemie che nascono come funghi? Niente. Finito. Il problema è sempre quello, invece. E sta ancora lì. Al governo. In Italia. Per cui li avete visti quei volti scuri, quei musi tesi, tristi, contriti dei leader mondiali? Mica guardavano le rovine di una terra violentata dal terremoto. Mica immaginavano il dolore, la tragedia, i morti. Macché! Quelle distruzioni erano per loro la metafora, nemmeno tanto subliminale, del nostro Paese. I Grandi piangevano perché immaginavano il futuro, a rischio di libertà, dei nostri figli e la commozione tracimava nei loro occhi tra lacrime e emozione. Bisogna fare assolutamente qualcosa! Bisogna impedire questo incubo, pensavano. E quindi ci pensa Di Pietro, sempre generoso, che si compra il paginone dell’International Herald Tribune - preoccupato, l’Herald, solo che la traduzione non sia sua - e urla: in Italia c’è un problema di democrazia! Ce n’è troppa, intendeva lui, guardando il suo partito personale. Però c’ha pure ragione. Prima, in Italia, un quotidiano che ti pubblicava, gratis, in prima pagina un avviso di rimozione (nel senso di: il presidente Silvio Berlusconi è pregato di abbandonare la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità. 1994, Napoli) lo trovavi. Ora ti tocca andare in Inghilterra, pagare, per spaccare gli attributi agli inglesi che non vedono proprio l’ora di sapere come buttano da noi le cose. Sì perché lì, sempre in Inghilterra, sono ancora un po’ abbacchiati. Avevano spiegato a tutti il bon ton degli affari alla british - trasparenza e competenza - per poi riempir di melma il mondo di finanza tossica. A dire il vero, il primo idiota che parla con un po’ di accento noi lo eleggiamo a guru. Per non parlare del loro giornalismo, tutto correttezza. E da noi, ancora: facciamo come gli inglesi! Facciamo come gli inglesi! Ecco, dopo aver visto cosa fanno, meglio lasciar perdere. Quindi la testa l’hanno altrove anche se qualche affaruccio nella nostra nazione vorrebbero proprio farlo. A discapito nostro. Ma non divaghiamo perché adesso il problema è, appunto, la democrazia. Sostanzialmente in Italia la democrazia c’è a seconda di chi vince. Se vinco io, io quello buono, c’è. Se vinci tu, tu quello cattivo, è a rischio. Perché, sostanzialmente, il problema è il popolo. Del popolo mica c’è da fidarsi. Il popolo può essere bue o Gente a seconda di chi lo chiama. Se poi ti serve proprio, può diventare Società civile. La società civile ogni tanto dorme. Ad esempio, da noi, per circa una quarantina d’anni s’era appisolata (sai com’è, il fascismo, la resistenza, la stanchezza) ma all’improvviso: eccola lì! Pronta, ginnica, atletica. E gli italiani prima erano tutti maiali e tutti fetenti, e gli italiani di qui e gli italiani di là, ma con la società civile cambia tutto. Così che per un decennio - negli anni ’90 - abbiamo raddoppiato il popolo: sessanta milioni d’italiani e sessanta milioni di società civile. Poi, certo, tu li difendi, li cresci e li sfami e questi zac, appena ti giri, appena hanno due soldi che risparmiano alla sopravvivenza non te li spendono alla Feltrinelli, all’Opera, al concertino imperdibile ma s’attaccano a consumi cheap che più cheap non si può. E il Maestrino etico si offende prende la penna e s’arrabbia: dal populismo al fascismo il passo è breve! E tu sei tranquillo e pensi: almeno il comunismo, quindi, l’abbiam scampato. Ma lui, il Maestrino, torvo, insiste. Il suo sogno di democrazia rimane l’Acropoli di Capalbio dove si ritrova una tempesta di cervelli. Non sono capaci di decidere nemmeno la costruzione di una strada ma sono civilissimi. Stagionano tra spiagge e ombrelloni dove se vuoi una fattura ti tocca chiamare una maga. Perché sono, sì, civili ma un po’ meno fiscali. Farebbero fallire una tabaccheria ma ti spiegano come si guida il Paese. Poi sono anche un po’ schizofrenici. E prima fan tutti gli americani - prima prima erano molto russi ma poco importa - e adesso sono lì che non capiscono. Ma com’è che questi non ci ascoltano? Abbiamo pure un valoroso partito democratico. Molto all’americana. Poi prima fanno gli anticlericali, i mangiapreti, i laici extreme e dopo s’appiccicano all’encicliche del Papa per spiegarti il mondo e l’economia, con la stessa linearità con cui domanderesti a Wall Street di illuminarti sull’eucarestia. Ora, non che in Italia ci sia la perfezione. Figuriamoci. Tra premi di maggioranza, liste per chiamata, candidati che non voti, partiti senza partita, qualcosina in più magari non dispiacerebbe. Ma la democrazia funziona se chi non è d’accordo ti mostra un’alternativa, ti oppone le sue idee, le sue persone, i suoi risultati. La democrazia mica è una macumba! E comunque: volevano la scossa, sono rimasti scottati. Bruciacchiati, riproveranno. Ma, intanto, fulminati, fumano. Di rabbia.

venerdì 10 luglio 2009

Di Pietro compra pagina sull'HT: attacca l'Italia

Prologo. Il senatore Antonio Di Pietro ha acquistato un’intera pagina dell’International Herald Tribune per rivolgere un «appello alla comunità internazionale» perché «In Italia la democrazia è a rischio»: giustamente, nella pagina, c’era una sua foto. Siamo in grado di fornire una rapida traduzione dall'inglese al dipietrese all'italiano.

«In Italia il governo Berlusconi ha proposto e fatto approvare la legge detta “Lodo Alfano”... Il Lodo Alfano rende improcessabili quattro cariche dello Stato italiano; il Premier, il Presidente della Repubblica, i presidenti di Camera e Senato».

Traduzione. In Italia è stata fatta una legge sulla falsariga di altre presenti per esempio in Francia, Portogallo e Grecia: ma non rende «improcessabile» nessuno, sto straparlando. La legge sospende i dibattimenti che dovessero riguardare le succitate cariche solo nel periodo del loro mandato: poi riprenderanno da dove erano rimasti anche perché la prescrizione viene congelata. Ho scritto un appello lungo un chilometro ma queste cose basilari non ve le ho spiegate perché sono disonesto anche in inglese. La legge comunque risale a più di un anno fa.

«Il Lodo Alfano è stato voluto da Silvio Berlusconi per non essere processato per corruzione di un testimone... Il 17 febbraio 2009 l’avvocato David Mills, corrotto da Berlusconi, è stato riconosciuto colpevole... Senza il Lodo Alfano, Berlusconi potrebbe quindi essere condannato come corruttore».

Traduzione. Berlusconi ha voluto il Lodo Alfano per governare almeno una volta senza l'assillo di quelle procure che da 15 anni lo indagano e processano praticamente per ogni cosa. Per il resto, amici, ho scritto tre castronerie che voi paesi di common law avrete già notato: che non è stato ancora processato per corruzione, per esempio, e subito dopo che è un corruttore. Quel Mills è stato condannato in primo grado, sì, ma è perché il Tribunale non ha voluto aspettare che lui e Berlusconi fossero processati insieme come pareva logico a tutti. No, il fatto che Mills sia già stato condannato non rende automatico niente, anche perché il collegio che giudicherà Berlusconi sarà un altro. Infine: un Berlusconi senza Lodo Alfano potrebbe essere condannato come corruttore, ma anche senza, basta attendere la fine del mandato. Vi dirò di più: alla fine del mandato potrebbero persino assolverlo. Vi dirò di più ancora: io parlo parlo, ma l’Europarlamento di Bruxelles, il 22 aprile scorso, mi ha protetto con l’immunità parlamentare come avevo espressamente richiesto nel gennaio 2007. Una sciocchezza: mi avrebbero condannato al cento per cento per una diffamazione, avevo scritto per ben due volte che per un giudice, in realtà assolto, erano stati chiesti dieci anni di galera.

«Il Lodo Alfano è anticostituzionale... Il 6 ottobre 2009 la Corte Costituzionale deve pronunciarsi».

Traduzione. Stessa cosa, amici: sono dissociato. Prima dico che il Lodo è anticostituzionale, poi dico che la Corte Costituzionale non ha ancora deciso. Sono fatto così. Tra l’altro la Corte, che noi chiamiamo anche Consulta, in passato ha già bocciato una volta un Lodo analogo che poi è stato corretto e approvato dal Presidente della Repubblica, non so se l’avete presente: è quel pericoloso individuo che avete lasciato assieme a Obama per un’ora intera.

«Berlusconi e il ministro Alfano sono stati invitati a cena da un giudice della Corte costituzionale... i partecipanti hanno confermato la loro presenza. Non è ammissibile che due giudici e il possibile beneficiario delle loro decisioni si vedano in privato e di nascosto in prossimità del giudizio su una legge da cui dipende il futuro dello stesso Berlusconi».

Traduzione. Si sono visti a cena, sì, ma non di nascosto, sennò non l’avrebbero confermato. Si chiama vita privata. Nessuna legge la vieta. Ma io penso che se uno conosce un giudice costituzionale non debba vederlo mai più sinché campa, visto che per Berlusconi di ricorsi alla Consulta ce n’è uno ogni venti minuti. Capite, amici? Sarebbe come se nei vostri paesi un magistrato giudicante andasse a cena con un magistrato inquirente: una cosa impensabile. Voi del resto non avete la separazione delle carriere: non le hanno proprio mai unite. Comunque questa cosa l'ho raccontata perché così potremo dire che la decisione della Consulta sarà illecita in ogni caso: e già un altro allarme antidemocratico.

«Faccio appello alla comunità internazionale affinché diffonda informazioni ed eserciti pressioni per ripristinare i principi di libertà democratica».

Traduzione. D’estate mi annoio terribilmente. In ogni caso questo appello è pagato col finanziamento pubblico, che mi frega.

martedì 7 luglio 2009

QUELLI CHE TIFANO PER IL TERREMOTO

Tra un po’, vedrete, arriveranno a gridare «forza terremoto». Arriveranno a compiacersi nel vedere le tendopoli riempirsi di nuova paura. Arriveranno a sperare in una vera scossa, tanto per far contento D’Alema, sebben che sia fuor di metafora. Che ci volete fare? Si sono messi in testa che questo G8 deve fallire. Si sono messi in testa che l’Italia deve far brutta figura. Proprio non va giù alla sinistra repubblicona che, nonostante il loro impegno, al vertice internazionale possa filar tutto via liscio come la testa di Minzolini. Così si aggrappano ai sismografi, ultima speranza di disgrazia prossima ventura. E finiscono per tradire l’attesa del crollo. Se non di Berlusconi, almeno dell’Abruzzo.
Da due mesi non si fa altro che indicare la data dell’8 luglio come quella dello showdown. Si attende che scatti la Grande Trappola. Tutti parlano della Grande Trappola. Tanti si danno da fare per preparare la Grande Trappola. Prima ci hanno provato con Noemi, ma non sono arrivati da nessuna parte. Poi ci hanno provato con i voli di Stato, ed è finita con l’archiviazione. Quindi hanno tirato fuori un po’ di foto con Topolanek al vento, ma non hanno convinto nessuno. E anche la D’Addario ha mostrato di essere quella che è: teste non proprio attendibile e comunque assai ricattabile (da chi? Come?). Risultato: da due mesi stiamo parlando del nulla. Ne parliamo molto, si capisce. Ma resta quel che è: il nulla.
Infatti, nonostante i grandi sforzi messi in campo da Repubblica e dai suoi fratelli, siamo arrivati al G8 senza nessuna scossa, dalemianamente parlando. Il paventato avviso di garanzia formato juke box (insert coin) non è saltato fuori, almeno fino al momento in cui scriviamo (non si sa mai). E i Grandi della Terra, che qualcuno aveva ipotizzato potessero disertare il vertice, si presenteranno tutti con puntualità brianzola (o cinese), con tanto di first lady al seguito. Altro che febbre diplomatica scatenata dal virus Villa Certosa...
Ma a voi non pare una situazione surreale? Prima Repubblica getta fango sul premier italiano, poi dice che i Grandi della Terra sarebbero in imbarazzo perché il premier italiano è infangato... Mah. Dev’essere lo stesso criterio per cui il quotidiano fondato da Scalfari ieri, dopo l’ennesimo attacco della stampa estera a Berlusconi, titolava: «Berlusconi attacca la stampa estera». Che è un po’ come dire che il punching ball ha tirato un uppercut a un pugile... Che ci volete fare? C’è una parte di Paese che sta sperando in tutti i modi che il suo Paese faccia una figuraccia internazionale. Non stanno più nella pelle, non si tengono, come sedicenni al loro primo incontro amoroso, perdono la testa nell’attesa un po’ masochista di perdere la faccia.
È proprio così: se leggete i giornali e se ascoltate certi discorsi alla D’Alema, vi accorgerete che gira per l’Italia questa attesa spasmodica della catastrofe, questo desiderio dell’incidente, una spirale di incomprensibile masochismo autodistruttivo. I quotidiani stranieri, specialmente quelli manovrati da Murdoch, ci sguazzano. E annunciano costantemente l’uscita di nuove foto o nuove bombe o nuovi scoop. Sarà. Aspettiamo di vedere quel che finora non abbiamo ancora visto. Con un dubbio: se gli scoop ci sono da quando in qua la stampa li annuncia, anziché farli? E perché organizzare uno stillicidio di notizie, un crescendo rossiniano di spazzatura, che culmina proprio nel G8? I grandi maestri del giornalismo anglosassone sono ancora interessati alle notizie (che si pubblicano quando ci sono) o preferiscono partecipare ai complotti (con foto o presunte foto a orologeria)?
«Gli scandali, anche se non ci sono, si fabbricano», mi ha detto uno che la sa lunga. Può essere. Tutto può ancora succedere. Ma potrebbe anche succedere, come è successo finora, che il grande sforzo non produca nulla. Potrebbe anche succedere che la Grande Trappola faccia cilecca un’altra volta, come su Noemi, come sui voli di Stato. E allora che resterà ai sognatori di sventura? L’assalto dei no global, che stanno caricando le loro polveri un po’ bagnate per creare una nuova Genova. E, se falliranno anche loro? Eccola lì, l’ultima drammatica spiaggia: il terremoto. Avanti popolo, alla scossa: forza sisma. Ma come sono caduti in basso: una volta sognavano la felicità per tutti, ora si limitano a sognare l’infelicità degli altri. Addio Marx, non restano loro che Zappadu e il quarto grado della scala Richter.

lunedì 6 luglio 2009

QUESTA SINISTRA "CHIAGNE E FOTTE"

Nell’imminenza del G8 dell’Aquila la stampa straniera - non tutta, ma una buona rappresentanza - soffia sulle braci dello «scandalo Noemi» per ravvivarne la fiammata. Niente di nuovo, solo rimasticatura di fatterelli già noti, ma riproposti con grande enfasi e accompagnati dall’annuncio - chissà come documentato – di prossime «sconvolgenti rivelazioni». L’atteggiamento dei giornali europei non stupisce: il boccone è ghiotto, Silvio Berlusconi è un personaggio di levatura internazionale e il boccaccesco ha sempre un’audience molto alta, specie se impastato con la politica. C’è quindi una ragione propriamente giornalistica che induce a battere la grancassa dello «scandalo». Ma non è la sola, e nemmeno la più importante. Berlusconi è al suo terzo G8 e ciò vuol dire che ha capitalizzato una notevole esperienza, che può contare su buona pratica di questi summit ad altissimo livello. Un insieme di competenze che non possono non rafforzare il suo ruolo di presidente dell’attuale sessione, portandolo a essere più decisionista di quanto, per carattere, già non sia. E tutto s’aspettano, i capi di Stato e di governo che si riuniranno all’Aquila, meno che una presidenza decisionista. All’ordine del giorno ci saranno infatti temi spinosi, la crisi economico-finanziaria, l’Iran, la Corea del Nord, l’Afghanistan, la Palestina, sui quali i «grandi» hanno opinioni e proposte di soluzioni divergenti: disposti dunque al dialogo, ché quello non ha fatto mai male a nessuno, ma non alla definitiva scelta di campo. La presenza di un presidente che non incalzi, che non stia addosso, che non stringa i tempi, tornerebbe dunque gradito. E un Berlusconi «sotto schiaffo», un Berlusconi ridicolizzato nel migliore dei casi, accusato di chissà quali turpitudini nel peggiore, si prospetterebbe più malleabile, meno disposto al fare e più rassegnato al parlare.
A offrire agli organi di informazione stranieri l’arma per compromettere l’immagine di Berlusconi e di riflesso dell’Italia è stata La Repubblica, alla quale ha fatto coro la sinistra che sullo «scandalo Noemi» scandì addirittura i tempi, e s’è visto con quali risultati, della recente campagna elettorale. Anche se rivelatasi una panzana, la «scossa» vaticinata da D’Alema rimbalzò subito sulla stampa estera, come d’altronde la sua ultima ciarlatanata e cioè che il nazismo è dietro l’angolo (per la precisione: «Non voglio dire che siamo alle porte del nazismo, ma molti ingredienti sono simili»). Bene, dopo aver rifornito le testate europee di Noemi, di D’Addario, di fotografie, di memoriali, di lampi di cocaina, di sospette minorenni, di escort, di «donne immagine» e di putains, dopo averle recapitato l’annuncio della «scossa» e ieri quello del nazismo incombente, dopo aver diffuso la voce di prossime piccantissime rivelazioni, dopo aver brigato affinché le first ladies disertino l’Aquila, La Repubblica e la sinistra cosa fanno? Piangono e deprecano il discredito che simili fatti arrecano alla nazione. Piangono e deprecano la «perdita di credibilità» proprio ora che i grandi del pianeta giungono in Italia. Interpretando coralmente, la versione istituzionale del «chiagne e fotte», avendo voluto e provocato e alimentato la martellante campagna diffamatoria, da grandissimi ipocriti quali sono, da miserabili Tartufi simulano ora i buoni sentimenti. Il patriottismo perfino. Quello che l’illuminato Samuel Johnson definì l’ultimo rifugio del farabutto.

giovedì 2 luglio 2009

Toghe e politica Il doppiopesismo di Tonino

Vergogna, massima vergogna, gridano gli accusatori del centrosinistra. Giudici costituzionali che vanno a cena con rappresentanti del governo. Giudici in conflitto di interessi, giudici che - tuona Tonino Di Pietro - sarebbero, nientemeno «rei confessi». Perché mai, vi starete chiedendo? Perché hanno parlato con il presidente Silvio Berlusconi, il sottosegretario Gianni Letta, il ministro della Giustizia Angelino Alfano. E lo ammettono pubblicamente. Il che, come è noto, per Di Pietro (come per alcuni singolari personaggi che popolano la scena politica italiana), equivale ad un altro crimine. Se proprio ha commesso questo crimine, conoscere Berlusconi, l’interessato avrebbe dovuto perlomeno mentire, come i rivoluzionari bolscevichi nelle segrete del Kgb, rinnegavano di conoscere i loro compagni vittime del plotone d’esecuzione, e salvavano la pelle abiurando la propria verità. C’è della violenza, in tutto questo, una certa spericolata dose di sciacallaggio politico e anche un barlume di follia.
Ma noi, per non mostrare pregiudizi, vogliamo provare a capire che cosa ci stanno dicendo questi tribuni. Era opportuna questa cena? Forse no, non era opportuna. È la prova di un qualche complotto iniziatico e para-massonico per condizionare il più importante organismo istituzionale del nostro Stato? Se fosse così sarebbe a dir poco risibile, perché uno che complotta ha ben chiaro che deve mantenere la clausola di segretezza; uno che è così scaltro da commettere un reato tanto grave, lo è anche abbastanza da non andarlo a dire in giro; uno che si vergogna di qualcosa, e che sa di doversi vergognare lo fa così tanto da essere in grado di non diventare la principale fonte di accusa contro se stesso.
Proviamo, quindi, a guardare la realtà attraverso lo sguardo allucinato di Di Pietro, il tribuno giacobino che eleva la sua legge a legge della comunità, che cerca di far diventare la sua ghigliottina la nuova cassazione, il plotone d’esecuzione degli empi, il lavacro purificatore di una nuova società salutista. Poniamo l’ipotesi che effettivamente i giudici non dovessero andare a cena, che siano stati degli ingenui a confermarlo, che abbiano davvero commesso una qualche leggerezza. Bene, d’accordo. Ma se è davvero così, se questo è il parametro di giudizio che il giudice di Berlino vuole assumere, quante «leggerezze» ha commesso Antonio Di Pietro? E quante volte dovrebbe cadere sulla sua testa la lama purificatrice di quella ghigliottina che così spesso e così facilmente l’ex pm invoca?
Cosa è più grave, secondo voi? Un giudice che va a cena con un rappresentante del governo e non ha nulla da nascondere o un magistrato che indaga su di un politico (senza peraltro riuscire a mettere nero su bianco una inchiesta seria) e poi si candida nella terra di quel politico che ha combattuto? È peggio conoscere Berlusconi o conoscere Di Pietro e farsi candidare da lui dopo essersi fatto pubblicità con il tintinnare delle manette? È peggio ergersi a salvatore della patria o aver fatto un buco nell’acqua perché le persone a cui hai rovinato la vita vengono prosciolte e le tue inchieste archiviate? In questo Paese in cui i sepolcri imbiancati fanno la morale a un giudice che va a una cena, un signore che si chiama De Magistris ha costruito una carriera politica su una inquisizione fallita. In questo Paese in cui si invoca il rispetto delle regole, il magistrato Casson si è candidato a sindaco della città in cui ha indagato (e per fortuna ha perso) ed è oggi parlamentare. In questo Paese, in cui si invoca il rispetto delle regole, il pm del processo per la strage di Bologna, Libero Mancuso, si è rivelato così libero da diventare assessore nella stessa città in cui ha guadagnato gloria mediatica con gli arresti. In questo Paese in cui i nuovi giustizialisti invocano la ghigliottina per vendicare una cena, alcuni magistrati diventano leader politici alternando la toga e il seggio, con una disinvoltura inquietante. Conoscevamo bene l’arte di chi nella politica italiana è abituato a usare due pesi e due misure: inclemente con gli altri, generoso con se stesso. Da ieri è nato il doppiopesismo togato.

mercoledì 1 luglio 2009

PIÙ SICUREZZA (INVECE DELLA RISSA)

Tregua o non tregua, nel nostro Paese c’è sempre voglia di far gazzarra. E non bastano le immagini rose dal dolore, non bastano le fiamme che sventrano le case, e quelle storie di bambini sorpresi e inceneriti mentre si trasferivano dal letto alla speranza, non basta niente di tutto ciò per dare a quest’Italia l’aspetto normale, per lo meno nei momenti eccezionali. Non ce la facciamo, è più forte di noi. Abbiamo scatenato una rissa persino attorno alle bare del terremoto, figurarsi se potevamo esimerci in Versilia: e infatti, appena si sono sparsi i carichi di Gpl, qualcuno ha pensato bene di accendere la miccia. Spenti i fuochi della tragedia, si sono accesi quelli della polemica.
Quello che impressiona non è tanto la mini-contestazione dal solito manipolo di fischiatori in servizio permanente effettivo al presidente Berlusconi, quanto piuttosto le reazioni sindacali: la tragedia era ancora ustionante, le fiamme non erano ancora spente, e già il segretario della Cgil Epifani attaccava le Ferrovie per «l’uso di materiali troppo vecchi». Meraviglioso, no? Peccato che i materiali non fossero delle Ferrovie, ma di una società privata, la Gatx Rail Austria, impresa americana con sede a Vienna e ammessa a circolare dall’agenzia per la sicurezza ferroviaria tedesca. Austria, Stati Uniti, Germania: le Fs che c’entrano con quei materiali? Nulla. Epifani non era tenuto a saperlo, certo. Ma, non sapendo, non era meglio tacere?
Il fatto è che in Italia nessuno pensa di tacere quando c’è possibilità di far gazzarra. Nessuno pensa ad evitare la rissa, nemmeno di fronte ai lutti, ai feriti, agli sfollati, a quelle bende che non riescono a coprire corpi ustionati dalle fiamme e dalla paura. E così finisce che ogni volta si leva un grande fumo, che copre tutto, e soprattutto copre i problemi veri. Quello che ieri abbiamo scoperto, in realtà, è che si può morire in casa o mentre si passeggia, al ritorno dal mare, solo perché un treno esplode. E abbiamo scoperto che il treno esplode non per colpa di un macchinista stanco o di un binario curato male, ma per colpa di convogli che arrivano dall’estero. Che sono pericolosi. E per i quali, per il momento, non è previsto nessun respingimento e nessun decreto d’espulsione.
Proviamo a dirlo ancor più chiaramente: il problema, a quanto pare, sono le norme europee. Da quando l’Ue si è allargata sono stati abbassati i parametri di sicurezza. E così nel nostro Paese entrano convogli, come quello esploso ieri, che rispettano perfettamente tutti i parametri, superano tutti i controlli, ma sono pericolosi. Bisogna intervenire? Sicuro: bisogna intervenire subito. Bisogna verificare lo stato di sicurezza dei nostri treni? Sicuro, bisogna verificarlo. E bisogna capire se le norme europee non si possano per caso inasprire e se, magari, qualcuno non le rispetta. Come vedete, ci sono molte cose che bisognerebbe fare subito. Molte cose, tranne una: la gazzarra.
E invece noi cominciamo sempre da qui. Quando è arrivato Berlusconi, a causa del gruppuscolo di facinorosi, la piazza si è divisa: da una parte i contestatori, dall’altra i sostenitori. Ma vi pare possibile? Che cos’è? Milan-Inter davanti alle bare? Il derby del cattivo gusto? È possibile che l’odio non possa rispettare nemmeno un minuto di silenzio per lutto? Si può essere anti-berlusconiani fino al midollo, ma se il presidente del Consiglio accorre sul luogo della tragedia rappresenta tutta l’Italia, tutti gli italiani. Nessun americano, nemmeno il più feroce anti-bushiano, avrebbe osato fischiare il Capo dello Stato a Ground Zero. Da noi invece qualche stupido lo si trova sempre. Il sito on line di Repubblica ne enfatizza subito le gesta. E il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, fa un lancio di agenzia per dire «grazie ai cittadini per la contestazione» (dando così involontariamente una dimostrazione pratica del perché il suo partito è di fatto estinto: atrofizzazione della materia grigia).
Che ci volete fare? Negli altri Paesi le tragedie fanno venire fuori i sentimenti patriottici, da noi fanno venire fuori i cretini. Annozero si gode il meritato riposo estivo, Santoro è in vacanza e non può esibirsi a suon di Vauro&Travaglio. Ma c’è chi lo sostituisce degnamente. Il Codacons, per esempio, chiede addirittura di sospendere la licenza alle Fs (sì, e poi? Il patibolo per i dirigenti?), Adusbef e Federconsumatori tirano in ballo i treni pendolari, che non c’entrano nulla, i sindacati ne approfittano per accendere la polemica sull’Alta Velocità (in virtù della quale sarebbe stato trascurato, chissà perché, il trasporto merci). Spuntano fuori persino personaggi da museo della ribellione ferroviaria, come Enzo Gallori, che se la piglia con l’introduzione del macchinista unico. Come se uno, due o dieci macchinisti potessero cambiare qualcosa quando si rompe una cisterna...
Alla fine di una giornata così, in cui si passa dai vigili del fuoco che spengono le fiamme agli incendiari che fanno di tutto per riaccenderle, vi confesso che cascano un po’ le braccia. Che sia importante parlare di sicurezza lo pensiamo a tal punto che ci abbiamo dedicato, come avete visto, l’apertura del nostro quotidiano. Ma ci piacerebbe che parlare di sicurezza, per una volta, non fosse soltanto l’occasione per sollevare polveroni, che servono solo a difendere non l’incolumità di chi viaggia in treno, ma gli interessi di bottega, piccole o grandi rivendicazioni politiche e sindacali. Ci piacerebbe, ma abbiamo l’impressione che anche questa volta non sarà così. È cominciata male, con Epifani che parla di quello che non sa, e tutti che cercano di trarre un piccolo vantaggio a spese di quei morti, e i sindacati che proclamano un’ora di sciopero (ma sicuro: che si fa per la sicurezza? Un’ora di sciopero...). È cominciata male con una manciata di fischi attorno alle bare e un leader della sinistra che ne gioisce. Ci manca solo la battuta infelice del leggenDario Franceschini, ma non temete: siamo sicuri che arriverà presto. Giusto il tempo di leggere su Repubblica quello che deve pensare...