giovedì 25 giugno 2009

Ezio Mauro o dell’etica a orologeria

Dedicato a Ezio Mauro.
Il guaio peggiore per i giornalisti non è, come si crede, ciò che non si può scrivere. Ma l’opposto: ossia ciò che si è pubblicato. Nemesi dell’informazione usa-e-getta, il quotidiano del giorno prima sarà anche buono solo per avvolgere le trote, ma quello di dieci anni fa può rivelarsi utilissimo per incartare uno squalo.
Dieci anni fa, quando scoppiò il sexgate che travolse Bill Clinton dando una improvvisa scossa alla solida democrazia americana, la peraltro equilibrata Repubblica - diretta allora come oggi dall’equilibrista Ezio Mauro - affrontò l’affaire Lewinsky con tutto lo sdegno di cui può essere capace un indipendente e imparziale organo d’informazione. E cioè: stigmatizzando con una decisa impennata deontologica l’interesse morboso riservato dalla stampa agli aspetti più intimi della vicenda; condannando con un’alzata d’orgoglio morale la gogna mediatica a cui era sottoposto il presidente Clinton; deplorando con un esemplare senso della correttezza giornalistica la vergognosa pruderie con la quale certi media mescolavano notizie e indiscrezioni per colpire un uomo politico. Confondendo - per di più! - la vita privata con la dimensione pubblica.
Era il 16 settembre 1998, pochi giorni dopo che il procuratore Kenneth Starr (vedendo profilarsi all’orizzonte, dopo tre anni spesi inutilmente sullo scandalo Whitewater, il sogno di una vita, quello di incastrare Bill Clinton) aveva avviato la procedura di impeachment nei confronti del presidente, quando il direttore di Repubblica Ezio Mauro intervistava sulla vicenda l’Avvocato Gianni Agnelli. Titolo dell’articolo (profetico, ieri): «Clinton resterà». Occhiello (ipocrita, oggi): «Ma è mostruoso questo processo mediatico».
Indignato per il «momento di confusione e disorientamento in cui la morale e la democrazia si mescolano in uno scandalo sessuale che si è ormai trasformato in dramma politico», Ezio Mauro - uno che nel 1992, anno di Tangentopoli, dal suo ufficio di direttore della Stampa ogni sera decideva telefonicamente con i colleghi Mieli, Scalfari e Veltroni i titoli d’apertura del giorno dopo dei rispettivi giornali - incalza l’Avvocato sul delicato tema del rapporto «tra il potere, la libertà e la verità».
«Ma non Le sembra assurdo che l’America distrugga la sua leadership per uno scandalo sessuale, in un momento di forte consenso per il presidente?», chiede retoricamente Mauro. «Ma Clinton è stato un buon presidente?», domanda subito dopo, sperando già la risposta («Un ottimo presidente»). E soprattutto, partecipe allo sgomento di Agnelli per il fatto che le carte giudiziarie fossero finite su Internet («Un circuito infernale. Anzi, un cortocircuito tra democrazia, morale, politica, assemblearismo, populismo»), rincara la dose ammiccando subdolamente il quesito decisivo: «Qualcosa che serve a emozionare la gente più che a informare i cittadini?», vero eh? Cosciente della pericolosità con la quale può essere brandita la clava dell’informazione, Ezio Mauro non può che condividere la risposta tranchante dell’Avvocato: «È un meccanismo più adatto a una dittatura che a una democrazia. Ancora un passo, e si potrebbe far assistere la gente a un processo via Internet, per poi farle decretare in diretta l’impiccagione, con sentenza universale, sommaria e spaventosa». Concludendo, non sappiano se più con tono retorico o snobistico: «Avvocato, tutto ciò in Europa non succede. Siamo più saggi o più ipocriti?». Detto così, secondo noi, che da 55 giorni ci sorbiamo i tuoi titoli cubitali tipo «Ragazze slave a Villa Certosa: erano vestite da Babbo Natale» oppure «La farfalla, la tartaruga, i bracciali: i regali di Papi alle giovani amiche», propenderemmo per la seconda delle due, gentile Ezio Mauro. Purtroppo, caro direttore, ci hai dimostrato che da noi può succedere anche peggio. Come hai titolato un tuo editoriale in pieno Noemigate, «Dov’è la vergogna». Senza punto di domanda.
È ormai entrata nella aneddotica del giornalismo, che come è noto fa testo quanto il gossip, quella volta che alla Stampa, a tarda sera, arrivò una notizia che costrinse a sbaraccare la prima pagina, e il direttore e la redazione si gettarono freneticamente nel lavoro fino a che, compiuta l’impresa, in pieno choc adrenalinico Ezio Mauro esclamò: «Ragazzi, ma non è meglio questo di una scopata?». Retrospettivamente, ci sentiamo di condividere la risposta laconica di uno dei suoi redattori: «Parla per te».

L’inchiesta svanita sulle escort del clan D’Alema

C’è un’inchiesta, a Bari, che anziché restare riservata finisce sui giornali perché riguarda indirettamente un premier e/o persone a lui vicine presumibilmente in contatto con alcune prostitute. E c’è un’altra inchiesta, a Roma, che invece resta «sconosciuta» per quasi dieci anni e che riguarda l’entourage di un altro premier in contatto sicuramente con una scuderia di prostitute d’alto bordo. Il doppiopesismo mediatico-giudiziario cui si fa riferimento concerne un’inchiesta avviata nel 1999 dal pm capitolino Felicetta Marinelli e conclusasi il 4 ottobre 2000 con il patteggiamento a un anno della maîtresse R.F. che secondo l’accusa inviava sue «squillo» ai fedelissimi dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, per ottenere ritorni economici di vario genere.

Sono svariati i nomi eccellenti che tornano nei verbali d’interrogatorio e nelle intercettazioni disposte a seguito dei pedinamenti fin sull’uscio di Montecitorio da parte degli agenti della Squadra mobile: si va da Francesco «Franco» Mariani, un tempo responsabile dei trasporti del Pci-Pds e ora presidente dell’autorità portuale di Bari (revocato dal ministro Matteoli e reinsediato dal Tar) ai due ex soci del leader Massimo nella compravendita della barca Ikarus: innanzitutto, Roberto De Santis, pugliese ed eminenza grigia del leader Ds, già vicepresidente della finanziaria London Court, quindi nel cda della Spa portuale «Marina Blu» e poi in quello della società d’energia «Avelar Energy»; dopodiché Vincenzo Morichini, ex amministratore delegato del consorzio Ina-Assitalia, fondatore dell’Assonautica romana, da sempre vicinissimo a D’Alema. Nei brogliacci delle telefonate sbobinate a piazzale Clodio si fa anche esplicito riferimento ad alcuni episodi dove viene citato l’allora «segretario particolare di D’Alema», ovvero Nicola Latorre, oggi parlamentare del Pd. Nelle informative c’è spazio infine per i ruoli ricoperti dall’ex deputato Ds, Michele Giardiello e da un paio di funzionari ancor oggi nel partito di Franceschini.

Le persone di fiducia di D’Alema finite agli atti del procedimento numero 10498/99, a eccezione di Latorre, sono state prese a verbale come persone informate dei fatti direttamente negli uffici della Settima sezione della questura di Roma. Obiettivo degli inquirenti era infatti quello di capire se effettivamente la maîtresse facesse ricorso a ragazze a pagamento per «convincere» persone importanti a dare una mano alla sua agenzia di pubblicità nella gestione di eventi, convegni (la donna ne ha organizzato un paio per la Camera dei deputati) appalti e pubblicazioni per strutture come Alitalia, Banca di Roma, Enel, Eurostar, Ina-Assitalia, Acea, Inpdap, eccetera. Se l’allora dirigente della Mobile, Nicolò D’Angelo, era pressoché convinto dell’andazzo corruttivo («la donna che inequivocabilmente procura ragazze a molte persone organizzando incontri sessuali - scriveva in una informativa - utilizza tale “chiave di accesso” per ottenere dai destinatari di queste “attenzioni” che sembrano essere tutti ai vertici di strutture pubbliche o private, favori e indebite pressioni al fine di ottenere benefici economici nella forma di ghiotti appalti o incarichi ben remunerati») il pm Marinelli rimarcava: «Dalla lettura dei verbali emerge che R.F. utilizza le ragazze per organizzare incontri di carattere chiaramente sessuale con personaggi, di cui alcuni facenti parte del mondo politico, o aventi cariche in enti pubblici».

L’indagine, come tante nel sottobosco della prostituzione, nacque un po’ per caso. Solita routine: una soffiata, un accertamento, un’arida informativa. Poi arrivarono i pedinamenti, i telefoni sotto controllo, i riscontri su un’organizzazione di via Veneto diretta dall’austriaca Angelica W. e un centro massaggi dell’Eur dove venivano reclutate ragazze per i festini. E quel che sembrava un «normale» giro di squillo della Roma-bene, s’è rivelato presto un «problema» politico per tutti coloro che s’erano ritrovati tra le mani quel materiale scottante. In procura si accavallarono le riunioni. In questura gli accertamenti rallentarono bruscamente. L’ipotesi iniziale della corruzione venne presto derubricata in sfruttamento della prostituzione finalizzata a portare a casa contratti importanti con aziende private e istituzioni pubbliche. I controlli sui telefoni dell’indagata vennero interrotti, la richiesta di rinvio a giudizio fu recapitata all’interessata, si arrivò al processo senza dare alcuna pubblicità all’esito finale. Con la maîtresse condannata, in tanti tirarono un sospiro di sollievo. Nessuno, nemmeno il preveggente D’Alema, poteva immaginare che a dieci anni di distanza potesse arrivare una simile «scossa».

mercoledì 24 giugno 2009

Ma la sinistra vota contro i terremotati

Questa ormai è una guerra all’ultimo sputo e non c’è più pietà per nessuno, neppure per gli sfollati, i senza casa, con le macerie come orizzonte. Il terremoto è ancora lì, in Abruzzo. L’ultima scossa lunedì sera, una di quelle che si sentono, fanno paura. Non è tutto passato. La Camera, ieri, approva il decreto legge sulla ricostruzione. È da qui che arriveranno i soldi. È da qui che si ricomincia, con questi numeri: 261 sì, 226 no e nove astenuti. L’opposizione ha votato, compatta, contro il decreto. Hanno votato no Franceschini, Di Pietro e Casini. E i loro partiti. Questa, dicono, è la politica. Ma la prima domanda che uno si fa è come si fa a votare contro i soldi ai terremotati? Che significa? I voti non sono soltanto numeri. Qualche volta sono anche simboli, come in questo caso. Roberto Giachetti è uno dei nove astenuti. È un deputato del Pd e davanti ai signori di Montecitorio ha pronunciato questa frase: «In un Paese normale, davanti alla sofferenza della popolazione, l’opposizione dovrebbe votare subito a favore di un decreto come questo. Il no del mio gruppo scaturisce dalla chiusura della maggioranza nell’accettare qualsiasi modifica. Ma a votare contro non ce la faccio».

Giachetti si è messo una mano sulla coscienza. Il decreto, magari, non convince. Qualcuno può dire che nel testo non sono rientrati i contributi per i non residenti. Qualcun altro può urlare che i soldi non sono abbastanza. Lo stesso Tremonti dice che altri soldi arriveranno dal governo. Nulla è perfetto. Ma in questi casi uno si astiene. Votare contro è un’altra cosa. È un no sbattuto in faccia a chi ha perso tutto. È uno schiaffo. È uno sputo. È dire a un abruzzese dell’Aquila o di Onna: non te la prendere, questa è la politica. È dire a chi aspetta, aspetta ancora. Bèccati il sole, il caldo e poi la pioggia e il freddo di una tendopoli. Il decreto è passato, ma 226 deputati hanno detto no. Forse è il caso che vadano in Abruzzo, a spiegare, occhi negli occhi, la loro scelta. Vadano lì a parlare di politica. Basta poco. Da Roma all’Aquila sono meno di due ore di auto, un po’ in salita.

I voti in Parlamento si contano, ma qualche volta si pesano. E questa storia ha un senso. Qui non solo non c’è un Paese normale, qui non c’è proprio più il Paese. Non interessa. È un particolare irrilevante. Tutta la politica italiana ormai ripete ossessiva la stessa nota: come far fuori Berlusconi. E i violini, anzi le grancasse, li suonano gli uomini dell’opposizione. Tutto il resto può andare al macero. Tutto. L’unica cosa che conta è questa guerra politica senza quartiere, senza confine, senza pietà. L’importante è che il nemico si arrenda. Il no ai soldi per i terremotati è un simbolo. E i simboli parlano. Questa volta il messaggio è: sparate sui civili.

Il duro regime

Italia Oggi piazza uno straordinario: «Ballottaggio ok per Franceschini & co. che perdono 21 Province».
Come no: perdere 21 Province (ma in realtà sono 23) è ok, anzi è magnifico. Mentre vincerne 24 è una sconfitta. Dove può accadere tutto questo? Ma solo nell’Italia del 2009, dove infuria un regime, la stampa è oppressa e non può dire la verità. Difatti: spara minchiate.

lunedì 22 giugno 2009

"Pagata in nero dai dipietristi e poi licenziata"

Milano - «Eeeh, mo’ non mi servi, non tengo molto da fare, è estate...». Clic. Fine della chiamata. Fine di un rapporto professionale, seppure coi contorni in chiaroscuro del lavoro nero. Il «principale» in questione, che scarica così il suo dipendente, è il deputato dell’Italia dei Valori Francesco Barbato, un tempo tra i più vicini ad Antonio Di Pietro, sempre tra i più attivi nel condannare la Casta e nel «rappresentare veramente le esigenze dei cittadini», come rivendica spesso in Aula; la «defenestrata», invece, è la sua collaboratrice Liliana. Che dopo quattro mesi da «fantasma» ha ricevuto il benservito. Alla faccia dei Valori e delle esigenze dei cittadini.

Liliana, anche i dipietristi hanno il pessimo vizio di sfruttare i collaboratori?
«Io posso parlare di uno solo, Barbato. E lui questo vizio ce l’ha. Eppure io non sono nata nella bambagia. Ho lavorato tre anni all'ufficio stampa dei Radicali, so cosa vuol dire farmi un mazzo così. Ma almeno avevo un contratto regolare».

Però ha dovuto cambiare...
«Purtroppo sì. Un altro suo collaboratore esterno mi ha detto che l’onorevole Barbato cercava una persona, quindi ci hanno presentati. Un colloquio senza nemmeno parlare di lavoro e un “cominci mercoledì”. Così a febbraio è iniziato il bailamme».

Qualche promessa?
«Semplicemente un contratto dopo un periodo di prova. Ma alla Camera non ci sono regole e quelle che valgono per tutti i lavoratori italiani lì sono ignorate perché con l’autodichiarazione c’è sempre la scusa per mettere all’angolo i principi costituzionali. Quindi passavano i mesi e il contratto non si vedeva. Come del resto Barbato».

Desaparecido?
«In aula c’era, ma è sempre molto difficile parlare. Quando lo vedevo e gli chiedevo notizie sul contratto mi diceva: “Vabbé, mo’ vediamo”».

Intanto lei lavorava...
«Dalle 9.30 alle 19.30, dal lunedì al venerdì. Toh, a volte arrivavo alle 10, ché non abito vicino a Montecitorio, io... Solitamente l’attività di un’assistente è strettamente legata a quella del parlamentare in questione: interrogazioni, appuntamenti, proposte di legge, rassegne stampa. E devo riconoscere che il lavoro svolto per Barbato non era esattamente frenetico».

Nella classifica di produttività dei deputati di Open Polis è 207° su 630. Comunque, dice il saggio: lavoro è se principale paga. Sennò è volontariato. Lei almeno era pagata?
«Puntualmente. Ma rigorosamente in nero. Andava a prelevare i contanti e li metteva in una bella busta con la scritta “Camera dei Deputati”. Io trattenevo la mia parte e poi lasciavo il resto dei soldi al mio collega».

Prassi comune tra i politici...
«Zero assicurazione, zero buoni pasto. Ho speso un capitale in panini nei bar, dato che io non pranzavo alla buvette con 4 euro come i parlamentari».

Epperò questo incanto si è spezzato...
«E in modo davvero antipatico. Alla vigilia della settimana bianca della Camera, giorni in cui è sospesa l’attività parlamentare, mi ha telefonato il mio collega dicendo di aver “intuito” che non sarei stata confermata. Ho chiamato Barbato che ha fatto il pilatesco: “Devi parlarne con lui, è stato lui che inizialmente ti ha contattata... in estate, sai, non servono persone...”. Eppure il “capo” era lui, era lui che mi pagava, però a decidere era il collega. Mah...».

E tanti saluti.
«Esatto. Mai più sentito. Il 6 giugno mi ha fatto chiamare dal suo collaboratore dicendo che mi lasciava a casa perché non ero all’altezza del compito. Ah, giusto perché d’estate non serviva una figura come la mia, so che il mio posto è già stato assegnato a un’altra. Magari senza contratto. Ma tanto la giustificazione è la stessa: il periodo di prova...».

Cosa chiederebbe a Di Pietro?
«In quest’esperienza gli unici “valori” che ho incontrato sono stati quelli in nero e in busta chiusa. L’Idv parla di ripristino della legalità, trasparenza, aiuto alle fasce deboli e alternativa di diritto: ecco però in concreto come sono stata tutelata. Di Pietro non può tenere sotto controllo tutti i parlamentari, ma deve sapere che ci sono cellule cancerogene nel suo partito».

La stessa cosa che gli rimproverava Barbato a proposito dei membri campani di Idv...
«Appunto. Tralascio commenti».

Francesco Comellini, presidente dell’associazione collaboratori parlamentari, si augura che tutti seguano il suo esempio. Ma lei non teme di non lavorare più al Parlamento?
«Non guardo al rischio ma al coraggio di denunciare ciò che non va. Se uno sta zitto, come spesso i miei colleghi, subisce. Io nei Radicali ho imparato ad agire piuttosto di lamentarmi».

venerdì 19 giugno 2009

Tutti i segreti della D'Alema connection

Per inquadrare la sibilla D’Alema può esser utile soffermarsi sui rapporti tra l’ex leader ds e la magistratura pugliese, barese in primo luogo. Per farlo occorre lavorare pazientemente d’archivio, compulsare avvocati, carabinieri e pm locali non schierati, leggere con attenzione atti processuali e (suoi) proscioglimenti contestati, sfogliare un recentissimo libro dal titolo curioso (Toghe, patate e cozze, scritto da Tommaso Francavilla e Franco Metta) ma dai contenuti devastanti per l’immagine del preveggente ex leader ds. Che si è preoccupato di far eleggere in Parlamento alcuni corregionali pm, mentre altri se li è portati al governo, e uno l’ha messo addirittura a fare il sindaco nonostante fosse il titolare dell’inchiesta sugli sperperi miliardari della missione Arcobaleno dove figurava pure il suo nome.

La storia è lunga. E ha natali lontani. Parte ovviamente dall’ondata giustizialista nazionale cavalcata dal Pci e portata avanti dai magistrati d’area, nei primi anni Novanta, tra avvisi di garanzia e carcerazioni preventive. Tra il 1990 e il 1995 cambiano cinque presidenti regionali, altrettanti sindaci baresi, non c’è giorno senza che più consiglieri comunali e funzionari di partito finiscano indagati o arrestati. Solo una parte (indovinate quale) è casualmente risparmiata dalle inchieste.

Un’intera classe politica viene tolta di mezzo, e a nulla varrà la tardiva consolazione delle assoluzioni di massa degli indagati eccellenti e dei flop nelle aule di giustizia. Per l’ascesa in politica dei protagonisti pugliesi con la toga, gli esempi si sprecano. Il più eclatante riguarda la cosiddetta «Operazione Speranza», con riferimento al re delle cliniche private Francesco Cavallari e alle presunte tangenti elargite a destra come a sinistra. Tantissimi politici si ritirarono dalla politica attiva e bastò l’annuncio intimidatorio, poi rivelatosi inesatto, di una «seconda ondata», per bloccarne altri o per dirottarli all’improvviso altrove, come Pino Pisicchio pronto a candidare il fratello in Forza Italia, dopodiché riparò sotto Lamberto Dini (oggi è con Di Pietro).

Si salvarono solo i comunisti, si salvò soprattutto D’Alema accusato d’aver intascato qualche soldarello pure lui quand’era ancora segretario del Pci pugliese e consigliere regionale. Il reato venne «derubricato» in «illecito finanziamento» datandolo prima dell’amnistia del 1989. Reato prescritto, pratica archiviata. Non tutti sanno che D’Alema, su quel finanziamento generosamente elargito dal boss della sanità, qualcosina aveva ammesso a verbale dopo che Cavallari al pm l’aveva tirato in ballo quale suo referente in Regione. Poi il re delle cliniche aggiunse: «Sa, signor magistrato. Non nascondo che in una circostanza particolare ho dato un contributo di 20 milioni al partito. D’Alema è venuto a cena a casa mia, e alla fine della cena io spontaneamente mi permisi di dire, poiché eravamo alla campagna elettorale 1985, che volevo dare un contributo al Pci».

Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato».

Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, oggi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema. Il quale è stato generoso anche con un altro suo inquisitore: Michele Emiliano, attuale sindaco di Bari e segretario regionale del Pd, già titolare del procedimento sugli sperperi della missione Arcobaleno per aiutare i profughi kossovari che sfiorò proprio D’Alema e pezzi del suo governo, come il sottosegretario Barberi (rinviato a giudizio) e l’imputato sottosegretario diessino Giovanni Lolli, per il quale l’anno scorso il gip, su sollecitazione del pm Di Napoli, ha dichiarato il non luogo a procedere insieme a un altro ex ds, Quarto Trabacchi.

L’inchiesta che per bocca del pm Emiliano inizialmente prometteva sfracelli e di cui poi chiese a sorpresa l’archiviazione (contestata dal procuratore Di Bitonto), col tempo s’è lentamente arenata fino alla contestuale candidatura del pm Emiliano – benedetta da D’Alema - a sindaco di Bari. Prima di entrare in politica, Emiliano ha iniziato a lanciare invettive politiche contro il sindaco precedente sulla scarsa lotta alla criminalità da parte dell’amministrazione cittadina eppoi s’è scoperto garantista di se stesso quando il suo nome comparve in una intercettazione telefonica con cui una famiglia mafiosa gli faceva la campagna elettorale, in vista di una vittoria che per la prima volta spostò a sinistra i quartieri più «a rischio» di Bari: oggi, insieme a Maritati, fa a gara a straparlare di pericolo di voto di scambio con la criminalità.

Ma non c’è solo Bari nell’orbita di interesse della magistratura militante considerata vicina a D’Alema. C’è l’intera Puglia. C’è Taranto, dove la procura ha messo ripetutamente sott’inchiesta le ultime tre amministrazioni di centrodestra i cui rappresentanti sono stati «condannati a trascorrere decenni nelle aule di giustizia a discolparsi all’infinito da ogni genere di incriminazioni» – scrivono Metta e Francavilla –, senza riuscirci nel caso del povero Mimmo De Cosmo, ma solo perché morto anzitempo, stroncato dalle persecuzioni.

In procura a Taranto, nel 2007, a ridosso delle amministrative, calò l’allora sottosegretario Maritati, insieme a esponenti locali dei Ds. Voleva perorare un’accelerazione delle inchieste a carico degli ex amministratori di centrodestra. L’unico a ribellarsi fu il procuratore capo che parlò di un assedio stalinista al suo ufficio, «volto a fargli aprire comunque inchieste anche in assenza di adeguati fondamenti». E c’è Brindisi, dove il potere dalemiano imperniato sul triangolo Bargone–La Torre-Di Pietrangelo «avrebbe fortissimi riferimenti nel palazzo di giustizia - si legge sempre nel libro-shock – e aveva scientificamente massacrato la vecchia guardia democristiana e socialista, con la quale pure aveva condiviso molte vicende, quali la gestione – tramite il vicepresidente dell’Enel Valerio Bitetto, che chiamò in causa D’Alema – dei succulentissimi appalti della centrale nucleare a costruirsi negli anni ’80...».

L’inchiesta era quella sulle operazioni fatte intorno a un famoso rigassificatore inglese, inchiesta che si soffermò su alcune società off-shore in paradisi fiscali riconducibili a Bargone coinvolte nelle indagini che avevano inguaiato l’ex sindaco Antonino. Intanto nella metà del 1995 inizia a far parlare di sé, anche per inchieste «politiche», un altro magistrato predestinato a sedere a Palazzo Madama col Partito democratico: Gianrico Carofiglio. Sul pm-giallista si è abbattuta l’ira del ministro pugliese Raffaele Fitto a causa della moglie del neoparlamentare che è nel pool sui reati contro la pubblica amministrazione, competente quindi a indagare «sul Comune di Bari guidato da un collega e amico del marito».

Prima ancora la sinistra aveva puntato sul pm barese Nicola Magrone, oggi procuratore a Larino, autore di uno spettacolare arresto, «a ridosso delle elezioni politiche del 1994, con due imputazioni rivelatesi assolutamente fasulle, del Cda dell’Irccs “De Bellis” il cui presidente era stato designato quale possibile candidato del Polo. Fu il suo ultimo atto prima di mettersi in aspettativa in vista dell’elezione alla Camera». L’inchiesta poi abortì. Come sono abortiti tantissimi altri procedimenti nati nei confronti di esponenti del centrodestra a ridosso delle elezioni. Oggi l’andazzo si ripete a poche ore al ballottaggio dove concorre con qualche difficoltà l’ex pm della procura di Bari, Michele Emiliano. Sarà un caso, ma è sempre la stessa, identica storia. Stavolta con l’aggravante della sibilla D’Alema.

lunedì 15 giugno 2009

Il Pd per salvarsi prova a travestirsi da Pdl

Lo smontaggio della sinistra procede a ritmi sostenuti. Ogni giorno se ne va un pezzo. Ogni giorno c’è una nuova pena, c’è un pezzo di tradizione che vola via. La ricerca di nuove strade si fa disperata. L’angoscia dei militanti di sinistra è senza fine. «Che sarà di noi» si chiedono elettori stufi di dover trangugiare senza sosta bocconi amari. Il peggio per loro doveva ancora venire ed è arrivato. L’ultima, definitiva picconata l’ha data ieri Enrico Letta chiedendo a Bersani di rinunciare alla socialdemocrazia. Altro che Bad Godesberg. Bisogna proprio chiudere baracca e burattini. Salito baldanzosamente sul suo bulldozer il giovane ex ministro ha demolito quel che resta delle casematte della sinistra. Ma procediamo con ordine perché questa vicenda, ormai alle ultime battute, viene da lontano.

La storia della Bolognina la sapete. Si volta pagina e non se ne parli più. L’Ulivo divenne in pochi anni la casa rifugio per milioni di sopravvissuti. Ma Prodi chiedeva ancora qualcosa. Oltre l’Ulivo voleva un partito del tutto nuovo. Il suo principale luogotenente, Arturo Parisi, aveva addirittura intimato a Walter Veltroni, segretario dei Ds mentre D’Alema era premier, di sciogliere il partito.

Per qualche anno, tuttavia, la linea di resistenza sembrava tenere. La Terza Via di Blair e Clinton restituiva qualche possibilità di sopravvivenza ad una socialdemocrazia italiana che doveva solo spostarsi un po’ più a destra. I Ds enfatizzarono il mercato, i suoi intellettuali pensarono un po’ meno allo Stato, la riforma del Welfare diventò il banco di prova della nuova svolta. Il vento del liberismo afflosciava le vele della sinistra riformista ma la navicella restava in mare. Il sindacato intanto si metteva di traverso e inaugurava la stagione dello scontro frontale con D’Alema. Poi venne la stagione del Partito democratico.

La vecchia sinistra ammainò la bandiera del socialismo decidendo di trasferirsi armi e bagagli nel nuovo partito. Ai militanti perplessi fu detto che era l’unica strada per tenere in vita una prospettiva di sinistra in questo Paese. Bisognava fingere di morire per risvegliarsi più forti di prima. Quando Walter Veltroni si inventò il partito senza tessere, il partito non più di sinistra militanti ed elettori si guardarono attorno avviliti e nel momento delle dimissioni dell'ex sindaco di Roma ascoltarono estasiati D’Alema e Bersani licenziare la Terza Via e il mercatismo, elogiare il partito delle sezioni e il sindacato. Finalmente si torna a sinistra, avevano pensato in molti.
Fino a ieri. Fino a quando non ha preso la parola Enrico Letta, 42 anni ben spesi, giovane e promettente leader dei riformisti del Pd. Letta sta con Bersani, annuncia il Corriere della Sera. È fatta, il migliore di noi (a parte Massimo) con il migliore di loro. L’addio a Franceschini a quel punto diventava sicuro, malgrado il segretario avesse scatenato i suoi per smentire le voci sul proprio ritiro che ieri avevamo dato, sulla base di fonti certe, sul Giornale.

Bersani e Letta assieme, il ticket sognato dagli ex diessini, la coppia che fa sognare, come Kakà e Ronaldo. Si ricomincia a creare la sinistra. Niente di tutto questo. L’intervista è una vera doccia fredda. Il ragionamento di Letta si può sintetizzare così: la sinistra deve sparire. Se Bersani vuole il mio appoggio deve essere lui a dare l’ultimo colpo di piccone su ciò che resta della sinistra. Andiamo alla fonte e seguiamo le parole di Letta: «Bersani deve archiviare la socialdemocrazia». Fin qui uno pensa che Letta riproponga daccapo la Terza Via. Errore: «Voglio un partito autonomo dal sindacato... che sul contratto unico la pensi come Boeri ed Ichino... che si batta per l’innalzamento dell'età pensionabile... un partito delle liste civiche... che si apra ai moderati... che prenda i voti dei piccoli imprenditori, degli insegnanti, dei funzionari pubblici... che segua Rutelli e Follini». Letta non lascia spazio per le nostalgie, e non ha letto l’ultimo discorso di Gianfranco Fini: «La nostra identità non può essere ridotta alle due figure di Moro e Berlinguer». Amen.

L’ultimo miglio per i militanti del Pd che vengono dalla sinistra rischia di diventare un vero Golgota. Spariscono la Terza Via e il socialismo. Rutelli, Letta e Follini descrivono una cultura politica e un partito che non solo non assomigliano ad alcuna delle formazioni politiche del passato ma che fa sembrare «socialista» persino la piattaforma su cui venne eletto Walter Veltroni. Scavando fra le macerie, portati via i detriti, la nuova costruzione assomiglia a qualcosa che abbiamo già visto. Guardatevi attorno, sforzate l’ingegno e vedrete che la riconoscerete. Non vi pare che questa nuova «Cosa» ci sia già? Non vi pare che assomigli maledettamente al Popolo delle Libertà? Se ci mettete anche le posizioni dei sindaci Pd del Nord sulla sicurezza, non siamo di fronte a un modello di partito che si ispira anche un po’ alla Lega? A quando la richiesta di adesione al Partito popolare europeo? Ammainate le vecchie bandiere, lasciate perdere i voti dispersi a sinistra o andati con Di Pietro. Questa volta il contrordine è assai più severo. Compagni, arrendetevi.

lunedì 8 giugno 2009

Dario il "pallettaro", sotto il ciuffo la politica del nulla

Quale che sia il futuro di Dario Franceschini, il marchio gli resta: è un pallettaro. Nel gergo tennistico indica un giocatore senza idee né strategia. Uno che si limita a rimandare la palla dall’altra parte - a pallonetto, smorzata, al centro o di lato - come viene viene, pur di continuare a restare in campo. Il pallettaro non è lì per vincere, ma per opporsi ottusamente ai colpi dell’altro con la vivacità intellettuale di un muretto respingente. In conclusione: un giocatore a rimorchio dell’avversario, capace solo di addentargli il polpaccio.
È quanto è accaduto nel duello elettorale tra il leader del Pd e il Cav. Invece di enunciare un proprio programma, Dario ha aspettato le mosse di Berlusconi per rinfacciargliele con 24 ore di ritardo. L’uno diceva una cosa il lunedì, l’altro la deformava il martedì. Così per l’intera settimana e per quaranta giorni di fila quanto è durata la campagna elettorale. Di qui gli epiteti che Franceschini si è conquistato - LeggenDario, AbbeceDario, StupiDario, DromeDario, ecc. - , in sé sciocchini, ma indicativi della sua intercambiabilità, evanescenza, mancanza di serietà e inconsistenza che lo hanno portato alla sconfitta elettorale. A chiunque volesse infatti votare Pd, Dario non ha dato una sola buona ragione per farlo.
Nessuno ha capito cosa voglia, quale sia la sua idea dell’Europa e dell’Italia, quale la ricetta per l’economia, sul futuro del partito, sull’alleanza con Di Pietro, sui rapporti con i Vendola, i Ferrero, i gentiluomini dei centri sociali. Ha solo detto no a Berlusconi e manifestato il suo odio contro di lui. Una scorciatoia che ai suoi elettori non è bastata.
Alla sconfitta politica, si aggiunge quella personale. Già uomo di terza fila della democristianità, ulteriormente messo all’angolo un anno e mezzo fa con la nascita del Pd, (nonostante l’incarico di vicesegretario), Dario è venuto miracolosamente alla ribalta con l’uscita di scena di Veltroni in febbraio. L’imbelle Walter gli regalava l’occasione della vita. In tre mesi, l’ha sprecata rituffando il Pd nell’antiberlusconismo che da quindici anni porta male.
Non ha avuto visione né leadership. Ha dimostrato una notevole meschinità nel mestare sul privato del Cav. Lo ha fatto con un gusto del pettegolezzo che gli si è ritorto contro. Per un motivo semplice: in politica, come all’Opera, è meglio essere l’esuberante Don Giovanni che la servetta maligna con l’occhio appiccicato al buco della serratura. Come cattolico, dichiarato, reverente e praticante, ha dato prova di un compiacimento malato per i fatti altrui che getta una luce inquietante su certi appartenenti al gregge del Signore.
La sola proposta nei quaranta giorni è stata aumentare le imposte ai benestanti. Sulle finalità dell’extragettito è stato vago e vario. Una volta per soccorrere i terremotati dell’Aquila e farsi bello con loro, un’altra per i cassintegrati, una terza per dare uno stipendio ai co.co.co disoccupati. Solo punto fermo: aumentare le tasse. Giorni dopo però, afflitto da una paturnia opposta, ha rimproverato al Cav di non avere tolto le imposte automobilistiche (bollo auto) come promesso.
Ogni volta che Franceschini si è inoltrato nel campo a lui ignoto dell’economia ha fatto un guazzabuglio. Ha ripetuto spesso che il governo di fronte alla crisi ha lasciato soli gli italiani limitandosi ad aiutare il sistema bancario, ricco e prepotente. Fingendo di non capire - o, più probabilmente, non capendo - che le banche custodiscono i nostri risparmi, anche quelli della povera gente di cui si autoproclama alfiere. A ruota gli ha risposto Franco Debenedetti, un ex parlamentare Ds che ora, grazie a Dario, ha deciso di girare le spalle al Pd. «Con il buco di bilancio italiano - ha detto - bene ha fatto il governo a limitare i suoi interventi in economia e altrettanto bene a dare una mano alle sole banche che del rilancio sono il motore».
Peggio gli è andata quando, ispirato dalla sua Musa capricciosa, ha voluto mettere bocca sulla trattativa Fiat-Opel. Fallito in apparenza l’abboccamento dell’azienda torinese con la signora Merkel, Dario ha tuonato: «Governo pigro e incapace. Non ha fatto niente per la Fiat. Le istituzioni italiane dovevano far sentire il loro fiato sulla Germania». Una concezione, già per sé, paternalistica e caricaturale dei rapporti tra Stato e impresa privata. Ma neanche 24 ore dopo il diretto interessato e amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne, ha replicato: «Palazzo Chigi ha fatto quello che doveva fare: è stato lontano da questo problema e deve continuare a stare lontano fino a quando il progetto non si concretizza; solo allora ci sarà spazio per l’esecutivo di giocare la sua partita». Un modo garbato, ma eloquente, di dargli del pirla. Dario ha preso atto che aveva capito fischi per fiaschi ed è passato oltre come un ragazzino che, preso con le mani nella marmellata, se ne va zufolando.
Durante la campagna, Franceschini si è ispirato alla giornata dai quotidiani fiancheggiatori. C’è stata completa identità tra le polemiche da lui sollevate e gli articoli di Repubblica e dell’Unità, talvolta del Corriera della Sera e La Stampa, cui si è abbeverato. Penso sia il primo caso di un politico che si fa dettare l’agenda dai giornali, anziché l’opposto com’è normale. Anche questa mancanza di fantasia è il segno della sua inettitudine alla politica. Non succederà, ma se mai dovesse un giorno governare, avremmo uno Stato guidato dai quattro direttori dei su citati giornali e in balia del vento nei giorni di non uscita, Natale, Capodanno, Pasqua e pasquetta, Ferragosto.
Le probabilità di questa Repubblica delle banane sono però minime. Bene che gli vada, Franceschini arriverà indenne al congresso del Pd in ottobre. A quel punto si farà avanti Pierluigi Bersani che scalpita da un anno e ha mal digerito la mancata successione a Veltroni. Avrà alle spalle il protettore, Max D’Alema, che se non è più l’uomo forte del Pd è comunque l’ultima spiaggia del partito. L’uno e l’altro hanno lasciato Dario da solo in questi mesi in modo che ce ne potessimo fare liberamente un’idea. L’idea è fatta e l’insufficienza conclamata.
Il redde rationem però può arrivare molto prima: nei prossimi trenta giorni. Perso nel suo delirio anti Cav, Franceschini non ha mai chiarito dove il manipolo di eletti del Pd si collocherà nel Parlamento Ue. Il partito è infatti tricefalo. Gli ex ds propendono per il Gruppo dei socialisti europei; prodiani e margheritini per l’Alleanza dei liberali e democratici; altri - ma contro i regolamenti Ue - per un gruppo a sé che sottolinei la particolarità italiana. Che fare? Il silenzio di Dario è stato riempito da D’Alema che ha detto: «Non entreremo nel partito socialista. Faremo un raggruppamento nuovo che però non sia separato dai socialisti ma sia coi socialisti». Come dire: non siamo, però siamo e staremo con chi siamo. Ricordo che D’Alema ha fama di testa più lucida della sinistra.
La decisione va presa entro il 9 luglio. Se il capra e cavoli dalemiano non funziona, la diaspora sarà inevitabile. Gli ex ds e gli ex dc - tipo Franceschini e Rosy Bindi - con i socialisti. Gli altri, chi qua e chi là. Il Pd uscito ieri dalle urne sarà dimezzato e non ho la palla di vetro per sapere che fine farà Dario. Ma la scelta è limitata: o finisce in soffitta o tra le ortiche.
Non sarà in ogni caso una gran perdita. Neanche per la sinistra. In cinquanta anni di vita, Franceschini non ha prodotto un’idea originale. Nemmeno cose come il «buonismo» di Veltroni o il «cattivismo» dalemiano. È, dalla nascita, un uomo né carne, né pesce. Ferrarese di ottima famiglia, è vissuto nella bambagia. Cresciuto nell’ambiente parrocchiale, si è però adeguato perfettamente all’egemonia comunista dell’Emilia-Romagna, la Regione rossa per eccellenza.
Non erano queste, invece, le tradizioni di famiglia. Ricorderete che quest’inverno, assumendo la segreteria del Pd, Dario giurò platealmente sulla Costituzione con a fianco il padre. Un vigoroso ottantottenne, di nome Giorgio, già partigiano bianco nell’ultimo conflitto. In quella presenza c’era certo più amore paterno che soddisfazione per la promozione del figlio a capo degli ex comunisti. Giorgio, infatti, era stato in gioventù fieramente anti Pci. Fu deputato dc per una legislatura negli anni Cinquanta e legato a filo doppio con Mario Scelba, il severo custode dell’ordine, prima come ministro dell’Interno, poi da presidente del Consiglio, contro le manifestazioni di piazza togliattiane. Papà Franceschini pagò la sua coerenza antimarxista anche nella professione di avvocato. Non venne a patti con l’asfissiante potere locale della sinistra ed ebbe una clientela limitata.
Tutto il contrario del figlio che, avvocato pure lui, ha tuttora un grosso studio a Ferrara, con diversi colleghi e una bella sede in Via Bersaglieri del Po. Tra i clienti del consorzio avvocatesco franceschiniano primeggiano le Coop rosse e la stessa Unipol, per anni scrigno finanziario del Pci. Questa duttilità verso le amministrazioni rosse ha evitato a Dario le traversie del babbo e consentito una vita più agiata.
Bel ragazzo, detto Ciuffoletto per la chioma vaporosa, Franceschini jr. ha sempre inclinato verso la democristianità di sinistra. Si iscrisse a 18 anni alla Dc quando Benigno Zaccagnini (altro partigiano bianco) ne prese la guida. È tuttora il suo idolo e ne conserva il ritratto nello studio. Passò poi con Ciriaco De Mita, leader della sinistra dc post zaccagniniana, che per compensare Dario dei suoi servigi lo infilò nel collegio sindacale dell’Eni. L’amicizia durò a lungo ma si è definitivamente esaurita due anni fa quando Veltroni cacciò l’ottantenne Ciriaco dal Pd senza che Dario abbia battuto ciglio.
È la dura legge del cambio generazionale che potrebbe ora abbattersi - ahimè con quanto anticipo! - sul nostro Ciuffoletto.

sabato 6 giugno 2009

Detersivi, Real Madrid e battute copiate StupiDario elettorale di un leader in crisi

Se Forrest Gump ci ha insegnato qualcosa, è che «stupido è chi lo stupido fa». Non c’è patente di minchioneria che tenga: non si giudicano le persone, ma le loro azioni e le loro parole. Quindi, se il leader del Pd sforna boiate come se pescasse dalla borsa senza fondo di Eta Beta e addirittura pubblica un video elettorale su un sito di filmati pirata su internet, è divertente fare una succulenta e - per quanto possibile - divertita cernita delle sue corbellerie.
Lo StupiDario di Franceschini ha raggiunto in questi giorni il suo climax, come la sarabanda finale degli spettacoli pirotecnici. Madre delle uscite infelici è quel «fareste educare i vostri figli da Berlusconi?» che lo ha costretto a chiedere scusa e a incassare i rimbrotti anche dai suoi colleghi del Pd: in un attimo ha perso ogni credibilità sulla vicenda e ha dovuto abbassare le orecchie come un cocker. Geniale. Però il segretario non si è lasciato intimorire e ha puntato forte sul suo sense of humour: «Ho scoperto di avere i superpoteri, dato che per il Pdl influenzo i giudici». E in effetti se il Pd affonda alle Europee, lui sparisce come l’Uomo Invisibile. E ancora «il premier in campagna elettorale sembra che venda detersivo», oppure «sui rifiuti di Palermo fa promesse per dopo il voto, tanto “fatta la festa, gabbato lo santo”».
Il problema è che a «Ciuffolino» Franceschini le battute non riescono bene. È un po’ come l’oratoriano che c’è in ogni classe di liceo, che si impegna tanto ma non fa ridere manco se ti fa il solletico. Oddio, in realtà l’effetto spassoso lo ottiene, ma quando non vorrebbe. Quando dice «rivendico il bilancio positivo di Veltroni» la gente effettivamente ride assai. E quando poi si lascia scappare «se perdo le elezioni mica vado in Africa» pure. Veltroni escluso, che lo sfottò pare non l’abbia preso benissimo. Perché a volte pare proprio che non se ne accorga, che quando apre bocca fa solo danni. Si appella «all’unione dell’opposizione» e il giorno dopo litiga con Di Pietro; attacca il candidato-portiere del Pdl a Firenze dicendo «Galli è improvvisato» e poi magnifica la velista Alessandra Sensini candidata del Pd dicendo «le sue medaglie parlano per lei». Insomma, il dubbio che sia contagiato da Jerry Lewis e Fracchia c’è.
Le metafore sono il suo pezzo forte. Ne ha una confezione famiglia pronta all’uso: «Paragonare Blair a Mario Mauro? Come Maradona con Beccalossi». Secondo tempo: «La sfida politica in Italia dal 1994 è truccata dai mezzi di informazione: come giocare Spal-Real Madrid al Bernabeu tutto il campionato». Che sottointende anche un’altra verità: il Pdl è da Champions league e lui da serie C. Altro capitolo dello StupiDario sono le ossessioni. Tra il paranoico e il grottesco: «Berlusconi sta chiuso nel suo bunker di lusso ma deve capire che il mondo non è di plastica». E va be’, lo metteremo nel sacco nero. «L’8 giugno c’è un rischio per la democrazia», «le ronde sono come le camicie nere», e ancora «Berlusconi ha in mente un modello uzbeko». D’altronde lui quando è stato investito leader ha giurato sulla costituzione come se fosse Lincoln, se ne intenderà, no?
Come ogni cabarettista, ha pure lui i suoi tormentoni. Che rimano con Berlusconi. Se si tiene la tv accesa su un suo discorso a caso e si presta attenzione solo al suono, si sentirà «barabarabam... Berlusconi... pimpiripettenuse... Berlusconi». È il suo mantra: «Berlusconi dice di essere il leader più popolare del mondo? Io so che piace anche su altri pianeti»; «Berlusconi al G20 ci va in gita scolastica»; «Berlusconi senza sondaggi non dorme bene, ma io so che avrà il 92%». Addirittura, una volta gli è riuscito di essere spiritoso. Ospite in tv della Bignardi, ha raccontato la barzelletta di Berlusconi che chiede a un bimbo quanti anni ha. «Tre», gli risponde il piccolo. E il Cavaliere gli fa: «Alla tua età ne avevo 5». Divertente. Peccato che l’avesse già raccontata Berlusconi stesso qualche mese prima.
Insomma, mentre si affanna a rincorrere tutti, a Franceschini è scesa la catena della lucidità. E ha inforcato decine di dichiarazioni tra l’arlecchinesco e il grullo: «A Trento (dove il Pd stranamente non è affondato, ndr) vince l’Italia reale che non si fa condizionare dalle fiction». E ancora «Berlusconi è clerico-fascista», detta subito prima di correggere il tiro con un «la maggioranza è contro la Chiesa». Per non parlare delle sue tenere autodifese: «Finché ci sono, io sono l’unica voce del Pd» (magari l’unica che non urla) o «la guerra tra bande nel Pd interessa solo a 2-3 politologi», o ancora «al loro leader i democratici tirano calci nelle caviglie: io sono segretario da otto giorni ed è già un record» e «basta con i gufi che disegnano scenari lugubri per il Pd».
E in effetti gli scenari sarebbero meno plumbei se Dario pensasse fino a dieci prima di parlare. 1, 2... Magari non invito Berlusconi al 25 aprile con il risultato che poi quello ci va e lo loda pure Scalfari di Repubblica... 3, 4... magari non dico «tra moglie e marito non mettere il dito» salvo poi dichiarare a Chi che «uscirei a cena con Veronica a patto di non parlare di Silvio» chiosando con un «la politica del gossip ci danneggia»... 5, 6... magari non dico di Garimberti che «è super partes, non nostro» solo quando vota i direttori Rai fregandosene delle indicazioni del Pd... 7, 8... magari mi risparmio la beatificazione di Sassoli che dal Tg1 si candida «per una scelta di vita e di servizio»... 9, 10... e magari la pianto di dire che «gli italiani non sono stupidi e hanno capito che Berlusconi li prende in giro». Metti che gli italiani non sono stupidi sul serio e capiscono che a prenderli in giro sono io...

mercoledì 3 giugno 2009

«Io, portaborse in nero, vessato dal deputato legalitario dei Ds»

«La cosa che fa più male è che quando mi dicono “beato te che lavori per un uomo come l’onorevole X” non posso neanche urlare che è un incubo, non una fortuna». L’incubo ha il volto specchiato di un politico progressista che da quasi dieci anni paga in nero un suo dipendente. E che ora ha fatto un salto di qualità: di fronte alle legittime rivendicazioni dell’intero staff, da mesi ha pensato bene di chiudere del tutto i cordoni della borsa, optando per le minacce di licenziamento.
Il Portaborse anonimo, sfruttato, malpagato, dimagrito e sottomesso, cresce al sud, in una famiglia fieramente antifascista. Abbraccia cattolicesimo e socialismo, collabora con numerosi giornali. «Poi vengo contattato da un candidato sindaco per curargli la campagna elettorale. Questo arriva in un quartiere popolare della sua città e commenta: “Be’, non c’ero mai stato qui”. Ecco. Avrei dovuto capire subito: se la sinistra punta su queste persone così lontane dalla gente, Berlusconi vincerà per 40 anni». Ma il Portaborse non si scoraggia e prova a farsi strada nel sindacato, come addetto stampa. Una struttura seria, importante, da sempre schierata con i precari: «Peccato che appena ho chiesto la regolarizzazione sono stato buttato fuori: che non mi permettessi di fare vertenze nei loro confronti. E io, che per il mobbing avevo perso dieci chili, ho lasciato perdere».
Il Portaborse finisce in terapia: depressione cronica. Nel sud senza lavoro lui prova a proporsi ai comunisti: «Dopo 7 mesi impegnato per loro 12 ore al giorno, mi sbilancio e chiedo lo stipendio. La risposta? “Ah, pensavamo fossi un volontario”». E poi ci si chiede perché «i compagni che hanno visto come funziona la sinistra meridionale ora piuttosto di votarla non vanno più alle urne».
Nella desolazione di ideali infranti, qualcosa si muove. «Un mio mito, un politico dei Ds, un uomo che ha fatto della legalità una ragione di vita e una bandiera, mi chiede di scrivere i comunicati, organizzare le interviste, curare la sua immagine». Ma la storia è la stessa, quella di una sinistra per cui i lavoratori sono solo un punto su un programma elettorale: «In quasi dieci anni al suo servizio, reperibile sette giorni su sette, sono sempre stato retribuito in nero - spiega -. Siamo diverse persone nella stessa condizione: 500 euro al mese. Contributi previdenziali a nostro carico. Una vita di merda per una vecchiaia da fame».
Eppure l’immagine pubblica del politico parla un’altra lingua. Uomo integerrimo, ogni suo intervento è una condanna delle collusioni, del malcostume. Ovviamente sempre degli avversari: «Sono cresciuto pensando che le porcherie le facessero solo quelli di destra - continua l’Anonimo ghost writer -. Invece confrontandoci tra colleghi ci siamo accorti che la verità è un’altra: i collaboratori di politici di centrodestra sono trattati umanamente. Sono quelli di sinistra a fare cose oltre lo sfruttamento». Un cocktail tra prepotenze e atteggiamenti pilateschi: «Una volta dovetti cambiare aria per un po’, non certo per una vacanza. Al mio ritorno non trovai lo stipendio. E il mio deputato mi disse: “Eh, questo mese non ci sei stato...”». Peggio del peggiore dei magnati proni al dio profitto.
Anni a fare da spettatore a clientele, buoni benzina, tentativi di by-passare le graduatorie per l’assegnazione delle case popolari, raccomandazioni per le assunzioni in tv. Il malcostume generale che diventa particolare: «Siamo in tanti a non poterne più, ma denunciarle è difficile. Se perdo il lavoro come campo? Mi fanno terra bruciata intorno. E poi questi personaggi hanno amicizie importanti tra i magistrati. Anche se non hanno mai lavorato, non sanno fare niente. Sa quante volte mi ha chiesto di occuparmi di una cosa perché lui non ne capiva nulla? Una volta ho citato Ennio Flaiano in un articolo e mi ha chiesto se era l’imperatore romano. L’altra volta dovevo accompagnare una troupe francese ad un comizio, ma quelli avevano il Gps e sapevano arrivarci da soli. La risposta dell’onorevole? “Ma su ’sto Gps avranno un posto anche per te, no?”».
Dietro il sepolcro imbiancato, poco. Un ribaltone etico, un’ipocrisia manichea: «È anche colpa mia. In questi anni ho svolto così bene il mio compito che ho creato intorno al mio datore di lavoro l’aura dell’intoccabile. Così lui si può permettere di essere solidale sui media con i lavoratori della Fiat, mentre cerca di disfarsi di quelli che dipendono da lui». Niente co.co.co., né co.co.pro., né aumenti. Anzi, una specie di guerra fredda più sinistra che sinistrorsa: «Neppure quando una persona a me vicina ha avuto problemi di salute e gli ho chiesto una mano per far fronte alle spese mediche mi ha accontentato. Anzi, ora da qualche mese non paga più nessuno perché mira a liberarsi di noi per assumere precari più giovani. Ripete solo di non avere i soldi. Poi viene pubblicata la sua dichiarazione dei redditi e scopriamo che ha acquistato appartamenti e terreni».
Si chiama predicare bene e razzolare male ed è un malanno più frequente dell’allergia da polline. Ma il Portaborse non ne può più: «Sentirlo pontificare su trasparenza e morale mi dà dolore fisico, mi si è pure ingrossato il fegato. Facile parlare di legalità. Basta che non sia a casa sua».