mercoledì 27 maggio 2009

Figli e nipoti giornalisti per finta Ecco gli intrallazzi del giornale Idv

La figlia del leader, il figlio del suo braccio destro Formisano, il figlio del braccio destro di Formisano, la nipote di un assessore Idv dell’Abruzzo, l’ex addetto stampa (Ferdinando Pelliccia) di un assessore regionale Idv in Campania, e per ultima un’altra aspirante giornalista, con credenziali diverse da quelle parentali: lei era apparsa nuda sulla rivista Blitz nel 1983, tra «Il diario erotico di Ilona Staller» e un miniposter staccabile di Gloria Guida «diva tv proibita» (come ha rivelato Panorama). Tutti raccomandati, amici del leader o figli di, tutti appassionatamente insieme nella redazione del giornale di partito, praticanti con tesserino dei giornalisti. Tanto, paga Pantalone, alla faccia del partito anti-casta. Parliamo di Italia dei valori, stavolta non del partito, ma del giornale omonimo.

Il quotidiano organo dell’Idv, nato e morto nel giro di un anno e mezzo (giusto il tempo di incassare circa 4 milioni di euro di fondi pubblici all’editoria), dal marzo 2006 al luglio 2007, chiuso improvvisamente e senza spiegazioni da Di Pietro. Una vicenda che si porta ancora dietro molti misteri e anche qualche strascico giudiziario. È quello che riguarda appunto l’ex modella di Blitz, Graziella Solaroli, candidata poi da Di Pietro alle comunali di Roma nel 2006 (ma rimediò solo 21 voti...) e imposta come praticante nel neonato giornale di partito nel febbraio 2006. Nessuno l’ha mai vista in redazione. Però l’ex candidata ha richiesto all’editore la certificazione del praticantato, sostenendo anzi che non la facevano lavorare.

Un’altra praticante mai vista in redazione era Anna Di Pietro, figlia di Tonino. «Di Pietro mi chiese la certificazione del praticantato - racconta raggiunta al telefono dal Giornale l’ex direttore di Italia dei valori, Delia Cipullo - dopo sei mesi che ci aveva fatto chiudere il giornale, lasciandoci alla fame, aveva pure il coraggio di chiedermi quel certificato! Anche in quel caso dissi di no, perché sarebbe stato falso, visto che sua figlia non aveva svolto veramente il praticantato». Quando l’anno scorso la Cipullo denunciò questa storia da figli so piezz ’e core, Di Pietro si difese ad Annozero dicendo che erano tutte falsità, «querelerò, querelerò», minacciò Tonino. «Non ha querelato» spiega la Cipullo, che rivela anche una censura santoriana. «Provai a chiamare Annozero per rispondere in diretta a Di Pietro e dire come stavano le cose. Telefonai inutilmente: non mi fecero parlare».

Il quotidiano dell’Idv aveva come direttore editoriale Nello Formisano, plenipotenziario campano di Di Pietro (prima senatore, oggi deputato Idv). Il primo giornalista contattato per fare il direttore responsabile fu Marco Travaglio, ma chiese una cifra troppo al di sopra delle possibilità dell’editore, e la cosa finì lì. Siamo all’inizio del 2006, due anni prima della dichiarazione di voto di Travaglio per l’Idv. Dunque era già un dipietrista convinto. Formisano scriveva spesso articoli per il giornale Idv, come molti altri parlamentari Idv, tra cui ovviamente Tonino che però aveva di più, una rubrica tutta sua in prima pagina chiamata «L’angolo Di Pietro». E qui arriviamo al mistero della chiusura. «Di Pietro scrisse la sua rubrica ancora due giorni prima di convocare l’editore al ministero (nel luglio 2007 era ministro delle Infrastrutture, ndr) per comunicargli che da lì a tre giorni l’Idv non avrebbe più concesso al giornale lo status di organo del partito. Voleva dire toglierci i finanziamenti, lasciarci sul lastrico e toglierci il lavoro. E sa una cosa? Non si è mai capito perché decise così improvvisamente di tagliare il suo quotidiano».

C’è chi fa notare la coincidenza temporale tra la chiusura del giornale Idv (di fatto, una creatura di Nello Formisano) a fine luglio del 2007 e le notizie avute da Di Pietro proprio in quei giorni sulle indagini in corso a Napoli circa le telefonate tra Mautone e i dipietristi campani (molte di quelle conversazioni erano proprio con Formisano). Ma è solo una supposizione.

Quel giornale d’altra parte era già nato in modo ambiguo, sotto l’egida dell’allora dipietrista Sergio De Gregorio (all’inizio la sede del giornale era quella napoletana del movimento Italiani nel mondo) insieme all’editore Antonio Lavitola, cugino di quel Walter Lavitola che poco tempo prima aveva riesumato l’Avanti!. L’ex pm di Mani pulite patron politico di un giornale di un editore filo-craxiano? Sembra un paradosso, ma non è lontano dalla verità.

E l’ex candidata Graziella Solaroli, che fine ha fatto? Nel partito non si sente più. Qualcuno dice sia Grazia Visconti, giornalista e scrittrice autrice di inchieste sul mondo delle escort di lusso. Chissà. Però era proprio quello il nome con cui l’ex modella di Blitz Graziella Solaroli firmò i tre pezzi (mai pubblicati) sul quotidiano Italia dei valori.

sabato 23 maggio 2009

Il trucco di Tonino per incassare soldi pubblici

Tana per Tonino! È finito il gioco a nascondino di Antonio Di Pietro. Abbiamo trovato l’atto che l’ex pm teneva nascosto: il verbale di modifica dello statuto Idv, documento fondamentale per capire se il cambiamento nella gestione dei soldi pubblici pubblicizzato dal paladino della legalità è reale o di facciata. Messo alle strette dal Giornale che aveva documentato le anomalie nella gestione delle finanze dell’Idv, in una confusione di ruoli tra Associazione di famiglia (che si sostituisce al partito nella percezione e gestione dei fondi elettorali) e Movimento-Partito (che deposita le liste), a inizio anno l’ex pm giurò che avrebbe messo le cose a posto a cominciare dallo statuto del partito. E così sembrava aver fatto, il 9 gennaio scorso, recandosi dal notaio di fiducia di Bergamo, Giovanni Vacirca. Sembrava, appunto. Perché da subito l’ex pm – accusato di una gestione «personale» dei soldi del partito - non rese pubblico l’atto sottoscritto, impedendo a chiunque di sapere chi, e a che titolo, aveva messo la firma in calce al documento. Forse il Nostro non voleva si sapesse che le cose erano rimaste tali e quali a prima, che il tanto sbandierato «nuovo statuto» non era mai entrato in vigore anche perché mai approvato dall’assemblea degli associati, cioè dagli iscritti dell’Idv, ma solo dall’associazione di famiglia. Insomma, il buon Di Pietro aveva paura che si scoprisse il bluff. Per questo motivo aveva detto al notaio di non fornire quel documento al Giornale, che da giorni chiedeva chiarimenti in merito. Purtroppo per il leader Idv, alla fine, quell’atto il Giornale è riuscito a recuperarlo. E dalla lettura emerge la prova che la modifica dello statuto avvenuta il 9 gennaio 2009 è appunto solo un’operazione di facciata, perché effettuata dal solo Antonio Di Pietro, in qualità di presidente dell’Associazione Italia dei valori, ovvero dell’associazione di famiglia composta da Tonino, dalla moglie, dalla tesoriera Silvana Mura. L’unica firma in calce al documento è la sua. Dunque, l’associazione di famiglia che in via di fatto percepiva i rimborsi elettorali al posto del partito, rimane, eccome. Ed essendosi auto-approvato l'ennesimo statuto della sua associazione di famiglia, Di Pietro vorrebbe tutto proseguisse com’era. Sostituendosi al partito, nella consueta carenza di controlli della Camera nella percezione e nella gestione dei fondi elettorali. È chiaro che non basta che l’associazione di famiglia modifichi il proprio statuto dichiarando di essere un partito, perché quello statuto diventi lo statuto del partito, che nulla mai ha approvato. Di Pietro e le due socie continueranno a gestire i quattrini pubblici senza che nessuno, nel partito o nell’Ufficio di Presidenza del Movimento (un soggetto «virtuale» in quanto mai approvato dagli iscritti del Movimento politico) possa dire nulla. Ma ci sono anche altri aspetti che non tornano. Il 9 gennaio 2009 Di Pietro ha modificato lo statuto richiamandosi al primo statuto Idv approvato il 29 settembre 2000. E in forza di questo richiamo si è attribuito il potere che derivava allora al Presidente di convocazione dell’assemblea generale (art.6). Questo statuto del 2000 è stato però sostituito da più statuti successivi (9 gennaio 2001, 21 marzo 2001, 5 novembre 2003, 24 luglio 2004). L’ultimo, quello vigente, del 2004, attribuisce la rappresentanza legale, e quindi il potere di convocazione dell’assemblea dell’associazione, non al Presidente del partito ma alla tesoriera Silvana Mura che il 9 gennaio 2009 non era presente. Ha convocato lei l’assemblea? E se mai l’ha fatto, perché non ha conferito la delega di rappresentanza della sua qualità di socio a Di Pietro che andava dal notaio? E come mai nell’atto non compare nemmeno la delega della moglie, socia anch’essa? Insomma, un’operazione che somiglia a un gioco delle tre carte. Di Pietro ha annunciato d’aver modificato lo statuto ma si è ben guardato – per mesi – dal rendere noto il verbale di modifica. Perché lo statuto sì e il verbale no? Lo abbiamo chiesto ripetutamente al suo notaio di Bergamo che, all’inizio, dopo aver chiesto l’autorizzazione al leader, con non poco imbarazzo ci ha fatto sapere che l’onorevole non gradiva dar pubblicità al documento. Forse perché dalla lettura dell’atto notarile - come anticipato - si scopre che Di Pietro è andato a Bergamo da solo e ha disposto la modifica dello statuto dell’associazione di famiglia quale presidente della stessa. Inutile dire che non c'è uno straccio di delibera assembleare del partito, che del resto non ha mai approvato nulla, neppure i rendiconti previsti dalla legge n. 2 del 1997 che sono stati invece sempre e solo auto approvati, ancora una volta dallo stesso Di Pietro quale presidente dell’associazione. E poi, se questa non fosse la prova che qualcosa non torna nella gestione del partito, perché Di Pietro avrebbe voluto tenere nascosto proprio quest'atto, prima non pubblicandolo sul sito del partito e poi negando al suo notaio l’autorizzazione a renderlo pubblico? Un atto pubblico per legge, si badi, che Di Pietro ha tentato di non rendere pubblico. C'è molto di strano, in tutto questo. È come se Franceschini andasse dal notaio di fiducia e modificasse lo statuto del Pd. Ovvio che nessuno nel Pd riterrebbe legittimo il nuovo statuto. Ma per l’Idv, evidentemente tutto è possibile. Sempre per rimanere nel paragone con l’alleato, lo Statuto del Pd è stato approvato nel febbraio 2008 dall’Assemblea costituente del Pd, composta da quasi 3mila delegati. Non certo dal solo Walter Veltroni. Dunque, statuto ad personam e partito ad personam. Alcuni parlamentari dell’Idv, contattati dal Giornale, confessano imbarazzati: «Ricordo che in un esecutivo si parlò della modifica dello statuto, ma solo come valutazione preventiva. Non c’è stata in seguito nessuna votazione di quel nuovo testo, che come tale non è mai entrato in vigore. Spero si farà dopo le amministrative», dice uno di loro. «Ma quale statuto? Ma si sa che sono parole, è da anni che si parla di un congresso, e chi lo ha visto mai?», si sfoga un altro. Ricapitolando, dunque: la situazione è rimasta tale e quale a quella denunciata mesi fa dal Giornale. Resta la distinzione (riconosciuta dal Tribunale di Roma) tra Associazione e partito, e rimane quindi aperta la questione della gestione personale e senza regole né controlli dei fondi pubblici al partito. Certo, nel nuovo statuto c’è scritto che spetta all’Ufficio di presidenza, non più solo al Presidente, il compito di «approvare annualmente il rendiconto economico finanziario richiesto dalle vigenti leggi e il rendiconto con i relativi allegati previsti dalle leggi sulla contabilità dei partiti politici e sui rimborsi elettorali» (art. 10). Ma se lo statuto non è stato approvato dal partito, e se anzi è stato disposto solo da Di Pietro, che valore potrà mai avere? Nulla è cambiato, allora, se non in peggio. L’associazione di famiglia rimane. La sostituzione dell’associazione al movimento politico nella gestione dei finanziamenti pubblici anche. È e resta una associazione di tre persone, non un Movimento politico con migliaia di iscritti. Fino a prova contraria i fondi perciò continuano ad essere incassati dall’associazione di famiglia Di Pietro, i cui soci continuano ad essere, sino a prova contraria, Susanna Mazzoleni e Silvana Mura, oltre allo stesso Di Pietro. Ma quando, dentro l’Idv, verrà risolta per davvero questa situazione di partito-personalistico? Si badi che è stato lo stesso Di Pietro a dire, in una intervista a Repubblica, che l’Idv è ancora nella fase “personalistica”, cioè la sua. L’Idv non ha avuto mai congressi, ci sono soltanto degli Incontri nazionali, il settembre di ogni anno (nel 2008 c’è stato il terzo), ma che non hanno niente a che fare con i congressi, somigliano piuttosto a delle semplici feste di partito. Mai nessuno ha votato la leadership di Tonino, come nessuno ha votato lo statuto o la modifica dello stesso statuto a gennaio dell’anno scorso. Il partito è individuale (lo ha detto Di Pietro), ma i soldi sono pubblici. E sono milioni di euro, una bella fetta in arrivo tra un mese, entro il 31 luglio. I rendiconti dell’Idv che la legge riserva solo a partiti o movimenti politici, sono stati approvati dal 2001 al 2007 dal solo Di Pietro quale presidente dell’associazione ristretta o di famiglia, che partito non è. Decine di milioni di euro sono stati pagati dalla Camera al soggetto «sbagliato», cioè all’associazione di famiglia che s’è sostituita al movimento, in un conto corrente intestato all’associazione stessa. Ad oggi niente è cambiato: i soldi son destinati a finire nelle casse dell’associazione, dove finivano prima della grande pulizia annunciata da Antonio Di Pietro.

venerdì 22 maggio 2009

Di Pietro, comizi con un condannato

ltro che partito degli onesti, punto di riferimento della legalità, eccetera eccetera. Dentro l’Italia dei Valori è un pullulare di indagati e condannati. E se Antonio Di Pietro è spietato coi condannati degli altri partiti, con i «suoi» esponenti è evidentemente molto più tenero. L’ultimo della lista nera si chiama Alessio Lizzano, 43 anni, dominus della struttura politica del consigliere regionale dell’Idv in Calabria, Maurizio Feraudo. Lizzano è stato condannato a un anno dal Tribunale di Reggio Calabria (competente sul Consiglio regionale calabrese) per una storiaccia di rimborsi erogati dalla Regione per missioni fantasma da Acri (Cosenza) a Reggio Calabria tra l’estate 2005 e fine 2007. Ma non ha smesso di fare politica. Anzi. Qualche giorno fa, il 9 maggio per l’esattezza, come si vede nel sito internet di Feraudo, Lizzano si è fatto immortalare sul palco con Antonio Di Pietro durante una manifestazione Idv proprio ad Acri.

Il processo che ha portato alla sua condanna era nato dalla denuncia di un ex collaboratore di Feraudo, Andrea Scaglione, entrato come autista nello staff del consigliere Idv dopo le Regionali del 2005. Poi lo strappo. Tanto che Scaglione si era addirittura autoaccusato, sostenendo che Feraudo lo aveva costretto a versargli delle somme di denaro dietro la minaccia del licenziamento. La procura di Cosenza aveva aperto un’inchiesta sulla presunta concussione. Il tribunale reggino ha indagato Feraudo e altri quattro collaboratori (lo stesso Lizzano, Salvatore Straface, Pierluigi Candia e Salvatore Cozzolino) per falso e truffa. Il gip di Cosenza aveva archiviato la posizione di Feraudo, «salvato» dalla dicitura apposta sulle ricevute «visto e accertato l’avvenuto regolare espletamento delle missioni ne propone la liquidazione». Secondo i magistrati cosentini ad alterarle materialmente sarebbe stato l’ex autista (che ha patteggiato 10 mesi e 800 euro di multa) mentre secondo Scaglione Feraudo avrebbe comunque incassato le somme indebite.

Anche il gup reggino Santo Melidona aveva assolto Feraudo con rito abbreviato (chiesto dallo stesso consigliere Idv) dall’imputazione per truffa «perché il fatto non sussiste» e da quella di falso «perché il fatto non costituisce reato». Assolti anche Straface, Candia e Cozzolino. Un sospiro di sollievo per Feraudo, la cui eventuale condanna mal si conciliava con il suo impegno politico. L’unico condannato (un anno di reclusione, pena sospesa) è stato proprio Lizzano, per il quale anche il pm reggino Danilo Riva aveva chiesto la condanna durante la requisitoria. La cosa curiosa è che Lizzano è stato «assunto» dalla Regione Calabria come componente dello staff di Feraudo, e percepisce regolarmente circa 3.200 euro al mese dalla Regione. I suoi incarichi? È anche consigliere comunale del suo paese natale (Albidona, provincia di Cosenza), consigliere della Comunità Montana Alto Jonio nonché consigliere nazionale Uncem. E soprattutto - si legge nel Bollettino ufficiale della Regione - è stato «responsabile amministrativo» del consigliere Feraudo dall’1 settembre 2006 ma anche «autista» presso la struttura speciale del Presidente del gruppo misto (sempre Feraudo) dall’1 marzo 2006, e persino collaboratore esperto al 50%. Di chi? Di Feraudo. Dunque Lizzano è a busta paga dell’ente che, secondo la decisione del tribunale reggino, Lizzano avrebbe truffato. Ed è solo per «il ruolo di prestigio che occupa nel partito» (parole di Feraudo) non è stato scelto come candidato Idv nel collegio di Rocca Imperiale alle prossime elezioni provinciali di Cosenza.

D’altronde il braccio destro di Feraudo, che su Facebook ha messo in bella vista una sua foto con Leoluca Orlando, capolista Idv alle Europee nella circoscrizione Isole, è in buona compagnia. Non sono pochi infatti i seguaci dell’ex pm, da Nord a Sud, coinvolti in vicende giudiziarie. Anche Di Pietro è indagato per i finanziamenti all’Idv e dall’ordine degli avvocati per aver «tradito» un ex amico e cliente. Dall’ex consulente Idv Paride Martella, arrestato nell’inchiesta sulla società «Acqualatina» ai dipietristi liguri Gustavo Garifo (arrestato per aver lucrato sugli incassi delle multe) e Andrea Proto (reo confesso, fece firmare un morto). Senza dimenticare il segretario Idv di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Vatiero, che secondo i magistrati avrebbe favorito alcune Spa in cambio di quote societarie o l’ex sindaco di Lungro (Cosenza) Vincenzo Iannuzzi, condannato nel 1992 per «falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale» e candidato da Di Pietro al Senato nel 2006.

giovedì 14 maggio 2009

LA DINASTIA NORDCOREANA DI TONINO

C’è da rivalutare Kim il Sung per la sua modestia e le acque del Gange per la loro trasparenza, dottor Di Pietro: non ci viene nessun altro paragone rispetto alla sua personalistica gestione del Partito e rispetto all’oscuro statuto interno che sino a prova contraria (e ce la mostri questa prova contraria, dottor Di Pietro) fa di lei il percettore unico di milioni di euro che erano stati previsti a sostegno di organismi democratici, lo sappia: non della sua familistica saccoccia.
Lei, dopo essersi rimangiato la consueta minaccia di querele, aveva detto che avrebbe modificato lo statuto, e a un certo punto ha detto semplicemente che ok, l’aveva fatto: si potrebbe saperne di più? Dovremmo fidarci? Vogliamo scherzare? Fidarci di uno che ha modificato i suoi comportamenti da furbastro solo quando è stato beccato col sorcio in bocca? Ci stiamo riferendo solo ai suoi intrallazzi di partito, tranquillo, non alle conclamate balle su prestiti & favori che lei raccontò al Paese e persino ai suoi colleghi del Pool. Stiamo parlando per esempio del mutuo delle sue case di Roma e Milano che lei faceva pagare al Partito sotto forma di affitto, la circostanza la svergognò persino agli occhi del suo Ugo Intini ad personam, Marco Travaglio: promise di non farlo più, e invece, perlomeno a Roma, lo fa ancora. Stiamo appunto ritornando all’unico partito delle vicine galassie di cui un solo organismo cellulare (lei) è formalmente proprietario e nel cui consiglio si può accedere solo con il suo consenso: lei è dunque l’unico al quale andranno tutti i soldi del finanziamento pubblico (il resto del Partito è finanziato coi soldi degli iscritti) e lei rimarrà presidente a vita giacché né gli iscritti né un eventuale vero congresso potranno mai sfiduciarla: se il Partito Nazionale Fascista avesse avuto uno statuto del genere, come ha osservato Alberico Giostra nel libro a lei dedicato, Benito Mussolini il 23 luglio del 1943 non si sarebbe dovuto dimettere.
Daccapo, allora: si può vedere l’atto notarile con cui ha sancito la modifica statutaria? Chi l’ha firmato? Sua moglie c’è ancora? Chi l’ha approvato? L’ha approvato qualcuno del Partito, chessò, un’assemblea, o sempre voi dioscuri dell’Associazione? Ah già, l’associazione, una cosa così trasparente che ogni volta tocca rispiegarla. Allora. L’Italia dei valori è affiancato da un associazione costituita da Di Pietro (Presidente) e da Silvana Mura (tesoriera) e da Susanna Mazzoleni (moglie di Di Pietro) nel cui consiglio si può entrare solo con il consenso del Presidente (Di Pietro) al quale andranno tutti i soldi del finanziamento pubblico, questo mentre il Partito e le singole campagne elettorali sono finanziati come detto coi soldi degli iscritti; il presidente del partito corrisponde solo al presidente a vita dell’associazione, cioè di Di Pietro, e la Tesoreria del partito appartiene alla tesoriera a vita dell’associazione, cioè a Silvana Mura, cioè a Di Pietro; né gli iscritti al Partito né un eventuale congresso democratico possono sfiduciare il Presidente, cioè Di Pietro: saluti dalla Corea del Nord.
Ecco, è cambiato qualcosa? Sì o no? Non è che avete fatto tutto voi come al solito, ciò che potrebbe non avere alcun valore giuridico? C’è un avvocato, in causa con lei, che già lo sostiene: ma noi no, noi non sospettiamo che lei abbia architettato qualche nuova gabola: noi ne siamo assolutamente certi. Vorremmo soltanto vederla. Aspettiamo la prova contraria. Sino a essa non ci sarà sicuramente nessuno, tantomeno nel suo partito, disposto a credere che lei possa voler rinunciare a dirigere l’attività politica e organizzativa, rappresentare il partito in tutte le sedi, nominare il tesoriere, approvare i rendiconti e i consuntivi, essere titolare del simbolo che lei ha copiato e scippato alla Larus di Bergamo (la casa editrice con cui fece tre libri) e ancora convocare e presiedere l’esecutivo del Partito, costituire e dirigere l’ufficio di presidenza, sovrintendere al centro elaborazione dati, modificare appunto lo statuto, approvare anche gli statuti regionali, commissariare le federazioni, ripartire i finanziamenti, assegnare gli incarichi retribuiti, piazzare il figliolo, essere persino titolare dei siti Internet nazionali e della stampa del giornale di partito: Kim il Sung, e chi sei.
Il bello è che l’Italia dei Valori non nacque così com’è adesso: da principio era aperto a più soggetti e quantomeno ai 248 personaggi che lo fondarono a Sansepolcro. Poi, all’insaputa persino del numero due del Partito, ossia quell’Elio Veltri che la conosceva da 14 anni e che infatti le sbatté la porta in faccia, l’Italia dei Valori fu trasformato da Partito a partita a tre. Di notaio in notaio, l’autocrate, cioè lei, giunse all’attuale triumvirato che controlla decine di milioni di euro (e tanti stanno per arrivare) senza nessun controllo di nessun genere da parte del Partito a cui pure sono ufficialmente destinati: a meno di intendere che il Partito sia lui, Di Pietro, cioè lei. E infatti l’unico controllo di bilancio, per ora, lo sta facendo il Giornale. Non s’è mai vista un’assemblea dei delegati (non dico un congresso) e tanti saluti a una legge che lei, Gran Tonino, fingeva sempre di schifare, e che nelle intenzioni, comunque sia, prevedeva dei rimborsi per un partito, non per un’associazione che ha per simbolo il suo codice fiscale. Quindi forza, Gran Tonino, ci dica come stanno le cose, ci dimostri che le sue astuzie da mozzaorecchi non sono servite solo a fare ciò che le ha fatto abbattere una Repubblica: usare il finanziamento pubblico dei partiti per fini che pubblici non sono per niente.
Renda tutto pubblico. Ricordi che cosa gli dicevano tutti quei politici nella mitica stanza 254, dov’era il re degli zanza: li ho presi per il partito, dicevano. Ecco, non deve dimostrarci altro.

venerdì 8 maggio 2009

IL PROCESSO DEL GIOVEDÌ

Un’attrice famosa a far la parte di Veronica, due speaker a buon mercato per recitare le interviste di Noemi. Fiction e pantomime, marionette, caratteristi e docu-ricostruzioni: non avendo in mano null’altro che la propria bile, Michele Santoro è costretto ad affidarsi ai trucchi di scena, antichi artifici di uno sporco mestiere. Se voleva assestare un colpo mortale a Berlusconi, non ci riesce. Al massimo, assesta un colpo mortale alla sua trasmissione, che nasce con il nobile presupposto di difendere la dignità del corpo femminile e finisce per fare carne di porco di una ragazza di 18 anni, messa alla berlina, offesa e umiliata, in virtù della sua gravissima colpa: aver detto «papi».
È da una settimana che i grandi soloni della Tv politicamente corretta s’indignano contro l’uso del corpo delle donne. E per farlo abusano (televisivamente parlando) del corpo delle donne. Ha cominciato Gad Lerner a sguazzare compiaciuto tra le tette, poi è stata la volta di Ballarò, ieri sera si è raggiunto il vertice, con un Santoro che faceva declamare le lettere di Veronica manco fossero Shakespeare, l’annuncio del divorzio come se fosse un canto della Divina Commedia. Il gossip trasformato in rappresentazione scenica, il guardonismo che diventa atto unico. Su il sipario, si recita a soggetto. E anche un po’ a sospetto.
Noemi, la 18enne di Napoli che ha avuto il premier Berlusconi ospite al suo compleanno, è stata trattata, dai fanatici del rispetto delle donne, come una poco di buono, dall’inizio alla fine della trasmissione. La telecamera indugiava sempre sulle sue parti basse, il suo book di foto (realizzato quando aveva 15 anni) è diventato prova inoppugnabile di mignotteria. Un’inviata ha provato ad aggredirla seguendola a scuola, lei ha taciuto. Allora sono andati a intervistare il suo preside: «È una ragazza perbene», ha detto lui. E loro: «Ma come perbene? Con quelle foto... ». E giù a indugiare sui dettagli anatomici per dire che no, non può essere una persona perbene, chi a 15 anni sogna di fare la modella.
Trucco e barbatrucco, la trasmissione si è così trasformata immediatamente in una specie di Processo del Lunedì per comari inacidite, con Santoro nei panni di Biscardi (pure i capelli ormai si assomigliano), sempre alla ricerca di uno «sgub» che non arrivava, e gli ospiti aizzati alla rissa come Elio Corno e Tiziano Crudeli qualsiasi. C’è tutto per rifare la trasmissione trash-cult di Biscardi: il moviolone del trasferimento del premier (l’elicottero era in fuorigioco oppure no?), la valletta porgimicrofono Granbassi, Travaglio che lancia le bombe e fa il gioco del pendolino come Maurizio Mosca e i collegamenti con Sandro Ruotolo, che in effetti sembra un incrocio fra Luigi Necco e Tonino Carino. Il pubblico, naturalmente, come in ogni Processo del Lunedì, fa il tifo per il suo Biscardi, ulula, mormora, applaude. Partecipa al gioco, in attesa, s’intende, della scheda di Nesti e delle ultime clamorose notizie dal calciomercato.
Nel trionfo del kitsch, ovviamente, si trova a suo agio il direttore di Novella 2000, Candida Morvillo. L’avvocato Ghedini lotta come un leone rintuzzando colpo su colpo. Barbara Palombelli si autocita. E l’onorevole Bonino fa un po’ l’annoiata e un po’ la scandalizzata, lei che deve occuparsi di questi argomenti così bassi, lei che deve parlare di questi buzzurri che mettono in lista per il Parlamento europeo delle presunte veline. Mica come i suoi radicali, che in Parlamento hanno sempre portato solo ed esclusivamente specchiati intellettuali. Come Cicciolina, per esempio.
Ma certo: è uno scandalo che vengano scelti candidati pennacchio, personaggi della Tv, come dice Concita De Gregorio, direttore dell’Unità. E Michele Santoro, già candidato pennacchio, inevitabilmente onorevole e personaggio tv, annuisce: eccome no, è uno scandalo. Così quando uno del pubblico ricorda che la Margherita candidò Flavia Vento, in studio cala un momento d’imbarazzo. Ma l’imbarazzo passa, Santoro resta. E continua a spandere veleni.
Finisce così. Finisce con una vaga sensazione di disgusto, l’impressione di un uso violento della Tv. Finisce con Noemi trattata come un avanzo di marciapiede, la verità maciullata come ogni settimana, forse ancor più di ogni settimana. E Santoro che, come dice Cossiga, applica il suo schema preferito, quello di Goebbels: poche menzogne, ma ripetute spesso. Se però voleva creare la gran madre di tutte le polemiche, se voleva l’incidente finale per farsi cacciare, ebbene, non ci riuscirà neppure questa volta. Più acquista in faziosità, più perde in bravura: ha cominciato dicendo che voleva evitare il buco della serratura. Però non riesce a evitare, almeno da questo punto di vista, il buco nell’acqua.

giovedì 7 maggio 2009

La sinistra si inventa le leggi razziali

Voi non lo sapete, ma stiamo per ripiombare in pieno Ventennio. Non subito, perché la Camera ha rinviato di una settimana il voto sul disegno di legge per la sicurezza (con l’effetto collaterale che altri 250 clandestini diventeranno uccelli di bosco: che volete farci, la burocrazia parlamentare esige i suoi tributi). Ma infallibilmente giovedì in Italia torneranno le leggi razziali. Chi l’ha detto? Ma Dario Franceschini, perbacco. Sì il segretario del Pd, quello che conosce così bene il Paese da confondere i trentini con i friulani. Lui ha solo certezze: «Il centrodestra strumentalizza la paura per tornare alle leggi razziali 70 anni dopo». «C’è stato già un momento nella nostra storia», ha tuonato l’uomo che sta spavaldamente guidando l’opposizione su un binario morto, «in cui molti bambini sono stati cacciati dalle scuole per la loro religione».

E qui, forse, il lettore più attento avrà già avuto un sussulto. Ma come, non si era detto e scritto che il testo era stato emendato in modo da consentire anche ai figli dei clandestini di frequentare le nostre scuole? Proprio così. In nome del superiore principio del diritto all’istruzione, la «brutta e becera maggioranza di centrodestra» ha accettato di derogare al principio di legalità, in base al quale se la clandestinità è un reato, gli autori del medesimo andrebbero denunciati. Nei fatti, di fronte al sistema scolastico, gli immigrati irregolari sono e rimarranno «più uguali» degli italiani, dovendo questi ultimi presentare all’atto dell’iscrizione una serie di documenti (dal codice fiscale ai certificati delle avvenute vaccinazioni) che i primi, non possedendoli, sono ovviamente esentati dal produrre. Franceschini lo sa benissimo. Ma impegnato com’è a gettare sabbia negli occhi dei cittadini per impedir loro di vedere quel che (non) sta facendo, finge di ignorarlo. E fa l’unica cosa che sembra riuscirgli: grida. Così: «Si torna alle leggi razziali».

Bene, andiamo a vederle queste leggi razziali. Depurate, come detto, dall’obbligo di presentare il permesso di soggiorno per accedere ai pubblici servizi. E con il ribadito divieto ai medici di denunciare gli irregolari. Che cosa resta? Al di là di una norma antiracket (razzismo nei confronti dei mafiosi?), la regolamentazione delle cosiddette ronde, l’introduzione del reato di clandestinità e la possibilità di prolungare da due a sei mesi la permanenza degli immigrati nei centri di identificazione e (eventuale) espulsione.

Sulle ronde sono già stati versati fiumi di inchiostro ipocrita. Tutti sanno (e il Giornale l’ha documentato con una serie di servizi) che una sorveglianza del territorio da parte di cittadini volontari viene organizzata già ora in innumerevoli Comuni, moltissimi dei quali guidati da giunte di sinistra. Il furbesco stracciarsi le vesti perché ora il ministro dell’Interno potrà disciplinare e integrare queste pattuglie con appartenenti alle forze dell’ordine non merita di esser preso troppo sul serio. Nei fatti, sopravvive solo grazie all’infelice nome d’eco fascista che è stato appiccicato a questi presidi spontanei: li avessero chiamati «assemblee democratiche all’aperto» non ci sarebbero problemi.

Il reato di clandestinità, dunque: lì deve celarsi la bestia xenofoba che con tanta decisione denuncia Franceschini, non c’è dubbio. E invece, se si va a guardare la faccenda da vicino, qualche dubbio salta fuori. Già, perché in gran parte dei Paesi della civilissima Europa che la nostra opposizione sbandiera a ogni piè sospinto come virtuosa pietra di paragone davanti al ciarpame italico (quando non governa la sinistra, va da sé...) il reato di clandestinità esiste da tempo. C’è in Svizzera, c’è in Belgio, c’è persino in Olanda. Nella britannica culla della democrazia è in vigore dal 1971 e prevede fino a sei mesi di reclusione più ammenda fino a 5mila sterline. La Francia a noi tanto cara, dolce rifugio di terroristi (pardòn, perseguitati politici) stabilisce invece un anno di reclusione più 3700 euro di multa. Ma se dopo l’espulsione il clandestino rientra, gli anni di galera diventano tre. Da uno a tre anni in cella anche in Germania. E nell’Italia pronta a rimettersi l’orbace? Niente carcere, il disegno di legge che istituisce le leggi razziali prevede solo un’ammenda.

Delusi? Beh, proviamo con la «detenzione» nei centri di identificazione. Come si comportano i vicini? La Spagna, tra reti di filo spinato, radar, pattuglie che non esitano ad aprire il fuoco su chi tenta di entrare illegalmente ed espulsioni di massa, non si pone il problema: di questi centri gli iberici non hanno bisogno. Anche i francesi si affidano più che altro alle espulsioni, che vengono programmate: 20mila nel 2005, 25mila nel 2008, quest’anno la «quota» da raggiungere è di 27mila. Come dire: caccia al clandestino. In Germania gli irregolari possono essere trattenuti nei centri di accoglienza per un anno e mezzo. In Gran Bretagna non c’è limite: finché non vengono identificati ed espulsi. Quindi anche tutta la vita. Noi, come detto, stiamo con enorme fatica portando da due a sei mesi il periodo concesso alle forze dell’ordine per identificare e cacciare l’immigrato che non ha diritto a restare in Italia.

E forse a questo punto il sospetto è venuto anche a voi: non è che ’ste leggi razziali le ha scritte Walter Veltroni?

martedì 5 maggio 2009

AVANTI POPOLO GOSSIP TRIONFERÀ

Silenzio? Ma a voi sembra che ci sia stato silenzio? Il divorzio più mediatico del mondo, annunciato a mezza stampa e confermato a mezzo Ansa, preceduto da liti rigorosamente a nove colonne, adesso subisce l’ultima paradossale accusa: sarebbe passato sotto silenzio. I corsivisti di Repubblica sono scatenati, Travaglio pure, i Tg vengono bacchettati per aver messo la notizia in sommario «solo» al terzo posto nella gerarchia degli eventi mondiali. L'Unità (quella in minigonna) dedica un’intera pagina al fatto che La Russa e Cicchitto non commentano il fatto (e che devono dire?), mentre il silenzio di Capezzone diventa addirittura un argomento da copertina. Chi l’avrebbe detto? Il silenzio di Capezzone notizia da copertina è roba da scuola di giornalismo malato, master in comunicazioni demenziali. È il premio Pulitzer della bestialità. E se per caso Capezzone diventasse afono, che cosa fanno? Un’edizione speciale?
Fa un certo effetto vedere la sinistra che fu austera riscoprirsi all’improvviso golosa di gossip più di una parrucchiera di Milano Marittima. Che spettacolo: solenni bacchettoni che passano dalle citazioni del dossettismo alla cupidigia da Eva Tremila, funerei moralisti che all’improvviso sostituiscono le disquisizioni sul keynesismo con le disquisizioni sul velinismo. Da avanti popolo a Stop. Rosy Bindi si scatena, la scrittrice Silvia Balestra si confessa («Come assidue tricoteuses sotto la ghigliottina vorremmo sapere tutto, vedere tutto, commentare tutto») e l'Unità per cercare di accontentare tanta curiosità spande il reality presidenziale su otto pagine (dicasi: 8). C’era una volta Gramsci, adesso c’è Concita 2000. Vista la piega, già si pensa al candidato ideale per la prossima direzione: Alfonso Signorini. O Platinette.
Franceschini dice che è «patetico» parlare di «complotto» e che è sbagliato pensare che la sinistra pensi a sfruttare una vicenda privata a fini politici. Viene da chiedersi: ma Franceschini sa leggere i giornali? O, per lo meno, sa leggere il giornale che il suo partito generosamente finanzia? A pagina 5 c’è un’intervista in cui Marcelle Padovani spiega candidamente: «Nel fantastico consenso di Berlusconi l’unica capace di colpirlo sulle ginocchia è sua moglie. Viene da dire: compagna Veronica. È quello che pensa la gente di sinistra». E uno dei membri della direzione nazionale del Pd, Mario Adinolfi, dice in una nota ufficiale: «Usciamo dall’ipocrisia e diciamolo chiaramente: il divorzio di Berlusconi è una questione politica ed è un’occasione per il Partito democratico». Proprio così: compagna Veronica, colpirlo sulle ginocchia, un’occasione per il Partito democratico. Allora, caro lampaDario, chi è il vero patetico?
«Tra moglie e marito...» aveva commentato Franceschini in prima battuta. Poveretto, forse non l’avevano ancora avvertito. Del resto non si può pretendere troppo dal segretario finito sul binario morto, che esulta come un pazzo per la micro-affermazione alle municipali di Trento, definendola «vittoria del Paese reale» (e tutto il resto d’Italia che cos’è? Il Paese irreale?). Forse a Franceschini non avevano ancora spiegato che l'ultimo treno della sinistra non è il suo, quello su cui sta attraversando l’Italia tra un ritardo e una gaffe: l’ultimo treno per la sinistra è Veronica. La compagna Veronica, come la chiama l’Unità. E chissà se, adesso, a lei quella definizione dà fastidio almeno un po’.
Quando a Franceschini hanno spiegato bene che cosa stava succedendo, allora anche lui ha capito. Ed è partito all’attacco. Lui e le truppe cammellate. Tutti in coro, a menare il torrone della teoria politica del divorzio, il fabriziocoronismo dello sdegno parlamentare, pettegolezzi da portinaia in salsa di Montecitorio. Compagni&comari. E così abbiamo scoperto che il divorzio non è più una questione privata (senatrice Pd Vittoria Franco), che il «degrado morale» è un caso politico (onorevole Castagnetti) e via autorevolmente gossippando fino ad arrivare a tal Antonio Borghesi, deputato Idv, che ha cercato i suoi cinque minuti di notorietà presentando un’interrogazione parlamentare sui rapporti del premier con le minorenni. Ci manca solo un piccolo sermoncino morale di Luxuria e poi il quadro è completo.
Che le contestazioni non stiano in piedi, ai nuovi cantori del gossip non importa nulla. Del resto, si sa, sui giornali scandalistici non conta il vero e nemmeno il verosimile. Degrado morale? Velinismo? Rapporti con le minorenni? Si può essere d’accordo o no con la candidatura di Barbara Matera, ma chi l’ha detto che un bella ragazza non può essere un buon europarlamentare? E se ha studiato e si è preparata, chissà, magari farà anche meglio di Iva Zanicchi o di Gianni Rivera (zero interventi in cinque anni a Bruxelles). E per quanto riguarda la festa di Napoli, beh, magari è discutibile che il premier si faccia chiamare papi, ma se davvero voleva fare qualche cosa di losco andava a un ritrovo di famiglia? Con mamma, papà, nonna e parenti tutti? Con otto auto della scorta al seguito? E con tanto di fotografi schierati? Dov’è il decadimento morale? Dov’è il degrado che diventa questione politica nazionale?
Diciamoci la verità: l’unica questione politica è che la sinistra era in braghe di tela. Non sapeva più a cosa attaccarsi. E s’è attaccata al divorzio. Patetico? No, peggio: squallido. La signora Veronica annunciando il suo malcontento a mezzo Ansa e il suo divorzio a mezzo stampa ha dato il via libera ai neofiti del gossip, ai guardoni con presunzione moralizzatrice, agli aspiranti alfonsosignorini rigonfi d’odio politico. Ne sta venendo fuori il solito gran chiasso. Bene. Anzi, male. Ma per lo meno, evitate di lamentarvi del silenzio. No, non c’è silenzio attorno a questa vicenda. Non ce n’è mai stato. La luce dei riflettori, purtroppo, illumina tutto. Illumina troppo. Fa vedere da ogni angolo la dolorosa vicenda privata dei coniugi Berlusconi. Ma, soprattutto, fa vedere da ogni angolo la dolorosa vicenda pubblica di una sinistra così sbandata da aggrapparsi a un divorzio come ultima ancora di salvezza. Che squallore. Dal Manifesto al Grand Hotel, dal Capitale a Confidenze. Il sole dell’avvenire si è spento dentro il buco della serratura.

domenica 3 maggio 2009

Inaugurazione rovinata per protestare contro l’aumento di 3.500 euro

Non si era mai visto prima: che un contratto integrativo aziendale, in grado di migliorare sensibilmente le condizioni di quello scaduto, venisse approvato da due dei sindacati più rappresentativi a livello nazionale, Fim Cisl e Uilm Uil, ma definito dalla consorella Fiom Cgil «un miraggio, frutto dell’intesa di una stretta minoranza, che viola le basi della democrazia e delle regole sindacali».
Non si era mai visto prima: che i dipendenti di un’azienda ricevessero un modulo dove poter esprimere liberamente il dissenso sull’accordo e l’eventuale rinuncia ai benefici contrattuali, ma solo due dipendenti - su 11mila! - lo restituissero al mittente con parere contrario. Non s’era mai visto prima, ma è appena accaduto: alla Fincantieri, dove, tanto per dire, il referendum fra i lavoratori - ha partecipato l’83 per cento degli aventi diritto - s’è concluso con il 68 per cento a favore dell’intesa e il 32 contro. E in tutte le sedi e gli stabilimenti del gruppo, escluso il cantiere di Monfalcone, il consenso è stato maggioritario. Mica per cedere a un diktat del «padronato» o rassegnarsi al ruolo di aziendalisti a oltranza: i dipendenti della società che costruisce navi da crociera all’avanguardia, e unità militari e megayacht che ne fanno un fiore all’occhiello dell’industria italiana nel mondo si sono fatti due conti. Basta dare un’occhiata ai termini del contratto. Che prevede aumenti salariali fino a 3.500 euro annui, comprensivi di tre voci fondamentali: 500 euro di premio di «efficientamento» legato all’aumento di un 20 per cento di produttività, 1.200 euro di «premio d’area», più 800 euro di aumento generalizzato che prima era variabile e da ora in poi diventa fisso. E ancora: l’estensione degli incentivi a migliorare la qualifica (con relativi benefici salariali) per diventare «capi». Tutto questo, in una congiuntura di mercato a dir poco sfavorevole per la contrazione delle commesse che richiederebbe - come ha più volte sottolineato l’amministratore delegato Giuseppe Bono - un forte coinvolgimento e una compatta solidarietà delle componenti aziendali.
All’appello hanno risposto, pur nella distinzione dei ruoli, Fim Cisl e Uilm Uil, portando avanti per un anno un confronto con l’azienda che ha avuto momenti di tensione, mai però caratterizzati da opposizione preconcetta. La Fiom Cgil, invece, si è schierata fin da subito sul fronte del «no», dando l’impressione che la trattativa con Fincantieri fosse la madre di tutte le battaglie non tanto sindacali, quanto ideologiche. Fino a boicottare, in settimana, la cerimonia di consegna della nave «Costa Luminosa» al cliente Costa Crociere: anche questo, non s’era mai visto prima, ma è successo. Un atteggiamento, quello del «sindacato più a sinistra del mondo», che aveva già fatto naufragare lo scorso anno l’ipotesi concreta di quotazione in Borsa di Fincantieri. Eppure l’accesso a Piazza Affari, in tempi certamente più favorevoli di quelli attuali nello scenario economico mondiale, avrebbe consentito all’azienda cantieristica di ottenere dal mercato denaro fresco per realizzare investimenti e reggere le sfide della concorrenza.
La strategia da muro contro muro, comunque, non sembra giovare granché alla Fiom e alla casa madre Cgil: i lavoratori di Fincantieri, con quel 68 per cento a favore dell’intesa, ma soprattutto con quell’altissima percentuale di partecipazione al referendum, parlano forte e chiaro: «Abbiamo capito chi sta dalla nostra parte». E anche dalla parte buona del Paese.

venerdì 1 maggio 2009

Marcozero

Il cabarettista del Travaglino, che ieri ha dimenticato di dire il nome del magistrato che gli ha scritto l’intervento, in questi giorni sta gridando alla censura perché i giornali non hanno scritto che lui ha vinto un premio giornalistico in Germania. Il dubbio che di certe notizie non freghi niente a nessuno, non solo nel suo caso, non pare offuscare le sue certezze di cancelleria.

Confondere l’opinione pubblica coi sottosviluppati che lo plaudono può indurre alla dissociazione mentale, ma il nostro Mortimer non ha da lamentarsi: gli stessi giornali, infatti, hanno pure omesso che nello stesso giorno Travaglio è stato ricondannato per diffamazione. Dopo la condanna che aveva già beccato nell’ottobre scorso (ormai ne ha diverse) si era lagnato perché i giornali ne avevano parlato troppo: ora almeno sarà contento. Lui comunque ha risolto così: nel suo blog, e nei suoi articoli, ha citato solo il premio e ha nascosto la condanna.

Detto questo, mette tristezza star qui a rinfacciarsi le sentenze. Inciampare nella diffamazione, per un giornalista, è normale: le penne migliori hanno sempre dei casellari giudiziari pasticciati. Ma cominciò proprio lui, anni fa, ad additare certi colleghi banalmente condannati: ora che gli tocca, e che grida «terribile» come un tangentista qualsiasi, non deve stupirsi se la sua categoria alterna una primaverile indifferenza al considerarlo un animoso coglione.