mercoledì 29 aprile 2009
Faccia tosta Travaglio: condannato di nuovo festeggia in cattedra insegnando giornalismo
Travaglio è stato condannato per aver dato a Del Noce del cretino. «Dopo la querela scrissi un altro articolo ancora più feroce», si vanta lui, tra una lezione tedesca e l’altra. Complimenti vivissimi. Del resto non è la prima volta che un tribunale lo bastona. Oltre alla citata diffamazione (reato penale) a Previti, è già stato riconosciuto colpevole in sede civile: ha dovuto risarcire Mediaset e Fedele Confalonieri e il medesimo Previti per un articolo, che nel 2000 gli è costato 79 milioni di lire. Altre condanne poi le ha evitate umiliandosi pubblicamente, come è successo con Antonio Socci. Prima lezione: prostrarsi e chiedere scusa. Chissà se se n’è ricordato sulla cattedra tedesca. In quello lui è davvero un maestro.
Pare di no. Nel suo discorso, almeno stando a quel che riportano le agenzie, di umiltà non c’è traccia. Anzi. A Berlino Travaglio ha sciorinato il solito repertorio santoriano dell’informazione in pericolo. Da Annozero a alzo zero: sempre di sparate si tratta. «I giornali», dice, «sono riusciti a superare in servilismo e conformismo quelli del Ventennio tedesco». Poi parla di «agenda unica quotidiana», imposta dal presidente del Consiglio e di «epurazioni di giornalisti scomodi», lasciando tutti con un dubbio: siccome il medesimo Travaglio occupa stabilmente la prima serata della Rai, non avranno mica epurato un giornalista scomodo per dargli quel po’ po’ di palcoscenico?
Il premio di Berlino è attribuito dall’associazione della stampa tedesca, che a occhio e croce non deve essere troppo diversa dai nostri lilligruber della Fnsi. In passato si sono aggiudicati il riconoscimento pezzi da novanta come il serbo Miroslav Filipovic e la russa Olga Kitowa (e se non sapete chi sono, non preoccupatevi: anche a Belgrado hanno la fortuna di non conoscere Travaglio). Comunque non importa: sprezzante del ridicolo, il nostro pinturicchio della questura s’è esaltato di fronte alla tribuna internazionale. Ed è arrivato a teorizzare una specie di epidemia del regime berlusconiano che starebbe per diffondersi in tutta Europa. Contagio pericolosissimo, s’intende. Assai più di quello del virus suino, che evidentemente Travaglio ha avuto modo di studiare da vicino. Per fortuna a contrastare la pandemia dell’informazione c’è lui, l’unico giornalista libero d’Italia, l’unica voce indipendente d’Europa, l’unico capace di emettere sentenze sulla libertà di stampa e su chi ha diritto ad essere considerato normale e chi no. Per fortuna, insomma, c’è un giudice a Berlino. Peccato solo che sia un giudice pregiudicato.
martedì 28 aprile 2009
De Magistris prosciolto a Salerno. Come previsto
Il caso La decisione del gup Belmonte (cognata di Santoro), che ha accolto la richiesta di archiviazione presentata dalla procura di Salerno in riferimento alle accuse che erano state mosse all'ex pm, fa seguito alla decisione della Cassazione del 2 aprile scorso. La Suprema Corte aveva dichiarato inammissibile un ricorso con il quale l’ex coordinatrice della Dda di Potenza, Felicia Genovese, finita nell’inchiesta toghe lucane dell’ex pm De Magistris, aveva chiesto il trasferimento da Salerno ad altra sede del procedimento avviato, su denuncia della stessa Genovese: De Magistris e altre 12 persone erano state indagate per vari reati, tra cui abuso d’ufficio e rivelazione di segreti d’ufficio. La procura di Salerno aveva già chiesto l’archiviazione del procedimento. I legali della Genovese, dal canto loro, avevano sollevato il legittimo sospetto in merito alla presunta non imparzialità dei magistrati di Salerno che sarebbero stati dalla parte di De Magistris nella battaglia contro la procura di Catanzaro.
Tre nuovi giornali: la sinistra ora ne ha 8 (e li paghiamo noi)
S’avvicinano le urne delle Europee, la propaganda elettorale costa, perché rinunciare ad un volantinaggio quotidiano che costa poco o niente? I rubinetti del finanziamento pubblico sono ancora aperti anche per gli esclusi dal Parlamento nazionale, sino al 2011. Se uno a giugno riesce a centrare un paio d’eurodeputati, la canna dell’ossigeno s’allunga di altri cinque anni. L’anno prossimo poi, arrivano le regionali: e concorrere a quel rimborso è molto più facile. Insomma, finché c’è vita c’è speranza, anche se sei uno zombie insalvabile. E in ogni caso, sputare sul piatto delle legge che finanzia la stampa di partito sarebbe un peccato, un insulto a chi ha perso il lavoro. È ricca e generosa, la 250/90: regala soldi a palate ai giornali che hanno - o che avevano - la firma di un gruppo parlamentare, ed anche a quelli che come coop promuovono comunque un’azione «culturale» e «politica».
Muoviamo dalla ricognizione dell’esistente, con l’Unità ed Europa che sono ambedue organi ufficiali del Pd. Il finanziamento pubblico se lo dividono secondo le rispettive vendite: ma qualcuno sa spiegare che cosa ci faccia un partito, seppur grande, con due quotidiani che coprono lo stesso bacino? E stanno pure in crisi - come il partito, del resto - se l’Unità fondata da Gramsci e diretta da Concita De Gregorio sta per licenziare altri 17 giornalisti. Ma lo scialo è di moda nel Pd: non hanno anche due tv due, una di D’Alema e l’altra di Veltroni-Franceschini, ambedue riccamente finanziate dai contribuenti? Ma avanti coi giornali d’annata a sinistra. C’è l’antico e glorioso Manifesto, «quotidiano comunista», ciclicamente sull’orlo della chiusura ma sempre redivivo. Poi Liberazione, organo del Prc ora diretto da un sindacalista, Dino Greco. E infine il Riformista, nato dalemiano e ancora diretto da Antonio Polito, che di recente s’è ingrandito raggiungendo le 24 pagine.
Non bastavano, per una compagnia che perde consensi ad ogni curva elettorale e che non sa più cosa dire al suo popolo, stenta a parlare, figurarsi a scrivere? E invece eccoti da una decina di giorni Terra, quotidiano dei Verdi fatto di 16 pagine con carta dichiarata «ecologica» ma non riciclata. È brutto e zuppo d’inchiostri, non trovi una notizia esclusiva e interessante. Non facevano meglio a risparmiare quel mezzo albero al giorno che sciupano in carta inutile? Dispendioso non si può dire perché sapete ormai chi paga, ma vanta una redazione di 12 giornalisti e un «comitato scientifico» da paura.Avanti un altro, sarà in edicola il 1° maggio appunto l’Altro, sottotitolo «la sinistra quotidiana». È il nuovo giornale degli scissionisti di Rifondazione, Nichi Vendola e Franco Giordano, diretto da Piero Sansonetti «espulso» da Liberazione, che s’accontenta di uscire con 12 pagine. Sarà dura, strappare lettori a già poco numerosi di Liberazione, che a sua volta li aspirava agli scarsi del Manifesto. Ma è la legge della sopravvivenza, e poi a giugno si vedrà.
I sette nani non son finiti, invece di Biancaneve arriva l’ottavo che reggerà invece ben oltre le urne delle europee, se non altro perché Marco Travaglio fa le bizze e vorrebbe che uscisse in autunno, un po’ perché «non siamo pronti» e un po’ per non passare come «operazione elettorale». È Il Fatto, quotidiano dipietrista diretto da Antonio Padellaro, ex direttore dell’Unità. Si spera che non seguano Tonino, almeno sui congiuntivi. Ma a proposito, non era Di Pietro che tuonava contro il finanziamento pubblico dei partiti e dei loro giornali?
domenica 26 aprile 2009
La festa di tutti. E quella dei cretini
Sì, è vero, ti abbiamo invitato noi. Ma speravamo che non venissi. E così, se poi vieni davvero, ti contestiamo. Così capisci che non saresti dovuto venire. L’unità del Paese è un solo slogan per ribadire che loro, quelli di sinistra, sono così buoni da aprire le porte della loro festa anche agli altri, a quelli che sono sempre cattivi. C'era un film di Renzo Arbore, intitolato: F.F.S.S. cioè che mi hai portato a fare sopra a Posillipo, se non mi vuoi più bene?. Un titolo che spiega una filosofia di vita, qualcosa di più dell’ingratitudine, il nonsenso del corteggiamento ingannatorio: ti voglio per lasciarti. Declinato con ferocia, questo paradosso, produce il cortocircuito di un 25 Aprile schizofrenico, quello che dovrebbe essere di tutti (la festa condivisa), e quello dei cretini (la celebrazione della rabbia e della violenza gratuita).
Sembra una beffa ai danni degli italiani. Ripensi al coro sinistro che chiede al centrodestra di partecipare solennemente alle celebrazioni, di riconoscere la sacralità di quella data, di rendere omaggio alla libertà e a coloro che sono caduti in suo nome. Appena i malcapitati accettano, però - zac! - arrivano il fischio, il pernacchio, il fumogeno e l’ingiuria. Ah, maledetto barbaro! Sei venuto proprio qui, a casa nostra, nel tempio della democrazia? Proprio tu, che sei impuro? E allora beccati questo, io ti fischio, io ti delegittimo. Per via di questo atteggiamento schizofrenico, si è chiesto a Gianni Alemanno di partecipare alla manifestazione del 25 Aprile. Non appena ha accettato, però, le minacce dei centri sociali l’hanno costretto a rinunciare per evitare che le celebrazioni si trasformassero in guerriglia.
Sarà a Roma sarà un caso. Però, a Milano accade proprio lo stesso. Come può un sindaco di centrodestra come Letizia Moratti non partecipare alla manifestazione del 25 Aprile? Deve. Be’, la Moratti nel 2006 ci va, accompagnata da uno che ha tutti i titoli per sfilare in quel corteo: il padre, ex partigiano bianco. E che succede? Appena i due scendono in piazza - zac! - fischiano lei e il padre Brichetto Arnaboldi, con un gesto incivile e doppiamente infame, perché l'ex partigiano è in sedia a rotelle. Il giorno dopo i lupi della contestazione aprioristica, tornati rapidamente nei panni felpati dell'agnello mischiano le carte: i fischi erano a lei, non al padre, in fondo il sindaco è stato strumentale, si è portata con se l’anziano genitore, proprio per farsi fischiare e diventare vittima. Donna diabolica! Siamo di nuovo dalle parti di lupus et agnus, insomma: l'aggredito diventa responsabile del delitto che subisce. E se quest’anno in piazza ci va Roberto Formigoni? Non fa in tempo ad aprire bocca che - zac! - i cretini colpiscono ancora: fischi e dileggi a gogo. Va bene, si potrebbe dire: sono solo una minoranza, sono solo i soliti centri sociali.
Allora riprendete gli articoli dei giornali con l'invito solenne di Franceschini: venga il Cavaliere, venga a celebrare il 25 Aprile! E poi, magari, andiamo insieme in Abruzzo, nelle zone del terremoto. Andiamo a dare insieme segnali di unità e concordia. Il bello è che Berlusconi a celebrare il 25 Aprile ci è andato davvero. E per di più lo ha fatto in Abruzzo. C'erano tutti. Ma Franceschini no. Ha preferito una toccata e fuga ad Onna. Ma nessun incrocio con Berlusconi, non sia mai che facesse perdere qualche voto. Il dialogo è bello solo quando si è sicuri che l'avversario lo rifiuti, per dargli la patente di cattivo. Nel malaugurato caso che lui lo accetti - zac! - arrivano il pernacchio, l'insulto, l'ingiuria. Perché mai, direte voi? Perché questi cretini celebrano in modo pedissequo il loro rito di presunti democratici. Ma questa presunzione, malgrado tutta la protervia che la sostiene, non spiega perché dovrebbe spettare solo alla sinistra distribuire patenti di democrazia.
giovedì 23 aprile 2009
I lavoratori di All Music: «De Benedetti numero 1 solo nel lasciarci a casa»
Stanno tutti davanti alla sede di All Music in via Tortona a Milano, i 29 dipendenti licenziati. Sono pochi per scuotere l’opinione pubblica (nessun giornalista dal taccuino indignato) ma abbastanza per incuriosire i passanti. Sono montatori, registi, segretarie. Cantano e chiedono di visitare il loro sito, www.fallmusic.tk. Sono i tecnici della tv musicale che il Gruppo Espresso ha rilevato da Peruzzo editore nel 2004 e che ha deciso di «ridimensionare». Perché gli imprenditori di destra «sfruttano», quelli di sinistra «ridimensionano». Ma ai 29 la politica non interessa. Hanno tamburi, volantini, striscioni con scritto «vergogna» e un contratto a tempo indeterminato che diventerà carta straccia perché l’azienda «con grande e profondo rammarico» ha deciso di tagliare gli sprechi, partendo da loro. «Però ci hanno regalato il cd di Giusy Ferreri», ironizza qualcuno.
Tutto intorno pulsa il cuore trendy del Salone del mobile. Davanti ai cancelli della tv, invece, è il Festival della mobilità: «Magari fossimo in mobilità - spiega Alessandro, rappresentante sindacale -. Qui siamo proprio al licenziamento. Non si era mai visto un simile repulisti in una tv. E per questo pericoloso precedente dobbiamo ringraziare De Benedetti, l’uomo-sponsor della sinistra che pontifica sugli ammortizzatori sociali e poi butta le famiglie in mezzo alla strada». Alessandro ha 54 anni e non ha mai manifestato in vita sua. Non è uno sgallettato della Mtv generation che può rimettersi in gioco, né un aficionado del megafono. Lavora a Rete A, l’emittente per cui All Music trasmette, da oltre 20 anni. È uno di quei padri di famiglia che il Pd voleva difendere, ma che forse - essendo De Benedetti tesserato numero uno del partito - a pensarci bene è un po’ meno padre degli altri: «Abbiamo ricevuto solidarietà da tutte le forze politiche: Lega, Idv, Comunisti, Pdl. Solo il Pd è stato zitto». Alessandro indica un cartello: «Belle parole, cattive azioni».
Perché a un sit in di dipendenti di una tv musicale ti aspetteresti di trovare vj fichi e miss in minigonna. Invece ti trovi davanti soprattutto professionisti di mezza età, gente come Giuseppe: «Due anni alla pensione, mi mancano. Due anni... ». Tace e allunga un volantino a una giapponese che fotografa la civilissima protesta da dietro un paio di occhiali da 400 euro. Giuseppe era un fattorino e se l’azienda non fa marcia indietro, va a casa. I deejay coi pantaloni a vita bassa, invece, sono collaboratori. Intoccabili.
L’azienda parla di cattivi risultati per disfarsi di loro. Poi, però, l’Ingegnere va ospite da Fabio Fazio, ricorda che «se un lavoratore viene licenziato può solo andare a rubare le formaggette, come già accade». «L’altro giorno ero al supermercato e l’ho trovata, la sua formaggetta - sbotta sarcastica Caterina -: mi sono messa a dire “ora la rubo!”. Tanto ho il permesso di De Maledetti!». Caterina ha 45 anni e lavora ad All Music con il marito Mario. Entrambi licenziati, con due figli a carico: «Almeno un coniuge potevano salvarlo - si lamenta -. Invece no. Paghiamo tutto noi tecnici: i 18 milioni di euro di buco, l’incapacità dei pubblicitari, lo show Gip, mandato in onda a mezzanotte a costi stratosferici, la crisi di “redditività” di tutto il gruppo. Lavoro qui dall’83, prima eravamo una tv piccola ma in utile. Da quando è cambiata la proprietà siamo una tv inutile. E pensare che poteva comprarci Sky... ».
Eppure All Music non chiude. «Esternalizza». Mette i lucchetti agli studi di produzione, lascia la sede. Ma continua a comprare contenuti da terzi, sfruttando i collaboratori occasionali: «E pensare che De Benedetti si indigna per i 3 milioni di precari in Italia - continua Caterina - E in casa sua, su 6 studi di produzione non c’è un solo assunto. Si deve vergognare». È questa la goccia che fa traboccare il vaso. Perdere il lavoro e vedere il presidente del Gruppo spacciarsi da capitalista dal volto umano: «È inaccettabile - spiega Francesco Aufieri, anche lui fiduciario Slc-Cgil -. Ci hanno negato tutto: sia gli ammortizzatori in delega voluti dal governo sia il ricollocamento. Propongono solo dimissioni con buonuscita». «Senza contare i veri sprechi - aggiunge Alessandro -, come i 3 milioni di euro all’ex amministratore Marco Benedetto per cambiare mansione o la geniale idea di tenere al suo posto il direttore tecnico. Con tutti i tecnici licenziati».
Già, perché a salvarsi sono in pochi. I 5 giornalisti, sparsi nelle altre testate del Gruppo («loro faceva troppo brutto licenziarli»), i dirigenti colpevoli dello sfascio e - paradosso - otto persone tra marketing, ufficio stampa e palinsesti. Quei palinsesti ora riempiti solo di videoclip e videodediche. Otto su 37. Per gli altri 29 - che guadagnano in media 1.400 euro al mese, non certo uno sproposito -, l’ad Monica Mondardini (30mila euro al mese, secondo il Sole-24 ore) non ci sente. «Il Gruppo non cambia la sua filosofia, ma è cambiato il contesto». E quindi un gruppo di 3.340 dipendenti proprio non può assorbirne 29. È quel boccone che ti manda di traverso il pranzo. «Io voglio andare al corteo del 25 aprile - chiude il fonico Danilo, barba e capelli da metal -. Voglio chiedere a Dario Franceschini perché il suo “numero uno” ci manda tutti a casa». E forse qui sta l’arcano: sarà per questo che l’Ingegnere si è affrettato a smentire che la sua tessera Pd sia la numero uno. Lui è il numero uno solo di chi predica bene, razzola male e licenzia benissimo.
Di Pietro s’incorona re della casta a Strasburgo
Ricostruiamo la faccenda, perché Di Pietro è nei particolari. Nell’ottobre 2002 l’italiano dei valori scrive un articolo sul quotidiano «Rinascita della sinistra», organo dei comunisti italiani: alle battaglie contro le sovvenzioni ai giornali di partito, quelle fatte con Beppe Grillo, mancano ancora sei anni. Di Pietro scrive una serie di sciocchezze more solito e in particolare indica il giudice Filippo Verde come uno degli imputati del processo per il Lodo Mondadori, dipingendolo oltretutto come uno dei giudici che avrebbe influenzato l’annullamento della sentenza favorevole a Carlo De Benedetti. Si leggeva: «Per l’insieme di queste vicende, la pubblica accusa rappresentata dalla tenace Ilda Boccassini ha chiesto pene di tutto rispetto, tra cui 10 anni per il giudice Filippo Verde». Che erano balle, appunto: Filippo Verde non è mai stato coinvolto nel processo Lodo Mondadori: è stato solamente imputato nel processo Imi-Sir e peraltro è stato assolto in primo grado e anche in Appello.
Ma Di Pietro della castroneria neppure si accorge: anzi, nel febbraio 2003 ripubblica lo stesso articolo sul sito internet dell’Italia dei valori. Ed è lì che parte la causa per diffamazione con richiesta di risarcimento, visto che Di Pietro non aveva smentito né rettificato (bensì addirittura reiterato, per usare il suo linguaggio) la falsità del caso. Ergo, i legali di Verde gli chiedono 150mila euro di risarcimento.
Un anno e mezzo più tardi, dopo che la pratica inspiegabilmente si è congelata per un anno e mezzo nella cancelleria del Tribunale di Roma, Di Pietro si costituisce ufficialmente, e presenta la richiesta di immunità: l’avvocato Sergio Scicchitano, legale di Di Pietro nonché deputato dell’Italia dei valori, mette per iscritto che «L’articolo deve intendersi quale espressione di critica politica e dunque si richiede che nel caso di specie venga applicato l’articolo 68 della Costituzione». Cioè: dire che un giudice ha influenzato illecitamente una sentenza, e che per lui hanno chiesto dieci anni di carcere, è una critica politica. Di fronte all’arditezza giuridica il giudice di Roma inoltra la pratica all’apposita commissione di Bruxelles: decide che sarà il Parlamento europeo a decidere se Di Pietro dovrà presentarsi di fronte al giudice come un cittadino qualsiasi. Passa il tempo sinché Paolo Bracalini del Giornale, i primi di febbraio scorso, rivela che Di Pietro ha chiesto l’immunità a fronte della causa intentatagli dal suo ex collega.
Notare che l’ex pm intanto sta girando le piazze italiane per raccogliere firme contro il Lodo Alfano, che definisce «vergognoso» per le immunità che garantisce alle più alte cariche dello Stato. È lo stesso Di Pietro, nota Bracalini, che «quando vuole querelare qualche politico non manca mai di aggiungere: “Mi auguro che, come me, rinunci all’immunità e accetti il giudizio del giudice terzo”. Per poi scoprire che lui è il primo a chiederla». Ma l’uomo più ipocrita del mondo non demorde, e il 6 febbraio scorso spara pubblicamente una falsità delle sue: «Con riferimento alle notizie di stampa che ipotizzano ciò che io andrei a sostenere al Parlamento europeo la prossima settimana, specifico che non chiederò l’immunità, ma che il procedimento civile prosegua. (...) Tale rinuncia all’immunità verrà da me formulata in un atto scritto che pubblicherò sul mio blog, in modo da evitare qualsiasi strumentalizzazione». Come no. S’è visto. La formula con cui Di Pietro si trincerava dietro l’immunità, intanto, continuava a essere perorata in tutti gli scritti difensivi nonché nelle memorie di replica e anche nelle cosiddette comparse conclusionali. Zitto zitto. Di Pietro Di Pietro. E ieri il voto: welcome to the Casta.
Infine: per distrarre il volgo da questa modesta vergogna, per difendersi cioè attaccando come suo solito, proprio ieri Di Pietro si è messo a inveire contro Silvio Berlusconi: «Si avvale del Lodo Alfano anche per sfuggire alla mia querela per diffamazione. Aveva detto di avere a disposizione delle carte che provavano il fatto che la mia laurea non fosse valida. È vergognoso usare il Lodo Alfano anche per difendersi dall’accusa di diffamazione». Già. Molto meglio l’immunità parlamentare. Quella europea. Magari: sperando che nessuno se ne accorga.
martedì 21 aprile 2009
Di Pietro: "Franceschini? "E' scorretto e pavido" Il leader del Pd: "Scorretti saranno lui e il Pdl"
Di Pietro: "Franceschini? Scorretto e senza coraggio" "La verità - insiste Di Pietro - è una e una sola: le elezioni europee hanno una valenza nazionale importantissima ed è per questa ragione che i leader di partito hanno il dovere di metterci la faccia in prima persona. Il Pd, invece, non ha il coraggio di affrontare di petto e contrastare la candidatura di Berlusconi, con i suoi massimi dirigenti: è un dato di fatto di cui prendiamo atto". "Ma è davvero inaccettabile - attacca ancora il leader di Idv - che Franceschini critichi noi che la faccia ce la mettiamo, e lo facciamo perché sentiamo il dovere di assumerci la responsabilità di contrastare il governo delle destre e di rappresentare l`opposizione. Se Franceschini non ha il coraggio di farlo è un problema suo, ma non critichi me che il coraggio ce l'ho".
Il leader del Pd: "Di Pietro e Berlusconi scorretti" E alla fine, fra i due, diventa una partita di tennis. Il leader del Pd non rinuncia a controbattere e rispedisce al mittente le accuse. E, dato che c'è, se la prende anche col Pdl. La direzione del Pd ha approvato le candidature del partito per le Europee, il voto è stato "condiviso"e le liste sono composte esclusivamente da persone che "se saranno elette resteranno in Europa per tutta la legislatura, mentre gli altri partiti, dal Pdl all’Italia dei valori, si comportano in maniera "scorretta" presentando candidati ineleggibili.
"Resteranno tutti a Strasburgo" Dario Franceschini incontra i giornalisti al termine della direzione del Pd e torna a polemizzare con chi si candida per l’europarlamento pur sapendo che si dimetterà un istante dopo essere stato eletto: "Nelle nostre liste ci sono personalità, persone radicate nel territorio, sono rappresentate le competenze... Soprattutto, tutte le persone presenti nelle nostre liste se verranno elette resteranno in Europa per tutta la legislatura". Una regola per la quale è stata ammessa una sola "eccezione", quella del sindaco di Gela, perché c’era una forte richiesta del partito dovuta anche al "suo ruolo nella lotta alla mafia".
lunedì 20 aprile 2009
Nessuno vuole Tonino a tavola, ecco perché
domenica 19 aprile 2009
Travaglio il professionista: dell’incoerenza
venerdì 17 aprile 2009
Annozero, la riparazione di Santoro: no all'autocritica, ma insulti al Giornale
Milano - À la guerre comme à la guerre, ha pensato Santoro. Altro che puntata riparatrice. Annozero di ieri è stata una sfida alla Rai, con le vignette di Vauro mostrate alla faccia della sospensione, e con un nuovo carico da novanta contro la Protezione civile, il governo, i giornali servi di Berlusconi, che siamo noi naturalmente, ma anche il Corriere della Sera e La Stampa. E giù insulti a tutti.
Intanto insulti a voi che leggete. Siete dei «poveretti», cari lettori. Così vi ha definiti Santoro in apertura di trasmissione: poveretti. «Vorrei soprattutto», ha detto, «salutare i lettori del Giornale. Poveretti. Vi adoro perché faccio grandissimi sforzi per capirvi. Ma come. Il Giornale ha fatto grandissime battaglie per la libertà di pubblicare le vignette che offendono l’islam (non è vero, naturalmente: ma Santoro lo dice lo stesso, ndr) e adesso se la prende con Vauro».
Il Giornale, il Giornale... Giornalisti prezzolati da Berlusconi, e lettori «poveretti», minus habens secondo Santoro. Sarebbe facile liquidarla così. Però guarda che strano, a definire «indecente» la puntata della scorsa settimana di Annozero era stato anche Gianfranco Fini, tanto stimato a sinistra negli ultimi tempi. E anche Franceschini aveva criticato duramente, e Franceschini è il segretario del Pd, non del Pdl. E anche Follini ha detto che non vuole avere nulla a che fare con il giornalismo «estremista e fazioso» di Santoro, e Follini è il responsabile della comunicazione del Pd, non del Pdl.
Ma sì: Santoro e la sua band contro tutti, unici eroi puri e duri in un mondo asservito al potere. Santoro sfotte Aldo Grasso del Corriere della Sera, il quale aveva definito la scorsa puntata di Annozero un «abuso della libertà»: «È uno che parla di tv come Vespa parla di cavalli», dice il giornalista «sempre corretto» (definizione sua) Santoro. Altri insulti, perché non poteva mancare Emilio Fede: «Noi siamo un tg4 fatto bene», dice il giornalista sempre corretto. Poi parla Travaglio. E tiriamo un altro sospiro di sollievo perché accusa non solo noi ma anche il Corriere e La Stampa, legge un articolo di Minzolini e ironizza, chiude con un discorso di Mussolini che è così tanto simile a quelli di Berlusconi.
Insomma l’Italia è così, fa intendere Annozero: un premier che si prepara a silenziare l’opposizione, la stampa intera che è complice, Santoro e i suoi fedelissimi gli unici resistenti. I casi sono due: o è così, o qualcuno è paranoico.
Partono, dopo le invettive alla stampa allineata, i filmati «riparatori», quelli che in teoria avrebbero dovuto riequilibrare. Sempre in teoria, gli inviati di Annozero avrebbero dovuto trasmettere le interviste anche a quei quattro gatti che sono stati davvero soccorsi dalla Protezione civile. Invece viene intervistata solo gente che grida che qualcuno avrebbe dovuto provvedere: ed è vero, ma come e dove e quando? Non c’entra niente con le accuse di ritardo nei soccorsi lanciate la scorsa settimana.
E qui sta la truffa di Annozero di ieri. Santoro mente senza vergogna quando dice «noi non abbiamo mai messo in dubbio l’efficienza e la velocità dei soccorsi, ma abbiamo voluto parlare della prevenzione». È una truffa perché la puntata «riparatrice» mette sotto accusa le case costruite male e i controlli non fatti, e sono accuse che ci stanno, riflessioni legittime. Ma la scorsa settimana Santoro e i suoi se ne sono guardati bene dal parlare delle case costruite male e dei controlli non fatti per il semplice motivo che quelle case sono state costruite e non-controllate nell’arco di cinquant’anni e dare la colpa all’attuale governo sarebbe stata un po’ dura. La scorsa settimana, Annozero ha puntato l’indice accusatore contro i ritardi nei soccorsi, sono state intervistate persone che dicevano che i volontari si facevano «i cazzi loro» e si è istruito un processo per una bottiglietta di acqua arrivata in ritardo. Sandro Ruotolo, l’inviato di Annozero che ha raccolto quelle denunce, in un’intervista ha implorato di dirgli dove ha sbagliato nella puntata della scorsa settimana. Glielo diciamo subito: ha cercato, o quantomeno trasmesso, solo le interviste che servivano a supportare la tesi che si voleva sostenere, e cioè che i soccorsi erano stati tardivi e inefficienti. E questo non è giornalismo, è un mezzuccio di cui sono sempre servite le propagande di tutta la storia.
Molto meglio, allora, far credere ai telespettatori che la puntata della scorsa settimana abbia parlato non dei soccorsi ma della prevenzione, e allora giù accuse al piano casa che il governo Berlusconi varerà (ma che cosa c’entra con il terremoto dell’Abruzzo?), e giù con Di Pietro che urla come al mercato delle vacche.
È l’Italia dei valori, l’Italia degli onesti, il giornalismo dei puri, dei coraggiosi, dei resistenti. Ma anche di quelli che hanno la possibilità, in questa dittatura, di fare la trasmissione più faziosa della storia della Rai; di avere la prima serata assicurata per sentenza; di fregarsene delle direttive della direzione generale per poter prepararsi, un giorno, a cantare di nuovo «Bella ciao», e magari di farsi rieleggere per poi dimettersi prendendo per i fondelli gli elettori. Quello cominciato ieri sera è un film già visto.
Giù le mani da Santoro, comunque. Un po’ perché le epurazioni non ci piacciono. E poi perché si cadrebbe in un tranello. Santoro, come ha scritto Facci, sta cercando il martirio. Continui pure con il suo Obiettivitàzero: ma la smetta di atteggiarsi a paladino della libertà. Cà nisciuno è fesso, Michè.
Se ne sentiva il bisogno?
La risposta e' si', perche' nonostante continui a gridare alla soppressione della liberta' di espressione il 90% dei media e' schierato..... eppure nessuno di quei coglioni (autodefinizione pure stampata su magliette e cartelloni) si e' mai posto la semplicissima domanda: Ma se il 90% dei media e' SPUDORATAMENTE antiberlusconiana... com'e' possibile che poi Berlusconi possieda la maggioranza degli stessi?? E' autolesionista o che???
La verita' e' molto piu' semplice..... quella della liberta' di espressione e' l'ennesima bufala di una sinistra che avendo perso su tutti i fronti la sua stessa natura cerca di dare un segno vitale identificando e impersonificando il male assoluto in Berlusconi.
Nessuno dice che Berlusconi sia un santo, chiunque oltre i 16 anni sa benissimo che per diventare uno degli uomini piu' ricchi del mondo di certo non hai la coscienza pulita..... ma questo non vuol dire che sia il male impersonificato, il nemico da abbattere ad ogni costo o che abbia fatto fortuna SOLO grazie alla fottutissima P2, altrimenti in Italia avremmo una valanga di multimegamiliardari alla Zio Paperone.... e non mi sembra proprio sia questo il caso....
A mio avviso l'origine dell'antiberlusconesimo nasce da un sentimento umano che i coglioni han sempre covato.... si chiama invidia... la conoscete?
Siccome lui ci e' riuscito e io no va abbattuto... bel ragionamento del cazzo....
Ma si sa che l'erba del vicino e' sempre piu' verde... e nel caso dei suddetti coglioni pure piu' bbbuona visto che loro l'erba se la fumano a quantita' massicce per non rendersi conto delle evidenti contraddizioni in se stessi e nel loro odio innaturale....