giovedì 24 dicembre 2009
Di Pietro scrive a Gesù Bambino per insultare Silvio: «È il diavolo»
Fatto sta che mentre a destra e a sinistra si sprecano gli inviti a stemperare il «clima d’odio», Tonino per contribuire a far tornare il sereno non trova di meglio che dare del «diavolo» a Berlusconi. E lo fa in un video dal sapore vagamente messianico in cui legge la sua «letterina di Natale», indirizzata ovviamente a Gesù Bambino.
Una sorta di escamotage letterario che cela un compendio di bontà e genuino spirito democratico, nel quale il leader dell’Idv, dopo aver provato a utilizzare il Parlamento Ue a fini di polemica politica interna, tenta un approccio un tantino strumentale pure con il Divin Pargoletto, chiedendogli per l’anno prossimo di «metterci in condizione di liberarci politicamente, attraverso l’esercizio democratico del voto, di questo diavolo al governo». Insomma, niente souvenir come scorciatoia, almeno. E pazienza che per «l’esercizio democratico del voto» gli italiani siano passati appena 20 mesi fa, scegliendo come sappiamo. Basta un bel miracolo, ed ecco le elezioni anticip.ate.
Naturalmente, prima della preghiera, Di Pietro si spende per convincere il giovane Nazareno della bontà della propria causa. «Caro Gesù Bambino - chiosa il devoto Tonino - tu lo sai bene com’è fatto il diavolo. Tu lo sai bene che non ci si può fidare di lui. Tu lo sai bene che a un certo punto l’hai dovuto pure mandare via dal Paradiso per relegarlo all’inferno».
E già, «con il diavolo non si può dialogare», argomenta Tonino, chiarendo subito, casomai qualcuno dei suoi fedelissimi non abbia capito, a chi si sta riferendo: «Nel nostro Paese c’è un “diavolo” al governo che pensa di usare le istituzioni solo per farsi gli affari suoi», e che «vuole addirittura cambiare la Costituzione perché nella Carta non è previsto che lui non può essere processato». Di Pietro di processi se ne intende, ma parlarne a Gesù, che di sentenze pilatesche e di malagiustizia ne sa qualcosina, è roba delicata. Così l’ex pm si premura con ridondanza di demonizzare «il diavolo», e chiarisce come il satanico premier voglia che sia stabilito che «lui» non può essere portato a giudizio, «non che non possa commettere reati, intendiamoci».
Siccome il paragone con Lucifero non basta, ecco che Tonino si affida a una metafora nella metafora, spiegando al Bambinello perché lui di dialogo, con quello lì, proprio non vuole saperne. Così, dopo aver chiesto a Gesù se «si ricorda» la favola di Cappuccetto Rosso, gli domanda: «Avrebbe mai potuto dialogare con il lupo cattivo?». A dirla tutta, Cappuccetto Rosso con il lupo ci ha dialogato, anche se il confronto inizialmente non le ha giovato. Ma forse è la parte in cui il cacciatore sventra il lupo quella che piaceva all’ex pm, che in pieno clima natalizio torna poi al suo colloquio immaginario con Gesù Bambino, chiedendogli di «aprire gli occhi» all’opposizione che «fa inciuci» con quel satanasso di casa a Palazzo Chigi.
Poi Tonino sembra convinto che anche il Bambinello sia maturo per entrare nell’Idv, un passo verso la «natività politica» molto più ambizioso rispetto a quello del Cavaliere, che si era limitato a proporre di mettere sotto l’albero la tessera del Pdl. E così gli parla da compagno di partito, strizzandogli l’occhio, manco quello nella mangiatoia fosse Barbato: «Tu sai meglio di me che nel governo Berlusconi non ci sono buone intenzioni», spiega sornione, prima dell’ultima richiesta di intervento oculistico, stavolta orientata al popolo tutto: «Apri gli occhi agli italiani prima che sia troppo tardi». Perché ovviamente per Di Pietro i 17 milioni di italiani che hanno votato per eleggere l’attuale premier sono orbi. E il popolo, se vota Berlusconi, per Tonino senza dubbio è bue. Ci fossero anche un asino e la stella cometa, il presepe sarebbe completo.
venerdì 18 dicembre 2009
Non tutti i Tartaglia sono uguali Quando Tonino faceva la vittima
3 maggio 1994: al terzo piano del palazzo di giustizia scoppia la bagarre, accorrono tutti, perfino il big della Procura Francesco Saverio Borrelli. Seppur non minacciato, Di Pietro è sconvolto, pallido, si lamenta: «Mi volevano ammazzare, hanno appena cercato di uccidermi, di farmi fuori». Più tardi, riappare tra i ragazzi della sua scorta e qualcuno giura pure di averlo visto stringere in pugno una mitraglietta. Circostanza, questa, poi smentita da Tonino. Piercamillo Davigo, resosi subito conto che lo psicopatico seppur armato è più simile a un cartone animato che a una minaccia reale, prende per i fondelli il collega: «Dai Anto’, non farla tanto lunga, era solo un pazzo». E lui: «E che? Le coltellate di uno sano erano meglio? È proprio dei pazzi che c’è d’aver paura». 13 dicembre 2009: in piazza del Duomo scoppia la bagarre, il premier colpito è una maschera di sangue, si issa sul predellino della sua auto e cerca di rincuorare la folla facendo vedere che è ancora vivo. Mentre l’auto corre verso l’ospedale San Raffaele, il Cavaliere non si capacita di quanto accaduto e a caldo mormora: «Io voglio bene a tutti, voglio il bene di tutti, non capisco perché mi odino così».
3 maggio 1994: Di Pietro, appena gli tirano fuori la faccenda del povero squilibrato s’incazza di brutto: «Ma mi domando e dico: essere ammazzato da un pazzo mi fa più piacere?». Il suo capo Borrelli gli dà manforte: «Beh... i pazzi possono essere usati... Quando il clima si fa incandescente, sono gli squilibrati i primi a risentirne». 13 dicembre 2009: Rosy Bindi dichiara alla Stampa che «Berlusconi non deve fare la vittima perché da mesi la sua maggioranza cerca di dividere il Paese». Di Pietro afferma a la Repubblica che «il gesto di un matto da legare non modificherà la mia opposizione» e all’Unità che «si cambia la vittima per l’aggressore, quando c’è un governo fascista e piduista per fortuna c’è qualcuno che inizia a fare resistenza». La dipietrista Sonia Alfano spiega che «non darò mai la solidarietà al premier perché è un frequentatore di minorenni, un piduista, un corruttore, un frequentatore di mafiosi, un uomo che non ha il senso dello Stato». Proprio roba da matti.
giovedì 17 dicembre 2009
L'ultima truffa di Tonino&C: il vero violento è il Cavaliere
sabato 12 dicembre 2009
E ora Di Pietro istiga alla violenza di piazza
Fatto sta che ieri - sulla scia di uno sciopero del pubblico impiego indetto dalla sola Cgil e al quale ha aderito meno del 10 per cento dei lavoratori di Stato, enti e scuola - è andato in scena un tentativo di rianimare il conflitto sociale.
Tutto parte dallo sciopero degli statali. Le cifre della giornata sono queste: il principale sindacato del Paese ha dichiarato di avere fatto sfilare a Roma, Milano e Napoli almeno 180mila lavoratori della Funzione pubblica e ha rivendicato adesioni tra il 50 e il 60 per cento (parole del segretario generale della Fp Cgil, Carlo Podda). Le stime del ministero della Funzione pubblica, che per legge deve raccoglie in diretta i dati, sono molto diverse. Meno del 9,45 per cento di scioperanti, con il picco massimo negli enti di ricerca (14,45 per cento) e il minimo (4,24 per cento) nella Sanità. «Uffici pieni, scuole piene e piazze vuote», ha sintetizzato a fine giornata Renato Brunetta.
Senza contare la beffa dei soldi che il primo sindacato ha «regalato» al governo grazie alle trattenute in busta paga: circa tre milioni di euro. Contraddizione che non è sfuggita agli altri sindacati, infuriati con la Cgil che ha indetto uno sciopero su una vertenza che, a loro giudizio, sta andando avanti regolarmente. «Perché - chiedeva ieri il segretario confederale della Cisl Gianni Baratta - far spendere soldi inutili ai lavoratori prima ancora di aver presentato piattaforme e con il governo che, non più tardi di ieri, ha confermato il suo impegno a reperire tutte le risorse necessarie per il rinnovo contrattuale?».
Le ragioni dello sciopero le ha spiegate il segretario generale Guglielmo Epifani parlando dal palco del corteo romano: «La nostra è una manifestazione esclusivamente e profondamente confederale e sindacale, ha obiettivi sindacali e certamente politici, perché in ballo c’è il futuro di milioni di persone e l’avvenire del nostro Paese». Uno sciopero per il contratto, i precari, ma anche in difesa della Costituzione. In sostanza una mobilitazione contro il governo «che non dà risposte a nessuno».
Protesta in linea con le posizioni del Pd, impegnato in questi giorni nelle 1.000 piazze contro il governo e impegnato a valutare un’altra manifestazione contro il governo. E non è un caso che, in questa situazione, Epifani si sia rivolto ai pubblici dipendenti. Nonostante la crisi e i movimenti di palazzo, questi non sembrano essere tempi favorevoli ai conflitti. Il Censis nell’ultimo rapporto sulla situazione dell’Italia ha registrato nel 2008 un calo generalizzato delle proteste e degli scioperi nei luoghi di lavoro. Calano i conflitti, ma, soprattutto, diminuiscono i lavoratori disposti a partecipare alle proteste. Dagli 882mila del 2007 ai 667 dell’anno successivo. Il calo diventa un crollo tra gli operai. La partecipazione agli eventi conflittuali dei metalmeccanici si è sgonfiata da 514mila a 193mila. L’unica categoria che ancora punta su scioperi e manifestazioni è quella degli statali, con una partecipazione che è salita da 153mila a 206mila. Dati che ricalcano le più recenti indagini sugli orientamenti politici dei lavoratori dipendenti che ormai assegnano al centrosinistra il primato solo tra i pubblici. Insomma, se, come teme Di Pietro, ci saranno «milioni di cittadini esasperati» che si daranno alle violenze di piazza non potranno essere che travet e insegnanti.
mercoledì 9 dicembre 2009
ALLARME, C’E CHI STRACCIA LE LEGGI
Va tutto bene, è sufficiente possedere la faccia tosta per giustificare la penosa esibizione di Torino, dove uno Spatuzza qualsiasi ha potuto spargere letame sul capo di un governo democraticamente eletto senza che ci sia il minimo riscontro alle sue parole: ecco, provate a dirci che così fan tutti, in tutti i Paesi civili. E, visto che ci siete, diteci anche che non c’è nulla di strano nel fatto che le parole di un pentito (sempre Spatuzza) facciano strame di quelle di altri tre pentiti, sulla base delle quali si sono celebrati tre processi che hanno spedito all’ergastolo un bel po’ di persone. Raccontatelo agli innocenti in carcere da anni che ora dovranno essere liberati. E toglieteci dalla testa la fastidiosa domanda: ma se è stato preso un così colossale abbaglio allora, chi e che cosa ci garantisce che non si stia facendo il bis adesso? Pentito per pentito: chi mente e chi dice la verità, dato che solo sulle loro parole ci si basa?
Scandalizzatevi pure per i grossolani giudizi degli yankees. Ma sostenete, se ne siete capaci, che non c’è Nazione della Terra dove un pubblico ministero di un paesino di diecimila abitanti non possa indagare su mezzo mondo, regnanti compresi, sulla base di chiacchiere da bar.
Persuadeteci che non c’è nulla di strano nel fatto che un pm si faccia dare soldi da un inquisito, di un altro indagato dica «quello lo sfascio» e, invece di essere radiato, sia trattato come un eroe. E che a condividere la sua gloria chiami un collega che non è riuscito a vincere una, dicesi una, delle mille fantasiose inchieste allestite.
Certo, gli americani non hanno la nostra creatività. Forse negli Usa uno non viene processato perché «non poteva non sapere» e non viene condannato perché «se non è stato lui, chi altri?». Ma sbagliano loro, senz’altro. Volete mettere quanto è più eccitante vivere in un Paese dove se un tizio pensa di andare in Procura e accusarvi di aver violentato la Madonnina del Duomo di Milano, il magistrato di turno, anziché sbatterlo in galera o chiamare un’ambulanza, apre un fascicolo («atto dovuto», si capisce) e poi fa sapere discretamente alla stampa che vi sta indagando per stupro. Il tutto mentre un suo collega va in televisione a proclamare, senza che neppure gli scappi da ridere, che bisogna essere garantisti anche con le statue, perbacco, mica solo con i colletti bianchi. E il mite Conduttore della tv di Stato fa sì con la testa, inalberando il suo miglior sorriso da paresi facciale.
Dove lo trovate un altro posto così? Un Paese fantastico, dove si fanno le barricate se qualcuno propone che i processi non possano durare più di sei anni. No, non sei mesi Mr Smith, ignorante che non sei altro: sei anni! E che diamine. Noi in sei anni di norma non riusciamo neanche a concludere il primo grado. A meno che non ci sia da condannare Berlusconi o da risarcire qualche giudice che si è sentito offeso da un giornalista, ma questi sono casi a parte: non fanno statistica.
E dunque, dove da almeno 15 anni regna la migliore delle Magistrature possibili, è più che giusto che qualsiasi governo si metta in mente di riformare la giustizia venga perseguitato e possibilmente abbattuto per via giudiziaria. Ed è altrettanto giusto che se un Parlamento produce leggi che non piacciono ai magistrati, questi ultimi passino il loro tempo a contestarle in tv e sui giornali e a sabotarle nelle aule di tribunale.
Ecco, se tutto questo vi pare normale, potete continuare a infuriarvi perché all’estero nutrono qualche perplessità sul modo in cui da queste parti amministriamo la giustizia. E, in attesa di esultare commossi la prossima volta che gli stessi organi di stampa stranieri che ora vituperate solleveranno dubbi su Berlusconi, potete chiamare l’imbianchino Gaspare Spatuzza e farvi pitturare tutte le pareti della vostra casa. Di viola.
lunedì 2 novembre 2009
La base in rivolta contro Di Pietro: nascono comitati per la «glasnost»
Il malcontento prende corpo sulla Rete, lo strumento che Di Pietro ha scelto (sulla scia di Grillo) come ariete per sfondare nella «società civile», quelli delusi dalla politica e sedotti dall’antipolitica. Il rischio, però, con questa fetta di opinione pubblica, è che si rivolti contro non appena il movimento appaia come il solito partito di acchiappapoltrone e riciclati, rischio molto forte per l’Idv soprattutto meridionale.
In questo tumulto della base, che ha trovato molto spazio su Micromega di Flores D’Arcais (notoriamente vicino all’ala demagistrisiana dell’Idv, molto meno all’apparato dipietrista), ci sono anche delusi che occupano una poltrona ai vertici dello stesso partito. Uno di loro è l’ex consigliere di Tonino al ministero delle Infrastrutture, Giuseppe Vatinno, attualmente responsabile nazionale Energia e Ambiente dell’Idv. L’ex consigliere di Di Pietro vuole dar vita a una corrente interna, per adesso solo virtuale (ma sta sondando e arruolando qualche parlamentare... ), che si chiama «Perestrojka e glasnost», cioè ricostruzione e trasparenza come nell’Urss di Gorbaciov, metafora più che esplicita sulla democrazia interna (ed esterna) del partito. «A livello soprattutto locale nell’Idv c’è una classe dirigente che ha avuto problemi - spiega Vatinno - non c’è trasparenza, lo stiamo dicendo da anni, ma purtroppo il partito è pieno di personaggi molto ambigui, perché non c’è una vera selezione della classe dirigente. L’assemblea di ieri a Bologna è una prima iniziativa, abbiamo approvato un documento che sottoporremo a Di Pietro, vogliamo democrazia e primarie nell’Idv. Ma ci saranno riunioni autoconvocate in tutte le regioni, entro un mese a Roma e Modena. Vogliamo costruire un luogo di espressione del malcontento nei confronti del partito per avere coerenza tra “predica” e “pratica”». Invitati pare già confermati alla prossima assemblea dell’Idv anti-Tonino? De Magistris e Sonia Alfano.
Sul sito di Micromega si sprecano le lettere di delusi e tesserati che hanno gettato la spugna. Mail di militanti che hanno per titolo «Perché diciamo addio all’Idv», o «Credevo in questo progetto, ora sono ferita e delusa», o «Un partito con problemi di democrazia». Nel circuito dei gruppi internet, tra Facebook e YouTube, circola il video dell’ex consigliere comunale Idv di Gorizia, Francesca Tomasini. Un clip dove la giovane (ex)dipietrista spiega: «Non tolleravo più il bassissimo livello di democrazia interna, di trasparenza, di meritocrazia, l’assenza di regole, lo sfruttamento fine a se stesso e l’ipocrisia che ho visto imperversare indisturbatamente e sempre di più».
Altri gruppi autocostituiti sempre su Facebook chiedono a Di Pietro un passo indietro, per lasciare il posto a Luigi De Magistris. C’è addirittura chi vorrebbe Leoluca Orlando leader dell’Idv. Chiunque, ma non più Di Pietro. Il capo è sotto processo per i molti errori commessi nella scelta dei vertici regionali, delle candidature, per le compromissioni dell’Idv con affari poco chiari. La sua linea però è sempre quella, «le mele marce possono esserci, ma le cacciamo». Tonino punta al congresso dell’Idv, per incassare un plebiscito (grazie a regole congressuali blindatissime). Ma l’impressione generale, nella base, è che le mele marce non solo restino, ma crescano a vista d’occhio.
domenica 1 novembre 2009
Quella macchina del fango che porta sempre ad Arcore
C’è naturalmente Silvio Berlusconi, deus ex machina del ricatto all’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo. Ci sono i suoi «giornalisti di corte», copyright Marco Travaglio, in testa Alfonso Signorini il direttore di Chi. Immancabile c’è pure la camorra, perché, illumina i lettori Concita De Gregorio, gli investigatori cercavano il boss latitante dei casalesi Iovine quando hanno trovato Marrazzo, seguendo le tracce di Cafasso, il pusher che «conosce bene Marrazzo, le sue esigenze, le sue abitudini», quello che contatta Libero per vendere il video, che alle due croniste del quotidiano dice di temere per la propria vita e che poi, ma guarda un po’, muore. Che c’entra? Tutto c’entra perché tutto si tiene, nella trama orrenda che deve portare a Milano, anzi meglio, ad Arcore. Se la si guardasse da qui, da Fondi, «il comune infiltrato dalla camorra», avverte Concita, «i trans diventerebbero meno rilevanti».
Ecco la via. «L’affaire Marrazzo non è una storia di sesso e il sesso non è il focus della storia» scrive Giuseppe D’Avanzo. «Pare che uno si diverta a tirare in ballo Silvio Berlusconi anche nel caso Marrazzo», ironizza Marco Travaglio, e invece no ma tocca farlo, visto che «il presidente del Consiglio ha fatto tutto da solo». Chissà, magari prima di scrivere si son sentiti. L’assunto è quello del titolo di Repubblica: «La macchina del fango partita da Milano come un manuale di killeraggio politico». Riassunto, il ragionamento, pardon, la ricostruzione, è la seguente: il premier voleva ricattare Marrazzo, è lui «il mattatore». Tutti gli altri sono pedine in mano sua, burattini. I carabinieri che «obbligano Marrazzo a calarsi i pantaloni» per poi fotografarlo, il direttore di Chi che riceve l’offerta di acquistare il video e non lo compra. E la telefonata di Berlusconi a Marrazzo è solo il colpo di teatro finale, il cappio che si stringe attorno al collo del governatore, che da quel momento è nella «piena disponibilità» del premier. Movente? Ovvio: far fuori gli avversari, e via a rivangare il caso Boffo, il caso Mesiano, e dentro buttiamoci pure Veronica Lario e Gianfranco Fini, che tutto fa brodo, con il risvolto quasi ironico che citato fra i quotidiani alla corte di Re Silvio finisce pure il Riformista, che sarà pure di sponda sinistra, ma ha la sfortuna di avere lo stesso proprietario di Libero, il gruppo Angelucci. La prova del complotto? Eccola: ad almeno un paio di testate, secondo i verbali dei ricattatori, il video ha fatto gola, da Libero a Panorama.
Ma come in ogni delitto, qualche tassello non torna. Per esempio l’sms che avvertiva del video di Marrazzo e che alle ore 15 del 25 settembre scorso è arrivato sul telefonino, fra gli altri, di D’Avanzo. Perché il mastino delle inchieste che ha riempito pagine sulle feste private del premier e con interviste a veline, fidanzati ed escort, dopo averlo ricevuto non ha indagato? È la macchina del fango, baby, ma a volte funziona al contrario.
sabato 31 ottobre 2009
Il killeraggio del gruppo Espresso E Silvio diventa un «ricettatore»
Abracadabra. È un gioco di prestigio. La storia di Marrazzo, i trans, il video, lo scandalo, il condominio a ore di via Gradoli, i ricatti, l’imbarazzo, le dimissioni, il convento, l’addio alla vita pubblica sporcano e imbarazzano il moralismo del «partito antiberlusconiano». È un passo falso che per qualche giorno ha strozzato le parole dei padri predicatori di Repubblica. Che fare, adesso? Serve una magia. La bufera che guarda a sinistra deve ritornare sul solito personaggio, Silvio B., il Caimano, il principio di tutti i mali. Come? Tutti ci pensano un po’ e poi D’Avanzo trova la soluzione. Il trucco è questo. Berlusconi si ritrova tra le mani questo cavolo di video. È un giro un po’ lungo. I carabinieri lo passano all’agenzia Photo Masi, da lì viene offerto in giro qua e là, arriva sul tavolo di Alfonso Signorini, direttore di Chi, che lo passa ai vertici della Mondadori e poi a Berlusconi. Il premier telefona a Marrazzo e lo avverte. Berlusconi pensa di essersi comportato da gentiluomo. Ma è da qui che Repubblica parte per architettare la magia.
Il Cavaliere diventa un ricattatore, uno che occulta la prova di un reato, un ricettatore. Il gioco è fatto. Il signor B. ancora una volta va punito. D’Avanzo fa un appello ai pm e scrive: «Se la legge è uguale per tutti, è ragionevole pensare che la procura di Roma cercherà di capire chi ha pilotato i falsi ricattatori mentre invierà a Milano, per competenza, le carte di un’ipotetica ricettazione».
D’Avanzo chiama questo giornale, questo qui che state leggendo, la «macchina del fango». Quelli che scrivono qui sono killer, il direttore è un killer, i lettori leggono e si bevono le parole dei killer. Qui i killer, lì i partigiani. Repubblica e L’Espresso non gettano fango. No, mai. Il loro giornalismo è un «dovere morale». È resistenza. È civiltà. È guanti bianchi. È la verità per definizione. È il sigillo della fede. Se si scrive mezza parola critica su Napolitano è vilipendio, se si accusa il presidente del Consiglio di ricatto e ricettazione (senza uno straccio di prova) è giornalismo onesto. Paradossale. Quando si parla di Berlusconi le cariche istituzionali non esistono. Non esiste più nulla. Spara e basta. L’Espresso può mettere in copertina la foto di Alfano e raccontare il ministro della Giustizia come un mezzo mafioso e nessuno si scandalizza. Non ci sono fatti, solo insinuazioni buttate qua e là. In fondo è siciliano. E quindi quasi sicuramente colluso. Si parla di voti chiesti ai boss, si parla di pranzi con Ciancimino junior, si dice che la legge anti intercettazioni fa bene ai mafiosi. Si parla, si dice, si sussurra. E il gioco è fatto: il Guardasigilli è quasi mafioso.
Non c’è nulla da fare: questo governo è colpevole fino a prova contraria. «Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato». È così che comincia il Processo.
L'ultima trovata di Santoro I trans per attaccare il premier
La trasmissione fa scempio della vicenda Marrazzo indugiando su dettagli scabrosi. E i fatti si trasformano in un processo a Berlusconi.
Dobbiamo delle scuse a Santoro. Non lo credevamo capace di tanto: avevamo ipotizzato potesse voler tutelare il dolore privatissimo della famiglia Marrazzo, dedicando magari la puntata alle barbabietole dell'Uganda. Invece lui, dopo averci mandato a dire nei giorni scorsi di non «aver bisogno di suggeritori», ha aperto "Annozero" annunciando solennemente che «chi non vuole che i bambini sentano certe cose cambi canale».
E con spietatezza, anzi con voluttà efferata, ha calpestato il cadavere politico dell'ex governatore del Lazio per tirare fuori, guarda tu, il feticcio di Berlusconi, come un prestigiatore da vaudeville chiama l'applauso con il vecchio coniglio nel cilindro. Già nel sermoncino pre-sigla, neanche fosse un anti-testimonial di compagnie telefoniche, invitava il premier a brevi chiamate in tv, e a palesarsi nella sua arena, perché ci «sarebbe grandissima attesa con lui qui, come con Italia-Brasile». Pelè Santoro, modesto come lo conosciamo, ha vivisezionato le debolezze private di Marrazzo per sostenere la tesi che «chi subisce un ricatto e ha un ruolo istituzionale, se non lo denuncia, deve dimettersi. E non vale solo per Piero».
Travaglio, fresco di contratto Rai, riesce nella mirabile acrobazia dialettica di collegare lo stalliere Mangano con l'eros cupo di via Gradoli, Provenzano con Brenda, Mills con le polveri proibite. Si fa per dire, ma lui lo dice sul serio, L'obiettivo non è scoperchiare il verminaio sui viados e i vip, ma sollecitare la cacciata del presidente del Consiglio. Chapeau. Per arrivare a tanto, ci vuole un'ora buona di trasmissione: nella quale l'audience è garantita da una serie di espedienti oltre il limite della decenza, come la "ricostruzione" da docu-fiction del famigerato video con Marrazzo in deshabillé.
Due attori, immagini sfocate e tutto è sottratto alla fatica dell'immaginazione: quella stessa che poco prima era stata sollecitata nella dettagliata descrizione dell'inviato di "Oggi", Giangavino Sulas, il primo ad essere avvicinato, nell'estate scorsa, dai carabinieri presunti ricattatori. Con sapienza cronistica, ecco evocato il tinello, le parole della vittima, i particolari più scabrosi. Il climax è quella frase attribuita a Marrazzo e rivolta ai ricattatori :«Non mi rovinate, ragazzi! Ci sono i giornalisti qui sotto?». Poi ecco il giro sui marciapiedi, dove i professionisti del sesso ci sottolineano che a lui, il politico caduto in disgrazia, «piacciono i festini», ma solo «quelli dove ci si tocca un po', si sniffa», perché «quello è bisognoso di coccole, lo abbracci forte e va bene così». Uno scempio che neanche le poiane sopra una carcassa nel deserto, e compiuto da una redazione che in teoria dovrebbe essere solidale con la collega Serdoz e con la sua bambina.
Volano cifre colossali, dai 200 ai 500 mila euro, chiesti dagli estorsori per quel reperto video che nessuno avrebbe dovuto conoscere, e che ora potremmo tutti raccontare a memoria, grazie al sex-show in prima serata. Altri nomi? I trans ci rivelano che con loro vanno «in tantissimi, tra i famosi, anche donne importantissime, meravigliose». Ce n'è uno in studio, non è Natalie, ma Kristal, corposa portavoce dei transessuali di Padova (?): fa sociologia genitale, ma con più pudore dei protagonisti di "Annozero". Per loro, l'abissale e mortificante disintegrazione di Marrazzo è l'espediente di sceneggiatura per mettere nel mirino il supercolpevole di tutte le malefatte d'Italia: quel Berlusconi che pure "avvisa" l'altro, e che - da imprenditore - decide di non far pubblicare dai suoi periodici le immagini che rovinerebbero un politico della parte avversa.
Ma naturalmente i giorni che intercorrono tra la presa in visione del video e la chiamata di Silvio a Marrazzo, per Mikhail e i suoi sono una prova patente di quell'evergreen che è il «conflitto di interessi», e una chiamata di correità non solo morale. C'è la richiesta di dimissioni di Berlusconi per la storia delle escort (un paradosso santoriano dei più raffinati), e l'elencazione di giornalisti che «sapevano», ma che per qualche insondabile verità nascosta, hanno taciuto, tardato, obbedito. Davvero tante scuse, Mikhail. Ti auguriamo un boom di audience. Meglio di «Distretto di polizia» o dei «Ris». Suspence, azione, fiction. Ma il solito assassino.
giovedì 22 ottobre 2009
Arriva il condono-lampo per la villa di Santoro
Don Michele da Salerno, gran fustigatore di condoni e scudi fiscali, fa shopping immobiliare in vista della prossima estate e le pratiche burocratiche, per il vip di origini salernitane, viaggiano come Eurostar. La casa comprata il 26 giugno scorso ad Amalfi, frazione Lone, proprio in copp ’o mare, aveva un difettuccio ma è stato tutto risolto per Sant’Oro, e in tempi record, talmente record da far imbufalire parecchia gente in attesa da anni per le stesse questioni di permessi. Nell’atto di vendita firmato dal notaio Andrea Pansa se ne parla dopo qualche pagina, laddove si precisa che il fabbricato presenta un successivo ampliamento «realizzato in assenza del dovuto titolo». In parole semplici: abusivamente. Per quell’abuso edilizio era stata presentata domanda di condono presso il Comune di Amalfi moltissimi anni prima, nel marzo 1986, ovvero 23 anni di attesa senza nulla di fatto. Poi però è successo qualcosa, il «fabbricato» è diventato oggetto di interesse di Michele Santoro, quello della tivù, non uno qualsiasi ma una potenza soprattutto nella sua terra d’origine. E così Santoro a gennaio del 2009 versa già un preliminare, cioè un anticipo in diverse tranches. Dunque a gennaio, quando il conduttore Rai si aggiudica la nuova residenza amalfitana, la villa ha ancora il suo «ampliamento realizzato in assenza del dovuto titolo abitativo», cioè l’abuso. Poche righe dopo, però, il notaio Pansa attesta la novità: «In data 21 maggio 2009 è stato rilasciato dal Responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Amalfi permesso a costruire in sanatoria n. 175».
Ricapitolando la tempistica: primo pagamento a gennaio, condono dell’abuso a maggio, rogito a giugno. In sostanza la pratica ferma dal 1986 e ormai ricoperta dalla polvere viene miracolosamente resuscitata dagli archivi del comune di Amalfi e prontamente risolta nel giro di poche settimane. Un miracolo, degno di Sant’Oro: per lui il 2009 è l’annozero dei condoni edilizi. Ma il paese è piccolo e la gente mormora, il miracolo santoriano passa di bocca in bocca, e arriva anche agli amalfitani che quel permesso lo aspettano da tempo, ma di miracoli non ne vedono affatto. Si rivolgono alle associazioni, come «Cittadinanza Attiva», coordinata da quelle parti dal ragionier Andrea Cretella: «Mi sono arrivate un sacco di telefonate di gente indignata perché si è sentita scavalcata. Ci sono tantissime pratiche di quel tipo giacenti al comune di Amalfi e quella di Santoro è stata sbrigata subito, in quattro e quattr’otto? Abbiamo chiesto gli atti al Comune per capire come è stato possibile ma ce li hanno negati, e questo è grave».
Ma c’è anche un altro mistero a Villa Santoro. Il nome del venditore, Alfonso Cavaliere, corrisponde a quello di un consigliere comunale del Pd di Amalfi, cioè del Comune che ha condonato rapidamente l’abuso. Il Giornale ha contattato il Comune per verificare se la data di nascita dell’Alfonso Cavaliere nel rogito è la stessa dell’Alfonso Cavaliere nel Pd locale, e il Comune ha confermato: 26 aprile 1965. Poi abbiamo contattato il consigliere del Pd, che invece ha smentito di essere parte in causa: «No, non sono io, è un mio cugino...». Misteri. Il Comune di Amalfi, e questo non è un mistero, è gestito da una giunta di centrosinistra, e lì il paladino dell’anti-berlusconismo catodico, Michele Santoro nato a Salerno il 2 luglio 1951 e residente ai Parioli di Roma, è una celebrità, un vanto della costiera intellettual-progressista. Qualcuno se lo ricorda ancora giovanissimo agitatore e organizzatore della cellula salernitana di «Servire il Popolo», il movimento della sinistra maoista di fine anni ’60, e poi ancora giovane e rampante direttore della «Voce della Campania», già aspirante martire della libertà di stampa.
I lavori di ristrutturazione e di recupero dell’ampliamento abusivo della villa santoriana sarebbero già in corso. Il progetto definitivo, a quanto risulta, è stato presentato e autorizzato dall’Ufficio tecnico di Amalfi. Del resto c’è molto terreno da utilizzare intorno alla villa, e sarebbe un peccato lasciarlo lì. A quanto si dice, Santoro penserebbe a una grande piscina. Si vedrà, prossimamente su questi schermi.
L’affare è fatto, il buen retiro estivo di Santorescu quasi pronto, un bel costo però: quasi un milione di euro (200mila con mutuo il resto cash) per l’acquisto più le spese di ristrutturazione. Le risorse non mancano a Santoro, ma questo si sapeva. Settecentomila euro all’anno dalla Rai (calcoli fatti da Il Tempo), tra stipendio e bonus vari. Poi c’è il milione e 400mila euro di risarcimento deciso dal Tribunale, dopo la sua esclusione dalla prima serata Rai. Sarà con quello che ha comprato Villa Santoro ad Amalfi? Sarebbe curioso. In tv grazie a un giudice, villeggiante di lusso in costiera ancora grazie a una sentenza.
venerdì 16 ottobre 2009
La libertà di stampa della sinistra? Nascondere la pallottola per Silvio
Un compagno che sbaglia, devono aver pensato all’Unità, visto che sul quotidiano della De Gregorio, ieri, della notizia nemmeno l’ombra: si parla di beghe interne al Pd, di De Magistris, del monito dell’Onu all’Italia sul caso omofobia, della Bindi umiliata e offesa dal Cavaliere, degli altolà di Fini al premier e perfino di Norberto Bobbio che diceva che la destra è cattiva. Vabbè ma l’Unità è l’Unità. La Repubblica, allora: eccolo. Trovato! Titolo dell’editoriale in prima pagina a firma Gustavo Zagrebelsky: «La democrazia delegittimata». Sarà questo. Poi uno si legge il pistolotto che però non fa alcun accenno al piombo in testa al presidente del Consiglio. L’autorevole giurista ci ricorda invece che «La nostra è una Repubblica parlamentare. Non è, almeno per ora, un regime di investitura popolare di un sol uomo». Aridaje. All’interno del quotidiano: Fini che frena Berlusconi, il Pdl che preparerebbe il colpo di spugna sulla par condicio, le solite dieci domande, l’Onu che bacchetta l’Italia, la scomparsa della Angiolillo regina dei salotti, l’ennesimo appello (dignità delle donne) cui hanno aderito pure la Mazzantini e la storica Liliana Picciotto. Forse sul Riformista, allora. Macché. Silenzio pure lì. Si legge di Fini che stoppa il premier, dell’ottobre nero della Carfagna, di La Russa che comiziava in San Babila negli anni Settanta ma dell’appello «Sparate a Silvio» neppure una riga. La Stampa forse? Eccola! Trovata finalmente! La notizia relegata in un boxino stile formica al piede di pagina tre. Fine. Ne parla pure il travagliesco Il Fatto, nelle ultime pagine. L’episodio di Modena è commentato così: «Il ragazzo deve imparare che in rete il confine tra pubblico e privato è sottile. E a 21 anni non si può non saperlo». Della serie: hai ragione a reclamare che qualcuno prema il grilletto in faccia a Silvio, ma almeno non gridarlo in piazza. Dillo, ma dillo sottovoce, pischello.
Silenzio (fuor d’ironia) di tomba su Terra, quotidiano ecologista dei Verdi; su L’Altro, giornale dell’altra Sinistra; sul Manifesto, foglio comunista e su Liberal, quotidiano vicino al centro. A dare la notizia, insomma, soltanto il Giornale, Libero, Quotidiano Nazionale e il Corriere della Sera. Via Solferino sceglie un taglio basso, pagina 8, ma almeno lo richiama in prima pagina e informa i suoi lettori su un episodio che la dice lunga sul clima torrido che investe il dibattito politico attuale. Ma gli altri? Strano regime, quello berlusconiano, reo di imbavagliare l’informazione. Se il Giornale e Libero osano criticare il capo dello Stato, apriti cielo: lesa maestà, non si può, non si deve, vilipendio, vergogna! Titoli in prima pagina, condanna, solidarietà al Colle, sdegno della grande stampa. Se, sulla scorta dell’«uccidere Berlusconi non è reato», s’invocano proiettili nel cranio di Silvio, la stessa grande stampa sta muta come una triglia.
venerdì 2 ottobre 2009
E i libertini di "Repubblica" esaltano banche e celibato
Erano orgogliosamente anti-capitalisti, si mangiavano i padroni a colazione, i banchieri a pranzo, i poteri forti a cena, al massimo si commuovevano di fronte all’«utopia illuministica» di Olivetti, perché a quelli come loro garantiva comunque uno stipendio, stavano con Gasparazzo, il fumetto dell’operaio che puzzava di sano sudore proletario e ce li ritroviamo a difendere le banche, come se fossero l’opera pia di Don Guanella, contro le nequizie dei Tremonti-bond: un attentato, una voglia punitiva nei confronti di chi fa fruttare il denaro dei poveri risparmiatori. Le banche, i banchieri, capite, vittime del sistema, «l’élite che resiste» (ma dai, ma fai il bravo), poveri bersagli di una congiura che vorrebbe loro male, loro che al primo imprenditore che chiede un finanziamento, al primo impiegato che vuole accendere un mutuo, lo invitano a cena, gli regalano una macchina, gli presentano la figlia...
È uno strano mondo quello che ruota intorno alla galassia editoriale di cui Repubblica è la stella fissa: un mondo di saltimbanchi del pensiero che hanno tre cattedre e venti collaborazioni, macinano premi, libri e incarichi, vanno in televisione, ma gridano al regime, sentono lo stivale chiodato alla porta, imprecano contro la dittatura strisciante mentre imbottigliano il vino dei propri vigneti («poche bottiglie, solo per gli amici») e chiedono il condono edilizio per il dammuso che hanno restaurato fuori legge. Un mondo di famiglie allargate, pluri matrimoni e pluri divorzi, lo scaffale delle pellicole hardcore ben fornito, perché, si sa, «l’erotismo non è pornografia», ma che si lamenta della decadenza dei costumi: «Un vecchio, pensa un po’, con una ragazza» che potrebbe essere sua nipote»... E certo «Lolita è un capolavoro e come è vero quell’amore senile»...
È curioso come i nemici del moralismo piccolo-borghese, gli adepti del «famiglie io vi odio», i teorici delle mille unioni possibili, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo e di ogni altra ipotetica terza via, si ritrovino uniti nell’esecrazione sessuale: le veline in convento, i festini al rogo, i brachettoni al posto delle gonne, la Controriforma fatta dai laici, prima di morire dovevamo vedere anche questo... È curiosa questa passione per la finanza invisibile, per l’economia globalizzata, la Borsa e la Banca con la b maiuscola, fatta da chi applaude Michael Moore quando racconta le nequizie di Wall Street. Gli americani sono sempre gli altri.
È sorprendente questo coro intellettuale in cui spiccano le voci di direttori e grandi firme che si inorgoglivano se, alle sei della mattina, al telefono venivano buttati giù dal letto dall’Avvocato o dall’Ingegnere (ma che cazzo di vita facevano, gli uni e gli altri?), ma attutivano la mancanza di sonno scorazzando sui loro panfili, aerei e elicotteri... Naturalmente hanno la schiena dritta, si spezzano ma non si piegano (non si spiegano con se stessi, più che altro) e danno del servo, del prezzolato e del killer all’avversario di turno, che sempre naturalmente non è un essere umano, ma un verme, un cane avrebbe detto il Sartre che taceva sugli orrori del comunismo per non far piangere la classe operaia... È una sorta di antifascismo alla puttanesca, una Nuova Resistenza in cachemire, l’Aventino andando in barca alle Eolie. Aveva ragione Marx: quando la storia si ripete, dalla tragedia si passa alla farsa.
sabato 26 settembre 2009
Dizionario del santorismo tra Gramsci e Celentano
Il vittimismo da censura
È uno strumento tipico del santorismo, variante gramsciana del celentanismo anni Novanta, e che si sta diffondendo come un virus (il savianismo ne è una prova, dove ti giri c’è Saviano, vai in libreria e ci sono pile di Saviano, apri un giornale e c’è un articolo di Saviano, ricomincia la Bignardi ieri sera e c’è Saviano, ed è proprio il Saviano che firma appelli per la libertà di stampa). Il funzionamento è elementare: si grida alla censura da un mese prima fino a un giorno prima e perfino durante, quando è evidente che non c’è stata. Santoro nasce già censurato, come un feto che per nascere meglio e strillare più forte e strozzare i genitori in culla gridi all’aborto e nel frattempo ha già cinquantotto anni (sarà per questo che si chiama Annozero?). La retorica della censura è il tema, lo spot, la linfa vitale, l’hybris, l’humus, l’habitat, il trogolo di Michele. Quando infine va in onda si parla, per tre ore di trasmissione, di quello di cui non si può parlare «in Italia», come se fosse Radio Londra e non la solita Rai 2 in prime time. Qualche volta viene invitato Enrico Mentana, che fa la parte del saggio e dice «Beh, ne stiamo parlando no?».
Travaglio, I: il quadernino
All’inizio, quando guarda il quadernino, dà l’impressione del bambino che legge la poesia davanti agli ospiti dei genitori o alla recita scolastica, invece è uno scioglilingua a funzionamento ipnotico-subliminale, almeno questo è l’intento. (Il surrealismo lo chiamava “cadavre exquis”, cadavere squisito). Ricetta per preparare in casa un monologo di Travaglio: andate su Google, inserite la chiave di ricerca «Berlusconi processi», stampate una cinquantina di pagine, tagliatele in quattro parti ciascuna, mischiatele, cucitele insieme e leggetele senza interruzione e a velocità sostenuta. Per servire a cena, in diretta, condite con un paio di battute apparentemente contro la sinistra, qualcosa di irrilevante ma che faccia pensare voi siate imparziali, tipo «anche D’Alema è stato una volta a una cena con Tarantini, chissà che ci faceva...». Dopo potete portare tutto alla Rizzoli e farne un libro, il genere letterario è il «cut and paste» e Travaglio più che da Nanni Balestrini o William Burroughs è figlio della Microsoft Word Generation.
Travaglio, II: il sorrisino
Lo inquadrano quando parlano gli altri, non ho mai capito se gli fanno un segno e lui accende il sorrisino o se viceversa quando parlano i nemici tiene sempre d’occhio la lucina rossa della telecamera per fare il sorrisino. Quando inquadrano il sorrisino di Travaglio significa che Travaglio la sa lunga e l’altro è un impostore. Credo che il sorrisino sia preceduto, per esempio mentre parlano Belpietro o Ghedini o la Santanché o qualsiasi pezzo di m... fascista del centrodestra, da un cenno di Santoro (per esempio un occhiolino) a Travaglio che guarda il cameraman che inquadra Travaglio che fa il sorrisino.
Servizietto esterno I
Caposaldo del santorismo, il servizietto esterno è riservato a coloro che devono risultare brutti, sporchi, cattivi, fascistissimi. L’inviato modello deve avere una faccetta da Studentello Secchione e Moralista, si presenta con una cartellina piena di appunti, tabelle, diagrammi di flusso, articoli sottolineati. Chiunque faccia entrare l’inviato modello è fottuto in partenza: se lo sbatti fuori fai la figura del colpevole, se lo fai entrare e rispondi alle domande ti fa girare le scatole finché non lo mandi a quel paese e fai la figura del colpevole, se rimani calmo come il Mahatma Gandhi ti inquadrano in modo tale da farti sembrare, al cospetto dello Studente Secchione e Moralista, come minimo Adolf Hitler nella tana del lupo. I montatori e tagliatori della postproduzione fanno il resto.
Servizietto esterno II
È il contraltare del servizietto esterno negativo, teso a dimostrare la tesi santoriana e far sembrare lo Studente Secchione e Moralista davvero obiettivo e a far sì che il telespettatore santorizzato ti dica «Eh beh, ma allora è proprio obiettivo». La tecnica è far finta di contestare quello che si vuole far dire, per poi lasciarlo dire senza ulteriori contestazioni. A Giorgio Bocca, tanto per citarne uno, lo Studente Secchione chiede qualcosa del tipo «Non penserà davvero che è in pericolo la democrazia in Italia e siamo in un regime berlusconiano e Berlusconi è un terribile figlio di..., vero? Ce lo dica lei, che è così autorevole e noi le crediamo tutti».
L’invocazione alle oppresse
Nel corso di un dibattito, quando si è a corto di argomenti, l’invocazione alla minoranza funziona a meraviglia per distogliere l’attenzione e creare una cortina fumogena edificante. Esempio: mandano in onda un’intervista a Patrizia D’Addario e Concita De Gregorio si erge in difesa delle donne sfruttate e trattate come merce, segue applauso. Se l’avesse detto la Binetti sarebbe stata fischiata come moralista. Viceversa qualcosa di analogo tentata dalla Santanchè, magari in difesa di una figlia sgozzata dal padre musulmano, risulterebbe razzista e non rispettosa delle minoranze islamiche.
La giovane «zero»
Chiamata a rappresentare i giovani della «Generazione zero» e dunque a porre le domande dei «giovani» e a rappresentare i giovani, qualcuno si chiede dove Santoro trovi queste zero (d’estate? tra Capalbio e Cortina?), e perché le scelga sempre così fighettine «radical shaggy chic» e perché parlino tutte nello stesso modo, un italiano basic scandito quasi sintetizzato, come se fossero programmate, e come se avessero tutte la erre moscia (nobile ma di sinistra) anche se non ce l’hanno. Il modello di base è una Barbie acqua e sapone che abbia letto solo Uomini e no, di Elio Vittorini. Non credo che le ragazze zero di Santoro esistano realmente, sono ologrammi, software, intelligenze artificiali al contrario. La Borromeo, per esempio, una notte mi pare di essermela scaricata anche sull’iPhone, la mia però diceva «Ancova, ancova».
Servizione esterno
Chiunque può farlo anche da casa, istruzioni per realizzare anche voi un perfetto servizione esterno santoriano. Partite da una tesi qualsiasi, per esempio quella secondo cui la maggior parte della popolazione ritiene che Berlusconi sia cattivo. Uscite con una telecamera, e intervistate chiunque vi capiti. Una volta a casa tagliate tutti quelli che non lo pensano, tranne quelli che sembrano più idioti, e lasciate gli altri che confermano la vostra tesi.
Servizietto interno
Poiché ogni ospite di destra sporco e cattivo sa che Santoro, oltre a inquadrare a tradimento i sorrisini di Travaglio, ti toglie la parola proprio quando stai per dire quello che stai cercando di dire, ormai accade questo: l’ospite sporco e cattivo, continuamente interrotto chiede «Lasciatemi parlare!», Santoro può ben rispondere «Ehhhh, ancora con questa storia che non vi lascio parlare, sta parlando, parli!». Gli irriducibili del centrodestra ancora ci provano con dei «Mi consenta» vintage.
Vaurismo
Stessa tecnica del travaglismo, a fine trasmissione l’ultimo comunista rimasto (il dinovauro) sforna le sue vignette. Si dovrebbe ridere, ma la satira e i contenuti della trasmissione sono indistinguibili, quindi l’effetto è quello di un riassunto della puntata illustrato. Perché è fondamentale Vauro? Perché se da una parte ha una funzione didascalico-riassuntiva, dall’altra serve da parafulmine: il giorno dopo tutti si arrabbieranno con la vignetta di Vauro (esempio: Berlusconi per il terremoto abruzzese realizzerà solo l’aumento della cubatura dei cimiteri) e non per la puntata che ha teorizzato per tre ore esattamente quello che Vauro ha disegnato.
giovedì 24 settembre 2009
«Ora l’esproprio preventivo di case e barche»
Si parlava di scudo fiscale e lotta all'evasione e il leader Idv ha prodotto lì per lì la sua proposta per incastrare i furbetti e far rientrare i capitali in patria. La riportiamo testualmente, anche se non ci si crederà: «Noi dell’Italia dei Valori preferiremmo che questi soldi non fossero condonati ma sequestrati, non solo il 5% ma pure l’altro 95%, tutti quanti, perché è un messaggio molto chiaro che bisogna mandare al Paese (prime risatine in studio, ndr). Non è difficile farlo, te lo faccio io un esempio molto facile. Lei ha visto quante barche ci sono? (rivolto a Floris, risate più forti in studio, ndr). A ognuna di quelle barche là, che sono italiane e parlano italiano, io la sequestro la barca! Poi vieni a spiegarmi dove li hai presi i soldi, sennò me la tengo io la barca. E così lo faccio con la casa, così lo faccio con la macchina e con l’altro!». Sgomento del costituzionalista anti-Berlusconi Stefano Rodotà, quello dell'appello di Repubblica, imbarazzo del povero Piero Fassino, ilarità diffusa nella platea di Ballarò, non certo filoberlusconiana. Ma è così, nella Repubblica di Tonino la proprietà privata può essere abolita o confiscata, salvo adeguate spiegazioni al maresciallo di turno. È lo stile che il suo alter ego Luigi De Magistris, eurodeputato e possibile candidato dell'Idv in qualche regione del Sud (Di Pietro insiste, lui nicchia) ha già dimostrato come pm in Basilicata, sequestrando preventivamente cantieri e fabbriche sulla base di sospetti tutti da dimostrare, e mandando in rovina famiglie e imprese che ora animano l’«Associazione vittime di De Magistris». Il dicastero dipietrista della Giustizia potrebbe inventare nuovi reati (e quindi nuovi imputati), come quelli promossi dal leader qualche anno fa: «In un Paese che si rispetti Berlusconi dovrebbe essere processato per oltraggio agli italiani e attentato alla credulità». Ma questo solo per accennare alle grandi riforme del codice penale che un governo Di Pietro-De Magistris potrebbe varare. Magari con l’aiuto del Fatto di Travaglio e Co, anche se Di Pietro nega parentele: «Il Fatto giornale di riferimento di Idv? Magari, ma non è vero».
Dunque immaginiamo, tenendoci ben saldi alla sedia, l’esecutivo dei Valori: Di Pietro premier, De Magistris degno ministro della Giustizia. E le politiche sull’immigrazione? Qui, ma come al solito, Di Pietro negli anni ha oscillato come un dondolo tra posizioni incompatibili. Ne ricorderemo una che ha fatto storia, quella che prevedeva «il taglio degli attributi» per gli immigrati che delinquono. Nell’ideologia da secondini del governo Di Pietro le intercettazioni sono senza limiti e senza limiti possono finire sui giornali, in una gogna permanente. Sentiamolo, il futuro premier (per chi ci crede): «Le intercettazioni stanno all’attività giudiziaria come il bisturi alla sala operatoria. Io sono contrario alla loro limitazione e sono anche convinto che debbano essere pubblicate». Sul conflitto di interessi avrebbe la bozza già pronta: «Andrebbe risolto in un modo oserei dire biblico: chi va a fare politica deve togliersi tutti gli altri abiti ed indossare solo l’abito talare della politica». Quello che il suo alter ego De Magistris porta ancora sopra la toga da magistrato, dimissionario immaginario.
mercoledì 23 settembre 2009
«L’espresso» si indigna per le querele del Cav ma intanto lo trascina davanti al giudice
Sulla scorta di queste certezze, che dovrebbero servire come illuminante esempio all'intera macchina della giustizia italiana, si terrà quindi il prossimo 23 dicembre in Milano la prima udienza relativa alla causa civile avviata giust'appunto dal Gruppo editoriale di Carlo De Benedetti nei confronti di Silvio Berlusconi. Vi aiuterà a inquadrare meglio i fatti la ricostruzione della vicenda che hanno fatto i querelanti. Quelli che di solito infangano e sfottono il premier, lo hanno citato in giudizio, più o meno ieri, era la fine di luglio, e hanno messo tra virgolette nel documento presentato dai loro avvocati una sua frase. L'accusavano e l'accusano infatti di concorrenza sleale e di boicottaggio perché il 13 giugno, durante il suo intervento all'assemblea del Giovani industriali a Santa Margherita Ligure, il presidente del Consiglio, sostengono i legali del Gruppo Espresso, «ha accusato il quotidiano La Repubblica di un attacco eversivo nei suoi confronti e nel contempo ha istigato gli industriali a boicottare e interrompere gli investimenti pubblicitari».
Da qui l'esposto e la citazione civile. Dunque, ricapitolando: il fatto, o meglio la frase incriminata è stata pronunciata il 13 giugno (naturalmente di quest' Anno Domini 2009), l'esposto è stato presentato alla fine di luglio e a dicembre, addirittura l'antivigilia di Natale, si celebrerà questo processo dell'anno. Che zelo, che celerità. Che invidiabile esempio di efficienza di cui almeno in un’occasione ha finalmente dato prova la nostra sonnecchiante magistratura.
Che peraltro nella fattispecie non ci finisce di stupire. Non solo come appare evidente, calendario alla mano, la prima udienza si terrà prima dei grandi ponti, per non infilarsi nelle sabbie mobili delle vacanze sulla neve o, peggio, dei cenoni un po' troppo debordanti di qualche cancelliere che quindi potrebbe non essere così lucido come il capitale processo impone. Ma, vista la delicatezza del caso e considerato l'imputato in questione, quella davanti alla prima sezione, sarà addirittura un'udienza ad hoc, che si è infilata di peso tra tante altre udienze che si stanno stancamente trascinando avanti. Un'udienza ad hoc cui è stato trovato posto fuori dal calendario «routinario». Così si fa, che diamine! Oddio si potrebbe fare così anche per un povero disgraziato che magari aspetta da cinque, sei, magari anche dieci anni di avere giustizia per altri generi di torti. Ma quella è un'altra storia. Magari banale, magari ordinaria. Mentre quest'altra, quella dell'Espresso e di Repubblica (che detto per inciso avevano anche presentato alla Procura milanese un esposto nei confronti del presidente del Consiglio ipotizzando i reati di diffamazione, abuso d'ufficio e violazione della disciplina in materia di market abuse) è una storia esemplare.
Una storia che merita, giustamente, di passare alla Storia.
martedì 22 settembre 2009
Il parlamento Ue processa Berlusconi Sarà messa ai voti l'accusa di Di Pietro
Il Neuroparlamento di Bruxelles e Strasburgo discuterà e addirittura voterà una risoluzione proposta dal partito di Di Pietro sulla libertà di stampa in pericolo in Italia perchè Berlusconi ha querelato la Repubblica e l'Unità. Ditemi che sto sbagliando, che ho frainteso. Arrivo a capire che Di Pietro nel suo furore rustico-giudiziario paragoni Berlusconi a Saddam e auspichi la stessa fine; arrivo a capire che per fare ammuina il suo partito italo-talebano investa il Parlamento europeo di una tesi del genere e arrivo persino a capire che un'opposizione di sinistra ormai alla frutta, anzi all'ammazzacaffè, si possa accodare a questa disperata trovata.
Ma non posso pensare che nel Parlamento europeo - e su iniziativa del gruppo che si dice liberale - si prenda in seria considerazione, si discuta e addirittura si metta ai voti una mozione del genere. È una triplice pazzia da ricovero immediato o da interdizione dai pubblici uffici. Dico una triplice pazzia non a caso. La prima follìa è quella di prendere sul serio la tesi che la querela di un presidente del Consiglio dopo una serie di attacchi violentissimi sulla sua vita privata, da cui non è emerso neanche uno straccio di reato da contestargli, possa configurarsi come una minaccia alla libertà di stampa. Non conosco un regime totalitario, autoritario, dispotico, ma anche vagamente paternalistico e poco liberale, che abbia fatto ricorso alla querela per zittire o perseguitare chi si oppone al governo. Che razza di tiranno è uno che ricorre all'arbitrato della magistratura, cioè di un soggetto terzo e di un potere giudiziario, per giunta tutt'altro che compiacente verso di lui, per dirimere una controversia con la stampa?
Mi fa ridere, e poi piangere, solo immaginare Stalin che querela Trotzky anziché farlo massacrare. Ma anche le democrazie più furbe e malcavate usano mezzi più efficaci e meno vistosi per mettere a tacere la stampa d'opposizione: subdoli ricatti (...) [TESTO-INFRA](...) [TESTO]agli editori, viveri tagliati, sordina, pressioni di altro tipo. Accadeva anche nella prima Repubblica nostrana e accade in tante democrazie occidentali... La querela è la più ingenua, disarmata e plateale reazione che un potere possa usare contro la stampa. La seconda pazzia è quella di ritenere la querela di Berlusconi un'anomalìa senza precedenti. La nostra Repubblica, dai tempi di De Gasperi a quelli di De Mita, fino al tempo di D'Alema e Prodi, ha visto premier che querelavano giornali e giornalisti.
E in alcuni casi li ha fatti sbattere in galera: pensate al povero Guareschi che aveva dato una robusta mano alla Dc nel '48 e poi finì in galera con l'accusa di aver diffamato il premier Alcide De Gasperi. E nonostante ciò, chi dubita che De Gasperi fosse democratico e liberale? Di azioni legali di politici contro giornalisti è pieno il carnet europeo. Da noi c'è stato persino l'abuso di querele da parte di politici contro la stampa: Di Pietro ne sa qualcosa. Non parliamo poi delle querele dei magistrati alla stampa, quasi sempre vinte dai medesimi, con risarcimento immediato e congruo, avendo il coltello dalla parte del manico.
La terza follìa è l'ingerenza dell'Europarlamento nella vita e nella sovranità di una nazione libera, adulta e democratica, che ha il suo Parlamento, i suoi organi giudiziari, la sua opposizione e la sua stampa d'opposizione. E che ha un tasso di risse e campagne violente contro il governo come nessuno in Europa. È un'offesa a tutti gli italiani, a noi popolo sovrano, alla nostra credibilità nel mondo, ad un paese che ha votato a maggioranza, con votazioni limpide e dall'esito assai netto, per il governo Berlusconi, mandandolo per la terza volta alla guida del paese. È come considerarci immaturi, degni di eurotutela, minorenni e minorati. Una ferita gravissima; verrebbe voglia di rimettere in discussione la nostra permanenza in quel tetro cimitero della democrazia che è il Neuroparlamento. E in questa vigliacca Unione Europea che si vergogna di ricordare la propria carta d'identità e di riconoscere che è nata dalla civiltà cristiana, greca e romana; ma non si vergogna di diffamare un suo socio fondatore, il popolo italiano, accusandolo di aver voluto alla guida del paese un dittatore. Il tutto per un paio di querele con richiesta di risarcimento danni.
Leggevo ieri, con divertito stupore, un libro-intervista del professore comunista Asor Rosa che a costo di passare per un revisionista, riabilita il fascismo in rapporto al berlusconismo: «Da tutti i punti di vista il berlusconismo è peggio del fascismo». E leggevo che un giurista letterato come Franco Cordero, sosteneva la stessa cosa su la Repubblica giorni fa. Tutto ciò mentre pubblicano liberamente i loro testi, tutti ne parlano e nessuno osa neanche pensare di scalfire la loro libertà di diffamare con quelle gravi accuse il capo del governo. Ma la cosa che più disgusta è l'oltraggio che questi intellettuali e questi europarlamentari compiono verso coloro che hanno davvero perso la vita e la libertà per difendere le loro idee. Vittime di regimi totalitari, a cominciare e a finire dal comunismo (perchè il comunismo precede l'esperienza del fascismo e del nazismo e sopravvive per svariati decenni alla loro morte); ma più vastamente a tutti coloro che nel corso dei secoli hanno patito davvero la mancanza di libertà di espressione e sono stati perseguitati. È un'offesa far passare per martiri questi giornalisti che proseguono indisturbati il loro lavoro, compresi gli insulti. Non confondete vere e tragiche vittime con questo libero e gratuito tiro al bersaglio.
Questa gente che denuncia un'inesistente perdita della libertà in Italia è divisa tra rozzi giacobini aglio-oglio-e-ghigliottina che ignorano la storia e non sanno cosa voglia davvero dire perdere la libertà; e rancidi intellettuali, magari comunisti e teorici non pentiti della violenza, in preda a deliri maniaco-depressivi. Gente che ha perso il senso della misura e della realtà, della storia e della verità. Sarà poi divertente spiegare all'Europarlamento che una querela fatta a un giornale dal presidente Berlusconi è una minaccia alla libertà mentre una querela fatta a un giornale dal presidente Fini è una difesa della libertà. Si dovrà ricorrere ad Orwell e alla neolingua per spiegare la differenza abissale tra due cose identiche. Chiamate un'ambulanza; questa non è un'Europa normale. L'ideologia è morta ma i suoi fetidi miasmi ammorbano teste, testate e partiti.sabato 19 settembre 2009
Dopo la carneficina, gli sciacalli. Insulti ai sei paracadutisti morti
L’ultimo insulto agli eroi di Kabul è un numero rosso. «-6». La vergogna anti italiana si allarga a macchia d’odio, dal web ai muri di Genova e Livorno passando dal pulpito di un sacerdote un po’ «sinistro». «-6» è il marchio d’infamia del collettivo studentesco genovese Humpty Dumpty. È sulla porta, a pochi passi dall’inizio di via Prè. A Livorno, dove la Folgore è di casa, i collettivi di estrema sinistra «Br», «W Stalin» e «Acab» (All cops are bastards, tutti i poliziotti eccetera) hanno meno fantasia ma lo stesso livore: «Questa città non piange i sei parà». La scritta ora è stata cancellata, ma l’infamia resta.
Don Giorgio de Capitani da Lecco forse non lo sa, ma la pensa come loro. E sul suo blog scrive «Perché la morte di sei mercenari vale più di migliaia di disoccupati in un Paese rincogl....to?», prima di definire il ministro della Difesa «Ignazio del ca..o» La Russa. «Che paese è mai questo?», si chiede Don Giorgio. Già.
Vanno di moda le domande? E allora bisognerebbe chiedersi: che Paese è questo se consente impunemente ai siti di ultrasinistra, antagonisti, disobbedienti di inneggiare all’«eroica resistenza afghana» mentre il farneticante gruppo «Esultiamo per la morte dei soldati italiani in Afghanistan: forza talebani» su Facebook è stato cancellato quasi subito? Perché l’autore del blog http://precariopoli.leftlab.com, che ieri aveva esultato con «A Kabul è uscito il 6», continua coi suoi macabri proclami di morte? Perché nessun magistrato apre un’inchiesta per «istigazione a delinquere e oltraggio alla pietà dei defunti» davanti a quella foto del mullah Omar, e quella frase «Bando d’arruolamento per l’anno 2009 di 6 volontari in ferma presso il poligono di Kabul»? Perché, come chiede la parlamentare Pdl Laura Allegrini, quel sito non è stato ancora oscurato dopo la denuncia del Giornale per quel «Bingo, è uscito il 6 sulla ruota di Kabul», e quell’infame sondaggio sulle «nuove divise azzurre (i teli che coprono i soldati, ndr) comode per il viaggio di ritorno»?
Certo, se l’autore si giustifica e si nasconde dietro due link di Repubblica.it, se si abbevera alle fonti dell’odio, sei disarmato: «Quei soldati sono mercenari che uccidono una bambina di 13 anni», leggete qui. Una sentenza già emessa anche dai blog del gruppo Indymedia: «Eroi? E la bambina uccisa dagli italiani? Se uno come lavoro fa il killer o il mercenario è un assassino». La macabra danza di morte attorno ai cadaveri dei nostri soldati prosegue: «Colpita la folgore a Kabul... champagne!», «manica di mer.. fasciste, manco una lacrima per loro, si fottano tutti», «il punto non è “facciamoli tornare” ma “speriamo che ne tornino il meno possibile”...», «meno male che ce ne stanno 6 di meno al mondo». Ce n’è per tutti, anche per il ministro della Difesa: «Che cada nelle mani dei talebani e riappaia dopo un decina di giorni con indumenti del luogo e due talebani alle sue spalle, sai che ridere».
Il virus contagia anche il sito del collaboratore dell’Unità Daniele Sensi, dove qualche facinoroso («Sei delinquenti in meno sulla faccia della terra, sempre troppo pochi») sperava di raccogliere un applauso ma è stato «censurato», anche se c’è ancora traccia del suo epitaffio nel cimitero virtuale della rete. Avrebbe fatto meglio a farsi un giro tra il popolo di Beppe Grillo, letteralmente scatenato: «È facile fare i Rambo, se poi ci rimanete dispiace ma sono c..zi vostri»; «la resistenza afghana continua a infliggere colpi sempre più pesanti agli invasori e ai loro ignobili tirapiedi»; «6 fascisti di meno fanatici delle armi e della guerra»; «Una preghiera anche per il kamikaze che sempre figlio di un dio è. Molto probabilmente se non fossimo andati a rompergli i co.....i a casa sua non si sarebbe mai fatto esplodere». Loro calpestano i morti e ridono, il comico se la prende con i giornalisti: «Con una libera stampa non saremmo in Afghanistan. Meglio un rispettoso silenzio. Ogni tanto si vergognano anche i giornalisti». Lui e i suoi sodali invece non si vergognano mai.
giovedì 17 settembre 2009
Pur di terremotare il governo «Repubblica» si autosmentisce
Il primo Caporale, Antonello, rievoca la tragedia campana così: «I morti restarono sotto le travi spezzate delle misere abitazioni di montagna per giorni e giorni, in una confusione di ruoli e responsabilità che provocò la più dura delle denunce di un presidente della Repubblica sulle inefficienze di Stato». Il secondo Caporale, sempre Antonello, rievoca la medesima tragedia così: «Per dire del tempo e dell’organizzazione, a Laviano riuscirono a consegnare dopo quasi una settimana tutte le bare occorrenti... A dirigere le operazioni di soccorso da Roma fu incaricato Giuseppe Zamberletti. Da solo, quasi a mani nude». Della serie: ma sono tutti matti ’sti giapponesi, americani, tedeschi che, testimoni di quanto sta facendo il governo Berlusconi in Abruzzo si sperticano in lodi «Noi non avremmo saputo far di meglio»? Che esaltino l’Italia dei De Mita, Forlani, Gava.
Il primo Caporale, Antonello, denuncia i fiumi di denaro dirottati verso Avellino, Napoli, Potenza, Salerno (58.640 miliardi); riferisce che le zone colpite dal terremoto vennero dilatate a dismisura perché entrare nella liste dei comuni colpiti «significa essere o no destinatari di sontuosi contributi statali» e, insomma, «la corsa verso la ricostruzione inizia male, il piede inciampa al primo passo». Uno scandalo, insomma. Il secondo Caporale, sempre Antonello, magnifica invece il soccorso irpino: «26 marzo 1981. 122 giorni trascorsi dal sisma, 150 casette in legno tipo chalet consegnate a Laviano, Salerno, 450 persone ricoverate. 15 settembre 2009. 162 giorni trascorsi dal sisma, 47 casette in legno di tipo chalet consegnate, circa 200 persone ricoverate. E trent’anni fa non esisteva neppure la Protezione civile». In pratica: allora sì che ci si mosse bene, tempismo ed efficienza elvetica.
Il primo Caporale, Antonello, riconosce che «il groviglio inestricabile di leggi e leggine che a vario titolo hanno regolamentato l’opera di ricostruzione ha oggettivamente favorito una richiesta di investimenti sproporzionata alla realtà dei fatti» e smaschera lo scandalo così: «Ora è forse più facile capire perché dopo vent’anni e dopo 150mila abitazioni ricostruite, ci sia ancora qualche migliaio di persone, le più disgraziate, costrette a vivere nelle baracche». Baracche? Irpiniagate? Noooo. Il secondo Caporale, Antonello, non la pensa così: «Malgrado tutto, il sistema di prefabbricazione pesante fu realizzato in trecento comuni e in tempi che, l’avesse saputo, Bertolaso avrebbe definito incredibili, stratosferici, supercosmici». Il primo Caporale, sempre l’Antonello di cui sopra, vergava i suoi j’accuse accanto a inchieste in cui si dava la parola al sindaco di Lioni che ammetteva (vent’anni dopo): «Non siamo ancora riusciti a smantellare tutti i prefabbricati». Il secondo Caporale, sempre l’Antonello, riporta invece il pensiero del sindaco di Laviano: «Al mio Paese le prime case in legno arrivarono già a febbraio, una ventina di alloggi con tutti i servizi. E a marzo la metà della popolazione era al caldo, negli stessi chalet che sorti a Onna». Due Caporale o è la stessa persona che, a distanza di anni, fa a cazzotti con se stesso? Mistero e miracolo dell’antiberlusconismo.
domenica 13 settembre 2009
L'Unità difende i precari, ma li manda via tutti
mercoledì 9 settembre 2009
Idv, rimborsi elettorali: Di Pietro è indagato
Di Pietro, interrogato a suo tempo dal Giornale, aveva risposto con una lunga lettera a Libero annunciando di aver disposto il cambiamento dello statuto Idv, cioè del documento che conteneva quella ambiguità. Di Pietro annunciò allora che, dopo quella modifica, l’associazione e il partito «sono la stessa cosa», ma nel farlo si dimenticò di pubblicare guardacaso anche il verbale notarile con cui era stato disposto dal partito quel cambiamento statutario. Perché? Ci sarebbero voluti altri sei mesi per scoprirlo, e non grazie a Di Pietro che anzi diede precise istruzioni al suo notaio di fiducia di non fornire al Giornale quel verbale, sebbene si trattasse di un atto pubblico. Il motivo è presto detto: quel verbale contiene solo una firma, quella di Di Pietro, in qualità di presidente dell’associazione Idv. In sostanza vuol dire che Di Pietro, per fugare i dubbi sulla gestione personalistica dell’Idv, ha modificato di sua iniziativa e in perfetta solitudine lo statuto dell’associazione come se fosse quello del partito, nelle vesti non di presidente (magari autorizzato da una delibera assembleare o da una disposizione degli organi del partito), ma solo come titolare dell’associazione di famiglia. Un gioco delle tre carte, un gioco di prestigio dietro al quale ci sono però questioni molto concrete. Per esempio, i milioni (circa 11 solo per il 2009) del rimborso pubblico. A quale soggetto vanno davvero quei soldi? Ora non è solo il Giornale a chiederselo, ma anche la Procura generale della Corte di conti.
sabato 5 settembre 2009
L’amico tradito: "Vi racconto io il vero Tonino"
Ora che la sentenza è pubblica e visibile a tutti, che può dire di quella vicenda?
«Una vicenda squallida. Credevo di poter contare su un amico vero, se non altro perché ad Antonio ho regalato gran parte della mia vita, aiutandolo e supportandolo specie nei momenti di sua grande difficoltà. Sono stato la sua ombra, sempre vicino anche durante Tangentopoli, vicino pure a Susanna (la moglie, ndr), uno di famiglia, insomma. Poi sulla mia pelle ho scoperto di che pasta era realmente fatto: per meri interessi pubblicitari, chiamiamoli così, in un momento in cui non godeva della luce dei riflettori, non ha avuto alcuna esitazione a buttare a mare l’uomo che più gli era stato amico in cambio di un po’ di visibilità. Ha miseramente tradito l’uomo che s’era precipitato a soccorrergli il padre che era morto cadendo dal trattore, lo stesso uomo che al posto suo s’era recato in ospedale a prendere il feretro della madre. Ecco chi è Tonino. Ha provato ad avvicinarmi chiedendo a un amico di organizzare l’incontro ed essere presente. Io non voglio testimoni, devo guardarlo in faccia. Mi deve dire perché l’ha fatto».
Come andarono effettivamente le cose fra voi?
«Quando mia moglie venne trovata uccisa ed io tramortito accanto a lei, davanti al letto d’ospedale si materializzò all’improvviso lui, da poco diventato avvocato. Ovviamente la cosa mi sorprese positivamente e non ebbi nulla da obiettare quando chiese se poteva assistermi. Dissi di sì anche perché mi offrì di andare a casa sua “perché - sussurrò - a me non mi intercettano”. Rimasi stupito dall’affermazione, e ribattei che io non avevo nulla da nascondere, tantomeno al telefono».
Quindi?
«Si mise al lavoro e a caldo svolse in modo impeccabile il mandato difensivo interrogando testimoni, facendo indagini accurate, chiedendo pure a me un sacco di cose. Aggiunse che dovevo andare fiero di mia figlia Debora che nei primi drammatici momenti aveva avuto la forza di contattarlo a Milano. Inutile dire che, solo successivamente, mia figlia mi ha confessato di non averlo mai chiamato non avendo i suoi recapiti, che erano riservati. È diventato mio avvocato bluffando».
Tutto molto strano.
«Niente al confronto di quel accadde successivamente. Un giorno mi chiama sempre Debora, arrabbiatissima, dicendo che si sono presentati i giornalisti e le telecamere di Chi l’ha visto? a casa. Autorizzati. Pensava che ero stato io. E invece aveva fatto tutto Antonio, cercava solo pubblicità, e la cercava in un momento dolorosissimo per me e per i miei figli...».
Ne è sicuro?
«Assolutamente. Lo cercai per un chiarimento ma non si fece trovare. Quindi a tarda sera, dopo la trasmissione, lo affrontai a casa: gli chiesi se era stato lui a mandare i cronisti perché aveva bisogno di tornare sulla cresta dell’onda. Lo sollecitai ripetutamente a confermare o a smentire anche con un cenno del capo. Non mi rispose né sì né no. Abbassò lo sguardo eppoi mi spintonò violentemente contro il muro. A quel punto l’ho guardato fisso e gli ho detto: “Ho capito tutto, Antonio. Dammi il tempo di prendere le mie cose e me ne vado da questa casa”. E così ho fatto».
«In brevissimo tempo e senza una revoca ufficiale del mandato da parte sua. L’ho scoperto andando in tribunale, per caso, una mattina. Era seduto accanto alle parti civili, un tutt’uno col pm. Che scena... non ci volevo credere. Da difensore ad accusatore. Lui, il mio inseparabile amico, trasformato nel più feroce dei detrattori. Ma c’è molto altro...».
Più di così?
(Sorride amaro) «Molto di più. Un giorno chiese a me e ad un amico comune di accompagnarlo all’aeroporto. “Prima però - spiegò quand’eravamo in macchina - devo passare un secondo in procura”. Pensai che doveva consegnare alcuni documenti, invece era salito dal procuratore per denunciarmi! E questo avveniva dopo che, da difensore, aveva consegnato personalmente il mio passaporto in questura. Dopo che da difensore, in alcune interviste, aveva lasciato intendere che l’omicidio poteva anche essere maturato all’interno della famiglia. Capito? Non auguro a nessuno un avvocato così...».
L’esposto all’ordine degli avvocati è così arrivato in automatico...
«Macché. Prima sono andato alla stazione dei carabinieri a denunciare tutte le sue malefatte nei miei confronti. E mentre esibivo carte e documenti i militari si mostravano allibiti, letteralmente preoccupati. Adesso, se permette, la faccio io una domanda: secondo voi qualche magistrato ha mai aperto un’inchiesta su Antonio Di Pietro in relazione ai fatti da me documentati e denunciati?».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it
giovedì 20 agosto 2009
Italia dei livori I colpi di sole di Gigi&Tonino
Poi quell’altro, Luigi De Magistris, ha detto che: 1) «il governo sta progettando interventi che renderanno il crimine ancora più granitico; 2) «la più grande ed ignobile falsità di Berlusconi e del suo governo consiste nel dichiarare di voler contrastare le mafie... Lui sta massacrando lo Stato di diritto e lo Stato sociale, le controriforme che sta attuando rispondono a un disegno eversivo che sta distruggendo la democrazia nel nostro Paese».
Bene. Questi due esagitati, Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris, sono stati due magistrati: due persone votate a decidere del bene primario, ossia la libertà altrui, due persone in grado di rovinare vite, distruggere imprese, mandare in malora famiglie, azzerare centinaia di posti di lavoro, far cadere giunte e governi democratici, fare e disfare senza mai pagarne lo scotto, mai, neppure mezza volta, questi due appartengono a una categoria a cui dovrebbero tremare i polsi per qualsiasi decisione presa, è gente che l’immaginazione peraltro vorrebbe imperturbabile, ferma, equilibrata, dotata di peculiarità non comuni. E invece eccoli: due demagoghi da strapazzo capaci di dire e fare qualsiasi cosa, due che erano di parte - si sospettava - e infatti lo sono, due che facevano politica - si vociferava - ed ecco che la fanno, due che una buona parte della nostra classe giornalistica - adesso – osserva tuttavia solo come due elementi un po’ così, pittoreschi, che straparlano per mestiere, due che sono sorti come funghi la notte scorsa anziché aver fatto parte della disgraziata cronaca di un Paese che mai, mai, mai comprende ciò che accade mentre esso accade.
Gentili colleghi, dunque ditelo, una buona volta: non è possibile che due personaggi del genere possano diventare magistrati. Non è possibile che due magistrati del genere possano diventare politici. Non è possibile che la medesima classe giornalistica seguiti a non comprendere che l’anomalia dei due, una volta smascherati e gettata la toga, non viene neutralizzata e addomesticata, ma si sposta solamente da una parte all’altra, si insinua e diffonde come un virus, come una malattia. Senza neppure accorgercene, in questo Paese, il livello della disputa e della polemica politica sono diventati borderline: qualsiasi cosa può essere detta e sostenuta impunemente, basta farlo, basta aprir bocca. Dire che ormai siamo agli «insulti» non rende l’idea perché quelli ormai fioccano dappertutto, anche nei famosi Paesi normali: ma in quale Paese, chiediamo, è ormai diventata sistematica e mediaticamente accettata la calunnia, l’ignominia, la pura invenzione? Forse ha ragione chi dice che gli squilibrati professionali andrebbero soltanto ignorati, che il loro delirio mira soltanto a finire in un qualsiasi articolo di giornale, questo compreso: ma certo snobismo e certa finta superiorità, d’altra parte, sono soltanto ignavia, sono soltanto i siparietti dietro i quali si nasconde la rinnovata incapacità di una classe politica e giornalistica di chiamare le cose col loro nome. Dario Franceschini seguiti pure ad allearsi con questa roba e a farsi massacrare, se crede; gli analisti seguitino ad annoverare «l’unica opposizione» dell’Italia dei Valori tra gli ordinari strumenti di lotta politica, se vogliono. In questo Paese quelli che l’avevano detto non se li fila nessuno, e chi non ne azzecca una invece rimane regolarmente in cattedra, ma pace, noi lo diciamo lo stesso: Di Pietro ha già fatto una rivoluzione e cercherà di farne un’altra, e le rivoluzioni tanto democratiche non sono mai state. Ecco, l’abbiamo detto: purché sia chiaro che lo stiamo dicendo. Di Pietro non ci fa più solo ridere. Di Pietro è pericoloso.